Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 42

Chapter 423,693 wordsPublic domain

Avveniva talora che dopo l'operazion dell'emetico o del purgante il polso si facesse più rianimato, più elevato e forte, e più gagliarda la febbre; ed in tal caso, essendovi delirio, o sopore, o accrescimento del dolore di testa, si usava di un secondo salasso, d'ordinario dal piede; facendo prendere contemporaneamente all'ammalato delle semplici emulsioni, od altri così detti temperanti ed ammollienti; e ciò con assai precauzione, per tema di troppo rilassamento, dovendosi guardar sempre l'infermo contro la diarrea. Che se non mostravasi l'indicazione nè del purgante nè dell'emetico, conveniva star attentamente osservando l'andamento della natura, sullo stato del polso, sul grado della febbre, ec., per minorarne l'eccitamento, se fosse stato troppo forte, e tale da impedirne la separazione del pestifero veleno. Ciò procuravasi con bevande diluenti e temperanti, con tisane, cogli acidi dilungati con l'acqua panata, ch'era la bevanda ordinaria de' malati, e quella, che veniva da essi meglio sofferta delle altre. Per l'opposito se il polso indicava debolezza e lentore, conveniva ristorare le vitalità e sostenere le forze col mezzo de' blandi eccitanti, dei così detti alessiteri, fino a che comparivano alla cute le propizie eruzioni. Quindi importava pur anche il non trascurar tutto ciò d'onde una lodevole suppurazione dei buboni e delle altre eruzioni summenzionate ottenere potevasi.

I forti narcotici avevano le stesse funeste conseguenze, che i violenti purganti. Sì gli uni che gli altri precipitavano l'ammalato in uno stato di debolezza tale da non potersi riavere più mai; ovvero producevano un mortale assopimento. Usati principalmente nel principio del male, intrattenevano la sortita delle eruzioni, ed affrettavano i sintomi mortali. Ne' soli casi di violente agitazioni fu di qualche giovamento l'uso di leggieri narcotici, e in picciola dose. Il diascordio mescolato cogli assorbenti die' buon effetto nelle diarree. Dannoso si riconobbe l'usar degli oppiati nei vomiti violenti; e ciò per l'abbattimento e la debolezza, che ne conseguitavano. Il perchè si usava in vece la pozione antiemetica, sì come dicesi, ossia il sugo di limone con alcuni grani di sale d'assenzio, e qualche diluente eziandio.

Giovava non affrettarsi troppo nell'arrestare il vomito; giacchè osservavasi che, arrestato il vomito con troppa fretta, spesse volte sopravvenivano dolori acerbi e laceranti, ed un ardore, che abbruciava le viscere de' poveri malati e li tormentava fino agli ultimi istanti della vita.

I così detti cardiaci non facevano che aumentare l'irritamento, ed in conseguenza rendere più violento e pericoloso lo stato del malato.

I sudoriferi blandi furon riconosciuti li rimedj più convenienti. A tal fine usavasi l'acqua di cardo santo, la polvere viperina, quella di giglio ed altre sì fatte spezie di rimedj. Nè da cardiaci forti, nè da alessifarmaci di troppa virtù se n'ebbe mai buon effetto. Anzi danno se n'ebbe da simili rimedj, e da altri specifici, ordinati da' medici d'alta riputazione, e in gran numero spediti a Marsiglia da Parigi e da varie altre città della Francia.

L'oppressione, che accompagnava la malattia, succedeva ordinariamente o da soppresso sudore, o da scomparse eruzioni. Il perchè conosciutosi niente essere più giovevole del sudore, nè più pernicioso del freddo, si soleva, secondo la stagione, ben coprire gl'infermi; e per questi riguardi salvaronsi quanti ebbero a poter mantenere, durante la malattia, la blanda traspirazione, che in lor si produsse.

Il governo del vivere fu vario secondo l'indole, il grado e l'andamento della malattia, e secondo le differenti circostanze. In generale s'è riconosciuto meglio convenire quello, che nelle malattie acute è indicato.

Semplice e blanda ne fu come l'interna, così l'esterna cura. Ai buboni in istato d'infiammazione applicavasi cataplasmi ammollienti di pane e latte, o di erbe ammollienti. A que', che in tale stato non erano, bastava il semplice empiastro Diachilon, od altro simile. A que', ch'eran maturi, davasi luogo alla suppurazione, aprendoli colla lancetta, ed apponendovi talora il caustico anche nel corso d'essa. L'applicazione del caustico usavasi specialmente co' buboni duri e senza rossore. Dopo aperto il tumore od applicato il caustico, procuravasi una pronta suppurazione col mezzo o del digestivo semplice, o cogli unguenti basilicon, diapalma, di altea, col balsamo di arceo, e simili. Questi rimedj bastavano fino alla cicatrizzazione della piaga. Lo schiantare od estirpare le glandule fu metodo, che, oltre la sua asprezza, riescì piuttosto dannoso, che utile.

Nei carbonchi, a fine d'impedire la gonfiezza e infiammazione, che ordinariamente cagionavano alla parte, vi si applicava il cataplasma anodino di mollica di pane col latte, e si usavano le incisioni in alcuni a croce, e in altri a cerchio, e in taluni scarificando tutto all'intorno dell'escara; e questo era il metodo il men doloroso e 'l più mite. Staccata l'escara, vi si applicavano i summenzionati supporanti.

Quasi lo stesso metodo si osservava colle pustole carbonchiose, bastando per esse, che non fossero molto considerevoli, gli unguenti sovrallegati a staccarne l'escara, e a promuoverne la suppurazione fino al compiuto loro guarimento. Ma allorchè la superficie della pustola era larga e dura, e l'escara grande, se l'incideva a croce, frapponendo all'incisione un picciol caustico, se straordinaria n'era la durezza; continuando poscia la cura col metodo ordinario. Si osservò non convenire alle dette pustole nè lavacro, nè bagnatura. I liquori spiritosi le irritavano; le decozioni lenienti le rilassavano di troppo e facevan crescere delle carni bavose; i rimedj così detti vulnerarj e balsamici producevano alcune volte l'uno e l'altro di questi effetti; a meno che però le ulceri non si fossero degenerate, dovendo in allora trattarsi col metodo ordinario. Pur il vino disseccava la piaga, e sopprimeva la suppurazione, la quale conveniva mantenere aperta al più che si poteva, o almeno da trenta o quaranta dì, onde impedirne le ricadute, ed ogni altra dannosa conseguenza.

A mantenere lunga la detta suppurazione facevansi larghe fenditure o col ferro o col caustico. Se a queste piaghe sopraggiungeva qualche particolar accidente, vale a dire seni, depositi, infiammazioni, gangrene, carni bavose, etc., tutto ciò trattavasi cogli ordinarj metodi, e co' rimedj i più semplici, e senzachè vi fosse bisogno di usar rimedj particolari; provatosi che coteste particolarità servono il più delle volte non ad alleviarne gl'infermi, ma ad arricchirne i ciarlatani dispensatori.

Ciò non pertanto in tal'occasione salì in molto credito come preservativo di peste quell'aceto aromatico, che dicesi _dei quattro ladri_[42].

Nulla v'era di sicuro e di determinato sul tempo, ch'era mestieri allo sviluppo del veleno contagioso, appiccatosi alla persona; conciossiachè in alcune più presto, e in alcune si sviluppava più tardi, secondo la diversa disposizione della fisica costituzion loro, e secondo il diverso concorso delle cagioni esterne. In alcune quasi all'istante; in altre nel giorno stesso o nel seguente (il che più spesso accadeva); in altre si sviluppava dopo tre, quattro, o sei giorni; in altre più tardi, e in taluno eziandio in sui trentacinque giorni, termine il più lungo che siasi osservato.

Queste sono le osservazioni pratiche che il Dott. Bertrand fece in mezzo alle stragi della peste di Marsiglia. Dalla sua storia però e dalle relazioni d'altri scrittori si ricava che molti più ammalati non ebbero nessuna cura, e parecchi eziandio furon trattati coi metodi empirici solamente, e senza profitto. (_Bertrand, Rélation historique de la Peste de Marseille; Picary, Journal abrégé de ce qui s'est passé en la ville de Marseille, pendant le Peste, tiré du Mémorial de la Chambre du Conseil de l'Hôtel de la Ville; Papon, de la Peste T. I.; Discours sur ce qui s'est passé de plus considerable a Marseille, pendant la contagion, ec._)

In Marsiglia la peste si propagò in parecchie Città vicine e specialmente ad Aix, a Tolone, Arles, Tarascona, Martigues, ed in altre ancora, nelle quali tutte essa vi fece gravissime stragi. In Aix, dove si spiegò nell'Aprile 1720, una donna del sobborgo vi morì con sospetto di peste il dì 13; ed il chirurgo, che ne fece l'ispezion del cadavere, credette non avervi trovato che tracce di violenta colica. Ma altre morti, poco appresso rapidamente avvenute, comprovarono l'enorme suo abbaglio; il perchè adottaronsi tosto severe precauzioni. Il morbo dispiegò la maggiore sua forza soltanto al principiar di Ottobre; e chi volesse soggiungerne le stragi e gli orrori, specialmente nel maggior freddo e nel caldo maggiore, verrebbe a ridipingere le cose già narrate della sgraziata Marsiglia. È poi da osservare che in tal occasione si adottò in Francia per la prima volta la così detta Quarantena generale; ma dopo l'ennunziate immense rovine. Tal pratica in Aix fu evidentemente utile e benefica. Imperciocchè non sì tosto s'ebbe incominciata la general quarantena, che la peste pur cominciò a scemarsi, dimodochè al finir d'essa, finirono insieme le malattie. Si riprodusse però la peste nell'Aprile del 1721, trascuratosi il disinfettar delle robe, e delle persone; ma al rimettersi della quarantena generale, cessò il rigore del morbo, a tale che disparve del tutto nel dì 12 Luglio, prima che finisse la medesima quarantena. Di 24,000 abitanti di Aix, 8,000 infermatisi di peste, ne morirono 7534. Sì grande mortalità prova l'impotenza della medicina (almeno della medicina di quell'età) sulle ragioni di questo male; e a pari tempo dimostra quanto più giovi a migliorarne gli effetti una saggia e provvida polizia Sanitaria.

Gli abitanti di Bandol, picciol porto di mare presso Tolone, avendo rubato una balla di seta, che apparteneva al carico del capitano Chateaud, vi portaron la peste; donde poi certo Camelin, abusatosi di un certificato di Sanità, li 5 Ottobre 1720 l'introdusse a Tolone, mortovi poco dopo per essa con tutta la sua famiglia. Dal Magistrato usatasi immediatamente ogni forte misura di difesa, e passati più dì senza nuovi sviluppi, mal si credette che il morbo vi fosse spento; perchè sul cominciar del Novembre morirono alcuni di peste; attribuendosi però queste morti ad altre cagioni. In Gennajo essendosi introdotte in Città per contrabbando alcune mercanzie da Aix, dove la peste era nel forte, questo nuovo ed ampio fomite molto rapidamente sparse la malattia in diversi quartieri della Città. Nell'Aprile morivano dalle 200 alle 300 persone al dì. Quindi ne fu ordinato la general quarantena, ma poco buon effetto se n'ebbe, forse dal modo tenutovi nell'usarla. Nè altramente fu d'altre politiche discipline dal Magistrato Sanitario ordinate. Poco appresso però essendo stato ordinato sotto pena di morte che tutti i malati si ritirassero negli spedali, proibito ai Medici, Chirurghi e Speciali di distribuir rimedj nella Città, impedito ai Convalescenti di sortire di casa; e finalmente obbligati rigorosamente tutti quelli che avevano avuto malati o morti in famiglia a portare un segnale sopra la manica del lor vestito, affinchè ciascuno potesse evitarli, la peste cedette al tutto nell'Agosto del 1721 dopo uccisi 13,280 abitanti d'ogni condizion, d'ogni età, e d'ogni sesso, al riferir di qualche scrittore. Secondo altri, e fra questi il Sig. d'Antrechaux, 15,783 in una popolazione di 26,260 che contava Tolone prima della peste. In Arles poi ne estinse 8,100 di 12,000, in Tarascona 7,210 di 10,000; ed in tutta la Provenza ne perirono 84,719. Ma di tanta mortalità ne fu in parte cagione la fame, derivata dalla particolare avarizia di alcuni malvagi speculatori. Persin al sepolcro persegue questo ingordo e infame vizio gl'infelici che abbisognan di loro, mettendo a crudele guadagno le loro sciagure. Avevan costoro già ammassati ne' nascosti lor magazzini grande quantità d'ogni spezie di biade; ma vieppiù strignevasi il durissimo lor cuore, quanto più la miseria spaziava per quelle diserte contrade. Così è della corrotta e guasta natura de' sordidi avari, pei quali in van grida la voce della natura, e l'esempio del morire. Guai a quegli uficiali della pubblica economia che in sì duri frangenti chiudono gli occhi su questi abusi, infingendo di non vedere ciò che pur vedono, allettati da più vergognosi guadagni. In mezzo a cotante angustie il Re fece spedire pel Rodano grani da provederne la provincia; ma i procuratori d'Aix fecero per l'Arcivescovo scrivere alla Corte, che arrivando quelle granaglie, il prezzo dell'altre raccolte da Cittadini si diminuirebbe di modo, che non si avrebbe per essi più il modo di pagare le gabelle reali. Che ne avvenisse perciò non è soggiunto, ch'io sappia; nè occorre ch'io ne rinfreschi la memoria a vieppiù esacerbar l'animo de' miei lettori. (_d'Antrechaux, Rélation de la Peste de la ville de Toulon; Papon, de la Peste Vol. I. fac. 343 e seg.; Boecler, Recueil des Observations; Senac, Traité de la Peste; Traité des Causes, des accidens, et de la cure de la peste avec un Recueil d'observations etc. Paris 1744._)

A. dell'E. C. 1731-32. A questi anni serpeggiò la peste nella Dalmazia, e nell'Albania Veneta, introdottavi dalla vicina Bossina, ove infieriva con maggior forza. Essa rapì nel distretto di Spalatro da circa trecento persone, e poco più di mille in tutte e due le provincie. Per le diligenti precauzioni della Sanità praticate in tal circostanza, la Città e 'l Territorio di Zara ne andarono illesi, quantunque in quel tempo vi regnasse una spezie di carbonchio epidemico, che alcuni medici dichiararono pestilenziale. Era allora provveditore straordinario della Sanità in Dalmazia il N. U. Simon Contarini, che tirò una linea di Soldatesche al confine contro la Turchia, e ve la mantenne tre anni. (_ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.; Danieli, Ragionamento Medico sul Carbone pestilenziale, Padova 1732; Bajamonti della Peste di Spalato, fac. 138._)

A. dell'E. C. 1737. Nell'anno mille settecento trentasette l'Egitto fu particolarmente travagliato da pestilenza fierissima, e desolatrice oltremodo, contandosi nella sola città del Cairo la mortalità sino a diecimila persone in un giorno. Gli Europei si chiusero nei lor quartieri il dì 9 Febbrajo, e non ne uscirono, se non li 24 Giugno. Questa Peste fu l'unica, giusta l'opinione degli abitanti del Cairo, che nel secolo XVIII sia derivata dall'alto Egitto. (_Russel Patrik, Treatise of the plague, pag. 3._)

A. dell'E. C. 1738-39. Regnava la peste fra i Turchi nella Bessarabia nel 1737, e specialmente menava guasti a Oczakow, capitale di quella provincia. La detta città essendo stata in quell'anno assediata e presa dai Russi, il contagio non istette molto a svilupparsi fra la truppa, che venne posta al presidio della medesima. Nell'anno seguente 1738 i Russi l'abbandonarono dopo aver demolite le fortificazioni. Ritiratasi la guarnigione russa ai proprj aquartieramenti, la peste per loro mezzo fu introdotta nell'Ukrania, ove imperversò dal Giugno a tutto il resto del 1738, e parte del 1739. Dall'Ukrania non penetrò più avanti il contagio. Il dott. Schreiber di Könnigsberg, Professore di medicina a Pietroburgo, potè farne di ben utili osservazioni, già pubblicate per la stampa nel 1740. Piacemi di allegarne alcune, che forse potrebbero tornare di qualche vantaggio al Pubblico.

I. La malattia si manifestata in molti con parossismo febbrile; con assai grave ansietà ai precordj, dolori laterali, intenso calore internamente, volto acceso, e furioso delirio. Gli ammalati di questo modo morivano il secondo o il terzo giorno. In altri la malattia si manifestava con orripilazioni e con freddo. Tardo e debole da principio era il polso; al subentrar del calore diventava duro e celere con violenta palpitazione di cuore, con delirio in alcuni, e con sopore in altri; stanchezza, abbattimento di tutte le membra, oppressione, ardore allo scrobicolo del cuore, nausea, vomito bilioso, nero, verdastro, e fetente. Chi non vomitava, aveva dejezioni alvine della stessa natura. Lo sternuto era sintomo mortale.

II. I buboni, ed i carbonchi accompagnavano, per ordinario, la malattia; ma i carbonchi incominciavano prima con un punto rosso, che in seguito ne diventava il centro, circondato da un'areola livida sotto l'epidermide, la quale a poco a poco si dilatava, gonfiavasi, e diventava nera; e così gradatamente si formava il carbonchio, di figura per lo più elittica; il quale qualche volta era sì vasto e grande, che agguagliava la palma di una mano, ed il peso di circa una libbra[43]. Qualche volta si alzavano in vece alcune pustole con un punto bianco alla cima, simili affatto alle pustole vajuolose, le quali poi si dilatavano, annerivansi, e terminavano in vero carbonchio. La comparsa di queste pustole era sempre di favorevole indizio.

III. Allorchè sopravvenivano le parotidi, sopra di esse nascevano spesso i carbonchi, ovvero diventavano esse cancerose. L'amputazione era il solo rimedio, donde concepir poteasi qualche speranza di salute.

IV. I carbonchi erano tutti fra i muscoli ed il tessuto cellulare della pelle; ma più di frequente si manifestavano alle clavicole, sulla spina del dorso, in sulle rotule, alla parte superiore e posteriore della tibia, e sull'addome, sopra l'annulo verso la linea bianca.

V. I carbonchi, che non si formavano compiutamente, restandosi pustole carbonchiose, o soltanto macchie rosso-brune, cangiavansi in petecchie livide o nere; ed i malati ne morivano il secondo o il terzo giorno.

VI. Gli ammalati, che sopravvivevano al quinto giorno, ne' quali i buboni o carbonchi per l'innanzi duri, in que' giorni incirca passavano alla suppurazione, trovavan sollievo degli altri sintomi, e d'ordinario guarivan tutti. La suppurazione però durava talvolta fino a cinque o a sei settimane.

VII. In assai pochi casi i buboni passarono alla risoluzione. Quando i buboni non tendevano alla suppurazione prima del quinto giorno, e continuavano ad affliggere i malati con una pressura agl'inguini, a guisa di tesa corda, che gli forzava a zoppicare, ovver si gonfiavano profondamente senza tendenza a suppurazione, era cosa di cattivo presagio. D'ordinario sopravvenivano le petecchie livido-nere, le quali erano sempre un sintomo precursore di morte. Talvolta restando i buboni stazionari senza la sopravvegnenza di sintomi più gravi, e senza passare a suppurazione fino al nono giorno, l'ammalato ne provava d'insofferibili ardori per tutta la persona, spezialmente ai lombi ed alle braccia, a tale che gliene veniva impedito il moto. In tali casi poche ore appresso comparivan pustole con una punta bianca, le quali serpeggiando degeneravano in carbonchio, ed erano di buon preludio. Diversamente gli ammalati si morivan nel nono giorno, o, al più tardi, in sul tredicesimo.

VIII. Alcuni malati morirono improvvisamente per effetto del terrore d'inevitabile morte. Alcuni, dopo un leggiero dolor di capo, nel terzo dì sentendosi avvicinar l'ora estrema (e questo è fatto) si prendevano spontaneamente da se quella cotal veste, colla quale dovevano esser sepolti, e morivano placidamente senza alcun segno esterno, conservando fino all'ultimo momento una piena serenità della mente.

In alcuni si manifestavano delle pustole nericce della forma di quelle del vajuolo, ovvero dei _flicteni_ alla regione dello scrobicolo del cuore.

IX. Altri poi (e ciò specialmente verso il terminar del contagio) avevano una peste così benigna, che si trovavano star bene, come se fossero stati sani. Comparivano in essi istantaneamente buboni o carbonchi; e gli uni e gli altri però senza sintomo febbrile.

X. I fanciulli, sotto degli otto anni, andavano quasi tutti immuni dal contagio. Per opposito le donne, e le fanciulle da marito sono state le più maltrattate.

XI. Le donne incinte sotto del terzo mese, ancorchè attaccate dal contagio, andavano d'ordinario esenti dall'aborto, e dalla morte, mentre all'incontro le gravide dal quinto al settimo mese abortivano tutte, e morivano irreparabilmente.

XII. Quelli, che avevano o piaghe od ulcere croniche, furono interamente salvi dal contrarre la malattia. Neppur solo un tisico fu attaccato dalla peste.

XIII. Quelli, che pativano di dissenteria o avevano diarree croniche, attaccati che fossero dalla peste, morivan tutti.

XIV. L'uso della voluttà, e l'ubbriachezza rendeva la malattia tostamente mortale.

XV. Molti vecchi sono altresì periti di questa pestilenza, ma senza la comparsa di buboni, nè di carbonchi.

XVI. Apertisi alcuni cadaveri di tali appestati, non altro vi si trovò che ai polmoni alcuni punti neri cangrenati, e la vescichetta del fiele ridondante di bile fluida e gialla. Erano pur alquanto giallognole le parti adiacenti alla suddetta cisti felea.

XVII. Intorno ai preservativi si notò qualche attività nella canfora; e specialmente nei preparati di gomme fetide, miste alla canfora. Così pur tenevasi per salutare il fumar tabacco, siccome anco il masticarlo. Dalla cacciata di sangue per prevenire la malattia nessuna utilità se n'è osservata. Ma di tutti i preservativi l'ottimo custode, e 'l migliore si riconobbe essere la separazione degli infetti dai sani.

XVIII. In riguardo poi alla cura, l'ipecacuana, data subito nel principio, ovvero alla prima ingruenza del male, riuscì un eccellente rimedio per troncare ogni azion del contagio. Ciò fu pure del vitriuolo bianco, somministrato come nauseante o vomitivo. Il tartaro emetico eccitava spasmi troppo violenti allo stomaco, e riusciva piuttosto dannoso, che utile.

XIX. Se il vomito, che destavasi sotto l'uso dell'emetico, era troppo forte e continuo, soleasi raffrenarlo coll'applicazion d'un empiastro di teriaca alla region dello stomaco, e colla stessa teriaca presa internamente.

XX. Allorquando l'ipecacuana o il vitriuol bianco venivano somministrati nel primo giorno, seguita l'azion del rimedio, il polso facevasi più spiegato, la febbre acquistava un andamento più regolare, e nel quarto o quinto giorno comparivano i buboni o i carbonchi.

XXI. Che se non si dava l'emetico subito nel primo giorno, ma in vece somministravasi nel secondo o nel terzo, i malati non ne risentivano beneficio di sorta: anzi dopo l'emetico, preso tardi, si vide accrescersi tutti i sintomi d'irritazione al ventricolo, in guisa che i malati che, esempligrazia, nel terzo giorno prendevan l'emetico, morivano poi d'ordinario nel quinto o nel sesto, agitati da convulsioni, e con petecchie nere alla superficie del corpo.

XXII. I purganti eccitavano ben di leggieri la diarrea, la quale dovea sempre riguardarsi pericolosa. Si tentava di riparare alla diarrea coi clisteri ammollienti, o semplici o uniti col rosso d'uovo e colla trementina.

XXIII. In seguito, già cresciuto il morbo, si prescriveva il roob di sambuco cogli occhi di cancro p. p., la mistura canforata, il liquor volatile di corno di cervo, la teriaca coll'aceto, l'aceto bezoardico, e il nitro misto con quattro grani di canfora. Altri ordinavano le terre assorbenti. Le bevande diluenti, calde, acidette riuscirono di molto giovamento.

XXIV. La dieta prescritta era tenue, quale conviensi ne' morbi acuti; e quando i buboni erano già comparsi, convenivano i brodi di carne coll'acetosa, od altre simili sostanze vegetabili, e acidette.

XXV. Altri biasimavano il salasso, ed altri il lodavano, anche ripetuto, specialmente se sussistevano alla cute macchie rosse, e non erano per anche apparsi buboni, nè carbonchi.

XXVI. Nel trattamento esterno, all'oggetto della salute dell'ammalato mal si mirava da que' chirurghi, che procuravano la risoluzione dei buboni.

XXVII. Si applicavano i vescicanti su i nascenti buboni, e ciò con buon successo. Quindi, tostoch'erano ammolliti, medicavansi coi cataplasmi. In alcuni luoghi venne utilmente usato l'empiastro magnetico arsenicale. Fra tutti fu riconosciuto doversi dar preferenza al cataplasma comune di farina di frumento, miele, e croco; ovvero a quello di cipolle arrostite.