Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 41

Chapter 413,604 wordsPublic domain

Ora è a toccar leggiermente alcuna cosa sullo spavento, in che pose le genti de' Paesi vicini il contagio. Ogni Prefetto delle circostanti provincie levò tutte le comunicazioni con Marsiglia e col suo territorio. Il perchè ogni città veniva a formare una popolazione da se. Le genti vegliavan dì e notte sull'armi, guardando gelosamente i respettivi loro confini, Quindi la Francia tutta presentava l'aspetto spaventevole di una guerra civile: tanta era la desolazione, il sospetto, la diffidenza. Il Reggente, vedendo ragione di far cessare uno stato sì desolante che rovinava il commercio l'agricoltura e l'industria, e di porre argine a tanti mali, prescrisse e ordinò tali forme da osservarsi ai popoli, le quali a pari tempo mantenesser tra loro il reciproco esercizio de' ministeri e dell'arti, dell'agricoltura e del commercio, e la sicurezza, e la guarentia delle persone da nuova infezione e rovina. Ammansatasi sul finir del settembre la fierezza del male, qualcheduno, della poca gente, rimasta nelle case, come suole avvenire in sì luttuose catastrofi, da necessità spinto, e forse non ancor ben risanato, si fe' ad uscire sulle desolate e solitarie vie di Marsiglia. Nè qui è a ridire, come a poco a poco o l'uno o l'altro di quelli, che avventuratamente campato aveano la vita, si facesser tra loro scambievolmente a parlar cose da se o da' suoi, già trapassati, sofferte miseramente. Natura poi di questo male si fosse, o più presto opinione avventuratamente seguita, che in chi campato ne fosse, più non si riproducesse suo tristo germe; ne venne, che, rassicurati, si dessero briga i già risanati di provvedere alle bisogne degl'infermi pur anco. Il che eseguivano co' più manifesti segni di carità, eziandio mossi dall'amor della patria e de' lor congiunti; perchè abbandonati gl'infermi non vi continuasse infierire quel micidial morbo. Seguitamente all'entrar dell'Ottobre sì per lo menomar degli ardori, e sì per lo miglior ordinare delle cose riguardo all'andamento politico, e al purgamento delle strade, come ancora per il provvedimento de' cibi più salutari e copiosi, il contagio si minorò d'assai, e per tal modo che il comunicar delle persone intra loro non era più cotanto pericoloso, e vi aveva ragion di sperare essere alla fine pervenuti a estirpare da quella terra, stata cotanto travagliata, e infelice ogni reo seme pestilenziale. E se ripullulava in alcuno, la natura sua era affatto leggiera e benigna, a tal che gli attaccati per ordinario non erano impediti nemmeno dal continuare ad attendere alle ordinarie loro facende. Non segni esterni apparivano, o risolvevansi in pochi giorni felicemente. Il perchè ogni specie di medicine, e di medicanti divenne in poco di tempo al tutto soverchia, bastando al guarire il saluberrimo farmaco della natura. Della peste quasi non s'aveva più orrore; se non che molta cautela, figlia della prudenza, e in parte ancor del timore, tuttavia osservavano i cittadini in usando tra loro. Quindi s'introdusse il costume di portare certi lunghi bastoni, che dicevansi _Batons de Saint Roch_, per tenersi lontani l'uno dall'altro, e principalmente a cacciarne i cani, credutosi ch'essi ritenesser la peste. Dal contado poscia ripararono alla città quelli, che se n'erano allontanati, non senza orrore mirandovi l'eccidio restatovi del passato malore. E in questo mezzo la peste verso la fine d'Ottobre parve fosse terminata al tutto, essendo passati alcuni giorni senza che alcun s'infermasse. Dissi, parve; perchè il dì primo Novembre caddero nuovi malati nella contrada di s. Ferreol. Questa era abitata da ricche persone, le ultime, che n'erano andate infette; ma pur ciò in breve scomparve. Nell'Ottobre s'erano accolti agli ospitali della _Carità_, e del _Jeu de Mail_ 867 malati; e ne morirono 465; nel Novembre 455, mortine 287, e 94 ne uscirono risanati; nessun nell'Ottobre. Nella città scemando così la malignità del morbo, andavasi ripullulando qua e là nel contado. Crescendovi il numero degli appestati e de' morti, per l'avidità degli eredi, ch'erano impazienti d'usar delle cose state tocche o usate dagli appestati, il contagio ne riceveva più funesto alimento. E questo pur toccò ai ladri della città, che ve ne aveva più assai, che non si sarebbe giammai creduto. I servitori, i famigli, ed anche i forzati, de' quali 691 erano stati conceduti dal 20 Agosto al 3 Novembre, vieppeggio concorsero a questa nuova spezie di desolazione. Imperciocchè questa razza di gente rapinatrice non guardava a ragioni di sangue, di sesso, di età, di uficio, di condizione; ma dove giugneva tra' morti e semivivi, talora anco al tutto uccidendogli, essi e le case loro ne spogliavano barbaramente. Così il popolo abbandonavasi a pari tempo ad ogni eccesso di licenza, e di dissolutezza. La prudenza e la fortezza del Comandante ne seppe ogni avvelenato colpo ribattere felicemente. Prigioni aperte, e pene incusse ai malfattori repressero la malnata licenza. Il patibolo ne fu la più efficace medicina di tanto male. Poscia a ristabilir l'ordine civile s'istituì un Commissario, che registrasse effetti e mobili, e un Tesoriere da custodire e mantenere i danari, trovati presso i morti senza eredi. Assai matrimonj poi ne succedettero, ma cagion pur furono essi che la peste ne dovesse ripullulare. Nel che è da notare l'eccesso, o abuso che fosse per questa parte, che apertesi le chiese, principalmente per questo obbietto, in 24 ore si trattavano e conchiudevansi comunemente. La qual cosa ho soggiunto, come notabile circostanza od effetto di quella e di altre pestilenze; per modo che, stante sì grande affluenza di matrimonj, sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, quale era in prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi. Quindi si riparò al disordine del troppo concorso de' villici alla città, non permettendosene l'ingresso, che a quelli, ch'eran muniti da cartello della Sanità, il quale accertasse, da oltre a 40 dì non esser più segno di peste in quel luogo, dond'essi eran partiti. All'affare de' matrimonj si provvide pur anco, mediante attestato, a chi voleva maritarsi, di non esser punto infermo, ma di trovarsi pur sano compiutamente. Il che importò a' medici più briga, che non fosse quella di visitar gli ammalati. Finì la peste col finir del Novembre, restatone qualche segnale in contado. Quivi, diviso questo in quattro parti, rivolsero i medici le loro cure, andandone ogni dì a quelle contrade, che gli fossero toccate a sorte. Nel Dicembre non s'avevano in città, che cinque o sei malati per settimana, qualcheduno di più alla campagna, dove al solstizio d'inverno si menomò per modo, che nel Febbrajo soli 45 se ne portaron di là al civico spedale, de' quali ne guarì la metà incirca.

A rimettere in Marsiglia il commercio di prima, e con esso pur il ritorno de' negozianti, e de' forestieri pubblicò il Superior Comandante, che la città ne sarebbe al tutto purgata da ogni reliquia d'infezione, e restituita alla prima salubrità. Detto fatto. Sì segnaron di croce rossa le case state infette; si deputò ad ogni quartiere un Commissario, dettosi _dell'espurgo_; dipendendo ognun d'essi da un general Commissario, ed avente sotto di se famigli e sergenti, a' quali ordinare gli ufici tutti e le parti di lor mestiere; ma guardati pur essi da un deputato Ispettore. Entravan essi nelle case de' morti appestati; ne gittavan fuori le masserizie, utili a conservarsi, perchè si consegnassero al pubblico lavatojo; tutto ciò che non meritava di riserbarsi, abbruciavano immantinente. Quindi si passò ai suffumigi nelle stanze, diversi per materia e per modo; conciossiachè altri facevansi d'erbe aromatiche; altri di polvere da cannone, ed altri d'arsenico, e di droghe parecchie, com'era costume antico di far in quel Lazzeretto. L'arsenico poi fu proibito da M. Chirac. Ciò eseguito, davasi alle muraglie due o tre strati di calce, e così ai pavimenti, sì in città, e sì nelle case del contado. Al purgare i bastimenti del porto si durò più difficoltà, dovutosi trasportare le mercanzie del lor carico nell'isole più vicine, e quivi darle alla ventilazione, come si fece delle rimaste ne' fondachi e nelle case. Ma nelle chiese, obbietto il più gravissimo, si deliberò suggellarne con ferri ogni sepolcro, stato riempiuto di cadaveri degli appestati, stuccatane prima ben bene ogni fessura con cemento della più dura tempra. Si passò al fine a cercare con ogni diligenza stanze, cantine, e tutti i ripostigli più segreti per trovarne le rubate masserizie, e suppelletili, che vi fossero state nascoste.

Mentre queste cose operavansi salutarmente, si riaccesero alcune scintille contagiose; perchè ne cadder malate in città 128 persone, e 67 in campagna. Otto soltanto ne moriron di quelle, e di queste sole dieci ne camparono; e ciò tutto nel civico spedale. A prevenirne ogni ulteriore accidente si prescrisse il notificare chiunque si trovasse ancora offeso da qualche rimasuglio del morbo, offerendo ai poveri d'essere mantenuti allo spedale dalle ragioni del pubblico, e a' ricchi di potersi intrattenere a curarsi nelle respettive lor case. Il perchè ognun di buon grado secondò quelle misure, che ne produssero poi buon effetto. Ciò non pertanto nell'Aprile dell'anno susseguente di diciannove appestati novellamente ne morirono tredici allo spedale; e soli otto di sessantacinque del territorio ne son guariti. Questo andamento riconfortò il popolo, e tanto, che il dì di Pasqua, non si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese per celebrarvi i divini ufizi; e ciò fu in città. Prova sicura poi fu, che il malore era giunto al suo fine, il veder ricomparire e tornare in volta le malattie comuni, e ordinarie, ch'erano sparite, durante il contagio. Colla primavera tornò il sereno e la calma; riavutasi la natura dal rigore della stagione e dagli orrori della peste. Le arti, le discipline, i costumi, e le usanze religiose e civili ripresero allora felicemente il lor corso.

Dopo le quali cose non mi pare inutile il notare, che, trovatesi a Marsiglia mercanzie del valore d'oltre quindici milioni, compresi quattro mila quintali di lana, ancorchè non sì esattamente ventilate, prima che la peste cessato avesse dei tutto; pure, passate per luoghi e per mani parecchie, non ne recarono nessun danno. Di 90 mila persone, ond'era popolata Marsiglia, ne perì da 40 mila; e dieci mila in contado.

Ora per quello, che risguarda la medicina, il dott. Bertrand ne distinse quel contagio in _benigno_, e in _maligno_. Que' del contagio benigno comunemente guarivan da se, e senza soccorsi dell'arte, fra quattro o cinque giorni, sciogliendosi la malattia con mite diarréa, o con sudore, cagionato da leggiero emetico, o con pronta e convenevole suppurazion dei buboni, o parimente con facile risoluzione, e senza molestia, od altra sensibile alterazione nell'armonia delle funzioni. Pochi per altro furono i guariti di questa foggia. Ma il contagio _maligno_, che fu il più comune, sotto parecchie e diverse forme si appalesava. Talora uccideva improvviso, senza sintoma, che gli precorresse, e talor con violenti sintomi dopo le sei, le otto, le dieci, o al più le ventiquattro ore; ma dei più tra 'l secondo o il terzo giorno. In questi o non comparivan buboni, nè carbonchi, nè pustole, o queste eruzioni non erano mai complete. E così in essi, come in quelli, che morivano in sulle prime ventiquattro ore, coprivasi tutto il corpo di petecchie, eruzione infruttuosa sopra d'ogni altra, e la più sicura di vicina morte.

Qualche speranza di guarigione era ne' malati, che oltrepassavano il terzo dì, principalmente se circa quel tempo spiegavansi in essi i buboni, i carbonchi, o qualche altra favorevole eruzione; e se questa sussisteva nel quinto, o nel sesto giorno, sicura se n'avea la salute dei più. Così morte sicura susseguitava in quelli, ne' quali i buboni, o i carbonchi, s'appassivano, o risolvevansi, gli esentemi scomparivano, sussistendo la violenza de' sintomi.

Alcuni morivano dopo una calma troppo lusinghiera e fallace, senza dolori, senza agitazione, con polsi naturali, e non lagnandosi d'altro che di abbattimento, e spossamento straordinario di forze. In questi si notò, che in mezzo a tale ingannatrice tranquillità avevano gli occhi quasi come scintillanti, truce lo sguardo e smarrito, e non altramente che quello degl'idrofobi. Questa disposizione, o, dirò così, attitudine degli occhi, ben conosciuta a chi si trovò in mezzo alla peste, scoprivasi manifesta sino alla distanza di trenta passi; ed era sempre tristissimo indizio. Così d'altri malati avveniva, dopo ch'erano in loro al tutto cessati i più violenti sintomi, e dopo che accusavano di sentirsi meglio, bene, e perfettamente, morivano la stessa notte, o il dì seguente, senza che si potesse intendere la cagione di sì strano effetto.

Quando la malattia terminava felicemente, per l'ordinario cessava del tutto la febbre all'ottavo, al nono, o al più tardi all'undecimo giorno. Se si protraeva oltre questo termine, ciò era dipendente dalla sussistenza di qualche sintoma, che richiedeva una cura particolare. Freschezza di età, fior di forze, vigore di temperamento rendevano più violenta la peste, e più agevol la morte; e l'età minore, ed il sesso femminile, e la tempera gracile e debole ne agevolavano l'appiccarsi del male. Quindi i fanciulli e le donne furon sempre i primi nelle famiglie, ad esser presi da questa rea pestilenza; e le donne incinte principalmente; morte quasi tutte. Essa però non risparmiò alcuno: ai bambini, ai giovani, ai vecchi indistintamente s'è appresa. La decrepitezza sola fra l'altre età ne andò illesa.

La malattia era il più delle volte preceduta da inappetenza, nausea, vertigini, debolezza e dolori delle gambe. Talvolta assaliva improvviso, e senza molestia precedente.

Spiegavasi essa poi quasi costantemente con leggieri brividi, con mal di cuore, o molesta pressura alla regione epigastrica, con nausea, vomito, dolor di capo, vertigini, sbalordimento, e simili. Ai brividi ne succedeva il più delle volte assai viva la febbre con calore acre ed urente. Picciola febbre talora spiegavasi che poi s'aumentava. La violenza del male rispondea quasi sempre a quella de' sintomi, co' quali s'annunziava; e perciò assai grave soleva essere la malattia, allorchè gravi erano i sintomi, che si manifestavano nel suo principio. All'incontro se discreti erano i sintomi, coi quali cominciava, ciò era sempre di buon augurio per il malato.

I sintomi della malattia eran generalmente quelli delle febbri maligne nervose o tifiche; ma le più volte portati al più alto grado di violenza e d'intensità; e tali non di rado fin dal principio del male: cioè, abbattimento, disperazione della salute, agitazione estrema, nausea, vomiti, dolori, senso di molestia alla regione epigastrica, oppressione, sincopi, diarrea, emorragie, sopore, letargo, o delirio furioso; e questi ultimi fenomeni erano i più comuni, e non terminavano per ordinario che con la morte. Convulsioni rare volte comparivano. Soltanto vidersi in quelli, ne' quali nessuna eruzione erasi ancora manifestata; o queste eruzioni erano in essi assai deboli e languide. Talora il male assumeva l'aspetto di febbre intermittente. Appalesavasi con freddo alle estremità, che durava quattro o cinque ore, e ritornava ogni giorno alla medesima ora. Al freddo seguitava un forte calore con sintomi perniciosi; sì che in sul secondo accesso o in sul terzo l'ammalato moriva. Vermini in copia si scaricavano dagl'infermi nel primo stadio del morbo, e nel principiar del secondo, e ciò sì per vomito e sì per secesso, più d'ogn'altro fanciulli e donne: fenomeno, che, come s'è detto, trasse i Magistrati nella falsa credenza che la malattia altro non fosse che una febbre cagionata dalla miseria e dai cattivi alimenti. La lingua in quasi tutti i malati mostravasi coperta d una pania biancastra, solo in alcuni rarissimi casi nericcia. Questo segnale considerevole si osservava anco in quelli, la cui febbre era mite e leggiera. Nessun particolare offerivano gli escrementi, e nè anche troppo acuto era il fetore, anzi minor che non soglia aversi nelle ordinarie febbri. Naturali le orine, salvochè nella lor superficie formavan sovente una pellicella oleosa, qual'è appunto in quelle degli offesi da tabe. Rossigne erano pur talora nel primo giorno, e poi facevansi anche più cariche, e alcuna volta sanguigne. L'odore, che usciva dagli ammalati, non era da prima ributtante. Appresso qualche giorno la traspirazione degl'infermi spargeva un certo odore particolare dolcigno, nauseoso, senza esser nè fetido, nè troppo forte. E tale il rendevano pur le cose, usate da loro o state nelle loro stanze; nè 'l perdevano, se non dopo qualche tempo, e lavate in acqua bollente, od esposte a lunga ventilazione. La diarrea, tra le altre spezie di evacuazione, in questo morbo fu sempre la più funesta, dove non fosse moderata e spontanea. All'andar d'essa, due o tre volte al dì, ne conseguitò in alcuno la guarigione; non così allorchè era più frequente, o eccitata dai purganti. L'emorragie sono state egualmente funeste; meno qualche rarissimo caso. Il sudor naturale, nei primi giorni del morbo, o dopo un leggiero emetico, e in istato di calma fu assai salutare: altramente era di quello, procurato dai rimedj, sovente fallace e sempre aumentatore d'irritazione e di febbre. In una parola da quello il mal s'arrestava, e vincevasi non di rado; viceversa da questo. I buboni comparivano alle inguinaglie e sotto le ascelle. Quelli degl'inguini attaccavano le glandule della parte superior della coscia, al disopra degl'inguini. Quando sopravvenivano queste eruzioni nello scoppiar del male erano inutili al tutto; viceversa se comparivan nel secondo o nel terzo giorno, propizj solean riguardarsi, anzi critiche erano esse talvolta, calmando la febbre a misura dell'ingrandir dei buboni; e di più felice pronostico, quanto le dette eruzioni, fossero state, per dir così, più animate e più vive. Terminata la febbre, assai di rado apparivan buboni o tumori. Sopravvenivano altresì tumori al collo e parotidi; ma i tumori del collo e le parotidi, massime le doppie, mortali furon quasi sempre; e 'l morire de' più era per soffocamento senz'altro. I buboni non si potevano condurre quasi mai a suppurazione nel primo o nel secondo periodo del morbo; il che succedea di leggieri nel suo declinare, anche usatosi lo stesso metodo e i rimedj di prima. Risolti e spariti i buboni, nelle urine di alcuni osservavasi del pus frammischiato, per più giorni seguitamente.

L'eruzion di pustole e di carbonchi, e specialmente più d'uno, giovava in ogni stadio del male. Manifestavansi, dico, i carbonchi, simili agli antraci, e in ogni parte del corpo, o in principio, o in progresso della malattia, sovente sopra i buboni; e per lo più con sollievo degli ammalati; ma quei del collo, assai spesso con loro danno e mortali.

Le pustole si facevano, quasi come altrettanti piccioli furuncoli o bottoni, della forma d'un pan di zucchero, rosse alla base, acuminate e con un punto bianco alla cima. Quel biancume o punta bianca disseccavasi, in poche ore facendosi nero; il tumore estendevasi, si facea meno il rossore, e si formava una durezza all'intorno del tumore. Assai dolore importavano quelle pustole, e un'escara, quale i carbonchi; e comparivano in principio e in progresso del male. Ma nel suo declinare prevenivan esse l'accesso febbrile ed ogni sentor di dolore. Di tristissimo fine era segno l'uscir loro sulle parotidi e in su' buboni.

Dalla sezion de' cadaveri non si riconobbe particolarità, che natura e cagion del male ne appalesasse. Tutto in istato naturale in alcuni appariva; e in alcuni qualche leggier segno d'infiammagione alle viscere del basso ventre; il che forse era effetto dell'ultime violenze del male.

Il pronostico poi di questa malattia, come si fa all'incirca negli altri mali, fondavasi sopra i sintomi, che l'accompagnavano, sopra lo stato de' polsi, e degli esantemi. Sintomi violenti importavano morte quasi sicura; come altresì era quasi impossibile che un malato si salvasse senza qualche critica eruzione. Quelli dal polso buono, espanso, forte, eguale, regolare, costante, potevano nudrire speranza di salute, soccorsi opportunamente. Per contrario quelli dal polso picciolo, debole, irregolare, frequente, ne avevano forte a temere, ad onta che leggiero all'aspetto apparisce il male, e favorevoli eruzioni comparissero.

Di mezzo a tante varie forme e bizzarre, e alla diversa qualità e forza de' sintomi, che accompagnavano la malattia, non si potè adottare un trattamento curativo uniforme. Si usarono le sanguigne, i leggieri purgativi, gli emetici, i blandi narcotici, ed i più blandi sudoriferi. Il trattamento curativo esterno fu pur semplice e mite.

La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante, nè ripetuta; così il purgante conveniva che fosse sempre blando e leggiero. Nè l'una, nè l'altro erano indicati, quando le eruzioni erano vigorose ed inoltrate. Il tempo, in cui queste evacuazioni meglio convenivano, era il primo giorno della malattia. Quando il polso era pieno, forte, elevato, violento il dolor di testa, cominciavasi la cura dal cavar sei once di sangue, più o meno, giusta la forza del polso, l'età, ed il temperamento dell'ammalato; e di rado aveavi uopo a ripetere il salasso. Ma se all'infermo dopo il primo salasso succedeano nausea od altre sì fatte cose, faceasi uso di un emetico. In corpo robusto e pieno preferivasi il tartaro stibiato; in un debole macilente o delicato l'ipecacuana; ma sì l'un che l'altro rimedio in dose moderatissima. Se dall'emetico non altro aveasi, che l'eccitarsi del vomito senza promuovere soccorrenza del ventre, finita l'azione, prescriveasi tosto leggiero purgante, o per lo meno un clistere. Quando il polso non era nè pieno, nè elevato, giovava l'astenersi dal salasso, e cominciavasi dall'emetico, per poco che fosse indicato; sempre però in picciola dose. Se poi il corpo da curare era pieno, e conoscevasi avervi alle prime vie molto di sabura, se gli usava un purgante, mite però e leggiero, e a riprese, onde poternelo sospendere, caso che l'evacuare fosse bastato al bisogno. Ciò era dopo tre scarichi al più, già riconosciutosi che nè febbre, nè sintomi si scemavano per violenti purganti, nè per copiose evacuazioni, che anzi ne affrettavan essi la morte. Il rabarbaro, i tamarindi, la cassia, la manna, il sciloppo rosato e simili erano i purganti, che si usavano. Della sena non se n'ebbe mai buon effetto. In corso di malattia rarissime volte avvenne ragion di purgare. Se le prime evacuazioni importavan nell'ammalato abbattimento di forze, debolezza, e depressione de' polsi, se ne procurava il ristoro e 'l rinforzamento con leggieri eccitanti, unitovi spesso un po' di diascordio a fine di calmare l'effetto del purgante.