Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 35

Chapter 353,608 wordsPublic domain

«I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e chi ad altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male esser contagioso, fu il Medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andare a morire in sua casa: donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male. Ma questo tuttavia crescendo, e spandendosi in altre contrade vicine alle già dette, parve al Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne il Vicerè, che non bisognava in cosa cotanto importante starsene così ozioso e lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che insorgesse fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli spedire soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano, travagliato tuttavia dall'armi del Re di Francia, questi rumori glie l'avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava, che non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo più resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore crescendo, fu costretto a far unire i più rinomati Medici de' suoi tempi, perchè ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per timore, ovvero per secondare le brame del Vicerè, non ardirono di dichiarare il morbo per pestilenziale; ma sol consigliando, che s'accendessero fuochi per tutte le contrade della città, e che si vietasse la vendita de' pesci salati, uscirono da ogni briga. Ma altro che frasche vi volevano, per far argine ad un così impetuoso torrente: il male incrudeliva maggiormente; nè consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che valesse: ne morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le strade che condurre Sagramenti agl'infermi, e cadaveri alle sepulture. Spaventati gli animi de' cittadini, chi con umili supplicazioni, chi in processioni confuse e numerose d'uomini e di donne, con donzelle scapigliate, chi dietro alle immagini più venerate e chi in altre guise cercava a Dio ed a' Santi pietà e ristoro a tante miserie e desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più strettamente insieme tra la calca, e la pressura d'infinito numero di popolo concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte recideva in uno i colli di più migliaja di persone».

«S'accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero veleno, quando presa tal opportunità, insorse voce, che _Suor Orsola Benincasa_ donna che aveasi a que' tempi acquistata fama di santissima vita, non trovando per anche comoda abitazione per le Suore, avea innanzi di morir profetizzato, che in tempo del maggior travaglio della Città dovea farsi la fabbrica del suo Romitorio nella falda del Monte di S. Martino; e credendosi, che con la costruzion d'un tal edificio sarebbe cessato il travaglio, il Vicerè fu il primo, che fattosi il disegno e tirate le linee, andò a portarvi con le proprie mani dodici cesti di terra: all'esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti della città, e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo somministrando denaro, ma l'opera eziandio delle loro proprie mani. Era cosa di maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili, cittadini e plebei, spogliarsi de' migliori averi, ed offerirgli in limosina per la costruzione di quell'Edificio, che dovea essere il liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade poste, non già cassette, ma botti, le quali, poc'anzi vote, si vedevano in un tratto piene di monete di rame, d'argento ed anche d'oro: le donne istesse spogliatesi della lor natural vanità, si toglievano dalle dita gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e dal collo e dalle braccia i monili, e quasi baccanti l'offerivano al sorgente Edificio, e ciò che recava maggior stupore era, che persone di qualità mescolavansi a gara ne' più vili esercizj, chi portando un cesto di chiodi, chi con un fascio di funi, chi con un barile di calce, chi con pietre, chi servendo per manuale a' fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi di travi, con pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico. Ma pari effetti seguirono da pari cagioni; mentre l'opra ferve, assai più s'accende e si dilata il malore: l'unione di tanta gente, che a gara tutt'ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla concorrendo da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima era ristretto in poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre l'Edificio è quasi in fine, la città rimane poco men che desolata».

«A stato di cose cotanto lagrimevole s'aggiunsero nuove confusioni e disordini. Non mancavano de' malcontenti, misero avanzo de' passati tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan disseminando nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta ira di Dio mandato a correzione de' miseri mortali, ma procedere dalle vendicatrici mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe, e prender vendetta delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro da' preceduti andamenti del Vicerè, il quale avea tosto fatta dar pratica alle soldatesche venute dall'appestata Sardegna, con essersi poi ingegnato di far occultare il male, perchè ne' principj non si provvedesse d'opportuni rimedj: lo confermavano con far riflettere, che per ciò non si vedevano infettare le Fortezze guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti della città, abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro, Conciaria, Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati da gente minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si avanzarono eziandio a far credere, che per la città andavano girando persone con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del Torione del Carmine (affin d'attaccare brighe, che poi finissero in tumulti) avventaronsi sopra di essi, imputandoli d'aver loro trovata addosso la sognata polvere. Al romore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo da bene, il quale con soavi parole e moderati consigli gli persuadè, che dessero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplicio, che di lor se ne sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tal industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che que' due soldati uno era di nazione Franzese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro, che andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello, o altra cosa differente dal comun uso de' Cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d'altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola: molti di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato su le forche perderono ignominiosamente la vita; ed in cotal guisa furono i romori quietati».

«Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male spopolava la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province, fecer premurose istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso i più forti e risoluti rimedj; e dopo essersi più volte sopra ciò ragunato il Consiglio Collaterale, venne il Conte nella risoluzione di comandare alle Piazze, che creassero una Deputazione particolare, alla quale egli dava per ciò tutta l'autorità necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele d'Aghilar Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a' Medici più rinomati di que' tempi, che osservassero non men gl'infermi, che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme, presidendo a questi il famoso _M. Aurelio Severino_ cotanto celebre al mondo per le sue opere di Filosofia e medicina, che ci lasciò (morto da poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che il male fosse pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura agli ammalati, dal cui contatto erano inevitabili le morti».

«Il Vicerè e la Deputazione s'affaticaron perciò a darvi quel miglior riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le guardie in tutte le città e terre del Regno, e che non s'ammettesse persona, senza le necessarie testimonianze di sanità: che in ciascun Rione di Napoli dovesse eleggersi un Deputato Nobile o Cittadino, al quale dovessero rivelarsi tutti gli infermi di ciascun Quartiere: che gli ammalati tocchi di pestilenza dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro fuori le mura: che coloro i quali avessero comodità di curarsi nelle lor case, si chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere partisse dalla città, ma attendessero alla cura degl'infermi, secondo la distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per la città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine ad un tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi rimedj; il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti gli Spedali; se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco bastando, la gente periva nelle porte delle case, nelle scale, e nelle pubbliche strade. Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj; poichè il malore attaccatosi non pure in tutti i quartieri, ma in tutte le case della città faceva orribile e spaventosa strage: onde fu fama, che ne perissero otto o diecemila persone il giorno: morivano non meno i Medici, i Chirurgi e tutti coloro, che erano destinati alla cura del corpo, che i Sacerdoti, ed altri Religiosi destinati a quella dell'anima. Non vi era chi seppellisse gli estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie, su le scale e nelle porte: le Confessioni si facevano pubbliche e l'Eucaristia si portava agl'infermi senz'alcuno accompagnamento, e si porgeva loro in una punta di canna: quelle case, che poc'anzi erano aperte, poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader morti in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano insepolti dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto più grande il numero di coloro, che restavano insepolti su le pubbliche strade, e coloro che con molto favore e grandissima spesa erano seppelliti dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete, che gli accompagnasse, e l'esequie più solenni erano una semplice tavola, o al più una bara».

«In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se non che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l'aria non maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire i morti: se ne preser cura i Deputati e l'Eletto del Popolo, il quale da' casali contorni fece venire intorno a centocinquanta carri; ed il Vicerè v'impiegò a questi ufficj estremi da cento schiavi Turchi delle Galee. Era cosa assai spaventosa ed orribile vedere strascinarsi per le strade i cadaveri aggrappati con uncini, ed innalzarsi su i carri; e sovente coi morti andar congiunti i semivivi creduti estinti. S'empirono le grotte del Monte di Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa sotto il nome di _S. Maria del Pianto_: i cimiterj di S. Gennaro fuori le mura; molte cave di monti, dond'erano state tagliate pietre per fabbricare: il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l'altro davanti la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò nemmeno bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese di luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de' morti arrivò sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed altri finalmente buttarli in mare».

«Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province di Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate».

«Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà d'Agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi, guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti e furono da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s'intese altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti medici, ch'eran scampati dal comune eccidio, fu a' 8 decembre su la testimonianza de' medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni sospetto».

«Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva esser opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forestiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli in queste providenze, poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli ecclesiastici, ch'entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie».

«Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l'Annona ed a reprimere l'ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliar il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto aprile 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede».

Da Napoli la peste si fece a invadere lo Stato Ecclesiastico, non ostante le severe precauzioni di Sanità, al primo avviso della peste in Napoli adottate dalla Sacra Congregazione, e dai prelati, che in qualità di Commissarj di quell'ufizio furono ordinati con ample facoltà sui diversi luoghi di confine. Il contagio si manifestò da prima a Rieti nel ducato di Spoleto; poi si propagò a Nettuno, picciola città della Campagna Romana; finalmente a Civitavecchia, e 'l dì 8 Giugno 1656 si è sviluppato nella stessa Roma.

La malattia si mostrava con certo calore ai precordj sì violento, che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua biancocinericcia, e poi nera, orine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio.

Questa peste ebbe di particolare, che fu molto più funesta agli uomini, che alle donne e ai fanciulli; a differenza di varie altre, in cui s'è osservato il contrario. I vecchi morivano tutti; e le donne, i fanciulli, ed i giovani di temperamento sanguigno e bilioso ne furono men maltrattati.

Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi coll'unguento di mercurio precipitato rosso, od egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatorj, non però sovr'essi il cauterio attuale, ch'era stato riconosciuto pericoloso. Ma riguardo ai cauterj, o fontanelle, il P. Kirchero, il quale, durante questo contagio, trovavasi a Roma, assicura che niuno segnato da essi cauterj fu invaso dalla peste tranne alcuni di vita epicurea.

L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, così giovavansi gli ammalati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dalla scabbiosa, dallo scordio, acetosella, semi di cedro, e simili, con alcune gocce di acido solforico. Si somministravano parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavan nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo, acidulata coll'aceto, era la bibita ordinaria.

In tal disordine di cose si stabilirono in Roma non pochi spedali e lazzeretti; e si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine. Quindi la città si divise in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo Commissario, i suoi medici, chirurghi, e confessori. Molte provvide discipline venner del pari ordinate, specialmente sopra obbietti annonarj, ed altri di eguale necessità, senza guardare a spesa, e senza altri particolari riguardi.

Il pontefice Alessandro VII, e molti cardinali non partirono mai da Roma, durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto Commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza, e 'l mantenimento delle discipline, adottate a precauzione contro la propagazione del morbo. A queste, e ad un saggio rigore usato indistintamente verso ogni classe di persone dee la città di Roma principalmente la salvezza di un gran numero de' suoi cittadini[31]. Infatti per merito di un buon governo non sono perite a Roma in quella circostanza che 14,500 persone; mentre Napoli ne perdette 280,000 (che che dica il Giannone esserne andate estinte 400,000), e Genova presso a 70,000. Parecchie città e paesi dello Stato Romano sono stati preservati, come pure alcune contrade stesse di Roma. Anco in questa pestilenza la maggior parte de' conventi di monache ne restò illesa.

Il sullodato Cardinal Gastaldi ci lasciò la storia di questa pestilenza, ed una copia fedele di tutti gli editti, bandi, notificazioni, istruzioni, ec. pubblicati in Roma in tal congiuntura nella voluminosa sua opera _de avertenda et profliganda peste, etc._

Il contagio si diminuì a poco a poco, e cessò intieramente a Rieti nel Gennaro 1657, a Roma nel Marzo dello stesso anno. Succeduti poi in Roma nuovi casi, si rinovarono le diligenze, e il male cessò affatto in sui primi di Agosto del detto anno 1657. Solo però nel principio del 1658 si rendettero interamente libere tutte le comunicazioni.

Nello stesso tempo, che infuriava la peste, un'epizoozia crudele faceva perire la maggior parte de' buoi e delle pecore (_V. Gastaldi op. cit._).

A Genova, quasi altrettale che a Napoli, avuto riguardo al numero minore della popolazione, fece strazio orrendo questo stesso contagio. Offeriva quella città miserando spettacolo di miseria e di stragi, che per la confusione e lo spavento, che regnavano a que' tempi colà, diventava ogni giorno più tristo, e più desolante. Anche a Genova in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità e gli argomenti, che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settanta mille persone. Non bastando più i vivi a dar sepoltura ai morti, vennero eretti in quasi tutte le strade, e sulle piazze dei roghi, ove immensa quantità di cadaveri fu abbruciata. Sì a Napoli che a Genova la malattia presentava a un incirca li medesimi sintomi. Dichiaravasi per ordinario il male con un acutissimo dolor di testa, viso rosso, occhi infiammati, sete inestinguibile, lingua secca, calore bruciante a la region de' precordj, buboni agli inguini, e alle ascelle, carbonchi e antraci sul petto, e agl'ippocondrj. Nelle persone cachettiche la febbre era meno intensa; vomiti di una bile pallida, mista di pituita; cardialgía, ossia dolor di stomaco, pallore orribile della faccia, occhi profondati nell'orbita, sudor freddo alla fronte seguìto da buboni, antraci, o dalla morte. Presso altri la comparsa dei buboni e degli antraci era preceduta da una febbre insensibile, accompagnata però da turbamento, e alterazione delle facoltà vitali e animali. In alcuni altri la febbre era moderata e lenta senza buboni, salvo che ne appariva un picciolo carbonchio; e nel quarto giorno si manifestavano inaspettatamente quasi ad un medesimo istante i sintomi più terribili. I buboni, non molti, e gli antraci in copia comparivano accompagnati da dolori atroci, e ne succedeva la morte in poche ore fra gravi assalti di convulsione.