Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 34
Erano segni di buon pronostico la costipazione del ventre nel principio e nell'aumento del male, e fino alla sua declinazione, la comparsa dei buboni alle glandule secretorie accompagnati da dolor moderato, ed il facile passaggio dei buboni stessi a suppurazione; ma il più presto comparir de' buboni era il più fausto indizio di guarigione. Era pure di buon presagio, se i buboni, o tumori glandulari, dal lor principio eran duri, e, a guisa di tendine rigidi e bislunghi, andavano a poco a poco crescendo con dolor tollerabile, e specialmente, se crescendo, conservavano la loro durezza. Pur segni di buon pronostico tenevansi gli antraci, che comparivano sul principio del male, e nelle parti carnose; e finalmente la lingua umida, e vaporosa la pelle.
_Segni gravi._
Gravi segni, e minaccianti funesto fine, erano le urine torbide; ma parecchi pur con essi si sono salvati, mentre altri molti mettendo urine affatto naturali contro ogni aspettazione morivano improvvisamente, e non di rado senza l'apparenza di gravi sintomi. Il vomito era pur grave segno, e per lo più molestissimo. Molti infermi erano travagliati dal vomito fino alla morte. Ad altri molti, prendendo per tempo convenevol rimedio, riusciva felicemente di arrestarlo. La comparsa della diarréa minacciava gravissimo pericolo, ed uno infra cento ne campava appena di quelli, ne' quali insisteva la diarréa. Le menstruazioni, che sopraggiungevano dopo lo sviluppo della peste ancorchè scoppiassero nei giorni critici, erano sempre molto pericolose, e nella maggior parte mortali. Se poi accadevano fuori delle giornate critiche, uccidevano certamente. Le donne gravide, le puerpere, e quelle, che avevano abortito, s'eran prese dalla peste, che spesso accadeva, versavano in gravissimo pericolo, anzi d'ordinario morivano. Se dattorno ai buboni, o tumori glandulari duri, si formava un cerchio di diversi colori a guisa d'iride; se comparivano i carbonchi sopra le parti glandulari; se manifestavansi antraci alle dita dei piedi o delle mani, e specialmente sopra la spina del dorso, era cosa di pessimo indizio. I carbonchi, tardi allo spiegarsi, i ricorrenti, ossia quelli che ora scomparivano, ora si riproducevano, così pure i carbonchi, che apparivano in copia, eran per lo più di funesto presagio. Le petecchie e le macchie, se erano di color rosso, costituivano bensì un sintoma grave, ma pur qualcheduno pur con esso se ne salvava; non così s'erano paonazze, livide, o nere, colle quali perivano tutti.
Quelli, che erano presi nel periodo di luna nova, o nel plenilunio correvano molto maggior pericolo; così pure allor quando la peste invadeva l'individuo dopo un forte accesso di collera, dopo gli eccessi venerei (come s'è detto), o dopo aver sofferto grave terrore, in confronto di quelli, che venivano affetti dal contagio senza tali precedenze. Il sopore nel principio del male era sempre indizio di grave pericolo. Il polso naturale era un segno molto fallace e pericoloso. Così il delirio, l'emorragia dal naso, avvenuta nei giorni, che diconsi _decretorj_; la lingua nera e secca, tutti cotesti segni minacciavano l'estremo caso.
_Segni mortali._
I segni poi, che presagivano sicura la morte, erano l'alito fetido, l'odor cadaverico, la pleurisía epigenomena o precedesse o seguisse subito dopo l'invasion della peste, la tosse secca, la difficoltà di respiro, lo sputo di sangue, il dolore puntorio al petto, al fegato, alla milza, alle reni, all'utero, alla vescica, il singulto, a cui costantemente succedeva poco dopo la morte; lo sternutire, le degezioni alvine miste di sangue, le urine oleose, nerastre, sanguigne, o scure con un sedimento livido, o nerastro, l'uscir del sangue per le vie urinarie, comunque ciò avvenisse, era sintoma di certa e vicina morte. Se i fonticoli e cauterj, che molti qual mezzo di preservazione s'erano fatto aprir nelle braccia o nelle gambe, diseccavansi nel principio del male, era pur segno di certa e vicina morte. Segni mortali erano parimenti i tumori alla gola e alle parotidi; che nello spazio delle prime dodici o ventiquattro ore crescevano grandemente, ed erano molli a guisa di un tumore pieno d'aria con infiammagione, o senza; i buboni, che si dileguavano improvvisamente, le petecchie nere, paonazze o livide, o verdognole in qualunque periodo del male comparissero. Le mutazioni critiche, che accadevano nel sesto giorno; grande prostrazione di forze nel principio del male; frequenti lipotimíe, e violente palpitazioni di cuore, i polsi intermittenti, il tremor delle mani e della lingua, il sussulto dei tendini, le convulsioni, i dolori della gola senza tumori, nè afte, nè secchezza della bocca, nè altra manifesta causa; e finalmente l'afonia o perdita della voce, e l'amaurosi.
I medici, ch'ebbero occasione di versar nella peste, e di esercitarvi l'arte loro, potranno di leggieri conoscere l'importanza e l'utilità delle sopraccennate osservazioni.
_Governo dietetico e curativo._
Dieta sana, e di facile digestione, vino generoso, coraggio, ed ilarità, dar bando al timore ed alla tristezza, i vescicatorj, i sudoriferi, le bibite acidule, la teriaca, la canfora, gli assorbenti, l'acqua teriacale, gli elisiri alessifarmaci, i sacchetti di sabbia calda applicati a' piedi, alle ascelle, all'anguinaia, finalmente il purificare e 'l disinfettare gli appartamenti formavano il governo, e la regola dietetica e curativa di questa malattia.
Le cavate di sangue erano assolutamente mortali, i purganti pericolosi, ed i vomitatorj cagionavano uno sconcerto, ed una mortale perturbazione in tutto il sistema vitale (_Diemerbroeck de Peste Neomagensi etc._).
Desidereranno molti di sapere, dice il Diemerbroeck, come io mi sia regolato, durante questa pestilenza, e come abbia potuto preservarmi dalla malignità di sì fiero contagio, mentre che io usava in tutte le case infette, e visitava indistintamente qualunque malato, trattenutomi in somma per tanto tempo in mezzo di tanto grande corruzione pestilenziale. Passa egli quindi a descrivere divisatamente il metodo di vita da esso tenuto con felice successo, e di quali mezzi preservativi siasi pur esso giovato. Nè sarà forse discaro a' lettori saper cosa, che potrebbe anco tornare loro, una volta o l'altra, assai utile; ed è, come soggiungo. Cessava egli attentamente ogni violenta commozione dell'animo; viveva intrepido, non però dispregiando i pericoli nè la morte; con eguale franchezza, e coraggio entrava nelle case infette, e nelle non infette, e visitava egualmente volentieri i poveri che i ricchi senza eccitamento di lucro, nè avidità di guadagno. Come cercava di fuggire attentamente la paura, così schivava la collera, e la tristezza. Che se accorgevasi di essere conturbato (il che era facile ad avvenire in que' tristissimi tempi) procurava di esilarare lo spirito, e di confortare il cuore, usando di poco e di generoso vino; perchè tosto ne dissipava da se ogni tristo umor melanconico. E quantunque avesse egli proibito agli altri il sonno meridiano, pure, essendo egli stanco del continuo moto e delle molte sue fatiche, dopo il pranzo dormiva un sonno di un'ora. Riguardo al vitto usava di buoni cibi leggieri, di facile digestione, esattamente astenendosi da quelli, che aveva in altri riconosciuti nocivi, quali erano le carni del porco, e quelle del pesce acciuga. La birra ordinaria, il vino bianco, tenue, o mediocre, erano la sua bevanda, e ne usava talor sino al sentire in se ilarità, non mai ubbriacchezza; si guardava da ogni pienezza di ventre, non però scorrevole, sì che gli bastava andare non più di una, o due volte il dì. Nell'intervallo della settimana, prima di coricarsi prendeva una delle pillole, che dicevansi antipestilenziali, composte di aloe (part. iij.) di mirra (part. ij.) di croco (part. j.) impastate col vino aromatico. Anche giovavasi d'altre pillole, le quali, oltre degli accennati ingredienti, d'altrettali, e assaissimi eran composte. Di buon'ora visitava i malati non potendo per debolezza dello stomaco prender cibo, nè bevanda; ed usava solo di masticare alcun poco di cannella. Due ore dopo, cioè circa alle 6 del mattino, prendeva in picciola dose triaca, o diascordio, o un po' di corteccia d'arancio condita, e per lo più mangiava alcuni pezzi di radice pur condita d'elenio. Alle otto incirca faceva colezione di burro fresco, formaggio, e pane, soprabbevendovi della birra. Verso le nove beevasi un bicchiere di buon vino, nè ciò ogni dì; e alle dieci incirca usava d'una dose del fumo di tabacco, di due o di tre subito dopo il pranzo, e a un dipresso così faceva dopo la cena, e altre volte ancora secondo occasione. E ciò era egli solito di fare per assoluto, tosto che entrato ad un infermo di peste, o in qualsiasi stanza, ne sentiva alterazion di fetore: dappoichè egli teneva il buon tabacco, sì come uno de' più principali preservativi contra il contagio, per modo ch'egli, al tutto fidando nell'efficacia del tabacco, non usò mai d'altri preservativi. Cessato il bisogno, ne abbandonò l'uso[27],
Negli stessi anni 1636-37 v'ebbe pur fiera peste nel Brandemburghese, e in varie terre e paesi del regno, dove, per la copiosa quantità de' morti restando insepolti d'assai cadaveri, narra lo storico esserne andati consunti dalle fiere (_Lebenswaldt; Adami, op. cit._).
Oltracciò a que' tempi crudissima fame desolava Francfort e le Provincie Renane; a tale che è incerto, se più dalla fame o dalla peste sieno periti quegl'infelici abitanti (_Eman. Gomez de Pestilent. Plemp. Vopisc. Fortunat. de Fundament. Medicinae etc._).
Nel 1636-37. In Londra v'ebbe pur fiera e desolatrice pestilenza, secondo il Papon, ed il Lebenswaldt (_Op. cit._).
A. dell'E. C. 1638. In quest'anno fu peste nella Livonia; ma pur ancora è incerto, s'ella sia stata vera peste, o sì veramente una malattia epidemica, a cui avesse dato cagione l'estrema fame, donde allora andò afflitta quella provincia, originata da un'immensa copia di vermi di specie particolare, che distrusser le biade. (_Lebenswaldt, ec.; Adami, op. cit.; Hering, Honor. de Peste_).
A. dell'E. C. 1640. Peste in quest'anno a Marsiglia, ed in altri luoghi della Provenza (_Murat. Gov. ec; P. Maurizio da Tolone, Tratt. Polit. da praticarsi in tempo di peste, ec._).
A. dell'E. C. 1644. In quest'anno la peste maltrattò fieramente la città di Vienna; perchè vi si videro rinnovate quelle terribili sciagure di danno, e di orrore, che sono le solite conseguenze di questo flagello (_Managetta, e de Sorbait Pestbeschreibung, und Infecktions Ordnung p. 18. Ed. an. 1763._).
Nel successivo anno 1645 si propagò la peste in più luoghi confinanti coll'Austria; fra' quali alcuni della Stiria, dove fece di orrendi guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento intorno la peste: _Constitutio Edictalis Ferdinandi III_.
A. dell'E. C. 1647-48. Nel mille seicento quarantasette un bastimento carico di cuoj, e di altre pelli, proveniente da Algeri, portò la peste in Valenza, città della Spagna, celebre a quel tempo pel suo commercio. Da principio il contagio non si manifestò che fra i calzolaj, indi fra quegl'individui, i quali con essi avevano traffico, finalmente si diffuse in tutta la città, e nella provincia; a tal che Valenza fu ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. Vive ancora tra' Casigliani la memoria di tanto grande sciagura.
Il feroce desolator contagio dopo aver tutto devastato il territorio di Valenza, durante il 1647, s'insinuò l'anno vegnente 1648 verso l'Occidente, ed invase da prima nello stesso regno di Valenza la città di Elche, la quale s'era fin allor preservata. Quindi si propagò ad Orihuela, in Alicante, a Mesquinenzia, a Cartagena, a Siviglia, e a Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola all'Indie Occidentali. Dalla parte d'Oriente si propagò a Tortosa, a Barcellona, a Girona, ed in tutta quasi la gran provincia di Catalogna, dove unita alla guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora vivissima tra quelle popolazioni la dolorosa memoria di così fiera calamità, la quale importò alla Spagna la perdita di più di 200,000 persone, parte vittima del pestilenziale flagello, che, dove più, e dove meno, imperversò per tutto quel regno, parte dalla carestia, che le susseguitò (_Gastaldi de avertenda et profliganda peste; de Burgos Alonzo de la peste, Corduba 1631; Villalba, épidémiologie d'Espagne; Romani, Ricordi sulla Peste, ec._).
A. dell'E. C. 1649. In quest'anno vi fu crudelissima peste in Aix, in Arles, in Marsiglia, e in quasi tutta la Provenza. Essa vi fece di molte stragi, specialmente a Marsiglia, dove qualche mese appresso rigermogliò[28]. Anche in questa circostanza di peste si segnalò l'eroica pietà de' PP. Cappuccini, i quali con generoso ardimento si diedero in buon numero all'assistenza spirituale degli appestati, rimasti essi poi quasi tutti vittima della cristiana lor carità[29] (_Murat.; P. Mauriz. da Tolone, op. cit._).
In quest'anno stesso la Dalmazia, e specialmente le città di Sebenico, e di Zara furono crudelmente travagliate da una pestilenza delle più desolatrici.
A Zara il micidiale contagio si manifestò il giorno 6 Giugno del 1649. Vi uccise gran quantità di persone del basso popolo, quasi tutti gli artisti, da circa ottanta nobili e cittadini; e moltissimi borghigiani. Nell'Ottobre di quell'anno si diè fuoco a tutto il borgo Zaratino al confine di s. Grisogono. Il libero passaggio vi si è aperto, solo il dì 2 Febbrajo del 1650; e in rendimento di grazie per la cessazione della peste vi si fece solenne processione colla statua di s. Rocco. Quelle case, che non furono arse e distrutte, durante il contagio, sono state rovinate dalle milizie nel tempo degli espurghi, che, come dicono gli storici, vi furono fatti con assai di sevizie. Al borgo in sul confine di s. Giovanni si apprese il fuoco nel tempo dei detti espurghi, e vi s'incendiarono 128 case, oltre molte altre, le quali si decretò dal Magistrato di Sanità, che fossero abbruciate (_Johann. Tazlinger in suis memoriis; Documenti in Pergamena, esistenti nell'Archivio di s. Domenico; Capsula Testamentorum obsignata T.; Sjmeon Braicevich in suis Actibus Notarialibus; et Liberculus de Peste Jadrensi an. 1650_, esistente nell'Archivio di Giovanni Bonaricordi).
Ancor più fiera fu la peste, che nello stesso anno 1649 desolò la città di Sebenico. Essa si manifestò il dì 8 Giugno di quell'anno. Carlo di Casimiro Venanzio, testimonio oculare dell'orrendo flagello, ci lasciò manoscritta una memoria di questo contagio, che fu certamente uno dei più feroci, che abbia afflitto la Dalmazia. Registrò egli in essa il nome di tutti gli estinti; e vi ricorda che a più di 6,000 persone toccò di morire in Città, non compresi i soldati, de' quali vi perirono più di 800; e soggiugne che de' Morlacchi, morti in quella peste, non si può sapere precisamente il numero, non essendone stati tenuti i registri, dacchè morirono la più parte in campagna e nei lor casolari. Sembra però che sul numero degli estinti il tutto s'accordi, con quanto ne riferisce il Farlato[30]. Il contagio durò sette mesi, e terminò nel Gennajo 1650 dopo aver portato lo sterminio della città. In fatti a poco più di mila si ridussero quegli abitanti, e da quel tempo Sebenico non s'è mai più ripopolato, com'era. In sul finir di quel secolo ne giunse il numero a quattro mila, e questo numero non vi s'è giammai oltrepassato. Si scorgono ancora in quella infelice mia patria gran quantità di case, ed intere contrade affatto disabitate e deserte, ridotti ornai gli edifizj e le fabbriche in istato rovinoso, e le più a semplici vecchi muracci. Furono fatti in quella circostanza di atroci spogliamenti, non solo nelle case delle famiglie più agiate, ma fin anche del Santo Monte di Pietà, e del pubblico Fondaco; sì che a circa due milioni di ducati si calcolò il valore degli effetti in tal occasione rubati dalla milizia, che si trovava colà di presidio, avendo chiuso gli occhi su tali eccessi, o secondatisi forse pur anco da coloro, in cui potere, per autorità ed uficio, stava il raffrenarli, e impedirli, cosa non rara a farsi in simili avvenimenti di comune disastro. (_Carlo Venanzio, Memoria sul Contagio di Sebenico dell'an. 1649; Daniel. Farlat., Illyric. Sacr. Tom. IV. pag. 458._).
A. dell'E. C. 1650. Dalla Spagna citeriore venne trasportata la peste nella Sardegna l'anno 1650. Ivi si propagò rapidamente, e fece crudele scempio di tutto quel regno per lo spazio di cinque interi anni. Quell'isola ne fu così malconcia, che non si ristorò giammai delle sue rovine. Vi sussistono anche a' nostri dì monumenti tristissimi di sì calamitoso infortunio. (_Gastaldi; Papon., op. cit.; Ozanam, Maladies Epidémiques ec. Vol. V._).
A. dell'E. C. 1651. Secondo il Lebenswaldt atroce peste incrudelì in quest'anno nell'Alsazia, nella Svezia, e nella Polonia; e nel 1653, secondo lo stesso autore, v'ebbe peste nel Territorio di Prussia.
A. dell'E. C. 1654. Il Boyer, medico della marina a Tolone, in alcune lettere sopra la peste, scritte nel 1700, assicura, che nel 1654 il contagio fece di molte stragi in Arras o Arrazzo, grande città de' Paesi Bassi nella Contea d'Artois.
A. dell'E. C. 1654-55. Peste in Russia ed in Danimarca nell'anno 1654. Si legge nella terza centuria del Bartolino (_Thom., Histor. Anatom. rarior, cent. VI_) che al principio della primavera 1654 la peste si manifestò a Copenhagen, e vi uccise nove mille persone. Ve la portarono certi vascelli Olandesi, che vi ritornavano da Riga, col carico di biade, canape, e lino, rifugiatisi nel porto di Copenhagen per isfuggire la flotta Inglese. Alcuni marinai, attaccati dalla peste, si allogarono nello spedale di quella città, e vi morirono. Esposte al sole le loro vesti, ad alcuni fanciulli, che le toccarono, s'appiccò tosto il contagio, il quale si propagò poi nella città e ne' suoi dintorni. Questa pestilenza fu più funesta ai giovani, che ai vecchi. Essa si annunciava con un violento parossismo febbrile, conseguitato poscia da un dolore eccessivo alle parti dorsali ed alla testa, accompagnato da pur acuto dolore, che talora estendevasi anche alla gamba sinistra. In seguito vi comparivano gli esantemi, sopravvenendovi le idatidi sotto la pianta dei piedi; ed i malati si morivano il terzo giorno. Quando i buboni passavano alla suppurazione, davano speranza di guarigione. Alcuni malati presi da furioso delirio correvano a precipitarsi nel mare; altri si davano la morte, in altro modo uccidendosi, o col ferro, o col laccio. I così detti alessifarmaci, e soprattutto l'elisire antipestilenziale di Ticon Brahe, furono i soli rimedj, donde ne sia venuto qualche buono effetto. Nella Russia poi, se si vuol prestar fede allo storico Lebenswaldt, più di cento mila persone son morte di questa pestilenza. (_Lebenswaldt Pestchronik ad h. an.; Barberet abhandlung über die epidemischen Krankheiten des Viehs §. 19. Ozanam, histoire Médical des Maladies Epidémiques et Contagieuses, etc. T. V._).
In quest'anno vi fu pur peste a Vienna. (_Sorbait Paul. in Oper. ejusd. Med. cap. 9._)
A. dell'E. C. 1656. Dalla Sardegna la peste passò a Napoli, e, di là serpeggiando, attaccò la spiaggia dello stato del Papa, penetrò a Roma ed a Genova, ed in altre parti d'Italia, e vi fece d'immense stragi.
Della peste di Napoli, che fu una delle più terribili, che abbia mai afflitto l'Italia, piacemi di soggiugnerne la descrizione, che ce ne ha data l'illustre storico Giannone, risguardandola come uno squarcio dei più istruttivi, che s'abbia sulla storia nell'argomento della peste.
DESCRIZIONE DELLA PESTE DI NAPOLI DELL'ANNO 1656.
_GIANNON. Stor. Civil. del Regn. di Napoli._
«Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie e sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest'anno 1656 il regno miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza. Non eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante afflizioni cagionate da fiere guerre, o da' timori di quelle ch'eran peggiori, le scorrerie de' Banditi, le invasioni de' Turchi, le carestie ed i tremuoti: che per ultimo eccidio, fu duopo soffrir anche quest'altro pestifero flagello, così spietato, che non si legge aver altrove portato, in così breve tempo, tanta strage e ruina. Quella che si soffrì in tempo della guerra di _Lautrech_ durò quasi due anni, e si tenne conto che non avea ammazzato più di sessantamila persone: questa, in men di sei mesi, disolò le province del regno, e ridusse la Metropoli in cimitero, con morte intorno a quattrocentomila de' suoi cittadini. Da molto tempo, che l'Isola di Sardegna era travagliata di pestilenza, e per ciò non meno dal conte di Castrillo, che dagli altri Vicerè suoi predecessori s'eran pubblicati severi bandi, proibendo ogni commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente da quell'Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de' Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna, si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine del Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi uno de' sbarcati, condotto nello Spedale dell'Annunziata in tre giorni se ne morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide; poco da poi un che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro in ventiquattro ore spirò; e poco appresso spirò anche la madre. Attaccatosi il malore nelle vicine case, si vide in brevissimo tempo sparsa la contagione ne' quartieri inferiori della città, e particolarmente nel Lavinaro, Mercato, Porta della Calce ed Armieri».