Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 32
A. dell'E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a descrivere, prese in quest'anno a vieppiù desolare molte parti d'Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando e debilitando la complessione de' corpi, accresceva al contagio la potenza di nuocere e di propagarsi. L'un dopo l'altro cadevan morti gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco, era già in preda a tutte le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl'Imperiali al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell'anno infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni. Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de' Medici, e' giudicò non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di loro casa. Sedici furon essi, che da febbre assaliti immediatamente, fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi repentine in poche famiglie d'una contrada, misero in guardia i magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori di Sanità venne ordinata l'ispezion dei cadaveri; fatta scelta di medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma, come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell'anguinaja destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo, che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè intende, giudicò falsa e temeraria l'opinione dei due sopraccennati professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que' due, che pur videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise. Ma le morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità coll'intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti della cancelleria sul contagio dell'anno 1575. Quindi non restando memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne' luoghi sospetti fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime case; e per molti riguardi cercando ognuna di celar il male, per quanto fosse possibile, temendo d'esser diviso da' suoi famigliari, venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi. Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l'altrui morte. Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger all'infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica, tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto, tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva l'umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi dall'amor degli amici, nè da quello de' congiunti. Arrivate a Venezia le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de' suoi sudditi, elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.
Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe, colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.
De' primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado, le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che si convocassero i medici e' chirurghi tutti della città, onde versare sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe! Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più chiara evidenza dei fatti, v'ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca, dottor di Medicina, e prior del Collegio de' Medici, gentiluomo giudizioso, grave ed autorevole, rigettate assolutamente le altrui opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi. E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso d'acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl'infermi era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della città persone infette d'ogni condizion, d'ogni età, e vi concorrevano i congiunti ad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa alla barca; altri in esso la barca, come v'erano entrati; giugnevan altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi congedi de' parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion del contagio e diffondevasi l'infezione e la morte. Non andò guari che il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de' malati e de' moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi, gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e' disagi accrescevano il numero, e gli orrori de' morti, e le sinistre lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal pubblico la farina; partito, che riuscì utilissimo. Intanto cresceva la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò il numero de' morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno. Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero; ma tutto in vano. L'infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe l'impresa in que' tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono, e così fu d'altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de' chirurghi, malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose, di cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa. Ma l'atrocissima calamità continuava. Si fe' ricorso alle pubbliche preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti; e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri, si consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo le rive dell'Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente dell'acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri, orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi. Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle rive li tre e' quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo. Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s'infettò pur Ala di Trento, mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s'andava sempre più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi morirono. Moriron pur molti de' principali signori e de' cavalieri; appiccossi il contagio ai monasteri dell'uno e dell'altro sesso, rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe la confusione, e il disordine. Di quel tempo si invitò con grosso stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al difetto de' medici ne' gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl'infermi, come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine, stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti, che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de' morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne' pochi superstiti veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già disperavasi, presentendosi l'universale sterminio della città. Il dì 3 di Luglio successe l'incendio del Monte di Pietà. Questo infausto avvenimento fece crescer d'assai la forza della pestilenza, per lo concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi cominciato a porr'ordine al sotterramento de' cadaveri col minor danno, ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsi per tutto profumi di zolfo, purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago, seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia. Nel giorno 6 d'Agosto si pubblicò l'ordine della segregazione del territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane. Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città il numero de' morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.
Quindi s'incominciò il così detto sborro delle robe e lo spurgo della città. I malati del lazzeretto erano ridotti dai cinque mille ai mille cinquecento. Agli 8 di Settembre circa ridotto era il numero de' morti a soli venti al giorno; fra' quali sola una metà dal contagio; e di que' dì la pestilenza si fece di più facile guarigion, che non fosse una semplice febbre.
Indi si ridusse a due o tre soli morti al giorno, numero minore del solito; e dai primi di Ottobre passarono più giorni, senza che alcun morisse di pestilenza. Ognuno riprendeva lena e coraggio. Finalmente si tenne cessata la peste; ne furono sciolti i voti, e fatti solenni ringraziamenti all'Altissimo dalla città per esser al fine stata liberata da sì crudel pestilenza.
Di cinquantatremila cinquecento e trentatrè persone, che formavano la popolazione di Verona prima della peste, ne perirono 32,903. Procedutosi allo spurgo generale della città nessuno morì di quelli, che dicevansi _Nettesini_ deputati al maneggio delle robe rimaste degli appestati. Di quando in quando riaccendevasi qualche scintilla; e nel Maggio del seguente anno 1631 destaron esse qualche nuova minaccia, e trambusto; ma ben presto ritornò la calma a rasserenare queste infelici contrade.
A. dell'E. C. 1630-31. Un'Epidemia di febbri, così dette maligne, o petecchiali afflisse la città di Venezia nell'anno 1629. Essa precedette la peste, la quale poi devastò con grande ferocia quella città nei due susseguenti anni 1630-31. Ardeva a pari tempo il micidiale contagio a Milano, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, in tutta la Lombardia, ed in altri paesi molti d'Italia. A Mantova in ispezieltà, stretta d'assedio dagl'Imperiali, menava di orrende stragi, a tale che andando ivi estinto ogni giorno gran numero di soldati e di cittadini, e venendo per tal modo scemata la difesa di quella piazza, i Mantovani, veduto presso il pericolo di cadere sotto il ferro e la licenza dell'inimico, cose che temevano più assai, che non fossero le ingiurie del morbo, inviarono a Venezia il marchese Alessandro Strigi, loro concittadino, a chieder soccorsi dall'alleata Repubblica. Il marchese partì da Mantova co' suoi servi, ed altre persone. Alcuni di essi ammalaron per via, e si morirono, che questo micidial seme portaron seco da Mantova. Passati per Sanguinetto, castello del veronese, sino allora intatto ed illeso dal morbo, ve ne sparsero le scintille, che poi crebbero in vasto incendio. Giunto lo Strigi a Venezia nel dì 8 del Luglio, dal Supremo Magistrato di Sanità non gli fu permesso di entrarvi, ordinatogli di stanziare nell'isola di s. Clemente, lontana un miglio circa dalla città, per passar quivi il periodo della contumacia. Stando in quell'isoletta con undici persone del suo seguito, dopo pochi giorni preso lo Strigi da insolita lassezza della persona ammalò. Chiamatosi tosto Giuseppe degli Aromatarj, celebre medico, al primo veder l'infermo, pallido la faccia, rosso negli occhi con febbre, e sentitolo lagnarsi d'angustia del respiro, di debolezza degli arti, e di un leggier dolore al fondo dell'addome presso all'inguine, non dubitò punto di denunziare al Magistrato, che lo Strigi fosse tocco di peste, soggiunto a pari tempo il timor ch'egli aveva, che gran pericolo ne sovrastasse alla città. Altri medici, chiamati a consigliare sul caso, significaron d'accordo esser quella vera peste pur troppo. Il di 14 Luglio morì lo Strigi, dopo vomitato alquanto di sangue, cresciutogli considerabilmente il tumore dell'inguine, e comparsi cinque carbonchi sulla superficie della persona. Tre dì appresso morì un del suo seguito cogli stessi sintomi. Di tre servi, mandati dal Magistrato per assistere gl'infermi in contumacia, due infermarono, ed uno morì. Ammalatisi pur altri di quella famiglia, alcun ne perì, tale altro è guarito, e qualcheduno ne andò illeso del tutto.
In tutti que' giorni, che fu malato il marchese co' suoi, trattennersi in quell'isola due falegnami di s. Agnese in Venezia, padre e figliuolo, a costruirvi d'ordine del Magistrato alcune barriere di tavole ed altre opere di precauzione per la contumacia. Terminato, ch'ebbero il lavoro, e passata qualche settimana delle prescritte riserve, ripatriati senza indizio di malattia, con alcuni drappi, che dierono da lavare a una donna, le appiccarono l'infezione; perchè pochi dì appresso la donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all'anguinaia, e nere petecchie alla cute. Poco dopo ammalò pure un suo figliuolo con bubone alla stessa parte, e morì pur egli in sei giorni. Non datogli sepoltura, stante ordine del Magistrato per esser morto nello spazio minore dei sette dì, dal medico della Sanità fattone sparare il cadavere, corse voce per la città, che già si fosse appiccata la peste. Nè guari andò che tutta la famiglia del falegname cadde malata coi medesimi segnali di peste, e in pochi dì ne morirono alcuni individui, ed altri ne son guariti. In brevissimo corso di tempo, tra' vicini della stessa parrocchia il contagioso morbo di sì fatta guisa vi si diffuse, che i deputati alla salute pubblica ne concepirono forti timori. E di vero, stando bene l'altro della città, nella sola parrocchia di s. Agnese s'andavano multiplicando i malati e le morti. Ne' cadaveri si vedevan buboni agli inguini, carbonchi, macchie nere, e vibici, sparsi d'atro colore.
Il perchè quel Magistrato, messo in orgasmo, ordinò al suo protomedico Gio. Batista Follio di visitarne malati e cadaveri di quella parrocchia. Non isbigottito punto quel medico nè da timor di calunnie, nè da altri riguardi, manifestò apertamente l'opinion sua, che fosse in fatto già scoppiata la peste. E siccome di giorno in giorno sempre più dilatavasi il morbo, deputò il Senato altri quattro medici della città, perchè col medico del Magistrato dessero di quel male definitivo giudizio. Essi furono Ortensio Zaghi, Emilio Parisiano, Alberto de' Circolari, e Baldassar Vacca, i quali col N. H. Angelo Trevisano, uno del Magistrato supremo di Sanità, visti malati e morti, concordemente definiron col Follio, che quel malore fosse realmente peste. Allora, ma troppo tardi, ordinò il Magistrato più severe precauzioni, dirette ad impedire i progressi del male. Stabilì un lazzeretto nell'isola di s. Lazzaro, ed altre discipline prescritte, perchè fosse tolto o impedito il frammischiarsi dei malati coi sani.
Erano ridotte a tale stato le cose, quando il Senato con sua Terminazione dei 25 Agosto ordinò che si convocassero trentasei medici, «affinchè fosse fra loro discusso e trattato intorno l'infermità di quelle persone che si trovavano nel Lazzeretto vecchio, cavate dalla contrada di s. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni le qualità di essi mali, li rimedj proprj di medicarli, e le provvisioni opportune come per il Lazzeretto medesimo, come per la contrada di s. Agnese per estirpare ogni radice che fosse restata del male, e perchè non si communichi con altre parti della città».
Convocati cotesti trentasei Medici avvenne ciò, che era ben verisimile, e fu, ch'essi divisersi in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste, e che in conseguenza si dovesser prendere più severe precauzioni, altri negandolo. Quindi ne insorser tra loro contese acerrime. Ciò bastò, perchè a favor di ciascuna delle parti si dichiarasse forte partito. Il desiderio della pubblica salute, la facilità di credere ciò, che si desidera, l'avversion naturale, e lo spavento d'un morbo crudelissimo, la passion per la propria opinione, l'orgoglio di non cedere all'altrui, ed altre simili traversie pur troppo fecero, che il vero si restasse ancora nascosto per qualche tempo. Viviano Viviani fu de' più acerrimi ed inflessibili oppugnator del contagio. Ma mentre i medici disputavano acremente fra loro sulla vera natura del male, e sui mezzi di arrestarne il progresso, mentre i magistrati si stavano inoperosi in tanto grave incertezza, attendendo la decisione della medica controversia, la peste multiplicava le sue conquiste, e preparava quelle immense sciagure, a cui poscia soggiacque Venezia, non essendo stato più possibile al principato di arrestare il corso al contagio, e di opporsi all'orrendo strazio, ch'esso nel più spaventevole modo già fece di quegli abitanti.
Nè giova qui ritoccare le tinte dell'orribile quadro, la cui veduta, benchè lontana per tempo e per luogo, ti scuote l'anima di raccapriccio e dolore, e dagli occhi ti spreme involontario il pianto per lo commovimento vivissimo della mente e del cuore. Oltredichè tanto più torna inutile il riandar queste cose tristissime, quanto più altre e varie sì fatte storie si rinvengono nella presente Cronologica serie. Basti però l'accennare che la peste, vieppiù rapidamente accrescendo le sue rapine, fece strage per tutto il resto del 1630, e più, che negli altri, infierì ne' mesi di Ottobre, Novembre, e Dicembre del detto anno. Continuò gran parte pur del 1631, a tale che nel corso di 11 mesi moriron di peste nella città di Venezia 94,236 persone; cioè 11,456 donne, parte gravide e parte puerpere; 29,356 altre donne; 5,034 giovani dai 14 anni ai 21; 21,751 fanciulli e impuberi; 1,142 sacerdoti, cherici, e frati; 25,280 cittadini, mercadanti, artefici, ed altri; 217 tra nobili e patrizj.
Verso la fine dell'anno 1631 con grande solennità si pubblicò la città esser libera dal mal contagioso; ma le cicatrici di sì profonde ferite per lunghi anni appresso restarono aperte. Per questa circostanza di peste si fece voto di alzare un magnifico tempio ad onore di nostra Signora della Salute; il quale fu poi eretto nel 1632. Questa è la magnifica chiesa detta della Salute, consacrata a Maria santissima, che tuttavia si ammira in Venezia.