Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 30
Nello stesso anno 1555. V'ebbe peste nella Franconia (_V. Klein Ludovic. Godofrid. Tentamen Physico-Med. de aere, aquis, et locis agri Erbacensis_).
A. dell'E. C. 1556. La peste ha gravemente straziato in quest'anno la città di Venezia (_V. Jo. Francisci Boccalini de Causis Pestilentiae Venetae ann. 1556._).
Nel medesimo anno 1556 la peste si estese anco a Zara, ma vi fece poco danno. Danno maggiore le arrecò la carestia, che a quel tempo afflisse quella popolazione (_Tazlinger in suis Memoriis_).
Narra il Lebenswaldt aver negli anni 1554-55-56-57 inferocito in Germania e in parecchi altri luoghi la peste, per modo che non rimaneva più chi servir potesse a dar sepoltura ai morti. Dalla descrizione però ch'egli ne dà, sembra piuttosto essere stato quel morbo una particolare spezie di catarro contagioso epidemico, d'indole sommamente maligna e pestilenziale[16].
A. dell'E. C. 1560. Per tutto quest'anno la peste afflisse crudelmente or l'una, or l'altra parte di Europa. Riferisce il Palmario esserne stata soprattutto da tale calamità fieramente travagliata Parigi, dove accenna averne egli stesso superato la malattia presa in quella occasione.
A. dell'E. C. 1564. Nell'anno mille cinquecento sessantaquattro, secondo il Muratori, la peste infierì sì rabbiosamente sul Lionese, nella Savoja, stendendosi ai confini degli Svizzeri, e nel territorio de' Grigioni, che uccise in quelle bande poco meno dei quattro quinti degli abitatori (_Muratori Lib. I. Cap. I._).
Vi ebbero in quest'anno quattro aurore boreali, una in Febbrajo; in Settembre, in Ottobre, in Decembre le altre (_Papon. l. cit._).
In questo stesso anno 1564 la peste regnò anche nella città di Londra (_Adami. Bibl. Loimic._).
A. dell'E. C. 1565. Nel mille cinquecento sessantacinque la città di Amburgo andò gravemente afflitta dalla peste (_V. Jon. Bokelius de Peste, quae Amburgensem Civitatem an. 1565. gravissime afflixit._).
A. dell'E. C. 1566. Vi fu peste in quest'anno nella città di Weimar nella Turingia (_V. Arnold Karner, Pestbüchel._).
A. dell'E. C. 1566-67-68. Il Palmario riferisce che nel 1566 ripullulò la peste in Parigi, la quale, secondo lo stesso autore, si propagò in varj luoghi della Francia ne' due anni susseguenti 1567 e 68.
A. dell'E. C. 1570. Peste in quest'anno nella Stiria (_V. Constitut. Edictal. ratione pestis eod. anno publicat._).
In un ricinto, che serviva ad uso di cimitero vicino alla basilica di Ragusa, si rinvenne a piedi di un altare di s. Rocco la seguente iscrizione: _Ex voto civitatis ob memoriam salutis receptae anno domini 1571_, lo che prova che circa quest'anni vi fosse stata nuovamente la peste a Ragusi. Niente di più mi venne fatto di raccogliere intorno a questo contagio.
Peste fierissima vi fu nel 1570 nella città di Curzola, che terminò di distruggere quella popolazione. Finì nel 1571. (_Memoria tratta da un antico manoscritto della città_).
A. dell'E. C. 1571-72. Vi fu in quest'anno peste violentissima a Cremnitz, ed in altri paesi dell'Ungheria, la quale continuò anco nell'anno seguente 1572.
Nell'anno 1572 v'ebbe pur peste a Spalatro. (_V. Bajamonti op. cit. p. 137._).
A. dell'E. C. 1572. La peste nell'anno mille cinquecento settantadue penetrò in Germania, ed incominciò le sue offese contro la città di Augusta, ove fece nel detto anno e nel susseguente miserando strazio di quegli abitanti. (_Georg. Agricol. lib. de Peste_).
Nello stesso tempo si propagò il contagio nella Polonia, ed invase tutto quel regno, recando in ogni luogo gravissimi danni (_Lebenswaldt; Managetta; Sorbait. Pestordnung p. 8. et 9. der Wiener Pestbeschreibung_).
A. dell'E. C. 1575-76-77. Quest'anni infieriva, come si è detto nel 1571-72, la peste nell'Ungheria. Essa v'era del pari ne' paesi della Turchia confinanti coll'Ungheria, dove fin da quel tempo soleva essere famigliare. In sul finir di detta pestilenza certi mercatanti alemanni levaron di là alcune lor mercanzie, facendole per il Danubio passare in Germania. Quindi parte trasferitane a Trento, e parte, comecchè picciola, nella Svizzera. A Trento vi cominciò le solite sue rovine nel 1575. Calate che furon per l'Adige a Verona le mercanzie infette, qui pure si diffuse la contagione con danno gravissimo di questi abitanti. Da Verona il morbo passò a Mantova, dove spiegò egualmente la sua ferocia. Circa il mese di Luglio del 1575, quando infieriva più che mai il contagio a Trento e a Verona, un Trentino rifugiatosi a Venezia, vi recò in quella metropoli la peste. Per errore dei medici, che non la riconobbero, e per la soverchia fiducia de' magistrati nelle loro opinioni, trascurate in sul principio le necessarie precauzioni di Sanità, la peste vi cagionò in quella città di spaventevoli stragi. Nel Dicembre del 1575 sembrava estinta, ma nel Marzo 1576 rincrudelì con vie maggior ferocia di prima. Vi continuò tutto l'anno 1576; e nel corso di diciassette mesi, che vi durò, perirono da circa sessanta mila persone. I due professori Girolamo Mercuriale, e Girolamo Capodivacca da Padova chiamati a Venezia dalla Repubblica per riconoscer la vera natura del morbo, che già cominciava a divenire sospetto, andarono errati nel lor giudizio con danno gravissimo de' Veneziani. Il primo descrisse tal pestilenza nelle sue pubbliche lezioni dell'anno 1576. La città di Padova nello stesso anno veniva pur desolata dalla stessa pestilenza, introdottavi per ragione di mercanzie infette. Quivi però finì alcuni mesi prima che a Venezia; nè vi menò tante stragi. Nella Svizzera fece ancor minor male, quantunque si fusse appreso il contagio in Zurigo, Bolzano, e in qualche altro luogo. A questo stesso tempo (del 1575, 76, e 77) la peste, secondo il Graziolo, sortita dalla Russia, e spezialmente dalla Livonia, invase la Sarmazia, e la Pomerania. Giusta il concorde sentimento de' cronologi furono infette a pari tempo l'Austria, la Transilvania, la Turingia, la Misnia con altre Provincie Sassone, Renane, Illiriche, ed altri luoghi del Belgio; e in Italia, la Sicilia, dove arrecò innumerabili danni, la Calabria, e le città di Forlì, e di Milano.
I Milanesi all'udir le prime voci di peste, che vicino infieriva per tante parti, affrettaronsi di usar buone misure di difesa, mettendo guardie ai loro confini, per impedire, quanto era in loro, di sì crudel nemico l'accesso; pur malgrado di ciò s'inoltrò esso nella loro provincia, recatovi da alcuni fuggitivi di Mantova. La pestilenza si manifestò da prima a Oleggio, indi a Nogara, Belignano, Monza; passò quindi nella città. Quivi cominciò in Agosto del 1576, e durò sino al finire del 1577, e vi perirono da 18,300 persone nella sola città. Questo fu il tempo, in cui s. Carlo Borromeo, il grande arcivescovo di Milano, con invitto animo e coraggio affrontò ogni pericolo, dando prove assai chiare delle sublimi virtù, proprie soltanto della religione di Cristo. I poveri ne furono largamente soccorsi e provveduti; la carità e la pietà recaron per tutto consolazione e conforto all'acerbità di tante sciagure. Si adottò l'uso della quarantena generale, ed altre sagge precauzioni e discipline, che prescrisse l'ufizio della Sanità, secondo che dava quel tempo. Ma siccome pur troppo alcune altre pratiche distruggevan le prime; così non se ne aveva un compiuto effetto; e la peste vi durò più di quel che doveva. I nobili, i ricchi, i potenti collo stesso Governatore si ritirarono nelle castella, e ne' poderi più discosti, ancorchè fosse stato ciò proibito: «scusandosi ciascuno con la pelle» come dice il Bugati. Anco a questo tempo grande quantità di lupi vidersi con istupore discesi nelle terre del Milanese, che ferivano e divoravan fanciulli, e gente d'ogni maniera. Altra singolarità, che contraddistinse tal pestilenza, fu quella, che aborrendo, specialmente le donne, di esser condotte e spogliate al lazzeretto o ad altri luoghi degl'infetti, o sì veramente prese alla superstizione uscendo del senno, si uccidevan da sè; tal che ben assai di loro, e giovani ed oneste, trovaronsi nelle lor case appiccate; e molte ogni giorno se ne trovavano; nè valeva por guardie per impedire sì fatta frenesia, dond'erano incolte. Il perchè a curarle, come si potesse il meglio, da così fatto malore, con prudentissimo consiglio si prese partito di sporre sulle pubbliche piazze alla comun vista i corpi ignudi di quelle, che si uccidevano di propria mano. Tanto bastò per sanarle. Fin da quel tempo gli storici hanno posto attenzione al fenomeno, ch'è quasi costante in ogni pestilenza, cioè in ambo i sessi lo straordinario stimolo del naturale appetito; il che in que' tristissimi giorni, e specialmente subito menomato il pericolo pestilenziale, si osservò per modo, che secondo lo storico «sì dentro che fuori della città quasi tutte le donne restarono gravide, e se bene n'erano morti tanti, ne sariano nati più assai fra un anno; conciossiacosafosseche fin le sterili eran di parto, e che l'altre forse avrieno partoriti i figliuoli gemelli; oltre che erano riusciti molti amorevoli matrimonj ec.». Quest'è la pestilenza, in cui si trovò a Milano Lodovico Settala, il quale ci lasciò scritto il suo libro _de Peste et pestiferis affectibus_; a Palermo Gio. Filippo Ingrassia, protomedico del Regno di Sicilia, il quale si giovò dell'occasione per corredare la sua Opera (_del Pestifero e Contagioso Morbo ec._) di molte utili osservazioni, fatte, per così dire, su d'esso il campo di morte. Di questa stessa contagione, che travagliava il Belgio, nel 1575 morì Cornelio Gemma, celebre medico di Lovanio. (_Mercurial. Lection. de Pestilentia, in quibus de Peste Veneta et Patavina; Georg. Garnerus Liber de Peste, quae grassata est Venetiis 1576; Ingrassia l. c.; Glissente, Trattato del metodo di vivere e precauzioni da osservarsi nel tempo di peste, Venezia 1777; P. Bugat., i Fatti di Milano al Contrasto della Peste del 1576-77; Cesare Rinci i cinque libri di avvertimenti, editti, ec. fatti in Milano nel tempo della Peste degli anni 1576-77; de Hortensiis Ascan. Lib. V. in quibus exponuntur observat. atque alia plurima, quae contigerunt in Mediolanensi peste an 1576-77; Karner. de Peste Friburgensi; Wolf de Peste Norimbergensi etc.; it. Adami; Lebenswaldt; Gratiol.; Mauroc. lib. 6.; Sorbait; Papon; Spondan. opp. citt. etc._).
A. dell'E. C. 1580-81. La peste desolò la Provenza nel 1580. Essa venne chiamata _la gran peste_, sì riguardo l'estension del paese, che invase, e sì per la lunga durata di tredici mesi in Aix; e in fine perchè ne perirono quasi tutti quelli, a' quali s'apprese. Questa si riaccese in Marsiglia nel Marzo del 1581, sì che ne distrusse quella popolazione, non lasciandovi superstiti più che tre mila abitanti (_Papon op. cit._). Prospero Alpino nella sua opera _de Medicina Egyptiorum_ riferisce che circa a' quest'anni 1580-81 nell'Egitto sono periti dalla peste da circa cinquecento mila abitanti.
A. dell'E. C. 1586. La peste, forse non bene estinta, rigerminò in Francia nel 1586; e fece miserando strazio a Parigi. Il Palmario, medico dello Spedale degli appestati, ce ne lasciò una regolare e dotta descrizione. Vi narra egli che il più di quelli, che ne venivano presi, cadevano in frenesia, la quale si menomava, o accrescevasi secondo la varia scorrevolezza del ventre; talchè pareva che da quello dipendesse il suo variare. Durò a Parigi fino al 1587. Presa ne fu pur Marsiglia; ma spaventati, al primo suo comparire, quegli abitanti se ne fuggirono quasi tutti; il perchè non trovò materia da appiccarvi il mal seme, e in pochi dì vi si spense del tutto (_Papon. op. cit._).
In questo anno stesso 1586 la peste travagliò l'Austria e l'Ungheria; mentre la fame, ed un fiero morbo epidemico affliggevano l'Italia ed il Belgio (_Lebenswaldt op. cit._).
A. dell'E. C. 1591. Fu la peste in Trento, e in Roma. In questa città vi rapì da 60,000 persone. Avvisano però alcuni storici, non vera peste, ma altro morbo epidemico e dura fame essere stati di tanta mortalità la potissima cagione, sì nell'un luogo, che nell'altro. (_Spondan. Kircher. Lebenswaldt; Papon. op. cit._).
A. dell'E. C. 1593. Il Lebenswaldt ricorda esservi stato quest'anno peste in Inghilterra.
A. dell'E. C. 1596. Quest'anno peste in Amburgo (_Roderic. a Castro de Natura et causis Pestis, quae an. 1596. Hamburgum afflixit_). Ciò non per tanto alcuni pongono in dubbio, se questo morbo fosse vera pestilenza, o no.
A. dell'E. C. 1598. Rigermogliata la peste in Francia, involò alla città di Marsiglia in quest'anno quattro mila persone (_Papon. l. c._). Stando al Lebenswaldt, la città di Lisbona incominciò in detto anno 1598 a provare i primi colpi della peste, che v'infierì qualche anno dopo.
A. dell'E. C. 1599. Perchè la peste non era per anco al tutto spenta in Francia, vi ripullulò in quest'anno, e a Bordeaux, e ne perì gran numero di persone (_Papon. op. cit._).
SECOLO XVII.
A. dell'E. C. 1601-2. Fu a Lisbona in quest'anni fiera e micidial pestilenza. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla riuscendo vani, si credette necessario il dar fuoco al grande Ospital Regio, la cui fabbrica importò grandi somme, avvisatosi per quel modo di spegner con esso ogni germe del contagio (_Lebenswaldt; Zacut. Lusitan. Medic. Princip. histor_.).
A. dell'E. C. 1603. In quest'anno vi fu peste funestissima nella Livonia, succeduta a carestia desolatrice, anzi ad una fame delle più crudeli ed orribili, che ricordi la storia. Per la fame vi si divoravano i cani, i gatti, i topi, e, cosa che fa inorridire, sin anche i cadaveri si disotterravano per isbramar con essi la fame (_Lebenswaldt ad ann. 1602. V. Wiener Pestbeschreibung; Tobias Dornerell von der Pestilenz im Jahr 1603._).
Nello stesso anno 1603 v'ebbe funestissima peste nell'Inghilterra. Scrivesi che nella sola città di Londra perivano da circa due mille persone ogni settimana (_Wienerische Pestbeschreib. und Infektions' ordnung T. I. Cap. 7. Lebenswaldt ad h. an._).
A. dell'E. C. 1606. Peste fiera regnò quest'anno in più luoghi della Germania, secondo il Lebenswaldt; nel Palatinato del Reno, a Magonza e nel suo Territorio, nel Maddeburghese, e in altri luoghi.
A. dell'E. C. 1607. La peste travagliò nel mille seicento sette la città di Augusta (_V. Joan. Castelli de Peste ejusque causis, signis etc. Augustae Vindelicor. 1608._).
A. dell'E. C. 1607-8. Sotto l'arcivescovado del dotto, ma troppo riscaldato filosofo e politico Marc'Antonio de Dominis si appiccò la peste in quest'anno alla città di Spalatro, la quale fu così fiera e mortale, che vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Molti al primo annunzio di peste sono fuggiti; ma di quelli, che rimasero nella città, da circa quattro mila perirono. Sembra che abbia continuato il flagello fino al 1608. Ad illustrazione di questo fatto piacemi di riportare uno squarcio tratto dall'_Illyricum Sacrum_ di Michele Farlato T. III. pag. 489; non che una Memoria cavata da un MS. autografo dello stesso arcivescovo de Dominis del 1612.[17].
A. dell'E. C. 1609. Il Lebenswaldt stesso narra che nella città di Londra, o introdotto di nuovo, oppur rigermogliato, scoppiò il contagio, estinte per esso in quell'anno da 11,587 persone. Per altri si dubita, se questo morbo sia stato veramente la peste, od altra spezie di malattia epidemica, prodotta dall'inclemenza della stagione, che fu oltre modo mutabile e varia per tutto il corso dell'anno.
A. dell'E. C. 1610. Insinuatasi quest'anno la peste nella città di Basilea, vi uccise da circa quattro mila persone (_Uret., sive Wursteisen Chronic. Basileens._).
A questo tempo medesimo v'ebbe peste a Colmar, a Schelestadt, ed in tutta l'Alsazia. Mentre la contagione pestilenziale infieriva sopra gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi narrasi che gli stessi volatili silvestri n'erano presi, tal che assai sovente vedevansi dall'aria cader a terra colti da improvviso malore (_Lebenswaldt op. cit._).
A. dell'E. C. 1611. Nell'anno mille seicento undici vi fu peste in varj paesi della Svevia. (_Lebenswaldt op. cit._).
A. dell'E. C. 1613. In quest'anno si manifestò la peste nell'esercito del re di Danimarca; e, secondo il Ricciolo (_Chronic. Magn._) vi fece orrenda strage. Si osserva però, che, siccome tal malore fu limitato ai soli soldati e non appresasi ad alcuna classe della civica popolazione; così vuolsi creder piuttosto che quella fosse un'altra epidemia.
A. dell'E. C. 1614. La peste, forse non bene estinta nel circolo della Svevia, ripullulò quest'anno nella città di Dillingen, residenza del principe vescovo di Ausburgo (_Carol. Stengel. Historia Pestis Dillingae a. 1614._).
A. dell'E. C. 1619. La peste rinnovossi in quest'anno nella città di Augusta, e vi recò molti danni (_V. Raymund. Minderer Lib. de Pestilent. Augustae Vindelic._).
Nel detto anno mille seicento diciannove morirono dalla peste in Zara il maggior numero di quegli abitanti; talchè terminato il male, che durò nove mesi, si contarono viventi sole 2073 persone. Il contagio passò poi in altre città della provincia (_Joan. Tanzlinger in Dam. Chronologic. Jadrens. n. 97. Simeon Glinbavaz in suis memoriis_[18]).
A. dell'E. C. 1623-24-25. In questo triennio fu una peste così terribile e micidiale a Petau o Petaw, piccola città dell'Austria nella Stiria inferiore, che, durando troppo lungo e miserando lo strazio di quella popolazione, ne andò essa quasi interamente distrutta. Tale era il terrore, messo negli animi, dalla violenza del male, che, tutto il tempo che vi durò, non eravi quasi più alcuno, che osasse avvicinarsi a quella sventurata città, convertita pressochè tutta in uno squallido e tristissimo cimitero (_Lebenswaldt P. I. p. 26. Adam. Bibl. Loim. p. 98._).
A. dell'E. C. 1625. In quest'anno v'ebbe di nuovo la peste a Londra, e nella città di Metz nella Lorena (_Papon. op. cit._).
A. dell'E. C. 1626. Fiera peste vi fu quest'anno a Tolosa nella Linguadocca; la quale, non bene estinta, poco dopo si riprodusse (_Papon. op. cit._).
A. dell'E. C. 1627-28. Riferisce il Lebenswaldt aver regnato a' quest'armi fierissima peste in Costantinopoli. Narra egli ancora che per sottrarsi quegli abitanti alla furia del morbo struggitore, che ardeva in ogni parte, ed ampliavasi rapidamente, furon costretti in gran parte d'abbandonare le lor case e tutte le loro sostanze, fuggendo alla campagna. Lo che non è da credere sì di leggieri rispetto ai Turchi, stante il fatalismo, che regna infra loro. Lo stesso autor riferisce che a questo tempo (cioè negli anni 1627-28), la città d'Augusta, percossa nuovamente dalla peste perdette da circa trenta mille persone.
Ma or mi s'apre nuova luttuosissima scena di orrori e di stragi. La pestilenza, che son per descrivere degli anni 28 e 29 in Francia, 29, 30, e 31 in Italia, è una delle più spaventevoli, e più micidiali, ch'abbiano mai inferocito sulla umana generazione.
A. dell'E. C. 1627-28-29. Abbiam già veduto fin dal 1625, che la peste aveva incominciato ad affliggere alcuni paesi della Lorena, e che nel 1626 erasi ampliata in altri luoghi della Francia. Quivi, a questo tempo le false dottrine di Lutero e di Calvino, assalendo i principj dell'antica religion dominante, avevano seminato il fuoco della discordia, sollevati partiti, e gittate specialmente le Provincie Meridionali in preda alla guerra civile. Quindi ne' continui movimenti di truppe, e fra i disordini della guerra il contagio pestilenziale aveva grande opportunità e mezzi parecchi di vieppiù propagarsi, e di preparare le sue rovine.
Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni soldati venuti d'Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d'altro non si occuparono, che de' mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città. Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da' villaggi vicini vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region de' precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti, ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando altri divorati venivano da canina fame e continua. Serie infinita di contrarj sintomi comparivano; v'erano esantemi lividi, carbonchj, buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza, e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente; ed altri, presi da mortali angosce, nell'atto di coricarsi a letto spiravan l'anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro, o sette giorni dall'accesso del male. Il morbo non sì alle donne, come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente che farsi d'una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e ne' luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l'uso del vino fu utile, e funesto l'abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo, ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun'altra cosa nè alimento, nè medicina. Un religioso s'occupava in far cauterj, e applicare vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi sintomi si cacciò nel forno ancora caldo; sudò molto, e guarì; l'altro, che sì non fece, credesi che sia morto.