Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 25

Chapter 253,645 wordsPublic domain

Questa peste venne dalla Siria, o, secondo altri, da Babilonia col ritorno che fecero i soldati di Lucio Vero da quelle contrade. Le truppe infette la sparsero su tutti i luoghi del loro passaggio. La strage, che ne produsse, fu immensa in quasi tutta l'Italia. Per la storia sappiamo, che a cessare quel morbo, il quale aveva ricolmo di orrore e di spavento gli animi de' superstiti, e' si davano a seguir ciecamente ogni diceria, che fosse stata loro narrata da donnicciuole e da ciarlatani, purchè avesse del maraviglioso. Quindi sull'autorità di alcuni impostori si teneva dal popolo, che la fine del mondo fosse vicina, e che un fuoco mandato di cielo dovesse già consumarlo. E s'era benissimo ordito da una banda di ladri e di micidiali il dar fuoco a Roma, e saccheggiarla; come rilevò il Magistrato da uno di que' ciurmadori, che predicevano futuri danni. Avevano costoro immaginato tal predizione per coprire i futuri loro misfatti colle apparenze di un avvenimento soprannaturale. Frattanto il pestilenziale flagello traeva ogni giorno al sepolcro un numero esorbitante di persone, fra le quali se ne contaron parecchie d'illustri. Fra i poveri la mortalità era infinita. Mancavano e ufficiali e stromenti per seppellire i cadaveri, che ogni giorno moltiplicavano a dismisura. L'imperatore pagava col pubblico danaro le spese del trasporto, e nulla ostante le case, le strade, e le piazze pubbliche erano sempre ingombre di morti. Galeno trovavasi allora in Roma. Fu tanto grande lo spavento, ch'ei ne provò, che ben lontano dall'imitare Ippocrate, il quale aveva tutto sacrificato per volare in soccorso degli Ateniesi, se ne fuggì egli invece da Roma, e andò a ricoverarsi in Pergamo sua patria, sottraendosi di tal maniera ai pericoli del contagio. Alla pestilenza succedettero i terremoti, la carestia, le innondazioni, ed altre simili calamità, come è accaduto in Atene dopo la famosa peste sopraddescritta. I Sarmati, i Quadi, i Marcomanni, ed altri popoli Settentrionali eransi già accinti a profittare di sì terribile complicazion di disgrazie; ma questo grande imperatore trionfò di tutti i nemici sì fuori che dentro lo Stato (_Jul. Capitol. in Vita Lucii Veri. Flav. Eutrop. lib. X. Paul. Oros. lib. VII. cap. 15. Claud. Galen. lib. I. de different. febr. etc._).

A. di Roma 942-43, dell'E. C. i 188-89. Sotto l'impero di Commodo la città di Roma fu nuovamente assalita dalla peste, ed anche in questa epoca venne proceduta e accompagnata dalla epizoozia. Questa peste si è manifestata con tale violenza, che si è creduto l'eguale non esservi stata mai. Per certo tempo morivano fino a due mille persone al giorno. In tal circostanza i medici consigliarono di usar degli odori, di tenere addosso sostanze pur odorose, e praticar profumi col falso oggetto di purificar l'aria. Ma questi mezzi a nulla giovarono, non intercette le comunicazioni. Cominciato il morbo nel 188 continuò le sue stragi nell'anno seguente. Commodo avendo sentito dire da' medici, che certi alberi, come il lauro, spargenti odore, erano atti a preservar dalla peste, se ne fuggì al luogo detto _Laurentum_ (ora _Pratica_), rinomato per li bei boschetti di lauro, ond'era circondato, e ne ottenne l'intento; sebben sarebbe stato meglio che quello snaturato mostro non avesse avuto tal ventura per sè, mentre la sua salvezza fu per gli altri grave disavventura. Non l'odore de' lauri, quanto l'essersi sottratto ad un pericoloso commercio ne lo avrà salvato (_Dion. Cass. lib. 72. Herodot. lib. I. Dionys. Alicarnass._).

SECOLO III.

A. di Roma 970, dell'E. C. 216. Nuova peste in Italia in quest'anno. Brescia ne fu colpita principalmente. Il morbo si propagò fino nella Calabria. Fu preceduto pur questo da grande mortalità fra gli animali (_El. Cavriol. Chronic. Brixiens._).

A. di Roma 1008-1009, dell'E. C. 254-255. Sotto l'impero di Gallo e Volusiano la peste penetrò in Italia, desolò Roma, e si diffuse in quasi tutte le provincie e paesi, all'Impero Romano soggetti. Venne trasportata dall'Affrica, e fu sì fiera e perniciosa, che in tutto il tenere dell'Impero Romano non v'ebbe quasi municipio rimasto illeso dalle sue rovine. Durò con eguale sevizie due anni; e secondo alcuni autori infierì or qua or là per un intero decennio, lasciando per tutto vestigia di desolazione e di orrore (_Paul. Oros. lib. VII. cap. 21. Eutrop. de Gallo et Volusiano_).

A. di Roma 1017, dell'E. C. 263. Sotto l'impero di Gallieno la peste, la fame, ed i terremuoti desolarono parecchie provincie dell'Impero Romano. In quest'anno la città di Alessandria nell'Egitto fu afflitta fino agli estremi dagli orrori della peste e della fame, che disputavansi a gara il diritto d'inferocire contro quegl'infelici abitanti (_Trabell. Pollion. de Gallieno. Euseb. et Spondan._).

A. di Roma 1049, dell'E. C. 295. Ricomparì la peste in Oriente sotto l'impero di Diocleziano l'anno 295. Era accompagnata da sintomi degni di osservazione, cioè vasti carbonchi di un'indole di singolare malignità. Il veleno pestilenziale si scaricava particolarmente sugli occhi, di maniera che quelli, che scampavano dalla malattia, restavano per lo più ciechi (_Papon. Chronolog. Historiq. des Pestes p. 258._).

SECOLO IV.

A. di Roma 1062, dell'E. C. 308. Sotto l'impero di Costantino, Amida, città della Mesopotamia, trovandosi assediata dai Persi venne colpita da fierissima pestilenza, la quale si propagò fra la truppa degli assedianti, e riuscì ad essa sommamente funesta. Anco in questo caso si credè esserne cagione l'aere corrotto dalle putride esalazioni dei cadaveri insepolti (_Ammian. Marcellin. lib. XIX._).

I cronologisti Kirchero e Lebenswaldt fanno memoria di altre tre pestilenze accadute in questo secolo, una nel 312 dell'E. C., l'altra nel 334 congiunta alla fame, ed una terza nel 377: gli altri storici però non fanno di queste menzione alcuna; e la verità sembra essere in densa caligine avvolta.

SECOLO V.

A. di Roma 1162, dell'E. C. 408. Fame e peste a Roma in quest'anno (_Papon. op. cit._).

A. di Roma 1200, dell'E. C. 446. V'ebbe fiera pestilenza a Costantinopoli (_Lebenswaldt. op. cit._).

A. di Roma 1208-09, dell'E. C. 454-55. Dopo la carestia e la fame si sviluppò nell'Asia minore la peste, la quale era accompagnata da sintomi singolarissimi. All'invasione del miasma pestifero succedeva un'enfiagione generale del corpo. L'introdotto veleno attaccava in ispezieltà gli occhi; ed era di così fiero e pernicioso carattere, che in pochi istanti cagionava la cecità; sopraggiungeva quindi fierissima tosse, sotto i cui colpi l'ammalato d'ordinario spirava. I malati per la maggior parte perivano entro il periodo dei primi tre giorni. Questa peste dall'Asia minore si propagò nella Palestina, e secondo la testimonianza di Evagrio venne di là trasportata in Europa, ed attaccò la città di Vienna, la quale si riferisce esserne stata liberata per l'intercessione di s. Severino (_P. Kircher. Managetta, Sorbait Pestordnung cap. IV. Viener Pestbeschreibung l. Theil._).

A. di Roma 1219, dell'E. C. 465. Peste fiera e devastatrice ha regnato in quest'anno a Brescia, ed in varie altre città e paesi d'Italia. Vi perirono gran numero di persone. Le devastazioni prodotte dal morbo furono così grandi, che alcune città, castella, e terre rimasero affatto deserte e spoglie di abitatori (_El. Cavriol. Chronic. Brixiens._).

Nel 476 dell'E. C. finì l'Impero di Roma.

A. dell'E. C. 484. In quest'anno e per alcuni altri successivi la peste con atroce furore ha devastato varj luoghi dell'Affrica (_P. Kircher. juxt. Gregor. Turonens._).

SECOLO VI.

A. dell'E. C. 503. In quest'anno la città di Marsiglia in Francia è stata desolata dalla peste (_Papon, op. cit. p. 259._).

A. dell'E. C. 538. La peste invase l'armata de' Goti, che assediavano Roma, sotto il comando di Vitige, e vi arrecò grande mortalità (_Procop. de Bell. Gothic. Leonard. Aretin. Hist. Gothor. lib. I._).

A. dell'E. C. 540. In quest'anno la peste desolò il paese dell'Arvergna in Francia (_Papon. op. cit._).

DESCRIZIONE DELLA PESTE DI COSTANTINOPOLI L'ANNO 542 DELL'E. C.

L'anno cinquecento quarantadue di G. C. è celebre per l'orribile carnificina, che fece la peste a Costantinopoli sotto l'impero di Giustiniano, ed in quasi tutto l'Oriente. Essa fu una delle più feroci e perniciose, che ricordi la storia.

Incominciò da Pelusio, or Paraméa, nell'Egitto. Di là il torrente dello struggitore contagio, dividendosi quasi in due rami, si estese, da un lato verso l'Oriente, donde passò ad infettare la Palestina, dall'altro verso l'Occidente in Alessandria, donde si propagò sulla maggior parte della terra abitata. Si nota che nel suo corso tenne una certa regolarità. Non percosse leggiermente alcun paese, e non ne lasciò illeso nessuno. Nella durata della sua violenza mantenne per tutto certo periodo a un di presso eguale. Se una città veniva devastata dalla peste, e alcuni luoghi vicini ne andavano illesi, l'anno seguente vieppiù su d'essi rincalzava le sue violenze e malori; se in una città appestata alcuni quartieri restavano immuni dal contagio, quella sciagura non era che differita all'anno vegnente. Non diversità di luoghi, non qualità di stagioni, non differenza di condizione, di età, di temperamento, di mezzi erano atti a procurare salvezza. Narrasi in oltre essersi osservato, che mentre trovavasi travagliata dal morbo una città, quelli, che alla medesima appartenevano, venivan colti dal morbo, ancorchè s'attrovassero in paese sano e straniero; mentre gli stranieri in un paese, invaso dal contagio, n'erano spesso esenti, e gl'indigeni presi senza eccezione.

Evagrio e Procopio, che trovavansi in quel tempo a Costantinopoli, ci hanno lasciato la descrizione delle stragi, che questa peste ha prodotte in quella magnifica capitale dell'impero. Le loro narrazioni però traboccano di circostanze inverissimili, e straordinarie; quindi è mestieri spogliarle del troppo maraviglioso, che secondo il gusto di que' tempi si risguardava forse come un abbellimento del dire. Si raccoglie dalle narrazioni di detti autori, che il contagio si appalesava comunemente per certe alterazioni nelle funzioni del cervello, cioè sogni spaventevoli, visioni di un'immaginazione malata, idee di terrore, irrefrenabile timor della morte, compassionevoli grida, agitazioni, smanie e furori. Succedeva la febbre, la quale talvolta appariva così leggiera da trarne in inganno anche gli esperti sulla qualità del pericolo. Per lo più all'accesso della febbre gli occhi erano accesi, scintillanti, la faccia gonfia, e la gola infiammata. Se l'infiammagione della gola non cagionava prestamente la morte, il dì appressò o qualche altro dopo si manifestavano le parotidi, i buboni alle ascelle, agl'inguini, alle cosce; comparivano de' carbonchi, ovvero, cosa ancor più funesta, coprivasi il corpo di macchie livide e nerastre; succedeva il delirio, la frenesia, o il letargo, i vomiti di sangue, od altre emorragie, la diarrea, la gangrena, ed in breve ora la morte. Quando i buboni venivano a suppurazione e aprivansi sollecitamente, i malati miglioravano e guarivano. Ciò però solea di raro avvenire. Quasi tutti i malati morivano, e la maggior parte nel terzo giorno, o prima. Il male deludeva ogni soccorso dell'arte. I medici non vi sapevan che fare. Ogni loro pronostico era fallace. Le donne gravide perivan tutte coi loro frutti, tranne qualche raro caso.

Fra que' pochi, che avevano superata la malattia, alcuni soggiacevano a due e fino a tre recidive. Nessuno però superava la terza.

Da principio il numero de' morti non era sì spaventevole, ma aumentò successivamente, secondo Procopio, fino a diecimila al giorno.

Ne' primi mesi ciascuna famiglia era sollecita di dar sepoltura a' suoi. Non andò molto però che divenne impossibile poter soddisfare a questo pietoso ofizio; il perchè la maggior parte de' cadaveri si restava insepolta. L'indolenza dell'imperatore venne scossa da sì lagrimevole spettacolo. Quindi incaricò Teodoro, suo consigliere, di far dar sepoltura ai morti. Per questo fine gli assegnò alquante guardie del palazzo, e gli diede gran somma di danaro. Teodoro ve ne aggiunse molto del proprio. I più ricchi ne imitaron l'esempio; e pagarono, quanto oro occorreva, per far sotterrare i corpi de' loro parenti. Egli fe' seppellire quelli de' poveri, e di quanti imputridivano nelle case o in sulle strade. Quando furon riempiuti i sepolcri delle chiese, fece scavare delle ampie fosse fuori delle porte della città, entro alle quali tutto il resto venne gittato. Gli uffiziali però di questo pericoloso ministero caddero malati pur essi, e vi morirono. Per togliere, o scemar pericolo di malattia a quelli, che dovevano sottentrar negli ufizj, si avvisò di gittare i morti nelle torri, donde la città era fiancheggiata. Questa idea però fu altrettanto funesta, quanto si tien pericolosa l'osservanza di seppellir cadaveri nelle chiese. Altri becchini accatastavano i cadaveri dentro i battelli, abbandonati poscia in balia de' venti, ch'erano in seguito dai flutti respinti in sulle rive, dove i cadaveri terminavano la loro putrefazione. Un puzzo orribile, e insopportabili esalazioni contaminavano l'aria, ed aumentavano considerabilmente le infezioni e le morti, specialmente in que' giorni, in cui il vento portava alla città que' pestilenziali vapori. All'imperatore medesimo s'appiccò il contagio. Un carbonchio pestilenziale gli si manifestò, e fece molto temere della sua vita. Questo fatto pose il colmo al terrore degli abitanti. Osserva Procopio che nel tempo ch'era più grande il furor della peste, tacquero gli odj e' partiti; cessarono le dissolutezze, e diedersi gli uomini alle pratiche della religione; ma a misura che il male si rallentava pur riprendevano le usate abitudini, e divennero peggiori di prima. Nè anche la peste vale a render migliori i malvagi per rea indole, o per vecchia abitudine.

La peste dopo tante stragi in Costantinopoli si diffuse, come s'è detto, in quasi tutto l'Oriente, nell'Italia, in Francia, in Germania, e in altri luoghi.

Gli storici riferiscono aver essa durato 52 anni, devastando gran parte della terra. Sembra almeno che le varie pestilenze, delle quali fa menzione la storia dall'anno 542 sino alla fine del secolo, di cui parliamo, non sieno state pesti differenti, ma bensì nuove eruzioni dello stesso miasma pestilenziale; che al concorso di alcune circostanze riproducevasi, or con maggiore, or con minor violenza.

Tutte queste pestilenze vengono segnate dagli storici, come _inguinali_, cioè con buboni agl'inguini; dal che si deduce non essere state malattie d'altro carattere d'epidemia (_Procop. de bello Persico lib. II. cap. 22. Evagr. Hist. Ecclesiast. lib. IV. Spond. Kircher. Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 543-44. La summenzionata peste, conservando la perniciosa sua indole, videsi inferocire ne' seguenti due anni per tutta l'Insubria, cioè per una parte dello Stato di Milano, nel Comasco, e in parte nel Cremonese. Quindi infierì pur anche in tutta la Liguria; che comprendeva la Riviera e lo Stato di Genova, il Monferrato, gran parte del Piemonte, ed una porzione dello Stato di Milano; inoltratasi pure al mezzodì della Francia; e v'ha ragion di credere ch'essa penetrasse più lungi (_Leonard. Aretin. lib. II. Papon. op. cit. V. II. p. 260._).

A. dell'E. C. 546. Gli storici fanno menzione della peste, che in quest'anno si manifestò nella Germania, apparendo più comunemente con buboni agl'inguini, e perciò chiamatasi _inguinale_ (_Papon. op. cit_.).

A. dell'E. C. 549. Le provincie del mezzodì della Francia furon di nuovo infestate dalla peste (_Papon. l. c._).

A. dell'E. C. 557. Peste di nuovo in Italia, secondo il _Lebenswald_.

A. dell'E. C. 565. In quest'anno si riprodusse il contagio nell'Insubria e nella Liguria, che ne rimasero per molti mesi il teatro di stragi le più crudeli. Di là il funesto seme pestilenziale si sparse per tutto il resto d'Italia, e per la Francia, penetrò nella Germania, e si propagò con furore per tutto il Settentrione, arrecando in ogni luogo gravissimi danni. Si nota essere stata questa pestilenza la funestissima sopra altre parecchie, e di aver particolarmente devastato la Lombardia (_Paul. Diacon. lib. II. cap. 4º Spond. eod. an. s. Gregor. Magn. et Gregor. Turon._).

A. dell'E. C. 571. Peste terribile nell'Alvergna in Francia. Notasi che i buboni si manifestavano alle ascelle, e agl'inguini, e che ne morivano gli appestati nello spazio di due o tre giorni al più tardi (_Papon. op. cit. p. 261._).

A. dell'E. C. 579. In quest'anno rigermogliò la peste in Francia, e fu preceduta da straordinarie inondazioni (_Pap. l. c._).

A. dell'E. C. 502. La peste divenuta omai quasi indigena in Francia e in Italia, divampava ora in un paese ora in altro con maggior violenza. In quest'anno, secondo Gregorio di Tours, devastò la Lorena, e fu accompagnata da sintomi di grande ferocia, principalmente da quelli, che sogliono accompagnare la vera pestilenza (_Papon, e Kircher. op. cit._).

A. dell'E. C. 586-87-88. In questi tre anni vi ebbe peste qua e là per la Francia; e singolarmente nel 586 sul Narbonese. I segni più certi n'erano i buboni agl'inguini, e le petecchie. Negli anni successivi 587 e 88 desolò essa i paesi del mezzodì della Francia; e gli storici accennano che nell'anno 588 si fosse stesa a Lione, e penetrata ben nell'Italia (_Papon. op. cit._).

Fra i paesi, che gli storici indicano essere stati afflitti in quest'anno da fiera pestilenza, _Casimiro Frescot_ monaco Benedettino novera la Dalmazia, ed i regni circonvicini, individuando in particolare la città di Zara travagliata più delle altre dal crudo morbo (_Thom. Archidiac. Spalaten. Hist. Eclesiast. Salonitan. in Addition. pag. 193._[7]).

A. dell'E. C. 588-89-90. Teneva Maurizio l'Impero, allorchè nel 588 incominciò a serpeggiare in Roma la peste. L'anno 589 di G. C. fu memorando per le devastazioni, che la peste produsse in tutta quasi l'Italia, in Roma particolarmente. Questa atrocissima pestilenza continuò ad infierire nell'anno 590. Fra le vittime d'essa si annovera il pontefice Pelagio II. Di più se ne conta cosa particolare ed è, che molti starnutendo e sbadigliando perdevano la vita, da cui si dice esser nato l'uso di pregar da Dio salute nell'atto che taluno starnutisce. Questa stessa pestilenza invase pure la Spagna e vi si propagò con estrema veemenza. Infestò la Francia, Marsiglia in particolare; nella qual città, giusta quanto asserisce Gregorio di Tours, venne portata da una nave mercantile nel 589, e vi fece tanti progressi, che gran numero di famiglie ne andaron distrutte, le case cambiate in sepolcri, e l'intera città ridotta in un vasto cimitero. La raccolta dell'anno andò interamente perduta per mancanza di coltivatori. In tal circostanza di atrocissima peste nella città di Roma, ed in molte altre d'Italia, di Francia e di Spagna, a Roma furono instituite le litanie maggiori, e l'uso di portare processionalmente le Sacre Immagini, rito poscia abbracciato da tutte le chiese in tempi di calamità pubbliche ed in particolare nei timori del morbo pestilenziale (_Platin. in Vita Pelagii II. Spond. eod. an. Gregor. III. Pont. M._ _c. 19. vid. Legend. Sanct. in Vita s. Gregorii M. Gregor. Turon. Kircher. Thom. Archidiacon. op. cit._).

A. dell'E. C. 591. Nel successivo anno cinquecento e novantuno la peste, essendo pressochè affatto estinta in Italia, si riaccese con nuova fierezza in Francia. Gli storici ce la indicano collo stesso epiteto d'_inguinale_ nella Bretagna, nella Turena, nella Linguadocca, e nell'Aragonese (_Papon. Chron. ec. p. 263._).

A. dell'E. C. 599. In quest'anno la peste rigermogliò a Marsiglia ed in tutta la Provenza, comparendo per tutto accompagnata dai medesimi sintomi, che negli anni precedenti erasi manifestata (_Papon, iv._).

SECOLO VII.

A. dell'E. C. 608. Dopo straordinarie inondazioni e dopo cruda fame, un morbo epidemico si è sviluppato nella città di Roma, e vi recò grave desolazione. Alcuni storici annunciano questo morbo, qual vera pestilenza (_Platin. Vit. Bonifac. IV. et Spond. eod. an._). Secondo altri forse desso non fu, che una malattia epidemica d'altra natura.

A. dell'E. C. 615. Il Platina nella vita di Diodato I, e lo Spondano indicano esservi stata pur in quest'anno la peste a Roma, e in altri paesi d'Italia, la quale fu preceduta da orribili terremoti. Pure dietro l'esame di altre memorie sembra fosse questa in vece una lepra o l'elefantiasi contagiosa (_Adam. Bibl. Loim. p. 189._).

A. dell'E. C. 618. Vera Peste e fierissima ha quest'anno afflitto la Germania (_Georg. Agricol. de Peste lib. III_.).

A. dell'E. C. 640. Peste atrocissima e veemente fece in quest'anno infinite stragi a Costantinopoli (_Kirch. op. cit._).

A. dell'E. C. 680. In tutta l'Italia e principalmente a Roma la Peste esercitò in quest'anno orribile carnificina. Questo flagello imperversò accompagnato da straordinarie meteore; piogge continue, venti impetuosi, tempeste spaventevoli concorsero ad accrescere la tristezza e lo spavento di quelle desolate popolazioni (_Platin, in Vit. Agathonis, et Spondan. eod. an. Paul. Diacon. Kircher opp. cit._). Il Lebenswaldt fa menzione di altre due pestilenze in questo secolo, una più atroce nel 684, che dice egli essere stata accompagnata da Epizoozia; l'altra nel 687; ma non trovandosi queste descritte da altri, e nelle sposizioni del Lebenswaldt trovandosi molta confusione ed incertezza, non si possono dare per vere.

SECOLO VIII.

A. dell'E. C. 709. Peste violenta e di straordinaria perniciosa indole desolò in quest'anno la città di Brescia e' suoi contorni. Essa fu per tal modo funesta, che non ci aveva più alcuno, che prestar si volesse all'ufficio di seppellire i cadaveri, a tale che i morti giacevano insepolti d'in sulle strade, e per le case; il perchè venne ogni famiglia incaricata di tumulare i suoi, ed, in mancanza di famigliari, gli abitanti della stessa contrada eran tenuti di dar mano a questo estremo ufficio (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).

A. dell'E. C. 717. Ritrovandosi Costantinopoli assediata da' Saraceni, la peste e la fame hanno sì fieramente travagliato quella città, che vi perirono da trecento mila persone. Contemporaneamente alcune provincie dell'Oriente vennero desolate dallo stesso flagello (_Paul. Diacon. lib. 6. cap. 47. Spond. Gratiol. Briet. Lebenswaldt ec._).

A. dell'E. C. 729. In quest'anno peste nella Siria e nella Grecia (_Lebenswaldt_).

A. dell'E. C. 745-46-47. Terremoti spaventevoli precedettero quella memoranda pestilenza, che si spiegò sotto Leone Isaurico, e che durò più anni. Nella Calabria, nella Sicilia, nelle isole della Grecia, e a Costantinopoli specialmente imperversò il contagio con maggiore violenza, e vi fece di orribili stragi. Quasi non bastava la terra per accogliere i cadaveri: sì grande ne fu il numero. Nell'anno 746 la peste spiegò il massimo suo furore. Tale calamità continuò parecchi anni ad affliggere Costantinopoli ed alcune provincie d'Oriente. Dava qualche tregua il contagio, ma, dappoichè estinto non era, riaccendevasi di tratto in tratto con maggiore veemenza. Ciò fu nel 751, e specialmente nel 760.

A. dell'E. C. 760. Secondo il _Kirchero_ in quest'anno la peste invase quasi tutta la terra.

A. dell'E. C. 774. Pavia, l'antica capitale del regno de' Longobardi, venne afflitta in quest'anno da crudelissima fame, a cui ben presto tenne dietro la peste. La cagione dell'una e dell'altra fu forse l'assedio strettissimo, in cui tennela Carlo Magno per otto mesi continui, cioè dall'Ottobre 773 al Maggio 774. Questa circostanza fece credere a qualche autore che il morbo non fosse vera pestilenza, ma bensì una malattia tifica prodotta dallo scarso e cattivo alimento.