Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 22
In oltre giova avvertire, che una fatale ripetuta sperienza ci ha finor dimostrato, che nel morbo della peste sono pericolosissimi in pratica gli autori teoretici, i fautori di sistemi, e d'ipotesi, li quali talvolta assai più della peste medesima riescon fatali. Una prova di questa verità ci offrono le funeste, e terribili conseguenze, che nella desolatrice peste di Marsiglia del 1720 ebbero le false opinioni teoretiche di _Chicoyneau_, _Saulier_, _Verney_, sull'indole di questo morbo; i quali, educati alla scuola, e nelle false dottrine di _Chirac_ professore a Montpellier, uomo per altro celeberrimo a que' tempi, ma che non avea mai veduto la peste, non seppero rinunziare all'abbracciato sistema, e alle dottrine ricevute dal loro maestro, malgrado l'evidenza dei fatti ed i furori di un contagio sterminatore, ostinatisi a considerare la malattia, come una febbre perniciosa bensì, ma non contagiosa. Ciò sciauratamente avvenne in varj altri casi di pestilenza per la suddetta cagione di false opinioni teoretiche, e di una fatale insistenza nell'attenersi alle abbracciate ipotesi sistematiche. Nell'argomento specialmente della _peste_, ed in ogni altro di malattie epidemiche e contagiose i fatti, quanto più nudamente e fedelmente esposti si trovano, tanto meglio di essi ne comparisce l'importanza, tanto più utile ed istruttiva ne riesce la storia.
Or io non m'intratterrò a dar un giudizio sul merito di ciascheduna Opera in particolare. Ad eseguir ciò, come converrebbe, troppi mezzi, più tempo e dottrina, ch'io non ho, ci vorrebbero.
Premesse tutte queste nozioni, a guida dei più inesperti, a' quali potessero tornar giovevoli le sopraccennate bibliografiche notizie, additerò alcuni autori, che della Peste han trattato, secondo me, in modo più singolare e opportuno, per quanto m'è riuscito di raccogliere.
Questi sono l'_Ingrassia_, il _Massaria_, il _Diemerbroek_, il _Peima da Beinthema_, l'_Hodges_, il _Sorbait_, il _Sydenham_, il _Werlosching_, il _Schamschy_, il _Benza_, il _Mead_, il _Fornes_, il _Deidier_, lo _Schreiber_, il _Paris_, il _Minderero_, il _Bertrand_ (_Gio. Battista_), il _Mertens_, il _Semolovitz_, l'_Orreo_, il _Russel_, il _Chenot_, lo _Schraud_, il _Valli_, il _Foulkner_, il _Mac-Gregor_, il _Foderé_, il _Romani_, il _Grohmann_. Non altrimenti è da tenere degli altri tutti, che fecero parte della Spedizione Francese in Egitto, che furono il _Desgenettes_, il _Lerroy_, il _Pugnet_, il _Savaresi_, il _Frank_, il _Sotira_, l'Autore _du Courrier de l'Egypte_ ecc., così pure le dottrine di alcuni celebri uomini, che senza esser medici hanno dato al pubblico trattati, e descrizioni sulla Peste, di un merito, che vince d'assai quelle di molti medici: e sono il _Card. Gastaldi_, il _Padre Maurizio da Tolone Cappuccino_, il _Padre Antéro Maria da s. Bonaventura_, il _Turriano_, il _Mazzucchelli_, il _Muratori_, il _Cav. Azuni_; il _Papon_, lo _Scudéri_, il _Boccaccio_, _Marsilio Ficino_, il _Rondinelli_, il _Ripamonti_; la più parte de' quali raccolsero le loro osservazioni di mezzo alle terribili devastazioni della peste. Così pur è da dire di tanti altri rispettabili pratici, che trovaronsi in occasioni di Peste, e che sodamente di essa ragionarono, come sono il _Fracastoro_, il _Cardano_, il _Bairo_, il _Massa_, _Valesio da Bourgdieu_, _Prospero Alpino_, il _Capivaccio_, _Roderico_ e _Pietro da Castro_, il _Susio_, il _Moller_, il _Landi_, il _Rinci_, _Gio. Battista Gemma_, il _Barbette_, il _Daciano_, l'_Alfano_, il _Pona_, il _Managetta_, il _Lebselter_, il _Dornkrell_, lo _Schoenborn_, il _Bokel_, il _Garnerio_, il _Settala_, il _Sestini_, l'_Imperiale_, il _Pasini_, il _Righi_, il _Redlich_, il _Ghisellero_, il _Giberti_, il _Fabroni_, il _Rivino_, il _Kanold_, il _Gottwald_, lo _Sthaar_, il _Pichari_, il _Daver_, l'_Astruc_, il _Loob_, ed altri molti, ch'io non conosco, o de' quali non ho ancora chiara l'idea. Che se si abbia vaghezza o bisogno d'istruirsi di cose relative alla storia generale, ovvero alle varie epoche delle Pesti, converrà ricercarle principalmente fra i Cronologisti; e sono l'_Adami_, il _Graziolo_, il _Gastaldi_, il _Padre Kirchero_, il _Lebenswaldt_, il _Cavriolo_, l'_Agricola_, il _Tarcagnotta_, il _Platina_, il _Musanzio_, e tanti altri ancora a me ignoti.
Intorno poi a que' Regolamenti Politico-Sanitarj, che le varie città e provincie, e i differenti Governi stabilirono a loro difesa, e che costituiscono altrettanti codici di leggi e di editti sanitarj, non mi fo lecito di darne giudizio. Questi Regolamenti parziali hanno immediato rispetto alle circostanze particolari de' luoghi, de' costumi, usi, ordini, vizj, bisogni, ecc. dei differenti paesi. Ciò ch'è buono in un luogo, può non convenire ad un altro. Fra i molti che ho indicati nel Catalogo bibliografico, potendosi scegliere, gioverà forse preferire quello o quelli che appartengono a città o a provincie costituite in parità di circostanze; e che alla situazione, usi, bisogni, ecc. della provincia, minacciata o colpita, più van da presso. Si avverta in oltre che i paesi e le provincie più soggette alla peste, quelle cioè che sono state istrutte da una maggiore e più trista sperienza, posseggono d'ordinario i migliori Regolamenti; mentre le provincie e le città più lontane dal pericolo della peste, e meno soggette a questo flagello, o non hanno Regolamenti, o gli hanno viziosi e imperfetti. I Regolamenti Sanitarj de' Veneziani contenevano, relativamente ai tempi, in cui sono stati scritti, ben ottimi provvedimenti preservativi, specialmente per quanto riguarda le sospette comunicazioni dalla parte di mare; nè si può contendere ai Veneti la gloria di essere stati in questa specie di scienza i primi maestri delle altre nazioni. Ottimi provvedimenti preservativi pur anco contengono i Regolamenti Sanitarj di varie città e provincie della Germania ma questi si riferiscono specialmente alle sospette comunicazioni dalla parte di terra. Molti porti e lazzeretti di Europa hanno ora dei Regolamenti eccellenti; ma questi Regolamenti non sono di pubblico diritto, e si custodiscono per lo più con una certa gelosia, che non favorisce il progresso delle idee, e delle scienze. Intorno ai principali lazzeretti di Europa si potrà consultare l'opera di _Howard_, che ne ha scritto _ex-professo_.
Finalmente a mio credere le Opere sulla Peste troppo voluminose, troppo lunghe, quelle che contengono molti dottrinali e molte parole, e che non sono scritte con chiarezza e precisione, non giovano gran fatto, sono di poca o nessuna utilità in tempo di peste, per quelli specialmente che aspettano quell'occasione per istruirsi, accesosi in loro il desiderio d'imparar a schivare il pericolo, quando sta loro alle spalle, restando allora appena tempo di adoperare i mezzi necessarj al salvarsi. La chiarezza, l'ordine, la disposizione piana e regolare degli argomenti, una tessitura facile, e tale che ne porti l'effetto di ritrovar prontamente e per ogni caso l'occorrente istruzione, sono qualità pregevolissime in ogni opera di qualsivoglia materia; ma particolarmente si rendono qualità essenziali e utilissime nelle Opere, che trattano della Peste o della pubblica Amministrazion Sanitaria.
SERIE
DI TUTTE LE PESTILENZE PIÙ MEMORABILI
DAI PIÙ REMOTI TEMPI FINO AL PRESENTE
SECONDO LA CRONOLOGIA COMUNEMENTE SEGUITA
AGGIUNTEVI RESPETTIVAMENTE
LE COSE PIÙ CONSIDEREVOLI
CHE LE ACCOMPAGNARONO.
_Quemadmodum prosperarum rerum meminisse aliquid in se et voluptatis et utilitatis habet; ita pariter infaustos eventus subinde memoria revolvere est decorum: hos nempe omni studio evitare satagendo, illas consectando._
SERIE CRONOLOGICA
DI TUTTE LE PESTILENZE MEMORABILI DAI PIÙ REMOTI TEMPI FINO AL PRESENTE.
È necessario che l'uomo s'istruisca colla sperienza del passato per cessare i pericoli ed i mali, a cui va incontro, percorrendo il cammino della vita. Alla scuola dell'avversità suol esso apprendere le grandi lezioni. Questo maestro eloquente ed imperioso giugne alcuna volta ad illuminarci, a spogliare del loro prestigio gli errori, che ci traviano, a farci ammirare la verità, che sfugge alle nostre ricerche, e a trarci dal precipizio, in cui eravam per cadere. Noi fortunati, se le disgrazie altrui potranno servire per noi di lezioni salutari; ed anzi che della nostra sapremo profittare dell'altrui sperienza! Io mi accingo a presentare un quadro spaventevole di calamità e di stragi prodotte dalla Peste in varie epoche, presso popoli diversi, fra differenti nazioni, in un gran numero di città, di paesi, e di provincie. Non vada perduto questo lavoro, rivolto al bene dell'umanità. La vista e la conoscenza di tante sciagure parlino al nostro cuore un linguaggio eloquente ed efficace, onde farci scorgere la verità nel suo vero sembiante, e sentire in così grave argomento i suggerimenti della prudenza e della ragione. Se i favori della sorte ci corrompono, se la gradevole prospettiva del piacere e della gloria ci seduce e ci inebria; l'aspetto di tanti mali, che desolarono la terra, francheggi la nostra virtù, animi la nostra attività, e la nostra costanza, onde porre in pratica tutto quello ch'è stato riconosciuto più atto ad iscansare il pericolo di simili calamità, ed a guarentirci da questo orrendo flagello, che, dovunque s'insinua, moltiplica intorno a se ad ogni passo la miseria e la morte. In Europa la severa osservanza di saggi Regolamenti Politico-Sanitarj, la buona scelta di persone deputate al Sanitario Ufizio, l'incoraggiamento ed il premio accordato ai buoni servigi ed al merito, sono i veri mezzi, ed i più sicuri di prevenire la peste, e di allontanarne il pericolo. Però la maggior parte degli uomini volgono altrove i loro sguardi da tutto ciò, che può rattristarli; non vogliono nè vedere i mali, nè pensarvi, nè sentirne parlare. Non cercano che il piacere, e non fanno che correr dietro ad esso senza mai raggiungerlo. Conosco pur troppo che l'orgoglio, la vanità, l'interesse, la gelosia, mettono spesso fra noi e la verità un'insuperabil barriera. Quindi si fugge ciò, che vorrebbe richiamarci al serio pensare; si disapprova tutto ciò, che ne rimprovera i nostri falli e la nostra indolenza. D'altra parte ciò, che lusinga le nostre inclinazioni, di leggier si crede e si adotta: ma taccia per poco la voce prepotente ed energica della passione; si gitti uno sguardo sull'aspetto miserando delle orribili sciagure accagionate dalla peste, e si cessi dall'indifferenza e dall'egoismo sopra un soggetto sì grande, che sì da vicino risguarda la prosperità pubblica e privata delle nazioni.
La peste è l'inimico più grande degl'Imperi e degli Stati, dappoichè essa gli spopola, e colla distruzione de' suoi abitatori v'introduce lo squallore e la miseria. La peste minaccia tutti gli uomini indistintamente di ogni classe, di ogni condizione, d'ogni età. Tutti dunque siamo chiamati da un interesse comune a riunirci per combatterla e allontanarla.
Un popolo, ricco di trofei, di monumenti, di gloriose geste, di nomi illustri, di eroi, non sarà mai così grande quanto quello, i cui cittadini impiegarono i loro talenti, le loro virtù, i loro mezzi per conservare fra la società il prezioso tesoro della salute, ed allontanar dalla patria e dalle famiglie le cause funeste di fisiche calamità, di miseria, di dolore, di pianto, di malattie, di morti disperate e immature. Nè sano consiglio è l'abbandonarsi ad una cieca indolenza per la sola ragione, che ci troviamo in luogo meno esposto al pericolo. La peste penetrerà più facilmente e farà più stragi, quanto più ci troverà alla scoperta. Chi non ha imparato a combattere questo crudele nemico, chi non istà in guardia contro i suoi assalti e le sue insidie, d'ordinario resta irreparabilmente la vittima degl'inattesi suoi colpi. È vero, che i progressi delle scienze e delle dottrine hanno minorato fra le nazioni più colte il pericolo; ma dovunque sia grande la cupidigia dell'oro, l'amore delle ricchezze, è sempre aperta la via a questo morbo crudele per introdursi sconosciuto sin là, dove meno si veglia per difendersi da suoi attacchi.
Passo infrattanto ad indicare le varie epoche più celebri della peste, e le stragi più memorabili di questo mostro omicida. Alziamo la cortina del quadro con quel certo rispetto, ch'è dovuto alla sventura; e a' piedi di esso scriviamo a caratteri indelebili la sentenza di un illustre filosofo:
«Bisogna profittare delle lezioni salutari del passato, gittar gli occhi sul presente senza debolezza, e sull'avvenire senza illusioni».
Io non garantisco punto, che tutte le mortalità descritte dagli storici e dai cronologisti sieno state l'effetto della vera peste, o sì veramente di altre malattie epidemiche e d'indole somigliante, colle quali ne' primi tempi, e fino agli ultimi secoli, per soverchia riverenza ai dogmi degli antichi padri dell'arte, la peste soleva esser confusa. Quindi mi accingerò a dare i pochi cenni storici sopraindicati intorno le principali e le più celebri pestilenze, cominciando dalla più antica, che sia conosciuta, cioè da quella dell'anno del mondo 2443 fino al giorno d'oggi, attenendomi fedelmente in questa parte all'opinione de' sovraccennati storici e cronologisti; dacchè non è del mio assunto prender ora in esame le differenti loro opinioni.
ANNI DEL MONDO
SECONDO L'ERA LA PIÙ COMUNE.
Anno del Mondo 2443. La più antica pestilenza conosciuta, secondo le più diligenti ricerche, è quella dell'Egitto accaduta l'anno del Mondo 2443, sotto il regno di Remesse, padre di Amenofi ed avo di Sesostri[5]. In quest'anno quasi tutte le città dell'Egitto furono colpite dal morbo pestilenziale; il qual, propagandosi successivamente per le provincie confinanti, si arrestò alla fine nell'Etiopia, ed ivi scaricò tutto il suo furore, desolando quella vasta provincia dell'Affrica. (_Exod. cap. 7. 8. 9. 10. 11. Euseb. in Chronic. Franc. Piense in Chronolog. Pest. V. Gastaldi de avertenda et proflig. Peste. Cap. II. p. 9. et seq._).
A. del M. 2500. Dall'Egitto e dall'Etiopia la peste non tardò molto a propagarsi nella Grecia, dove si manifestò nell'anno del mondo 2500, sotto il regno di Eaco avo di Achille, e padre di Peleo. Per lungo tempo la Grecia ebbe a soffrire que' gravissimi e spaventevoli disastri, che accompagnano d'ordinario questo morbo devastatore, sotto i cui orribili colpi parecchie migliaja d'individui vi restarono vittima. Questa peste fu una delle più crudeli e terribili, ed Ovidio ne la descrisse con molta eleganza e virtù di eloquenza, come al leggerla si può riconoscere; piacendomi a questo fine di riportarla, come farò di altre simili descrizioni.
DESCRIZIONE DELLA PESTE DI EGINA
OVID. _Metamorph. VII. v. 523_.
Dira lues ira populis Junonis iniquae Incidit, exosae dictas a pellice terras. Dum visum mortale malum, tantaeque latebat Causa nocens cladis; pugnatum est arte medendi. Exitium superabat opem; quae victa jacebat. Principio coelum spissa caligine terras Pressit; et ignavos inclusit nubibus aestus. Dumque quater junctis implevit cornibus orbem Luna; quater plenum tenuata retexuit orbem, Letiferis calidi spirarunt flatibus Austri. Constat et in fontes vitium venisse, lacusque; Milliaque incultos serpentum multa per agros Errasse; atque suis fluvios temerasse venenis. Strage canum prima, volucrumque, oviumque, boumque, Inque feris subiti deprensa potentia morbi. Concidere infelix validos miratur arator Inter opus tauros; medioque recumbere sulco. Lanigeris gregibus, balatus dantibus aegros, Sponte sua lanaeque cadunt, et corpora tabent. Acer equus quondam, magnaeque in pulvere famae, Degenerat palmae, veterumque oblitus honorum Ad praesepe gemit, leto moriturus inerti. Non aper irasci meminit; nec fidere cursu Cerva; nec armentis incurrere fortibus ursi: Omnia languor habet; silvisque, agrisque, viisque Corpora foeda jacent: vitiantur odoribus aurae. Mira loquor: non illa canes, avidaeque volucres, Non cani tetigere lupi: dilapsa liquescunt; Adflatuque nocent, et agunt contagia late. Pervenit ad miseros damno graviore colonos Pestis, et in magnae dominatur moenibus urbis. Viscera torrentur primo: flammaeque latentis Indicium rubor est, et ductus anhelitus aegre. Aspera lingua tumet; trepidisque arentia venis Ora patent: auraeque graves captantur hiatu. Non stratum, non ulla pati velamina possunt: Dura sed in terra ponunt praecordia: nec fit Corpus humo gelidum, sed humus de corpore fervet. Nec moderator adest: inque ipsos saeva medentes Erumpit clades; obsuntque auctoribus artes. Quo proprior quisque est, servitque fidelius aegro; In partem leti citius venit. Utque salutis Spes abiit, finemque vident in funere morbi; Indulgent animis; et nulla, quid utile, cura est; Utile enim nihil est: passim, positoque pudore, Fontibus, et fluviis, puteisque capacibus haerent: Nec sitis est exstincta prius, quam vita, bibendo. Inde graves multi nequeunt consurgere, et ipsis Immoriuntur aquis: alius tamen haurit et illas. Tantaque sunt miseris invisi taedia lecti; Prosiliunt: aut, si prohibent consistere vires, Corpora devolvunt in humum, fugiuntque penates Quisque suos: sua cuique domus funesta videtur. Et quia caussa latet, locus est in crimine. Notis Semanimes errare viis, dum stare valebant, Adspiceres; flentes alios, terraeque jacentes, Lassaque versantes supremo lumina motu. Membraque pendentis tendunt ad sidera caeli, Hic, ubi mors, animam deprenderat exhalantes.
A. del M. 2543. Gli autori fanno menzione di un'altra gravissima peste, che afflisse in quest'anno l'Egitto, regnando Faraone. Siccome agli eccessi della crapula erasi abbandonato il popolo Ebreo, prima che scoppiasse il morbo, così il luogo stabilito per la tumulazione de' cadaveri di coloro, che sono periti nel corso di questa pestilenza, riportò il nome di sepolcri dei golosi, _sepulcra gulosorum_. È indicato esser stato questo il quinto castigo, con cui venne punita la durezza e l'empietà di Faraone. (_Exod. cap. 9. Numer. V. et Salian._).
A. del M. 2583. In questo anno infuriò una terribile pestilenza nell'Arabia Petréa. Quivi giunto il popolo Ebreo in Sethim, dopo l'uscita dall'Egitto, si abbandonò agli eccessi di un impuro commercio colle donne de' Moabiti e de' Madianiti, che abitavano in quelle vicinanze. Dagli eccessi di voluttà passò questo popolo, ebbro di vizio, all'empietà ed all'apostasia. Iddio lo punì colla peste, la quale uccise ventiquattro mille di essi. (_Numer. C. XXV. ex Paraphraste Chaldaeo, et ex Jacobo Saliano_).
Alcuni autori fanno menzione di un'altra terribile pestilenza circa quest'epoca insorta fra il popolo Ebreo, che non fu forse che la continuazione o la rigerminazione della medesima sopraddescritta, la quale invadeva improvvisamente sotto l'aspetto di una febbre inflammatoria. Essa uccise cento quarantasette mille persone. Allora se ne attribuì la causa al morso avvelenato di alcuni animali volanti per l'aria, che rutilanti apparivano a guisa di fuoco, e perciò furono chiamati _igniti_. (_Numer. Cap. XXV. V. Adami Bibl. Loimic. pag. 209._).
A. del M. 2730. Troja, regnando Laomedonte, padre di Priamo, ed avo di Ettore, fu colpita dalla peste, colla quale si è creduto, che i Dei punissero la perfidia del re allora regnante. (_Tarcagnotta Hist. Mund. Seneca, ed altri_).
ECCO LA DESCRIZIONE CHE NE LASCIÒ SENECA
_In Oedipo v. 37. 70. — 124. 201._
Non aura gelido lenis adflatu fovet Anhela flammis corda: non Zephyri leves Spirant: sed ignes auget aestiferi Canis Titan, Leonis terga Nemaei premens. Deseruit amnes humor, atque herbas color; Aretque Dirce; tenuis Ismenos fluit, Et tingit inopi nuda vix undâ vada. Obscura caelo labitur Phoebi soror; Tristisque mundus nubilo pallet novo. Nullum serenis noctibus sidus micat: Sed gravis et ater incubat terris vapor, Obtexit arces caelitum ac summas domos Inferna facies; denegat fructum Ceres; Adulta et altis flava cum spicis cremat: Arente culmo, sterilis emoritur seges, Nec ulla pars immunis exitio vacat; Sed omnis aetas pariter et sexus ruit, Juvenesque senibus jungit, et gnatis patres Funesta pestis; una fax thalamos cremat: Fletuque acerbo funera et questu carent: Quin ipsa tanti pervicax clades mali Siccavit oculos; quodque in extremis solet, Periere lacrimae; portat hunc aeger parens Supremum ad ignem: mater hunc amens gerit, Properatque; ut alium regerat in eumdem rogum. Quin luctu in ipso luctus exoritur novus, Suaeque circa funus exsequiae cadunt: Tum propria flammis corpora alienis cremant. Diripitur ignis; nullus est miseris pudor. Non ossa tumuli sancta discreti tegunt. Arsisse satis est; pars quota in cineres abit? Deest terra tumulis: jam rogos silvae negant. Non vota, non ars ulla correptos levant. Cadunt medentes; morbus auxilium trahit. . . . . . . . . . . . . . . . . Labimur saevo repente fato. Ducitur semper nova pompa morti; Longus ad manes properatur ordo Agminis moesti, seriesque tristis Haeret, et turbae tumulos petenti Non satis septem patuere portae. Stat gravis strages, premiturque juncto Funere funus. Prima vis tardas tetigit bidentes, Laniger pingues male carpsit herbas. Colla tacturus steterat sacerdos, Dum manus certum parat alta vulnus, Aureo taurus, rutilante cornu, Labitur segnis; patuit sub ictu Ponderis vasti resoluta cervix. Nec cruor ferrum maculavit; atra Turpis e plaga sanies profusa est. Segnior cursu sonipes in ipso Concidit gyro, dominumque prono Prodidit armo. Incubant pratis pecudes relictae; Taurus, armento pereunte, marcet: Deficit pastor, grege deminuto, Tabidos inter moriens juvencos. Non lupos cervi metuunt rapaces; Cessat irati fremitus leonis; Nulla villosis feritas in ursis. Perhibit pestem latebrosa serpens. Aret; et sicco moritur veneno. Non sylva, sua decorata coma Fundit opacis montibus umbras, Non rura virent ubere glebae. Non plena suo vitis Iaccho Brachia curvat. Omnia nostrum sensere malum. Rupere Erebi claustra profundi Turba sororum face Tartarea: Phlegethonque sua motam ripa Miscuit undis Styga Sidoniis. Mors alta avidos oris hiatus Pandit, et omnes explicat alas: Quique capaci turbida cymba Flumina servat durus senior, Navita crudus, vix adsiduo Brachia conto lassata refert, Fessus turbam vectare novam. Quin Taenarii vincula ferri Rupisse canem fama, et nostris Errasse locis; mugisse solum; Vaga per lucos simulacra virum Majora viris: bis Cadmeum Nive discussa tremuisse nemus, Bis turbatam sanguine Dircen: Nocte silenti Amphionios Ululasse canes. O dira novi facies leti Gravior leto! piger ignavos Adligat artus languor; et aegro Rubor in vultu; maculaeque caput Sparsere leves: tum vapor ipsam Corporis arcem flammeus urit; Multoque genas sanguine tendit. Oculique rigent, et sacer ignis Pascitur artus, resonant aures, Stillatque niger naris aduncae Cruor, et venas rumpit hiantes. Intima creber viscera quassat Gemitus stridens; tunc amplexu Frigida presso saxa fatigant: Quos liberior domus elato Custode sinit; petit is fontes: Aliturque sitis latice ingesto; Prostrata jacet turba per aras, Oratque mori; solum hoc faciles Tribuere dei; delubra petunt Haud ut voto numina placent, Sed juvat ipsos satiare deos.