Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 11

Chapter 113,619 wordsPublic domain

16.º Così pure relativamente ai buboni, considerati generalmente uno dei segni positivi e patognomonici della peste, converrà che il medico stia bene in guardia per non restare ingannato, e non commettere il gravissimo sbaglio di prendere un bubone pestilenziale per un venereo; ciò che può facilmente avvenire, specialmente ai medici incaricati delle visite ordinarie ai contumacianti ed ai facchini destinati all'espurgo delle merci nei Lazzeretti. Può accadere ciò che è accaduto altre volte, cioè la comparsa di un bubone all'inguine e credersi un bubone venereo, senza che ne sia avvertita la differenza della sede di esso, e senza che sia accompagnato da sintomi che indichino l'interessamento del sistema generale o da altri fenomeni capaci di dar sospetto, per cui l'ammalato non si lagni che di un leggiero mal essere. Quindi può facilmente venir preso come conseguenza dell'affezione locale, e così scorrere il primo stadio della malattia pestilenziale, che quantunque benigna può per altro esser fomite di altri più gravi e funestissimi attacchi. Alcune volte accade ben anche, che nel principio non si manifesti se non un semplice ingorgamento glandulare, una picciola gonfiezza, una tendenza al bubone, e che detta tendenza rimanga stazionaria o si dissipi poco appresso, e non venendo accompagnata da fenomeni che indichino un'affezione di tutto il sistema generale, essere ritenuta come dipendente da una cagione innocente, per effetto consensuale prodotta da irritazione in qualche altra parte, e cose simili. La peste che si presenta con forme così benigne e con sintomi di così poca importanza, è assai facile che tragga il medico in errore e che non dia sospetto nemmeno dell'indole sua, della sua vera natura. Da una semplice tendenza al bubone, dalla presenza d'un solo leggiero bubone isolato, insensibile, come dubitare di peste e dichiarare ch'essa esiste già nel paese o nello stabilimento? — In tali casi deve usare il medico di una prudente riserva, non precipitare il suo giudizio, ma cauto e vigile premunirsi contro l'errore colle osservazioni degli altri medici del luogo e seguire accuratamente il successivo andamento del male, che già ove si tratti di peste non tarderanno a comparir sulla scena in uno od altro malato degli altri sintomi che dissiperanno ogni dubbio. Appunto per questi ed altri consimili casi importa ch'ei sappia che i buboni venerei non irrompono nello stesso sito dei pestilenziali; che i venerei si manifestano sempre negli inguini stessi, e i pestilenziali all'incontro rarissime volte ivi compariscono, e più comunemente piantano la lor sede nella regione anteriore e superiore della coscia, due o tre dita trasverse sotto la commissura inguinale.

D'altra parte importa non lasciarsi soggezionare dai volgari sofismi soliti a porsi in campo dai medici che negano l'esistenza del contagio per giustificare la loro opinione, cioè — che se vera peste ella fosse i primi attaccati sarebbero quelli che si prestarono in servigio dei malati, i medici e sacerdoti che li hanno assistiti, che sarebbero state già più famiglie attaccate, che si sarebbero veduti buboni e carbonchi, che non si dee temere di peste e sparger senza forte ragione l'allarme — ed altre cose simili. Solite fole degli inesperti e di quelli che non vedono più lungo di una spanna, per confutare le quali basterà citare la storia ed i numerosi fatti da essa registrati alcuni de' quali ho riportato qui sopra. La dimostrata immunità dei custodi e serventi, dei famigliari e dei medici, e di quelle persone che hanno assistito e visitato i malati od altrimenti avuto seco loro delle comunicazioni, che viene allegata dai medici impugnatori dell'esistenza del contagio in una città o paese, suol d'ordinario trovar favore nella popolare credulità ed esser tenuta altresì in conto di molto valore dalle stesse autorità locali, per cui più facilmente si determinano a credere falsa l'opinione dei sostenitori della peste, e ad abbandonare le necessarie precauzioni e riserve di sanità; nè è raro il caso che ravvisando quelle subite dichiarazioni di peste sommamente pregiudicievoli agl'interessi delle popolazioni, siccome quelle che spargendo l'allarme fra il popolo possono esser cagione di torbidi e di tumulti, devengano eziandio a rigorose misure di punizione contro quei tali dell'arte che per una più accurata osservazione fatta, o perchè sorretti da una maggior esperienza, furono i primi a conoscere la peste e a denunziarla. Così è avvenuto di quel povero medico che nella peste di Napoli del 1656 fu condannato in carcere dal Governatore, dove ammalatosi, per somma grazia gli fu permesso di andar a morire a casa sua (V. _pag._ 467); così toccò in sorte all'egregio Dott. Santilli (Eusebio) medico dell'Ospedale nell'ultima peste di Tunisi degli anni 1818-19-20, il quale venne da S. E. il Bey rampognato fortemente e minacciato anche di morte, perchè contro l'opinione di molti altri medici del luogo avea dichiarato essere vera peste le malattie dominanti, e fu solo per l'intercessione e persuasive di onesta persona della stessa corte del Bey, che la pena di morte pronunciata contro di esso qual perturbatore della pubblica quiete, venne commutata in carcerazione e bastonate (V. _Passeri Dott. Giuseppe, sulla Peste, col ragguaglio della peste di Tunisi avvenuta negli anni 1818-19-20, e Lettera sullo stato della medicina in quel Regno, Siena 1820_).

Che se a convincere que' cotali della futilità del loro argomento non bastasse nè l'autorità della storia, nè l'evidenza dei fatti, ove tali fossero da intendere ragione allorchè se ne parla ad essi il linguaggio, si potrebbe far loro osservare;

che la causa della peste non è già nell'atmosfera;

che la peste non si propaga se non per via individuale, sia che si si metta in rapporto diretto coi pestiferati o cogli effetti che avendo servito ad uso dei medesimi, sono i depositarii del principio pestilenziale; sia che si si trovi entro la sfera di attività del pestiferato;

che diverse cause contribuiscono ad aumentare o diminuire i risultamenti della propagazione;

che l'attività o influenza del principio pestilenziale è sempre subordinata a certe condizioni atmosferiche provocatrici, ed a quelle modificazioni dell'organismo per cui l'uomo acquista la suscettività di venire impressionato da esso;

che ove manchi alcuna delle dette tre condizioni; cioè, la presenza dell'elemento lomogenico o principio contagioso della peste, la predisposizione individuale, ed il concorso favorevole di circostanze atmosferiche, la malattia non ha luogo, nè segue alcun morboso sviluppo;

che tanto le dette condizioni atmosferiche provocatrici, quanto le cause determinanti la predisposizione individuale, non sono nei primi momenti nè così attive, nè tanto generali, nè così pronunciate, da doversi sorprendere delle numerose eccezioni e della limitazione degli attacchi;

che sia in vece più ragionevole il pensare, che la somma dell'influenza degli agenti esterni per lo sviluppo o diffusione rapida delle malattie a tipo epidemico e contagiose, minore nei primi momenti, possa poi aumentarsi in seguito in ragione dell'aumento delle cause influenti e propizie a determinarla, ma che intanto sia da ammettersi esistere nel principio una minor massa di elemento morboso, minor azione, minor attitudine a risentirne il malefico influsso, minor concorso favorevole di circostanze necessarie per isvilupparlo.

Quindi tutte le persone che si espongono al contatto sono ben lungi dal venirne _infallibilmente_ attaccate, molto più che (secondo l'opinione del Dott. Bulard) _l'innocuità del contatto è la regola, la nocuità l'eccezione_.

Quindi avviene anche nella peste ciò che si osserva nella sifilide, nella scabbia, nel vajuolo, ecc., e particolarmente nel colèra, cioè che moltissime persone esposte all'azione dell'elemento morbifico, non restano impressionate.

Quindi detta immunità dovrà esser maggiore nella prima invasione del morbo che negli altri suoi stadii, sia che ciò avvenga perchè gl'individui esposti sono meno atti a contrarre la malattia, o perchè al momento non si sono trovati sotto l'influenza della totalità delle condizioni richieste per produrre questo risultamento; molto più che la peste, come si è detto altrove, è subordinata a diverse circostanze che ne modificano gli effetti e l'intensità. — Se la cosa fosse diversamente, sarebbe ben picciolo il numero delle persone che in circostanze di epidemie pestilenziali scappano a questo flagello, specialmente nei paesi d'Oriente, ed in vece in quasi tutte le epidemie di peste (tranne pochissime eccezioni) la cifra dell'attività del male è minore della cifra d'inerzia: il numero degli attaccati molto minore dei risparmiati. — Altre considerazioni ancora si potrebbero addurre. Ma le già dette bastano forse a provare, che il sopraccennato argomento isolato non può essere ritenuto di verun peso per basare un giudizio medico sulla non esistenza della peste, siccome quello che non è fondato sulla scienza, nè sulla ragione, nè sull'esperienza, e contraddetto dai fatti e dall'autorità della storia.

Avendo offerto alcune traccie per conoscere la peste e per distinguerla dalle altre malattie colle quali suole più frequentemente confondersi, istituendo esami e confronti e studiandola sull'uomo vivo, farò ora alcuni cenni, per quanto giunger possono le scarse mie cognizioni, intorno all'esame dei cadaveri e alle interne lesioni che ci vengono fatte palesi col mezzo dell'autopsia cadaverica.

ESAME ESTERNO DEL CADAVERE.

L'ispezione del cadavere dell'uomo morto di peste e l'esame delle sue interne lesioni meritano, non v'ha dubbio, di fissare l'attenzione del medico che ama di acquistare idee pratiche, per quanto è possibile chiare ed esatte, onde poterlo distinguere dai cadaveri ordinarii di morti da altre malattie, e porsi in istato di conoscere la vera natura dei mali divenuti sospetti. Ciò è tanto più necessario, quanto che accade sovente che i medici d'ufficio ed altri più accreditati del paese siano chiamati a dare giudizio per morti sospette avvenute nei Lazzeretti o sopra bastimenti di contumacia od altrove, e non abbiano su che fondare il parere e le dichiarazioni loro se non sopra l'esame del cadavere.

Io non tacerò essere questa parte quanto importante altrettanto difficile ed incerta, mentre nei cadaveri s'incontrano moltissime varietà secondo i diversi stadii del morbo e le diverse epidemie pestilenziali, che già una peste non assomiglia mai intieramente ad un'altra. — Ora i cadaveri sono orribili a vedersi, neri, lividi, o gialli: ora appena cangiati d'aspetto e di forme eguali a quelle degli altri morti da malattie ordinarie — ora passano rapidamente in putrefazione e mandano un puzzo insopportabile: ora restano alcuni giorni senza dar segni di corruzione così come gli altri — ora sono tutti coperti di macchie livide, di suggellazioni, di echimosi, quasi altrettante larghe ammaccature che le contusioni le più violenti non arriverebbero a produrre in istato di salute, e queste crescono dopo la morte; ora non se ne vede appena traccia, nè sono punto dissimili dagli altri cadaveri ordinarii.

Secondo l'opinione comune e generalmente diffusa, la flessibilità del cadavere viene risguardata come segno sicuro di peste. La prima cosa che fanno i medici e chirurghi chiamati ad ispezionare i cadaveri morti da malattie sospette di peste è quella di assicurarsi se il cadavere è flessibile, se le membra si possano muovere a talento, se vi ha mollezza nelle articolazioni, ovveramente rigidità. Samoilowitz, Pugnet, e molti altri autori che scrissero di peste, appoggiano validamente questa opinione, ed è innegabile ch'essa sia fondata ai fatti ed all'osservazione.

Pugnet fra gli altri parlando dei cadaveri da lui esaminati nella peste del Cairo dell'anno 9.º (1801), così si esprime.

«Nous devons observer, en finissant ce memoire, que les cadavres de ceux qui ont succombé, ont été la plupart d'une mollesse et d'une flacidité remarquables. Plusieurs étaient marqués des larges taches bleues ou des longues flétrissures: plusieurs encore tombaient aussitôt dans un état de putréfaction tel, qu'ils étaient absolument inabordables.»

Anche il Dott. Bulard, parlando delle lesioni esterne che si osservano nei cadaveri della peste, indica come segni di peste — «la rigidità cadaverica più debole: la forza di coesione muscolare minorata: tutto il tessuto muscolare più molle: poco umido e leggiermente scolorato». Secondo me, la flessibilità del cadavere non è costante, nè può risguardarsi come segno sicuro di peste, quantunque a contagio avanzato si osservi nella maggior parte. Ecco quanto trovo notato su di ciò fra le osservazioni che ho avuto occasione di fare agli anni 1815-16-17 nel campo stesso della peste — nei primi individui colpiti nelle diverse indicate località mancava la flessibilità del cadavere, però in tutti i casi erano coperti da petecchie. — All'incontro il bravo e coraggioso medico italiano Eusebio Valli nella sua bella Memoria sulla peste di Smirne del 1784 parlando dell'opinione di Samoilowitz sulla mollezza delle articolazioni nei cadaveri come indizio di peste dice: «ragione miserabile per determinarsi a un sistema. Sappia egli che in Smirne i corpi di tutti gli estinti erano sommamente tesi ed irrigiditi. Questa particolarità non vedo che fin qui sia stata molto avvertita. Ella però non è men certa. Il Padre Luigi, Gioab, Marsanà, che vivono in mezzo ai pestiferati, che li curano, che presiedono agli spedali, sono i testimonii ai quali mi appello. Per quanto fossi persuaso nel fondo dell'animo mio che persone cui distingue il carattere e i talenti non mi avrebbero ingannato, pure condottomi un giorno allo spedale dei greci volli io stesso interrogare separatamente i becchini, e n'ebbi la conferma che ricercava...... Gli ebrei che per un pregiudizio mosaico non seppelliscono morti nè il Venerdì sera, nè il Sabbato, hanno potuto osservare che la rigidità è di durata. Nel tempo che mi trovava al Zante obbligato al letto per una febbre autunnale, diede fondo a quella rada un bastimento proveniente dalla Barbaria. Morì uno dell'equipaggio. Fu fatta la visita al cadavere dai medici della Sanità, e trovatolo contratto e duro quasi fosse una pietra, convennero non esservi dubbio di peste. S'accorsero dello sbaglio alla morte di un altro marinaro, comechè aveva due buboni.» (Valli, _Della peste di Smirne, pag. 55-56_).

Continuando nell'esame esterno del cadavere indicherò alcune altre osservazioni, che sebbene sieno soggette ad eccezioni e variazioni, sono però da risguardarsi come fenomeni che s'incontrano nel maggior numero de' casi.

La fisonomia del morto da peste si osserva per ordinario considerabilmente cangiata, il viso di un aspetto piuttosto lurido, però non gonfio, non contratto, non livido: le palpebre non sempre, ma per lo più sono interamente chiuse: il rossore degli occhi è d'ordinario più carico che non lo era nel corso della malattia: le narici e la bocca sovente imbrattate da una materia nerastra. — Le mani hanno lo stesso aspetto del viso. — Delle macchie più o meno larghe, più o meno livide, in ispecieltà sopra la regione anteriore del collo e superiore del torace si osservano spessissimo nei cadaveri della peste, segnatamente a contagio avanzato; le quali macchie, suggellazioni o echimosi s'incontrano per ordinario anche allo scroto ed alle grandi labbra. Alcune volte, ma più circoscritte, compariscono pure sul ventre, talvolta ancora sopra tutta la superficie del tronco, rarissime volte su tutto il corpo. Niente di meno, non è raro il caso vedere la cute delle gambe di un rosso livido fosco, come suol diventare dal freddo; e toccata colle dita staccarsi la cuticola. Sovente i vasi del collo sono gonfii, e come disegnati e rilevati sopra gl'integumenti che li coprono. — La parte anteriore del petto non di rado enfisematica. — Il ventre è alcune volte teso meteorizzato. Prescindendo dalle sopraccennate macchie, i corpi dei morti da peste sono in generale più pallidi degli altri, e come se fossero esangui; però, come si è detto, spesso molli e floscii. La pressione con un dito basta talvolta a far nascere un'echimosi. Qualche volta dopo la morte sorte sangue sciolto dalle narici, dalle orecchie, dalla bocca, di maniera che il sangue non solamente si spande in tutto il tessuto cellulare, ma eziandio al di fuori. — In molti casi nulla si osserva di tutto ciò, ed i cadaveri non appariscono differenti dagli altri.

Al contrario di quello che ha osservato Pugnet nella peste del Cairo; Orreo, Samoilowitz ed alcuni altri notarono che i cadaveri dei pestiferati dopo cinque o sei giorni non esalano alcun odore. Avendo io avuto occasione di vederne moltissimi, non mi sono mai accorto che passino in putrefazione più presto degli altri. Talvolta soltanto dopo morte comparivano indizii di bubone o carbone, e se esistevano buboni nel corso della malattia, seguita che n'era la morte, non iscomparivano, ma appassivano ed inclinavano al livido.

Gorgh descrive l'aspetto del cadavere di una donna morta di peste a Vienna nel 1713 nel seguente modo:

«Es war eine Weibsperson eines blühenden Alters, mit zerütteten Haaren, offenen Augen, mit etwas grausen drohenden Lefzen des Mundes, mit wenig schwarz herausgesteckter Zunge, die übrige Gestalt nicht unfreundlich!» — Ciò che in italiano suona come segue:

Era una donna di età fiorente, con capelli scompigliati, con occhi aperti, colle labbra aventi nell'atteggiamento alcun che di truce e minaccievole, colla lingua nera sporgente un poco in fuori, nel resto l'aspetto non era punto sgradevole.

SEZIONE DEI CADAVERI.

Fino al principio di questo secolo si conosceva assai poco sulle lesioni interne di quelli che morivano di peste, e l'anatomia patologica della peste aveva fatto pochi progressi. L'eccessivo timore del contagio nei paesi dell'Occidente; i pregiudizii religiosi, la popolare ignoranza e l'insufficienza scientifica in quelli dell'Oriente, opponevano ostacoli insormontabili a siffatte investigazioni.

Negli antichi scrittori sulla peste si trovano appena alcune poche traccie di riconoscimenti di lesioni interne nei corpi dei pestiferati. Pare che il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1656 fosse stato il primo a ordinare che si facessero sezioni di cadaveri, onde scoprire possibilmente per tal mezzo quali fossero le cause di tante subite ed irreparabili morti (V. _facc. 487_). In appresso vennero fatte sezioni dei cadaveri di persone morte dalla peste nel 1636 a Nimega, nel 1721 a Marsiglia, nel 1738 nell'Ukrania, ed in varii altri luoghi (V. _pag. 598-618_), ma con pochi risultamenti utili per la scienza e per l'umanità. Fra i moderni Pugnet, medico dell'armata francese dell'Egitto, abile e diligente osservatore della peste nei paesi del Levante, fu uno dei più benemeriti della storia anatomico-patologica della peste, e se non il primo fu certamente uno dei primi che siasi avanzato coraggiosamente in questo stadio fino allora percorso da pochi, e che abbia fatto esatte ed importanti osservazioni sulle interne lesioni che presentano i cadaveri dei pestiferati, le quali osservazioni unitamente a tante altre bellissime fece egli di pubblico diritto colle stampe nella sua Opera (_Mémoires sur les fièvres pestilentielles et insidieuses du Levant. Paris 1802._)

Per amore di verità e di giustizia dobbiamo però confessare che le più esatte, le più importanti ed utili osservazioni in tale argomento, la più estesa conoscenza della storia anatomico-patologica della malattia della peste, le dobbiamo ai valenti ed intrepidi medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste nei paesi del Levante, e che con un coraggio ed una negazione di sè medesimi degni di ammirazione e di altissima lode, affrontarono tutti i pericoli, trionfarono di tutti gli ostacoli, e spinti dall'amor della scienza, dal puro interesse dell'umanità, avendo intrapreso colla maggior diligenza ed esattezza e col necessario corredo di cognizioni scientifiche un gran numero di sezioni di cadaveri, riempirono utilmente questa lacuna, e contribuirono mirabilmente ai progressi della scienza medica sulla malattia della peste e sulle interne lesioni che s'incontrano nei corpi d'individui morti sotto questo flagello.

Fra i detti medici quanto abili e bene istituiti, altrettanto intrepidi e coraggiosi che si distinsero per tali dotte investigazioni e che meritano la nostra riconoscenza, è appunto il Dott. Bulard, le cui belle osservazioni nel proposito sono tali da meritare di essere più generalmente conosciute e studiate. Anche il sig. Professore Clot-Bey si è applicato con particolar zelo allo studio della peste sui cadaveri. È desiderabile ch'egli abbia a pubblicare sollecitamente le sue osservazioni, come ha fatto il Dott. Bulard, onde sparger per esse nuova luce sopra sì grave ed interessante argomento.

QUADRO DELLE LESIONI.

Aperto il cranio. I seni della dura madre e tutti i vasi delle membrane del cervello, sono eccessivamente ingorgati di sangue nero. — Le tonache delle dette membrane sono sane. — Molte volte si resta sorpresi dallo stato di _colapsus_ del cervello e del cervelletto, e dalla mollezza in cui si trova tutta la massa cerebrale. — In alcuni casi detta mollezza delle due sostanze è tale che si avvicina alla fluidità, per cui non è praticabile alcuna ricerca nell'interno. Generalmente però le due sostanze del cervello hanno bensì una minor consistenza, ma non è così osservabile. La sostanza grigia è di un colore più pallido. Tagliate attraverso, lasciano scolare una gran quantità di gocciolette di sangue. — I ventricoli del cervello ed i plessi coroidei nulla presentano d'innormale; poca o nulla è la sierosità che vi s'incontra. — I differenti plessi nervosi, ed in ispecieltà i plessi celiaci, appariscono senza alterazione. In generale il sistema nervoso sembra essere in condizione normale.

Aperto il petto. I polmoni e la pleura si trovano assai di rado alterati. Essi sono generalmente sani. — Sano egualmente è il mediastino. — I bronchi sono crepitanti, ma respettivamente molto meno ingorgati di sangue che il fegato e la milza. — La mucosa dei bronchi egualmente in istato normale. In qualche raro caso la si è trovata leggiermente infiammata. Lo stesso dicasi della pleura.

Il cuore è quasi sempre considerabilmente dilatato un terzo circa oltre il suo volume naturale. — Il ventricolo destro, e l'orecchietta destra in ispecieltà, molto più della sinistra. Ora sono distesi da molto sangue nero quagliato, ora contengono una sierosità sanguigna entro cui nuotano grumi di sangue nero ed altri rappigliamenti bianchi del colore del grasso, che sembrano linfa coagulata o aggregazioni di parte fibrinosa. Il tessuto del cuore è qualche volta assai lasco, pallido e sensibilmente molle. In altri casi all'incontro la sua tessitura non è punto alterata.

Il pericardio contiene spesso una sierosità sanguinolenta assai tenue. In questi tali casi si osservano nelle sue membrane spandimenti sanguigni circoscritti e come petecchiali.

Il sistema vascolare venoso è la sede di una congestione generale. Egli è sempre ingorgato di sangue nero rappigliato. Le vene cave, le subclavie, la vena pulmonare, sono spesso dilatate, e non di rado si trovano in esse, come anche nelle cavità dei ventricoli del cuore, quelle picciole aggregazioni di parte fibrinosa di cui s'è parlato di sopra. Le membrane dei detti vasi venosi sono considerabilmente impregnate di macchie livide o di una specie di echimosi in quelle parti che sono in diretto rapporto collo spandimento emorragiaco.

Le arterie il più delle volte sono sane, e quasi vuote di sangue. Soltanto in qualche caso si osservano lividure, sulla superficie esterna di alcuni de' principali rami e tronchi arteriosi.