Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 10
Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi de' medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni, tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste, e determinare ai primi attacchi l'indole loro, il loro carattere: in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non si osserva in alcun'altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?
Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto riconoscere e l'esatto determinare l'esistenza di questo fierissimo morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo) riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente d'ordinario nel principio un'altra malattia, e più comunemente suol comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano, ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella diagnosi della peste, specialmente se non l'ha mai veduta coi proprii occhi e non fu mai al caso d'instituire confronti, fare su di essa osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di sistema, dettate dall'entusiasmo o dalla prevenzione.
Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto formarsi per esse un'idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il pericolo e quasi ipotetico.
Ma ciò ch'è ancor più doloroso a pensare e può riescire una volta o l'altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui per l'officio loro incombe di essere bene istrutti di questa materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne occupano abbastanza, e all'occasione sono costretti mostrarsi così vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia, atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!
Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire all'opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del 2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè _di spedire alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su di essa le più diligenti ricerche_, non già come il mezzo più certo, _per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base per una riforma_, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica, vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter giovarsene all'evenienza de' casi con minor pericolo di compromettere i più preziosi interessi dell'umanità, ed a fin che il giudizio medico da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un'illuminata esperienza.
È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la più difficile a conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori diagnostici (ciò che non è di verun'altra) possono riescir fatali ad intere popolazioni, l'incolumità, la prosperità compromettere delle più floride città e d'intere provincie.
Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed incertezze che sono proprie dell'arte, accade che alcuni medici abbiano la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado l'evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero farlo senza vergogna. La nostra superbia c'impedisce di mostrare di esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto, cerchiamo sovente di occultare l'errore fino a noi medesimi. Per ciò appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro. Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.
Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.
Ma non sempre l'imperizia, l'inesperienza, o le difficoltà dell'arte sono le cagioni dei falsi giudizii che vengono pronunciati dai medici in siffatte gravi congiunture. Talvolta l'adulazione, la soggezione, i riguardi, il timor di affrontare un'opinione autorevole, un partito possente; d'incorrere nello sfavore e nel risentimento dei grandi e di aver a provarne in seguito le terribili conseguenze; l'amor della propria pace, un naturale inchinevole facile a piegarsi all'altrui volontà ed a cedere per timidezza alle prepotenti opinioni contrarie a malgrado il proprio interno convincimento, e cose simili, hanno non di rado una parte considerevole in siffatti decisivi giudizii. I grandi, i ricchi, i potenti, sogliono odiare le cose tristi e lugubri, evitarne per fino la vista, e male accolgono solitamente le melanconiche voci, i mesti annunzii di calamità e di sciagure, e molti sono quelli che hanno gran premura di non dispiacere ai grandi e potenti e di non incorrere nel loro sfavore. Il popolo ama darsi bel tempo e vivere spensieratamente. Egli attacca, per ordinario, una certa odiosità a coloro che gli annunziano disgrazie e per cui teme veder troncato il corso a' suoi piccioli guadagni, li morde, li maledice, e con grande facilità si fa strumento delle secrete manovre dei tristi e dei scaltri; la numerosa e possente classe dei negozianti e tutti quelli che dipendono da essa e vivono del commercio, temono lo sviamento, l'arrenamento, la sospensione dei loro affari, ed hanno tutto l'interesse di smentire e far cessare le allarmanti voci di peste e la susseguente necessità delle restrizioni sanitarie. Le autorità temono lo scompiglio, il tumulto del popolo, le conseguenze di un allarme sparso fra la popolazione: temono di compromettere la propria responsabilità e d'incorrere nella Superiore disapprovazione. Scorgono tutta l'estesa e la grande entità de' bisogni cui dovrebbero provvedere immediatamente, le robuste e rigorose misure che sarebbero tenuti di porre in pratica qualora i dubbii fossero convertiti in certezza. L'infortunio le ha colte all'impensata; mancano spesso di mezzi e di facoltà; sicchè sarebbero assai contente poter ischivare tante spese tanti imbarazzi. Il perchè, sebbene penetrate dalle più pure intenzioni e della miglior volontà, non possono che parteggiare per l'opinione di chi nega l'esistenza del contagio, siccome quella che ha l'apparenza di favorire tutti gl'interessi, desiderar che prevalga; e quasi per naturale istinto, per amore del bene, sono disposte, a far bella ciera e buona accoglienza piuttosto agli oppugnatori che ai sostenitori della peste.
Ecco come tutto concorre a traviare l'opinione e il giudizio dei medici allorchè si tratta di decidere ai primi attacchi di un morbo sospetto se esso sia o no vera e real pestilenza. Ecco come, oltre alle naturali difficoltà dell'arte ed al solito insidioso andamento del morbo, al suo tacito insinuarsi sotto mentite forme, al suo lento e ingannevole avanzarsi nel principio, alla tregua apparente, alla temporaria sospensione de' suoi attacchi con cui usa talvolta deludere la pubblica vigilanza ed imbaldanzire il partito degli oppositori inesperti, un concorso fatale di circostanze si combina a traviare la pubblica opinione in circostanze di peste, ad impedire di veder chiaro: in somma a far sì che vengano trascurate o neglette quelle robuste misure di salvezza che sole possono aver buon effetto e preservare il paese dal minacciante pericolo; giacchè soltanto allora si può sperar d'arrestare il corso al contagio ed annientarlo con pochi danni, quando viene sollecitamente conosciuto e combattuto, e le autorità s'adoprano senza perdita di tempo robustamente al riparo con misure energiche, pronte, e adattate alla circostanza, senza lasciarsi intimidire dai riguardi, arrestare da meschine viste di economia o da altri motivi di secondo ordine, ma coraggiose e sollecite marciano con piede franco e sicuro innanzi al nemico a null'altro mirando che alla salute del popolo e a rendersi benemerite dell'umanità, della salvezza di tante vittime, che, trascurato il riparo, perirebbero sotto il flagello.
Dal che chiaro apparisce essere la parte che risguarda la diagnosi della peste incontrastabilmente la più necessaria a studiarsi, la più utile a sapersi, la più importante per l'umanità, e quella la cui ignoranza suol riescire la più fatale. Il perchè, tutti i giovani medici che calcano la via degl'impieghi, sia nella Sanità propriamente detta, o nei Dicasteri politico-amministrativi, ovveramente aspirano a diventar Condotti dai comuni popolosi delle Regie città, dovrebbero esser tenuti a conoscerla almeno in teoria, rendendosi familiari le osservazioni ed avvertenze pratiche di quegli autori più accreditati che scrissero le loro Opere dopo essere stati testimonii oculari di qualche epidemia di peste, e fecero le loro osservazioni sul campo stesso della malattia o nei spedali dei pestiferati nei paesi del Levante; mentre le Opere di que' scrittorelli dilettanti di peste ch'ebbero il ticchio di far stampare sopra questa malattia senza mai averla veduta, raccogliendo, rivestendo, spesso sfigurando le osservazioni degli altri, ed impastando, come più loro cade in acconcio, le proprie colle altrui idee, non sono, secondo me, Opere utili, specialmente per giovani medici che hanno bisogno di bene istituirsi nella parte pratica della peste, ed acquistar idee chiare ed esatte sopra la medesima, onde esser in istato di prontamente distinguerla da ogni altra, nei gravi frangenti di malattie popolari o di casi sospetti, poter fondare un giudizio, e non tradire per imperizia i più grandi interessi delle popolazioni e la pubblica fiducia di cui vengono onorati.
Sarei contentissimo poter produrre fin d'oggi un corpo di osservazioni ed avvertenze pratiche sopra questo suggetto ch'io ravviso di un'importanza superiore a qualunque altro; ma non essendo questo il luogo, nè avendo il tempo necessario per farlo, molto più che mi conviene una volta finirla con queste note divenute ormai troppo lunghe, mi limiterò ad alcune brevi indicazioni ed avvertenze per distinguere la peste dalla febbre nervosa-maligna o tifoidea colla quale suole più frequentemente confondersi, in riserva di trattare diffusamente questo argomento in altro luogo, giusta il Piano dato dell'Opera. Infrattanto, per tutto il resto che risguarda la diagnosi mi riporto alla nota N.º 58 pag. 695 del presente Volume, ed alle altre osservazioni ed avvertenze pratiche che si trovano sparse nel corso delle varie storie che vi sono riferite.
_AVVERTENZE PRATICHE per distinguere la peste dalla febbre maligna o nervosa._
1.º La febbre maligna o nervosa non suole propagarsi così rapidamente nè con tanta facilità come la peste, nè spargersi tanto ne' luoghi vicini che nei lontani e remoti così celeremente come la peste, allorchè abbiano avuto luogo comunicazioni immediate o mediate.
2.º La febbre maligna non assale così improvvisamente e subitaneamente senza segni prodromi o precursori come usa fare la peste.
3.º Il corso della febbre maligna non è così rapido come quello della peste, nè così grande la mortalità. Nella febbre maligna il numero dei guariti supera d'ordinario quello dei morti; nella peste succede precisamente il contrario.
4.º Nella febbre maligna le petecchie sono ordinariamente più picciole, in quantità più discreta e compariscono più tardi; nella peste sono più copiose, più larghe, più schiacciate, qua e là confluenti, formano alle volte delle echimosi più o meno grandi, ed in ogni caso compariscono più presto che nella febbre maligna.
5.º Allorchè si osservi che la sollecita comparsa delle petecchie viene susseguita ordinariamente dalla morte, non è più a dubitare esservi la peste, ancorchè i buboni e i carboni non si siano per anco manifestati.
6.º Le petecchie che diventano mortali il terzo o quarto giorno, ed i dolori o gonfiamenti nelle parti glandulari, sono i primi segni che devono accertare dell'esistenza della peste in un paese, specialmente se il morbo esiste nelle vicinanze, e se si può sospettare che l'ammalato abbia avuto pericolose comunicazioni.
7.º Le eruzioni o macchie che si manifestano al basso ventre, allorchè ad esse ne segua poco appresso la morte, saranno da ritenersi come indizio sicuro di peste.
8.º È vero che alcune volte anche nelle febbri maligne come nella peste si osservano gonfiamenti glandulari specialmente alle parotidi e alle glandule sottomascellari, macchie livide, larghe e di forma singolare, carbonchi e cose simili; ma dappoichè detti fenomeni nelle febbri maligne sono rari e le altre circostanze molto diverse da quelle che congiuntamente ad essi si osservano nella peste; dappoichè nelle febbri maligne detti fenomeni non compariscono d'ordinario se non nello stadio di declinazione o verso la fine della malattia, sotto un aspetto critico o metastatico, e sono di buon indizio; quando invece nella peste compariscono fin dal principio del morbo ed in qualunque stadio di esso, irrompono indistintamente in qualunque glandula, specialmente nelle inguinali e sotto ascellari, nè promettono crisi o remissione del morbo, ma piuttosto esasperazione di sintomi ed esito fatale; così sarà più conforme alla scienza ed all'esperienza risguardare que' segni come patognomonici della peste anzichè proprii delle febbri maligne.
9.º Nelle febbri maligne non si osservano metastasi, ingorgamenti o gonfiezze delle glandule sotto ascellari ed inguinali, mentre all'incontro i tumori o buboni inguinali e subascellari sono comunissimi nella peste.
10.º La febbre costituisce un carattere essenziale e indivisibile della febbre maligna. Non è lo stesso riguardo alla peste; mentre parecchi infetti di peste non hanno febbre, e moltissimi sono morti di peste senza aver mai presentato alcun indizio o segno di febbre; ciò che non è mai avvenuto nelle febbri maligne. Sicchè la febbre non può risguardarsi compagna indivisibile della peste, come lo è delle febbri maligne.
11.º In moltissimi casi di peste si osserva il singolare fenomeno, che i malati alcune ore prima di morire presentano alla vista dei circostanti le apparenze di un sensibile miglioramento e sembrano quasi convalescenti. La febbre è più mite, il polso più regolare, i sintomi più pacati e rimessi. Quelli che deliravano, rientrano in senno, rispondono adeguatamente alle ricerche che vengono loro fatte, accennano di star meglio, sono di buon umore, anzi talvolta di un'ilarità straordinaria, rendono grazie a Dio per essere stati liberati da tanto pericolo, si pongono a sedere sul letto (NB. sempre però col capo basso e quasi penzolante), chiedono da mangiare, e secondo ogni apparenza pare che stieno meglio effettivamente; quando due, tre, o più ore dopo, nello stesso giorno, nella susseguente notte inopinatamente se 'n muojono. Lo che non si osserva avvenire nel corso ordinario delle febbri maligne.
12.º L'aspetto della faccia dell'appestato è per lo più alquanto diverso da quello del malato da febbre nervosa o maligna. In quella del primo vi si scorge un non so che di particolare (_facies pestilentialis_), che non si rimarca in quella dell'altro. Ancorchè s'incontrino nella faccia e nella fisonomia dell'ammalato da febbre maligna alcuni di que' fenomeni che sono proprii del pestiferato (V. _nota 58 facc. 695-96_), pure nel primo non sono così marcati come nel secondo.
13.º Il carattere della peste in generale essendo quello di affettare principalmente il sistema nervoso, ed essendo l'occhio quella parte che più delle altre è ricca di nervi; gioverà osservare attentamente lo stato dell'occhio dell'ammalato, che nella peste, specialmente nel principio, suol essere torbido, spesso intollerante alla luce, ed aver perduto del suo naturale splendore; lo sguardo ottuso, melanconico, abbattuto, altre volte più vivo dell'ordinario, ma spaventato e torvo come nell'idrofobia. La fisonomia turbata, i lineamenti del volto alterati.
14.º In generale convien porre particolare attenzione ai segni patognomonici della peste che sono stati indicati alla facc. 697 nella nota 58, ed averli presenti alla memoria. Però importa non obbliare l'avvertenza già fatta di sopra, quella cioè, che alcune volte può esistere la peste senza che vi sia alcuno dei detti segni caratteristici, o non sussistere tutto al più che qualche indizio isolato di taluno di essi. Per tali casi appunto gioverà che il medico si risovvenga, che le orripilazioni, i brividi, il freddo, il dolor di testa, le vertigini ed il conseguente traballamento della persona (la marcia caratteristica dell'ubriachezza), la nausea, qualche volta accompagnata dal vomito, un particolar senso di stanchezza, l'apatia, o quella condizione dello spirito e della mente per cui l'ammalato mostra indifferenza sul proprio stato e sulle cose che lo circondano, sono indicati da alcuni autori pratici, che videro e trattarono la peste, come sintomi costanti e quasi patognomonici di questa malattia. È vero che detti sintomi sono comuni anche alle febbri nervose o maligne; ma, allorchè alle apparenze di una febbre nervosa primitiva si aggiungano gl'indicati sintomi in modo marcato e che ciò avvenga nel principio del male, converrà sempre sospettare la peste, specialmente se essa serpeggi nelle vicinanze o si possa dubitare che sia stata importata dal di fuori.
15.º Relativamente alla nausea, alle vertigini, ed a quel certo senso di debolezza, abbattimento o stanchezza della persona di cui si è parlato in altro luogo, conviene che il medico nell'istituire i suoi esami usi di molta attenzione, ed avverta siccome talvolta avviene che l'ammalato di peste non si lagni gran fatto di star male. Il medico lo trova steso supino sul letto accusando soltanto un po' di stanchezza per non aver potuto dormire la notte. Interrogato se abbia nausea, vomito, senso di angustia di oppressione o dolore ai precordii, dolor di testa, vertigini, ecc., risponde negativamente, ed accusa tutto al più di non aver appetito e di sentirsi qualche brivido per cui fu obbligato a meglio coprirsi. Il suo polso è in istato normale, il calor delle carni naturale, la lingua morbida, ecc. — Non conviene lasciarsi illudere. In tal caso gioverà far sortire l'ammalato dal letto, obbligarlo a fare alcuni passi, ed attentamente esaminarlo nella nuova sua posizione, per più chiaramente accertarsi del vero suo stato e convincersi se manchino effettivamente o no i sopraccennati sintomi, o se in vece il non provarne di essi molestia fosse stato per effetto della posizione orizzontale. Manifestandosi la nausea converrà osservare se dessa sia o no accompagnata da altri segni di gastricismo; giacchè ove la si rimarchi isolata, e null'altro segno indichi l'esistenza di saburre nelle prime vie, si avrà una ragione di più per sospettare la peste.