Part 9
La tragedia ci è stata trasmessa dai Greci, e dai Latini, ma il dramma musicale è opera nostra. Niun poeta teatrale è mai pervenuto alla celebrità del Metastasio, i drammi del quale si son cantati su i Teatri tutti dellʼEuropa. Questi furono approvati dallʼAccademia Fiorentina, come pur lo furono quelli dʼApostolo Zeno, che è al Metastasio _longo proximus intervallo_. Degli altri poeti drammatici non credo dover far parola.[171] Anche i poeti comici non mi tratterranno lungamente. Le commedie del Fagiuoli fra le opere scelte dallʼAccademia Fiorentina per la nuova edizione del Vocabolario. Ma se meritano lode, perchè sono scritte toscanamente, non la meritano molto per gli altri pregj, che alla commedia son necessarj per essere applaudite nel Teatro. Anche le poche commedie, che abbiamo del Lazzarini, del Maffei, e dellʼAlfieri sono commendabili per la purità della lingua, ma contente di questa lode non debbono esigerne altra maggiore. Al contrario il Goldoni, cui niuno vorrà negare il primato nella poesia comica italiana per gli altri pregj, che essa richiede, ha trascurato alquanto la purità della lingua.
Se scarso è il numero di quelli, che questa parte della poesia hanno coltivata felicemente, grande è quello deʼ poeti lirici. Le poesie del Filicaja e del Menzini furono citate dalla Crusca. Quelle di Giovan Bartolommeo Casaregi, del Crudeli, di Monsignor Ercolani, del Guidi, del Lorenzini, del Mozzi, e dʼAnton Maria Salvini furono approvate dallʼAccademia Fiorentina. LʼAlberti cita le rime del Gigli seguace del dialetto Senese, e quelle dʼAngelo Maria Ricci, che mi sono ignote, giacchè la guerra deʼ ranocchi, e deʼ topi attribuita ad Omero, e da lui volgarizzata in versi anacreontici non può annoverarsi fra le _rime_, quantunque sia in versi rimati. A questi il signor Gamba aggiunge il Lazzarini, il Maffei, il Magalotti, il Manfredi, Alessandro Marchetti, il Martelli, il Mascheroni, il Pompei, e il Varano. Io finalmente ne aggiungerò più altri. Fra questi porrei il Frugoni, se gli editori suoi fossero stati men liberali. Vi porrò bensì lʼAlgarotti, di cui lʼAlberti cita parecchie opere di prosa, non però le poetiche, che sono più toscanamente scritte dellʼaltre. Vi porrò Francesco Maria e Giampietro Zanotti, Giovan Battista Zappi, il Ghedini, il Salandri, il Conte Agostino Paradisi, il Pozzi, il Vannetti, il Tagliazucchi, il Duranti, i Gesuiti Bassani, Rossi, e Berlendis, il Vittorelli, il Bondi, il Parini, il P. Fusconi, il Baruffaldi, lo Scarselli, Alessandro Fabri, il Bettinelli peʼ versi sciolti principalmente, il Dio del Cotta, le canzonette marinaresche del Gesuita Tornielli.
Anche nella poesia piacevole molti meritarono plauso. Il Ricciardetto del Forteguerra, la Svinatura del Carli, le rime piacevoli del Fagiuoli, e le poesie del Saccenti, sono fra le opere scelte dallʼAccademia Fiorentina. LʼAlberti citò la Celidora ovvero il Governo di Malmantile del Conte Ardano Ascetti cioè del P. Lodovico Agostino Casotti Domenicano, e del Gigli la Scivolata e la Culeide, e il Signor Gamba ha notate nel suo catalogo le poesie piacevoli di Giuseppe Baretti,[172] e quelle di eccellenti Autori Toscani per far ridere le brigate, stampate in Gelopoli cioè in Firenze il 1760. fra le quali ve nʼha alcune del Gigli, del Bellini, e dʼaltri poeti del secolo decimottavo. Io aggiungerò il Grillo dʼEnante Vignajuolo, cioè del Baruffaldi, la Cuccagna del P. Rossi, le nozze di Pulcinella del Vittorelli, le rime piacevoli del Dottor Vettore Vettori, qualche capitolo di Francesco, e Giampietro Zanotti, del Manfredi, e pochi altri.
Il Bettinelli voleva, che il ditirambo del Redi fosse lʼunico ditirambo Italiano, e che delle poesie satiriche si faccia meno conto, che di ogni altra. _La lingua Italiana_ (egli dice) _non sembra atta a questa poesia, e glʼItaliani dan troppo presto allʼarmi._[173] Il ditirambo del Redi è veramente cosa unica, e niuna altra nazione può gloriarsi dʼaverne una simile. Nel secolo di cui parlo si è tentato dʼimitarlo, ma glʼimitatori sono sempre inferiori aʼ loro modelli. Fra questi si può accordare qualche lode al Baccanale in Gioveca del Baruffaldi, almeno per ciò che appartiene alla lingua. Riguardo poi alla satira io non so che cosa avesse in animo il Bettinelli, quando disse, _che la lingua Italiana non sembra atta a questa poesia_. So che lʼAriosto, Salvator Rosa, lʼAdimari, il Menzini, ed altri hanno scritte Satire; e se in esse si trova alcun difetto, questo non proviene dalla lingua. Lʼultimo di questi appartiene in parte al secolo decimottavo, ed è annoverato fra gli scrittori citati dalla Crusca. Ma un nuovo genere di satira sconosciuto ai Latini e ad ogni altra nazione usò il Parini neʼ suoi poemetti intitolati il Mattino, il Mezzogiorno, e la Sera, i quali come prima uscirono in luce riscossero molto plauso in Italia, e fuori. Egli non _dà_ punto _allʼarmi_, ma con una delicata e leggiadra ironia punge il vizio, e non lo flagella, nè reca mai noja in tanta somiglianza di cose, che da lui si debbon descrivere. Nè dʼindole molto diversa è il poema _dellʼuso_[174] del Conte Duranti da me nominato con lode fra i poeti lirici.
Questi fra molti sono i poeti, deʼ quali ho creduto dover quì far menzione, lasciandone parecchi altri pregevolissimi per le altre qualità, che dallʼarte poetica sono richieste. Lo stesso è da dirsi degli storici, di cui farò adesso parola. Ma per procedere con chiarezza dividerò la storia nelle diverse sue parti, e comincerò da quella, che più propriamente si chiama con questo nome. LʼAlberti cita gli annali del Sacerdozio e dellʼImpero del Battaglini, e lo lodo se ne ha presa qualche voce ecclesiastica, che non si trovi in altro scrittor più pregevole. Non vuolsi però prenderli a modello di buono stile, e purgato. Comincerò dunque il novero delle opere storiche dalla _Verona illustrata_ del Maffei registrata dal Signor Gamba nel suo catalogo. A questa aggiungerò i ragionamenti istorici su i Gran Duchi di Toscana della Reale Casa deʼ Medici protettori delle lettere e delle belle arti di Giuseppe Bianchini, la storia di Ferrara del Baruffaldi, e la traduzione con ammirabile purità di lingua fatta dal P. Pietro Savi Gesuita delle due opere latine del P. Ferrari, delle geste del Principe Eugenio di Savoja nelle guerre dʼItalia e dʼUngheria. Dellʼaltre sue traduzioni parlerò altrove. Porrò eziandio in questa classe il ragionamento intorno allʼorigine della Città di Prato di Giovan Battista Casotti, che si legge negli _opuscoli filologici_ del Calogerà, e fu poi approvato dallʼAccademia Fiorentina. Vi porrò finalmente le memorie storiche Modenesi del Tiraboschi, opera dʼargomento non grande, e che non somministra strepitose vicende, o luminosi avvenimenti atti ad eccitare la curiosità di molti; tale però che al suo autore conferma quella fama di critico giusto, e di scrittor accurato elegante ed assai puro, che le altre cose sue gli avevano procacciata. Unirò a queste storie le illustrazioni, che il P. Ildefonso da S. Luigi ha poste nelle sue _delizie degli Eruditi Toscani_, e le descrizioni di feste ed esequie fatte da Giambattista Casotti, Leonardo del Riccio, Rosso Antonio Martini, e MarcʼAntonio Mozzi,[175] deʼ quali scrittori ho già fatta menzione, e la farò di nuovo.
Cinque opere spettanti alla storia Ecclesiastica dallʼAccademia Fiorentina furono approvate. Prima, fra queste o lʼampiezza si riguardi della materia, o la sua importanza è la Storia Ecclesiastica del Cardinal Orsi, che impedito dalla morte non potè condurre a fine. Io non so bene, se lʼAccademia adottandola tutte volesse adottare le sue maniere di dire, fra le quali ve nʼha alcuna, benchè di rado, tolta dalla lingua Francese, cui si potrebbe dubitare se convenga dar la cittadinanza Toscana.[176] Dellʼaltre opere da me indicate pur ora due sono di Gio. Battista Casotti, cioè le _Memorie Storiche di Maria Vergine dellʼImpruneta_, e _la Storia della fondazione del regio Monastero degli Scarioni di Napoli_, e due sono del Canonico Mozzi, cioè la _Storia di S. Cresci, e deʼ Santi suoi compagni Martiri, e della Chiesa di S. Cresci in Valcava di Mugello, e la lettera ad un Cavalier Fiorentino divoto di S. Cresci_. LʼAccademia forse volle ancora concedere lo stesso onore allʼIstoria degli anni Santi, e ad altre opere di Domenico Maria Manni, quantunque non lʼindicasse espressamente.[177] Infatti qual cosa vʼha di questo purissimo scrittore, che non meriti di far testo in lingua? A queste opere poi aggiungerò io la vita di S. Ignazio, la leggenda di S. Anna, e quella di S. Margherita da Cortona del P. Antonfrancesco Mariani Gesuita, il quale scrittore in ciò che spetta alla lingua è sempre così purgato, che a niun altro lo reputo secondo, ed i più tenui suoi libretti ascetici proporre si possono a modelli di stile purissimo, e immacolato. Aggiungerò altresì la _Storia ragionata delle eresie_ del Canonico Pietro Paletta, nella quale e gli avvenimenti dellʼeretiche sette si descrivono con eleganza, e le cagioni se ne espongono con critica diligente e sottile. Aggiungerò finalmente lʼinsigne Storia della Badia di Nonantola del Tiraboschi, di cui dirò solamente, che è degnissima del suo autore.
Ma la parte, in cui più che in ogni altra il Tiraboschi si è renduto celebre è la storia letteraria. Egli, Apostolo Zeno, il Mazzucchelli sono in Italia i padri di questa classe, e tutti tre furono purgati scrittori. Niuno è così solennemente inerudito, che non conosca le Dissertazioni Vossiane e le Annotazioni alla Biblioteca del Fontanini dʼApostolo Zeno, gli Scrittori Italiani del Mazzucchelli, la Storia della letteratura Italiana, e la Biblioteca Modenese del Tiraboschi. Se io prendessi a lodar queste opere, e le altre cose minori di questi scrittori nulla potrei dire, che non sia già stato detto da molti, e nulla aggiungerei alla loro celebrità. Dirò solamente, che vasto è lʼargomento, che ciascheduno ha scelto, grande è in essi lʼerudizione, ma opportuna, esatta la critica, elegante lo stile, e (ciò che appartiene al mio scopo) non mediocre la purità della lingua; talchè non vʼha officio di buono scrittore, che essi abbiano trascurato. Da Apostolo Zeno non deve andar disgiunto il suo feroce, ma disuguale antagonista Monsignor Giusto Fontanini. La sua opera dellʼeloquenza Italiana, e la Biblioteca, che vʼè unita, si attiraron le critiche dello Zeno, di cui ho già parlato, del Muratori, del Maffei, di Gio. Andrea Barotti, e del P. Costadoni, e la più parte di quelle critiche è giusta. Il Fontanini era quanto altri mai litigioso, tenace della sua opinione, e non esatto abbastanza nellʼerudizione. Era però erudito, e assai puro di lingua. Questa lode gli si deve ancora per la Storia arcana della vita di F. Paolo Sarpi, che ha pure il merito grande dʼaver rappresentato costui quale era veramente, e aver ciò fatto con irrefragabili monumenti. Grato mi sarebbe dʼonorare questo mio catalogo colla bellʼopera di Marco Foscarini sulla letteratura Veneziana tanto commendata a gran ragione. Ma se le altre parti tutte egli adempie dʼottimo scrittore, in quella solamente, che la purità riguarda della lingua, lascia alquanto a desiderare. Devo bensì collocarvi il Marchese Maffei per quella parte della sua Verona illustrata, dove degli scrittori Veronesi tenne lungo discorso, Gio. Andrea Barotti per le Memorie storiche deʼ letterati Ferraresi, ed il Bianconi per lʼauree lettere sopra Celso. LʼAlberti ha citato alcuna volta la Storia, e i Commentarj della volgar poesia del Crescimbeni, ma a me non pare questʼopera purgata tanto, che le si debba dar quì luogo. Per lo stesso motivo fra i libri di sacra eloquenza non ho collocato il suo volgarizzamento delle Omelìe di Clemente undecimo, cui il signor Poggiali dà luogo nel suo Catalogo, nè altrove le altre sue opere, che per molti riguardi meritan lode. Aggiungerò più tosto lʼoperetta del Manni dellʼinvenzione degli occhiali, che fu approvata dallʼAccademia Fiorentina, lʼistoria del Decamerone del Boccaccio[178] la vita di Niccolò Stenone, e le veglie piacevoli del medesimo scrittore, dove fra più altre vite, che a questa classe non appartengono, parecchie ne sono dʼuomini chiari nellʼamene lettere. Molte altre cose abbiamo di lui a storia letteraria appartenenti, le quali tralascio, perchè troppo lungo ne sarebbe il novero, ed altri le potrà vedere indicate nellʼopera testè citata del chiarissimo signor Canonico Moreni. Non debbono poi esser da me dimenticati il Casotti, e il Mozzi, il primo per la vita del Buommattei, che sta innanzi alla sua opera della lingua Toscana, e per alcune lettere sulla vita, e le opere del Casa,[179] e il secondo per la vita di Lorenzo Bellini, che è fra quelle degli Arcadi. E giacchè queste vite dʼuomini letterati ho nominate ragion vuole, che tre altri purgati scrittori di questo genere io ricordi, cioè il P. Pier Caterino Zeno, che la vita ci dette di Giovanni Rucellai, e degli storici Veneti Battista Nani e Michele Foscarini,[180] Antonfederigo Seghezzi, che quelle descrisse del Caro, di Bernardo Tasso, del Castiglione, e dʼaltri,[181] Pier Antonio Serassi, da cui abbiamo quelle copiosissime di Torquato Tasso e di Jacopo Mazzoni, una dissertazione sopra lʼepitaffio di Pudente Grammatico, ed un ragionamento sopra la controversia del Tasso e dellʼAriosto, Anton Maria Salvini, che fra le vite degli Arcadi inserì quella di Benedetto Averani, ed il fratello suo Salvino, che ci diede i Fasti Consolari dellʼAccademia Fiorentina oltre a cinquantacinque vite le quali tutte con incredibile diligenza ha accennate lʼeruditissimo Signor Canonico Moreni nellʼopera più volte citata. Alle vite succedano gli elogj, intorno aʼ quali necessariamente sarò breve, perchè niuno scrittore mi è noto, che lungamente si sia esercitato in questo genere dʼeloquenza, ed io non intendo nominar tutti quelli, che poche, e piccole cose hanno pubblicate. Questo mio intendimento però non mʼimpedirà di nominare il Bolognese Luigi Palcani. Egli educato in quella beata scuola della sua patria, fra tanti uomini chiarissimi, che là fiorirono alla metà del secolo passato o in quel torno, fu non solamente dotto, ma ancora elegante, e purgato scrittore. Abbiam di lui gli elogj di due mattematici, cioè dellʼAb. Leonardo Ximenes e del Colonello Anton Maria Lorgna, neʼ quali la severità della materia è per lui temperata mirabilmente colle grazie dellʼeloquenza e ingentilita per modo, che queglʼistessi cui non piacciono le mattematiche discipline sono invitati ad amarle in quei due libretti elegantissimi.
Alla Storia è con vincoli strettissimi unita lʼAntiquaria, la quale perciò richiama ora a se il mio discorso. Essa mi ricorda in primo luogo il Gori, ed il Lami. Ambedue per decreto dellʼAccademia Fiorentina sono approvati, il primo per la _risposta al Marchese Maffei intorno al Tomo IV. delle osservazioni letterarie, e per la difesa dellʼAlfabeto degli antichi Toscani_,[182] il secondo _per le Lezioni Toscane, e peʼ dialoghi dʼAniceto Nemesio in difesa delle lettere di Atromo Traseomaco_.[183] LʼAccademia non concedette lo stesso onore alle _Lettere Gualfondiane_, che il Lami stampò sotto il finto nome di Clemente Bini, e non senza ragione: perchè questʼautore, che nelle lezioni Toscane e neʼ dialoghi non volle molto soggettarsi ad una grande severità nellʼusar voci di Crusca, nelle lettere usò dʼuna libertà anche maggiore. Al Gori e al Lami aggiungerò il Manni scrittor purgatissimo, come ho già detto. Di lui abbiamo più e diverse opere dʼantiquaria cioè delle _antiche terme di Firenze, notizie istoriche intorno al Parlagio ovvero Anfiteatro di Firenze_, _istorica notizia dellʼorigine e significato delle Befane_, e principalmente _le osservazioni istoriche sopra i Sigilli antichi deʼ secoli bassi_.[184] Della Verona illustrata del Maffei ho già parlato due volte, e debbo parlarne ora di nuovo perchè vi sono unite lʼopera su gli Anfiteatri, e quella molto minore sullʼantica condizione di Verona. Della seconda dice graziosamente il Signor Abate Rubbi, che in essa lʼingegno dellʼautore è in ragion del suo cuore,[185] con che egli dette un giusto e profondo giudizio. Ma io non esamino, che cosa possano dir gli antiquarj dellʼuna, e dellʼaltra, e mi basta, che ambedue sien pregevoli, benchè possano meritar qualche critica, e che scritte sieno purgatamente. Per lo stesso motivo nominerò pure lʼopera dei circhi del Bianconi, quantunque abbia incontrato qualche oppugnatore. Debbonsi poi con molta lode nominare le _Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro_ di Filippo Buonarroti,[186] le quali gli confermarono quel nome di grande antiquario che le precedenti sue opere gli avevano procacciato. Nè minor plauso vuolsi fare allʼAb. Luigi Lanzi, e a mio giudizio anche maggiore, perchè nuove strade aprì nellʼantiquaria, ed usò una esattissima critica, cui non erano molto inclinevoli molti di quelli scrittori di sì fatto genere, che più erano celebri poco innanzi a lui.[187] Non parlerò poi di quelli antiquarj, che poche e brevi cose hanno scritte, per non esser soverchio: e passerò piuttosto a noverare i principali scrittori, che di materie scientifiche hanno trattato.
Cominciamo dalla Psicologia, e dalla naturale Teologia. LʼAccademia Fiorentina scelse la dissertazione del P. Tommaso Vincenzo Moniglia contro i Materialisti ed altri increduli.[188] A me sarà concesso dʼunire a questa le altre opere sue di non dissimile argomento, e di merito uguale, cioè la dissertazione contro i Fatalisti,[189] le osservazioni critico-filosofiche contro i Materialisti divise in due trattati,[190] _e la mente umana spirito immortale, non materia pensante_.[191] Alle opere del Moniglia debbono unirsi le celebri lettere familiari del Magalotti contro gli Atei approvate dallʼAccademia Fiorentina. Di queste io dirò solamente quello, che il Tocci ne disse nella vita del Viviani, cioè che _esse sono ciò che più di portentoso ha veduto da un secolo in quà la nostra lingua in quel genere_. Di Dio, dellʼanima spirituale immortale e libera, e della legge di natura verso Dio, verso lʼuomo, e verso se trattò il P. Nicolai in sette ragionamenti che sono nel volume secondo delle sue Prose. Ma più dʼogni altro trattò profondamente di sì fatte materie il P. Antonio Valsecchi colla sua opera _dei fondamenti della Religione, e dei fonti dellʼempietà_.[192] Parla egli dellʼesistenza di Dio, della spiritualità, ed immortalità dellʼanima, e della legge di natura, mostra la necessità della rivelazione, la possibilità della rivelazion deʼ Misteri, e che veramente la Cristiana Religione è rivelata da Dio, esamina finalmente quali i fonti sieno dellʼempietà. _La Religion vincitrice_[193] è quasi un appendice alla prima opera, perchè avendo in quella provati ad evidenza gli assunti suoi, e risposto alle principali objezioni degli avversarj dʼogni maniera, in questa prese a combattere il _sistema della natura, il sistema sociale, ovvero principj della morale, e della politica_, e ne trionfò. Finalmente per dar compimento alla sua impresa pubblicò _la verità della Chiesa Cattolica Romana_,[194] in cui fa conoscere, che in questa, ed in essa sola, la divina rivelazion si conserva. Con minor apparato di dottrina, ma in un modo per dir così più accostevole, scrisse il Roberti alcuni aurei suoi libretti, che se non affrontano apertamente lʼincredulità, pure le fanno gagliarda guerra. Tali sono i trattati _del leggere libri di Metafisica e di divertimento_, _della probità naturale_, _e le annotazioni sopra la umanità del secolo decimottavo_.
La Psicologia e la Teologia Naturale aprono la strada alle scienze sacre, alle quali ora farò passaggio. E quì pure ragion vuole, che il primo luogo a quelle opere si conceda, le quali dallʼAccademia sono citate. Fra queste sono le prose del P. Gio. Lorenzo Berti, la Dimostrazion Teologica del Cardinal Orsi,[195] lo spirito del Sacerdozio del Cavalier Giraldi. LʼAlberti citò il volgarizzamento, che Francesco Giuseppe Morelli fece del _Gentiluomo istruito nella condotta di una virtuosa, e felice vita_ dellʼInglese Dorell, e avrebbe potuto aggiungere quello, che egli pur fece della _Guida degli uomini alla loro eterna salute_ del Gesuita Giuseppe Personio.[196] Ma altri ancor vi sono che purgatamente hanno scritto di sì fatte materie. LʼAccademia Fiorentina, che adottò le Prose del P. Nicolai, poteva eziandio adottare le sue Lezioni. Io dubito che di lui volesse parlare il Roberti, quando a un giovine ecclesiastico scriveva così. _Tuttavia dellʼerudizione profana, interpetrando la parola dello Spirito Santo, servitevene per bisogno, non per vanto. Non siate un intemperante, come lo è nelle sue lezioni stampate un dottissimo uomo ad amendue assai noto. Tanta intemperanza a me sembra un principio di vanità._[197] E veramente se quelle Lezioni fossero state dal Nicolai dette così dal Pergamo, come poi furono stampate, dovrebbesi in esse condannare quella erudizione soverchia, e quella dottrina profonda, di che son piene. Ma se, come egli il dice nel prospetto dellʼopera, dopo essere stato parco leggendole, le arricchì poi per la stampa a vantaggio deʼ leggitori scienziati si dee sapergliene grado, e commendarlo. Per la qual cosa egli lascia in dubbio, se dobbiamo intitolarle Lezioni, o più presto Dissertazioni, e altrove le chiama senza più col secondo nome.[198] Or chi sarà che voglia accusarlo dʼessersi mostrato erudito, e dotto, quando peʼ dotti scriveva e per gli eruditi? Molta poi è la purità della lingua, principalmente dove a foggia di parafrasi spiega il Sacro Testo, nella qual parafrasi lʼautore si adopera dʼimitare il Boccaccio. E lʼimitazione di questo gran modello della narrazione si manifesta ancora in unʼaltrʼopera sua, di cui per grande sventura non abbiamo che il primo volume di quattro, che se ne promettevano col titolo, _Dichiarazione letterale del Sacro Testo deʼ quattro Libri deʼ Re_. Avrei creduto, che lʼAlberti citar dovesse queste opere, o avendole egli trascurate dovessero il Gamba e il Poggiali ricordarle. Avrei creduto lo stesso delle opere teologiche di Monsignor Incontri, e di quelle del Marchese Maffei, delle quali il solo Poggiali ha citate le prime, e niuno le seconde. Io certo non dubito, che non debbano aver quì luogo il _Trattato delle azioni umane, le lettere pastorali e la spiegazione delle feste_ di quel Prelato.[199] _La storia teologica della Grazia, il libro deʼ Teatri antichi e moderni, lʼarte magica dileguata, lʼarte magica annichilata, i tre libri dellʼimpiego del denaro_, in cui mentre si ammira la profondità della Teologica dottrina, si commenda eziandio la nobiltà e lʼeleganza dello stile, e la purità della lingua. Queste lodi medesime si debbono attribuire alle Dissertazioni Teologiche del Conte Canonico Cristoforo Muzani, ed anche maggiori in ciò che appartiene alla lingua ed allo stile, se non che forse parrà ad alcuno, che sieno talvolta troppo oratorie. Non manca la purità, ed abbonda lʼeleganza in certe operette del Roberti, che a questa classe appartengono. Tali sono _lʼesortazione sopra i danni che reca il tempo alle Comunità religiose, la lettera sopra la felicità, la lettera di un Ex-Gesuita vecchio, ad un Ex-Gesuita giovine, gli opuscoli sopra il lusso, il trattato dellʼamore verso la patria, e lʼistruzione Cristiana ad un giovinetto Cavaliere e a due giovinette Dame sue sorelle_. Nè dico già che tutto sia oro nel fatto della lingua ciò che egli scrive. Lasciando stare la voce _ex-gesuita_, che abbiam veduta testè da lui adoperata, vuolsi confessare, che andando innanzi nellʼetà per la frequente lettura deʼ libri francesi cominciò senza avvedersene ad usare qualche modo di dire straniero; il che più spesso gli avvenne nellʼ_amor della patria_, che prevenuto dalla morte non potè emendare. Ma dove sono molte cose pregevolissime non dobbiamo essere difficili troppo per qualche difettuzzo, che sfugga la attenzione dʼuno scrittore.