Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I

Part 8

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[132] _Del Petrarca, e delle sue Opere Lib._ 4. _Firenze presso Gaetano Cambiagi._ 1797. in 4. LʼAb. Sebastiano Pagello pubblicò le _rime di Messer Francesco Petrarca con note date la prima volta in luce ad utilità deʼ giovani, che amano la poesia_. Senza indicazione di luogo e di stampatore, 1754. in 4. Non ho veduta questa edizione, ma so che le note sono lodate.

[133] _Vita di Giov. Boccacci Firenze presso Carli._ 1806. in 8. gr.

[134] _Firenze pel Ristori_ 1742. _in_ 4.

[135] _Lezioni di Monsig. Giovanni Bottari sopra il Decamerone. Firenze presso Gaspero Ricci_ 1818. T. 2. _in_ 8.

[136] Si veda principalmente la nuova edizione fatta in Milano dalla stamperia Reale il 1812. in due volumi in 18., la quale oltre ai testi di lingua citati nel Vocabolario, e quelli che furono approvati dallʼAccademia nel 1786. comprende ancora quelli che furono allegati dallʼAlberti, e parecchi altri, che il Sig. Gamba propone come Autori di purgata favella, e di tutti accenna le migliori edizioni, come dico nel capo seguente.

_Di quegli Scrittori, che hanno illustrata la lingua Italiana scrivendo purgatamente._

~CAPO~ XI.

Ma la più nobil maniera di illustrar una lingua consiste nello scriver bene. Io non pretendo decidere quali sieno gli scrittori, che debbono far testo in lingua. Questo è ufficio dellʼAccademia della Crusca, ed ha voluto almeno in parte soddisfarvi lʼAccademia Fiorentina nel partito preso il 1786. di cui ho parlato più volte.[137] Io prendo ad annoverare non solamente coloro, ai quali è stato questʼonor conceduto, o che ottener lo potrebbono, perchè scrissero purissimamente, ma quelli ancora, che meritano lode di molta purità, quantunque alcuna volta, o per trascuratezza, o per debolezza di umana natura sieno caduti in qualche errore, od abbiano usata qualche voce non approvata. Niuno scrittor vivente porrò fra questi, deʼ quali troppo è pericoloso il dar giudizio: nè intendo di noverare tutti i trapassati, che ne son meritevoli, perchè troppo lunga impresa sarebbe, e difficile. Altri però mi ha diminuita alquanto la fatica. Oltre allʼAlberti, di cui ho già fatta parola, il Signor Gamba nuovamente stampando la sua _serie dellʼedizione deʼ testi di lingua_[138] agli scrittori scelti dallʼAccademia, e dallʼAlberti parecchi altri ne aggiunse di purgata favella. E poco fa un anonimo scrittore coltissimo, giudizioso, e della nostra lingua amantissimo ha pubblicato un eccellente _catalogo dʼalcune opere attenenti alle scienze alle arti e ad altri bisogni dellʼuomo; le quali quantunque non citate nel Vocabolario della Crusca meritano per conto della lingua qualche considerazione_.[139] Finalmente il Signor Poggiali alla sua _serie deʼ testi di lingua_ ha aggiunto un catalogo di _opere non citate nel Vocabolario di autori però in esso allegati, e un altro di opere scritte in buona favella di autori non citati nel Vocabolario_.[140] Molto prenderò da questi scrittori, aggiungendo però non poco, e talvolta allontanandomi dallʼopinion loro, e piuttosto agli autori per essi approvati aggiungendone alcuni altri.

Comincio dagli Scrittori di Grammatica, e fra questi vuolsi dare il primo luogo al Corticelli. Di lui ho già detto di sopra, dove ho lodato i suoi precetti; e quì devo nominarlo di nuovo perchè i suoi precetti sono esposti purissimamente. Lʼopera sua è annoverata fra quelle approvate dallʼAccademia Fiorentina. Al Corticelli unisco Francesco Maria Zanotti per gli _Elementi di grammatica volgare_ deʼ quali altresì ho già parlato, e pel _Ragionamento sopra la volgar Lingua_.[141] E poichè in questa parte del mio ragionamento ho nominato per la prima volta questo immortale scrittore, non so trattenermi dal mostrare qualche maraviglia, che lʼAccademia Fiorentina in quel partito da me ricordato ponendolo fra gli scrittori approvati di tante sue opere abbia scelte le lettere solamente, e le opere mattematiche, filosofiche, oratorie, e poetiche abbia trascurate. Le sue lettere sono bellissime; ma non sono men belle le altre cose; e in tutte si vede una grazia di stile, che innamora. Io non dico, che egli sia scrittore purissimo nel fatto della lingua, nè volle esser tale. Ma, come il Castiglione, seguì una certa libertà, la qual pure non è senza grazia. Che se i Deputati reputarono opportuno di perdonargli questa libertà nelle lettere senza approvarla, parrebbe che sì fatta indulgenza usar gli si dovesse ancora per le altre opere tanto maggiori, o lʼimportanza si consideri della materia, o la cura da lui posta nello scriverle. Finalmente ricordo i dialoghi del P. Rosasco, deʼ quali pure ho già fatta menzione. Avrei desiderato, che questo purgato scrittore non facesse uso di certe voci antiquate che non sono rare in quel suo Libro. Checchè però sia di questo, egli in questʼopera scrive purgatamente, e si deve dargliene lode. Ma progrediamo più innanzi e dai maestri di grammatica passiamo a quelli, che ci hanno dati i precetti dellʼeloquenza e della poesia.

Quì pure ci si presentano il P. Corticelli e Francesco Maria Zanotti. I cento discorsi del primo su lʼeloquenza meritarono dʼessere approvati dallʼAccademia Fiorentina.[142] Parrà forse ad alcuno, che i suoi insegnamenti sieno comuni troppo; ma non è comune in essi la purità della lingua, e il savio avvedimento di prendere gli esempj tutti da ottimi scrittori approvati dalla Crusca. Il secondo scrisse cinque ragionamenti _dellʼarte poetica_,[143] parlando della poesia in generale poi della tragedia della commedia dellʼepopeja e della lirica. Nella qual trattazione egli condisce tutto con quella grazia, che era a lui naturale e che non lo abbandonava anche neʼ famigliari discorsi. I precetti poetici dette pure il Gravina, e la sua opera è annoverata fra quelle scelte dallʼAccademia Fiorentina, il qual autorevol giudizio mi fa sicuro, che non mʼinganno commendando ancora le altre opere sue scritte in Italiano[144]. Con purgato stile procurò di scrivere il Quadrio la sua faticosa, e troppo lunga opera _della storia e della ragione dʼogni poesia_,[145] il Bisso nellʼelementare _introduzione alla volgar poesia_,[146] il Baruffaldi neʼ ragionamenti poetici, dove parla della rima, dei rimarj, deʼ centoni, e delle varie edizioni della Gerusalemme liberata,[147] il Parini nei _principj delle belle Lettere_,[148] e il Borsa nella dissertazione _sul Gusto presente in Letteratura Italiana_ onorata di premio dallʼAccademia Mantovana.[149] Ma parecchi fra questi vince dʼassai, ed a niuno è secondo il Sibiliato a giudizio dʼuomini intelligenti (giacchè non mi è riuscito di vedere le cose sue). Due dissertazioni di questo scrittor purissimo appartengono a questa classe, e furono da lui destinate a due Accademie diverse. Commenda nella prima lʼarte poetica, mostrando quanto alla civil società sia vantaggiosa ed alla politica, e fu premiata dallʼAccademia Mantovana: colla seconda corregge e reprime quella pedanteria scientifica, (come la chiama il Cesarotti) che agli anni passati col titolo di spirito filosofico invase e guastò lʼamena letteratura.[150] Aggiungo a questi Anton Maria Salvini ed il Marchese Gio. Giuseppe Orsi. Il primo per le annotazioni da lui fatte alla _perfetta Poesia_ del Muratori, ed il secondo per le _considerazioni sopra il libro francese intitolato de la maniere de bien penser dans les ouvrages dʼesprit_,[151] e pel ragionamento sopra il dialogo di Cicerone _de senectute_.[152] Ambedue fanno testo in lingua, il Salvini per antico diritto, lʼOrsi per decreto dellʼAccademia Fiorentina. A questa classe appartengono i dialoghi del Regali di cui ho parlato al Capo VI, ed alcune opere di Giuseppe Bianchini, cioè la difesa di Dante, le tre lezioni sopra il primo terzetto del Paradiso di Dante, sopra un sonetto del Petrarca, e sopra uno del Varchi, il Trattato della satira Italiana, e il Dialogo intitolato la villeggiatura,[153] e la difesa del Petrarca per opera del Casaregi, del Canevari, e del Tomasi.[154] A questa classe si possono aggiungere altresì lʼacre censura, che il Biscioni fece allʼedizione deʼ Canti carnascialeschi procurata dal Bracci,[155] e la più acre risposta dello stesso Bracci[156]. Commendo neʼ due feroci rivali la purgatezza della lingua, ma biasimo solennemente la mordacità loro, e principalmente del secondo, che ebbe poi a dolersi di averla usata.

Molti più sono gli Oratori, ed i Poeti, che domandano dʼesser quì nominati. Ne sceglierò alcuni, non potendo parlar di tutti. Fra gli Oratori vuolsi concedere il primo luogo al Gesuita Lucchese Alfonso Nicolai[157] per ciò che spetta alla lingua; nè a questo mʼinduce lʼamor della Patria, ma sì lʼAccademia Fiorentina, che lʼannoverò fra i suoi scrittori approvati. I Gesuiti Tornielli[158] Bassani, Sanseverino, Dolera, Rossi, Venini, Trento, Pellegrini, Granelli, Muzani, Masotti, Vettori, e il Domenicano Valsecchi, furon lodati da chi li ascoltò predicare dal pergamo e sono lodati da chi legge le loro prediche. Anche fra gli Autori di lezioni sulla Santa Scrittura ve ne ha parecchi di purgata favella. Tali io giudico il Nicolai, il Granelli, il Rossi, il Pellegrini, già mentovati, e il Barotti, il Martinelli, e lo Scotti. Si aggiungano a questi Gio. Maria Luchini, ed Angelo Maria Ricci, peʼ loro volgarizzamenti dʼalcune Omelìe di S. Basilio, di S. Giovanni Grisostomo e di S. Gregorio Nazianzeno, deʼ quali parlerò altrove, Giuliano Sabbatini Scolopio e Vescovo di Modena, Lodovico Preti, Giuseppe Tozzi, Antonio Monti. Fra gli Oratori profani, si debbono ricordare Benedetto, e Giuseppe Averani, e Anton Maria Salvini. Nomino quì Benedetto, perchè lʼAccademia Fiorentina che lʼannoverò fra gli Scrittori da lei destinati a far testo in lingua gli attribuisce non so quali orazioni. Queste però non sono note al Mazzucchelli, nè al Signor Gamba, nè a me. Note sono bensì le sue _dieci Lezioni sopra il quarto Sonetto del Petrarca_ stampate in Ravenna il 1707. cioè lʼanno stesso della sua morte. Dieci lezioni per un sonetto a dir vero sono troppe; ma tale era lʼuso del tempo suo che ora è cessato, nè è da dolersene. Altre undici lezioni egli scrisse, le quali abbiamo fra le prose Fiorentine. Molte lezioni altresì scrisse il fratello suo Giuseppe, che il Proposto Gori fece poi stampare.[159] I Salvini si dee collocare fra gli oratori sacri per le prose sacre,[160] e fraʼ profani peʼ discorsi Accademici, per le prose toscane, ed altre opere.[161] Altri oratori abbiamo nelle Prose Fiorentine, e nellʼaggiunta che a questa si fece in Venezia il 1754. Purgatamente scrissero orazioni ancora Francesco Maria Zanotti, Alessandro, e Domenico Fabri, il P. Curzio Boni Chierico Regolare della Madre di Dio, Flaminio Scarselli, ed altri.[162]

Agli Oratori succedano gli scrittori di lettere. Sono alcuni, ai quali niente aggrada, che non sia forestiero, e dʼoltre monti non venga o dʼoltre mare. Essi magnificando le glorie dellʼaltre Nazioni in questa parte della letteratura non cessano di rinfacciare allʼItalia, che le mancano buoni scrittori di tal genere. Se il mio argomento mel permettesse non sarebbe a me difficile di mostrar pienamente la falsità di questa accusa, indicando molti egregi epistolarj del passato secolo, o dei precedenti. Ma contenendo ancora il mio discorso fra gli angusti confini, che mi sono prescritti, e continuando la mia trattazione mi avverrà di rispondere almeno in parte a quel rimprovero, quasi senza avvedermene. Il Metastasio è autore approvato dallʼAccademia Fiorentina per le opere drammatiche solamente, nelle quali era sommo. Le altre opere sue, benchè sieno di minor pregio, sono però lodevoli. Le lettere[163] sono scritte con molta grazia, e con qualche purità. Dotte ed erudite son quelle dʼApostolo Zeno,[164] il quale altresì è approvato da quellʼAccademia per alcune delle sue opere drammatiche. Elegantissime sono quelle deʼ Bolognesi, e leggiadramente scritte[165]. Eustachio Manfredi, i due Zanotti Francesco Maria e Giampietro, il Ghedini, Alessandro e Domenico Fabri, e Flaminio Scarselli ne sono gli autori; e i loro nomi sono così noti, che farei cosa inutile se quì prendessi a commendarli. Molte lettere abbiamo dellʼAlgarotti fra le sue opere.[166] Sanno tutti, che lʼAlgarotti alla scuola Bolognese attinse il buon gusto delle lettere, e fu scrittore elegante, e da prima anche puro. Ma poi viaggiando in Francia, in Inghilterra, in Germania, ed ivi dimorando lungo tempo il suo stile prese una certa straniera tintura, per cui le maniere deʼ nostri antichi si vedono talvolta unite a quelle deʼ moderni oltramontani, il che se non mʼinganno fa un contrasto spiacevole da non imitarsi. LʼAlberti citò le sue opere, nè lo condanno per questo, perchè molte voci vi si trovano spettanti alla fisica e alle arti del disegno, che secondo il suo instituto egli dovea raccogliere: ed io cito quì le sue lettere, e citerò altre cose sue, ove mi cadrà in acconcio, perchè molto vʼha in esse scritto toscanamente.

Anche al Magalotti nocquero i lunghi viaggi in ciò che spetta alla purità di lingua. Purgatamente scrisse _i saggi di naturali sperienze_, che fanno testo in lingua. LʼAccademia Fiorentina concedette questʼonore anche alle sue lettere sì familiari, che erudite.[167] Il Cesarotti si doleva[168] che riconoscendosi questo scrittore per fortissimo nei saggi dellʼAccademia del Cimento, si accusi _dʼesser poi nelle sue lettere familiari scritte in età più matura_ (_si noti la circonstanza_) _caduto in neologismi, gallicismi, e barbarismi evidenti_. Non è strano però, che un giovine scrittore di felice indole ben indirizzato nelle lettere, e conversando con uomini dotti scriva da prima lodevolmente, e col volger degli anni, sedotto poi dallʼaltrui plauso, o dalla soverchia stima di se medesimo, o da qualsivoglia altro motivo travii dal retto sentiero, e cada in errori anche gravi: e di leggieri se ne potrebbe recar qualche esempio. Il Cesarotti rammenta il giudizio di Monsignor Fabroni, il quale dice che lʼorazion del Magalotti è piena di maestà, splendida, e luminosa, ed ha in se una somma bellezza, e dignità, e porta sempre in fronte (ciò che fu lodato in Messala) la nobiltà dellʼautore, il che tutti gli concederanno. Ma il Fabroni non lo difende da quellʼaccusa, nè credo che altri lo vorrà difendere, e lʼAccademia Fiorentina, che approvò le opere del Magalotti non avrebbe forse voluto tutte approvar le parole, e i modi di dire, che sono in quellʼopere. Purità grande al contrario, scevra da ogni scoria straniera ci offrono le lettere di Lodovico Preti, e di Natale dalle Laste, o Lastesio. Meno pure di queste sono le lettere di Lodovico Bianconi sulla Baviera, e su Cornelio Celso; ma tanta è la grazia con cui sono scritte, che volentieri gli si perdona qualche scorrezione. Il Signor Gamba pone nel suo Catalogo le lettere di Giuseppe Baretti aʼ suoi fratelli stampate a Venezia il 1762. e tre altre del medesimo contro Biagio Schiavo uscite in luce il 1747. coʼ torchj di Lugano. Ma siccome egli confessa, che _questo capriccioso autore va al di là nel coniar vocaboli strani_, non credo dovergli dar luogo nel mio. Per la cagion medesima escluderò la troppo celebre _frusta letteraria_, colla quale sotto il nome dʼAristarco Scannabue malmenò molti scrittori anche insigni del suo tempo.

Un altro lamento sogliono fare alcuni, che in parte ripete il Signor Cesarotti. _Il Boccaccio_, egli dice, _ricco delle locuzioni del comico familiare, manca dei tornj dellʼurbanità delicata, e da lui forse è addivenuto, che lʼItalia in questo genere è tanto inferiore alla Francia._ E ciò non basta. Altri fra le opere deglʼItaliani non ne trovano quasi veruna, che serva a piacevole trattenimento, e fanno querele, perchè quasi tutte dalle scienze, o dalle facoltà, che insegnano, prendono un certo aspetto severo troppo, e contente dʼinsegnare, non si curano di dilettare. Ma questi lamenti mi sembrano ingiusti. Il Boccaccio prendeva stile diverso secondo la diversità delle materie. Nelle novelle di Calandrino, Bruno, e Buffalmacco ed in altre simili fece uso del _comico familiare_; lʼurbanità delicata adoperò in quelle della Marchesana di Monferrato, di Bergamino, del Re di Cipri, e in altre molte; e sono per avventura più le seconde, che non le prime. Potrei citare altresì il Castiglione nel Cortegiano, il Bembo negli Asolani, il Caro, e il Bonfadio nelle lettere, e parecchi altri scrittori del secolo decimosesto. Ma io debbo ristringere il mio discorso fra quelli del decimottavo. Or chi non ravvisa lʼurbanità, ed anche la piacevolezza negli autori di lettere poco fa mentovati? E chi potrà indicarmi non dirò unʼopera, ma direi quasi una sola facciata di Francesco Maria Zanotti, in cui si desiderino questi pregi? Sino le cose mattematiche neʼ dialoghi sulla forza, che chiamano viva, e la morale filosofia sono da lui appiacevolite con tanta leggiadria di stile, che non temono veruna benchè illustre comparazione. Urbanità, e piacevolezza io trovo ancora nellʼopere dellʼAlgarotti, del Gesuita Roberti, di Gasparo Gozzi, del Conte Robbio di S. Raffaele, del Conte Giambattista Giovio, del Bianconi, e nelle Donne della Santa Nazione del Gesuita Giuliari. Non finirei così presto, se tutti volessi noverare coloro, che meritano dʼesser citati. Tralascio perciò il lungo ed inutil catalogo deʼ loro nomi, e proseguo lʼintrapresa carriera.

Il secolo decimottavo si può dir per lʼItalia il secolo deʼ poeti. Non vʼha quasi città, che non vanti qualche buon poeta, o mediocre. Non è mio ufficio lʼesaminare, se quellʼimmenso torrente di versi, che agli anni passati ha inondate le nostre contrade, fosse affatto inutile o anche dannoso, o se per avventura ne sia provenuta qualche maggiore e più universale, coltura deglʼingegni Italiani. Io cerco solamente fra tanto numero di poeti quali sieno coloro, che agli altri pregj di buon poeta seppero unire la purità della lingua. E cominciando dagli autori di certi poemi, che epici in qualche modo si possono chiamare nominerò in primo luogo la Genesi di Monsignor Cerati Vescovo di Piacenza, poi il Tobia di Cammillo Zampieri, gli occhi di Gesù del Martelli, lʼApocalisse di S. Giovanni, e il Telemaco di Flaminio Scarselli, e il Giobbe del Rezzano, e quello dello stesso Zampieri. Tranne i tre primi gli altri si considerano come traduzioni, alle quali non do quì luogo;[169] ma se rettamente si osserva si debbono piuttosto chiamar imitazioni, che traduzioni. Fra i poemi didascalici nominerò prima lʼAntilucrezio del Ricci approvato dallʼAccademia Fiorentina, e poi la Fisica, lʼorigine delle Fontane, e il Caffè del Barotti felice imitator dellʼAriosto, la felicità del Bondi, i Cieli del Pellegrini, tutti tre Gesuiti. Si uniscano a questi i poemi di cose agrarie, come la coltivazione del riso dello Spolverini, il Baco da seta del Betti, il Canapajo del Baruffaldi, la coltivazion deʼ monti del Lorenzi, le fragole del Roberti.[170] Maggior sarebbe il numero dei poemetti di vario argomento se quì volessi noverarli. Fra questi non debbo tacere la Bucchereide del Bellini, che fa testo in lingua: ma degli altri non farò menzione perchè troppo lungo discorso si richiederebbe. Laonde senza più farò passaggio alla poesia teatrale.

Questa si può dividere in tragica, drammatica, e comica. Il primo ristoratore della Tragedia Italiana nel secolo, di cui parliamo fu Pier Jacopo Martelli, ed egli avrebbe riscosso plausi più durevoli, se non avesse adoperato i nojosi versi, che da lui hanno il nome di Martelliani. Il Gravina scrisse con molta purità cinque Tragedie, che sono altrettanti efficacissimi sonniferi, quantunque non sieno prive di qualche pregio. Lodevoli sono quelle dellʼAb. Antonio Conti. LʼAccademia Fiorentina approvò le prose e le rime di questʼautore, colla quale denominazione pare, che abbia voluto indicar solamente le sue opere stampate in Venezia il 1739. e 1756. in due volumi. Ma ivi non sono nè il volgarizzamento della lettera dʼElisa ad Abelardo, nè le sue quattro Tragedie. Dovremo dunque dire, che queste cose sieno escluse? Io non lo credo, e penso piuttosto, che in quelle parole sieno comprese le opere sue tutte quante. Quasi nel tempo medesimo il Marchese Maffei compose la Merope tante volte stampata, e rappresentata sul teatro. Il Voltaire lʼimitò in parte, e poi la criticò amaramente, celandosi sotto il finto nome di M. de la Lindelle. Inferiore di pregio alla Merope è la Didone di Giampietro Zanotti, e vie più inferiori sono lʼEzzelino e la Giocasta del Baruffaldi, quantunque sieno scritte purgamente. Intorno allo stesso tempo Domenico Lazzarini dette in luce lʼUlisse, il quale non ha altro merito, che dʼesser puramente scritto, e dʼaver fatta nascere la celebre satira intitolata il Ruzvanscad. Degno di sedere accanto allʼautor della Merope è Alfonso Varano pel Demetrio, Giovanni di Giscala, e Agnese, e ne è degno altresì il P. Giovanni Granelli Gesuita pel Sedecia, Manasse, Dione, e Seila figlia di Iefte. Nè molto inferiori a queste ottime io stimo il Gionata, il Demetrio Poliorcete, e il Serse del Bettinelli Gesuita egli pure. Questo celebre Scrittore non cercò molto la purità della lingua; ma fu maggiore la libertà da lui usata dopo la soppressione della Compagnia di Gesù; nelle tragedie però principalmente e in qualche altra opera, che indicherò a suo luogo, fu assai moderato. Fu il Pompei amante della nostra lingua, e tale si mostrò in due tragedie intitolate Ipermestra e Calliroe. In queste merita molta lode per regolarità di condotta e per altri pregj; non è però mio officio e lascio ad altri lʼesaminare se quelle sue tragedie tanti ne abbiano e tali, che debbano ottener molto plauso rappresentate sul teatro. Parecchi altri Poeti Tragici del passato secolo sono con onor nominati dal chiarissimo Signor Napoli Signorelli nel sesto volume della sua storia critica deʼ Teatri, deʼ quali non farò quì parola, perchè o sono viventi, o non si sono abbastanza curati di scrivere puramente, o non ho lette le loro produzioni. Ma fra le Tragedie non vedute da me credo di potere assicurare, che lʼAgamennone e Clitemnestra pubblicata nel 1786. dal Signor Matteo Borsa abbia quella purità di lingua, che io quì ricerco, perchè egli era colto e purgato scrittore, talchè il Signor Gamba avrebbe potuto concedergli un luogo onorevole nella sua appendice.

Il novero deʼ Poeti Tragici, che debbono esser da me nominati terminerà col Conte Vittorio Alfieri. Le sue tragedie al primo loro apparire sulle scene ottennero molto plauso, il quale pel corso di ben ventisei anni non si è punto scemato. Alcuni critici di molto ingegno, e di non mediocre dottrina si sono adoperati di trovare in esse parecchi difetti: ma niuno accusa lʼautore di non essere scrittore purgato. A me basta questa lode, che lʼuniversal consentimento, gli accorda, nè a me appartiene dʼindicare gli altri suoi pregj, o assottigliarmi dʼindagarne i difetti, nè di esaminare se i migliori dei tragici nostri sieno da lui uguagliati, o superati. Lascio questo esame agli spettatori frequenti, che non si stancano di accorrere alle sue tragedie tante volte ripetute.