Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I

Part 7

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Un altro pregio, e al tempo medesimo un altro difetto ci somministrano le sue definizioni. Gli Accademici nel vocabolario talvolta non dettero buone definizioni delle cose, e lʼAlberti ebbe in animo di supplire alla mancanza loro, ponendone altre migliori; ma anche le sue non sempre sono scevre da difetto. Alla voce _Grecità_ definisce _tutta La nazione Greca, e spezialmente gli Scrittori di quella lingua_, ed a _Latinità_ leggiamo _qualità del Latino_. Ognun vede, che se è giusta la prima definizione esser dee riprensibile la seconda. Anche la prima però non è in tutto degna di lode, mentre _Grecità_ non vuol dire la _nazione Greca_ ma bensì gli scrittori Greci, intendendo con queste parole le opere loro non gli Autori stessi, come si vede dallʼesempio ivi allegato. Onde ancora quella definizione è malvagia, perchè in parte è falsa, e in parte equivoca.

Dalle quali cose tutte deduco, che dobbiamo saper molto grado allʼAlberti di tanta fatica, di molte voci e significati da lui aggiunti al Vocabolario, di aver cogli accenti mostrato quali voci si debbano proferir lunghe, e quali brevi, di aver date parecchie buone definizioni, e ad un uomo che per solo amore del comodo altrui, e della nostra lingua ha tollerata per molti anni tanta fatica viaggiando, interrogando, leggendo, e scrivendo dobbiamo perdonar qualche difetto, che lʼumana natura non può mai in tutto evitare. Per altro il suo Dizionario è pregevolissimo, e necessario a chiunque vuole studiare la lingua Italiana: e il signor Cesari di molte voci, e maniere di dire avrebbe arricchita la sua edizione del Vocabolario della Crusca se lʼavesse veduto. Prendo a caso la Lettera B, e in questa prendo le prime sei facciate dellʼAlberti, e trovo che al Cesari manca _babbalà_ (alla), _bacamento_, _bacchettata_, _bacchiatore_, _baggea_, _pigliarsela in baja_, le quali voci sono usate nel Malmantile, dal Redi, dal Segneri, neʼ Canti Carnascialeschi, dal Varchi, e dal Buonarroti. E pure non ho notati, i derivati dei nomi proprj, i termini di scienze, e di arti, e quelli di cui si portano esempi dʼautori moderni, perchè a questi non si estendono le sue aggiunte.

NOTE:

[99] Accademia Fiorentina sʼintitolò lʼAccademia instituita dopo la soppressione della Crusca.

[100] Di _avvivatore_ vʼha un esempio del Menzini, che lʼAlberti non ha notato. _E ʼl guardo avvivator lieta rivolse. Opere_ T. 3. _p._ 15.

[101] Annotaz. a Fr. Guitt. p. 119.

[102] _Gigli Regole per la Toscana favellap._ 591. ediz. di Lucca del 1734.

[103] Lo stesso si dica della parola _deserta per messo, o servito delle frutte_ che ivi pur si ricorda dal Gigli. Le altre voci Lucchesi registrate da questo scrittore nel luogo stesso non sono di questo genere, ed hanno origine diversa.

_Altri Vocabolarj, regole per la Pronunzia Sinonimi, ed Epiteti, Rimarj, ed Etimologie._

~CAPO~ IX.

Se il P. Bergantini e lʼAlberti meritaron lode accrescendo il Vocabolario, Apostolo Zeno, e Jacopo Facciolati la meritarono con accorciarlo. Al primo si attribuisce il compendio di questʼopera, che egli fece prima sullʼedizione del 1691, e poi su quella del 1729, e che essendo stato tante volte impresso offre con ciò solo un manifesto indizio del plauso universale. E meritamente lʼottenne o si riguardi la brevità a cui è ridotto quel compendio a comodo altrui, o lʼemendazioni quantunque rare, che quellʼuomo grande vi ha fatte. Dobbiamo al secondo lʼOrtografia Italiana stampata in Padova molte volte, e che può dirsi anchʼessa in qualche modo un compendio del Vocabolario Fiorentino, quantunque quà, e là vi si trovi qualche aggiunta tratta da scrittori approvati. Nè di questo genere di libri farò più a lungo ragionamento,[104] dovendo omai parlare di alcuni Dizionarj particolari. Tra questi per la sua celebrità domanda il primo luogo il _Vocabolario Cateriniano_ del Gigli. Questo bizzarro, e mordace scrittore si pose nellʼanimo dʼonorare il dialetto di Siena sua patria, e poteva in ciò procacciarsi lode, ma lo fece in modo che si attirò sventure e biasimo. Ma di lui ho già detto abbastanza di sopra.

Parecchi altri pure divulgando le opere degli antichi Autori Toscani ne raccolsero le parole e maniere di dire meritevoli dʼosservazione, e quelle massimamente che non si incontrano nel Vocabolario, come il Salvini, il Biscioni, Giuseppe Bianchini, il Bottari, il Cavaliere Jacopo Morelli, e finalmente il P. Ildefonso nelle Delizie degli Eruditi Toscani, dai quali altresì ove ancora si tolga ciò che è scorrezione popolaresca rimane sempre alquanto, e in taluni anche molto, da aumentare il tesoro di nostra lingua.

Fra i Dizionari particolari si debbon porre quelli delle arti, e delle scienze deʼ quali uno solo ne abbiamo in questo secolo. Tale è quello per la Medicina dʼAndrea Pasta[105] Medico prestantissimo, che avrebbe voluto sbandire quegli oscuri, e tenebrosi vocaboli, che sì volentieri, e sì spesso soglionsi usare daʼ medici triviali nei loro parlari, e nelle loro scritture. Aʼ questo fine dagli scrittori approvati egli trasse le voci, e maniere di dire che appartengono a medicina, e vi aggiunse parecchie osservazioni, con che provvide non solo allo scrivere e parlar bene, ma ancora a bene operare. I libri da lui allegati, o deʼ quali fece uso, sono il Decamerone del Boccaccio, le opere del Galilei, i saggi dellʼAccademia del Cimento, il trattato dellʼAgricoltura di Piero deʼ Crescenzi, il Ricettario Fiorentino, il Vocabolario della Crusca, le opere del Cocchi, e sopra tutto quelle del Redi. Io non sono punto istruito neʼ precetti delle mediche discipline, pure credo di non errare dicendo, che i medici ed i giovani principalmente dovrebbono avere frequentemente tra mano il libro del Pasta, che consiglierebbe loro dʼusar favellando, o scrivendo un linguaggio più acconcio a procacciarsi la confidenza del malato, ed a confortarlo, e forse anche li persuaderebbe di diffidare alquanto di certi nuovi sistemi, troppo sovente incerti, e variabili. Un Vocabolario deʼ nomi proprj tanto delle persone, che deʼ luoghi sarebbe utile molto, e lʼArciprete Baruffaldi lo aveva non solamente intrapreso, ma quasi compiuto, ma è rimasto inedito.[106] E aggiungerò quì ancora il suo Dizionario Ditirambico, e Baccanalesco, cui non saprei qual miglior luogo assegnare.[107]

A questa classe medesima si può riferire il breve ragionamento dellʼAlgarotti _sopra la ricchezza della lingua Italiana neʼ termini militari_.[108] Alle maniere di dire deʼ Francesi scrittori intorno a cose militari egli mostra quali, e quante maniere Italiane corrispondano, ed anche in ciò solo altri può vedere di quì, come la nostra lingua sia abbondante, e ricca più della Francese. Nè su questo mi tratterrò più lungamente. Aggiungerò bensì, che di non mediocre utilità sarebbe, se ciò che lʼAlgarotti fece per lʼarte militare, altri lo facesse riguardo alle altre facoltà; affinchè ove alcuno debba scrivere intorno alle medesime avesse pronte al bisogno le espressioni che sono più acconce, onde non si dovesse attribuire a difetto della lingua ciò che spesso è difetto di memoria dello scrittore.[109]

Gli Autori quì ricordati insegnano quali siano le voci, e le espressioni, che voglionsi adoperare scrivendo; ma della pronunzia non fanno parola, tranne lʼAlberti, che nel suo Dizionario è stato sollecito dʼindicare le voci, che lunghe si profferiscono o brevi. Ma noi abbiamo qualche altra cosa nella pronunzia, che domanda dʼesser regolata. Le vocali E ed O ora si pronunziano strette, ed ora larghe; le consonanti S Z ora hanno un suono più dolce, ed ora più aspro, come tutti sanno. A questo volle provvedere il Gigli adoperando le Greche lettere _epsilon_, ed _omega_ per le vocali larghe, e la S, e lo Z corsivo per le consonanti aspre, e in questa guisa nelle sue regole per la Toscana favella dette un lungo catalogo[110] di quelle parole, che usar si sogliono più comunemente. Dopo lui il Salvini nel volgarizzamento dʼOppiano[111] volle anchʼegli introdur qualche segno, che giovasse alla pronunzia, ma solamente per le due vocali E, ed O, alle quali sovrappose un accento circonflesso, quando si doveano profferir larghe. Lʼuso delle Greche lettere, come non piacque nel secolo decimosesto, quando col fine medesimo le introdusse il Trissino, e dopo lui Adriano Franci, così nè pur piacque nel decimottavo, siccome quelle che troppo sono difformi dalle nostre: e in questa parte fu più saggio lʼavvedimento del Salvini, che un contrassegno adoperò più acconcio, e meno strano. Tal novità, quantunque utile, non fu da veruno imitata, e il Salvini medesimo negli altri suoi libri non lʼusò.

A uno scopo più alto diressero le mire loro il P. Carlo Costanzo Rabbi Agostiniano, e il P. Giovambattista Bisso Gesuita procurando dʼagevolare lo scriver puramente, ed elegantemente il primo in prosa, il secondo in versi. Con questo intendimento il Rabbi raccolse i sinonimi, ed aggiunti Italiani, cui pose in fine un trattatello intorno alle regole per ben valersi sì degli uni che degli altri, e delle similitudini,[112] al che poi fece parecchi accrescimenti il P. Alessandro Bandiera deʼ Servi di Maria. Gli approvati scrittori di purgata favella sono le fonti, dalle quali lʼopera è tratta, e poco vʼha (se non mʼinganno) che non le sia uniforme.[113] Ma questo genere di libri è pericoloso peʼ giovani, i quali sʼavvezzano a prendere senza discernimento non ciò che è più acconcio, ma quello che prima cade sotto gli occhi, ed a riempiere dʼinutili aggiunti le loro dicerìe. E tanto più facilmente essi potrebbono risentirne danno, che si vedono quì talvolta voci, e maniere di dire ora triviali, ed ora strane, ed antiche, che potevano forse esser tollerabili, ed anche lodevoli nel luogo dove furon poste da quegli autori, e altrove desterebbono riso, e meriterebbono riprensione. Con miglior consiglio il P. Bisso raccolse le voci, e locuzioni poetiche di Dante, Petrarca, Ariosto, e Tasso, e dʼaltri autori del cinquecento[114] aggiungendo ancora talvolta lunghi squarci di queʼ Poeti, e intieri componimenti. E giacchè il mio argomento mi ha condotto a far parola deʼ sussidj prestati alla poesia ed ai poeti non voglio lasciar di ricordare i rimarj, libri pericolosi anchʼessi, ma comodi. Universale è quello del Rosasco[115] per ogni genere di rime piane, tronche, e sdrucciole ed è ampio tanto, che la stessa sua copia può talvolta imbarazzare il Poeta. Quì poi si trovano tutte le parole e nobili, e mediocri, ed umili, onde chi vuol farne uso debbe essere di fino discernimento fornito per iscegliere quelle che sono più adatte al suo bisogno. Alle sole rime sdrucciole limitò il suo Rimario il Baruffaldi[116]. Questi due Rimarj offrono le sole parole, che fanno rima; ma, con utile avvedimento altri facendo il rimario particolare di qualche poeta vi ha posto glʼintieri versi, il che quanto comodo apporti, coloro tutti lo sanno, aʼ quali è avvenuto alcuna volta di fame uso. Tali sono quelli del Dante[117] del Tasso[118] del Petrarca Bembo Casa Guidiccioni e Molza[119] e altri.

Anche i proverbj ebbero un dotto illustratore nel P. Sebastiano Paoli Lucchese deʼ Chierici Regolari della Madre di Dio[120], che una materia così arida, ed ingrata seppe render piacevole con molta, ma sempre amena erudizione. A lui vuolsi aggiungere il Biscioni nelle annotazioni al Malmantile, il qual poema essendo da cima a fondo pieno di proverbj, questi principalmente han dovuto spiegare i suoi Comentatori.

Finalmente a questa classe medesima appartengono altresì i Dizionari etimologici, i quali però richiedono breve discorso, e questo lo vuol quasi tutto il Muratori. Sono alcuni i quali avendo per costume di biasimar ciò, che non sanno, sorrideranno al nome dʼetimologie, nè crederanno che reputar si possano illustratori dʼuna lingua coloro, che i loro studj hanno rivolti a questo genere di considerazioni, che essi chiamano vano ed inutile. Ma se si considera quanti uomini preclarissimi a sì fatte indagini hanno consacrate le loro cure, se si considera, che fra questi è il Leibnitz, che molto ne scrisse, e con molta, diligenza, ed il Cesarotti, che di questo studio fece una breve, ma giudiziosa difesa ed opportuna,[121] e desiderò che un Vocabolario etimologico avesse la nostra lingua disposto secondo lʼordine alfabetico delle radici[122]: se a tutto ciò si ponga mente non dovremo noi esser molto solleciti della disapprovazione di costoro. Potrebbe forse piuttosto dubitarsi, se far si dovesse un rimprovero aglʼItaliani di non aver già prima dʼora adempiuto, o prevenuto il desiderio del Cesarotti, lasciando che la palma cogliesse in ciò un Francese, cioè il Menagio colle sue _Origini Italiche_. Ma la difficoltà dellʼimpresa probabilmente fu quella, che fino ad ora distolse i nostri dal correre pienamente questo arringo. E per ciò che spetta al Menagio, quanto è degna di lode lʼintenzion dellʼautore dottissimo, che coraggiosamente prese ad illustrare una lingua non sua, altrettanto era da desiderarsi un più felice riuscimento alle sue cure, ed alle sue fatiche. Imperciocchè se da quel suo libro si tolga ciò che egli prese daglʼItaliani Redi, Dati, Chimentelli, Canini, Monosini, Ferrari, Varchi, Castelvetro, e dal Vocabolario della Crusca, poco resta di suo e quel poco generalmente parlando non è molto lodevole. Ma venghiamo a noi.

Il Muratori dunque parlando dellʼorigine di nostra lingua due lunghe serie di parole ci dette, la prima di quelle voci Italiane, lʼorigine delle quali è tuttavia sconosciuta, o dubbiosa, e la seconda di molte voci, delle quali cerca donde provengano.[123] Nella prima molte son le parole delle quali non reca lʼorigine, come per lo stesso titolo suo era da aspettarsi; pure dʼalcune lʼaccenna, e di qualche altra non è difficile lʼassegnarla. Fra queste sono _basto_ che viene da _bast_, _basta_:[124] _cangiare_, dal Latino _cambiare_; di cui si veda il Du Cange; _cascare_ da _cascus_, che nellʼantico Latino significava _vecchio_, e forse voleva dire _debole_, _cadente_; _caprone_ non comprendo come il Muratori non si sia accorto, che viene da _caper_; _zanzara_ dal suono che fa, ed altre di quel catalogo, che si potrebbero aggiungere. La seconda serie è un copioso catalogo di voci, delle quali egli va indagando lʼorigine ora dal Latino antico, ed or dal barbaro, ora dalle lingue deʼ popoli invasori dʼItalia, e dal Provenzale, dallo Spagnolo, dallʼArabo, con molta erudizione. Parecchie etimologie si possono aggiungere ancora quì fra le quali accennerò le seguenti tratte dal Tedesco. _Bara_, cioè cataletto viene da _bahre_: _Becco_ per maschio della capra da _bok_: _bosco_ da _busk_ (il Muratori alla v. _abbozzare_ avea bensì detto, che bosco derivava dalla lingua Tedesca, ma non ne aveva indicata la radice nè lʼaveva registrata al suo luogo): _daga_ spezie di spada da _dagen_ spada: _stanga_ da _stange_: _tasca_ da _tasche_: _tasso_ animale da _dachs_.[125]

Non tutti poi adotteranno tutte le sue etimologie. Per esempio _astio_ probabilmente viene dal Tedesco _hass_ come altri già ha detto: ed egli lo fa venire dal Latino, la qual lingua non aveva questa voce, erronee essendo le due citazioni di Plauto, che presso di lui si leggono, e che egli prese dal Du Cange. _Randello_ viene dal Tedesco _randell_, e il Muratori troppo forzatamente lo fa derivare da _rand_, che significa _giro_, _cerchio_, _margine_. Ma in cose oscure tanto, e difficili, e ravvolte in tante incertezze chi può pretendere, che mai non si devii? Anche Anton Maria Salvini spiegò lʼetimologia di alcune voci Italiane neʼ suoi discorsi accademici[126] e il Baruffaldi, molte ne aveva esaminate di quelle, che dal Ferrari, e dal Menagio, erano state trascurate.[127]

NOTE:

[104] Girolamo Andrea Martignoni fece con nuovo metodo un Vocabolario Toscano, nel quale tutte le voci sono ridotte a tre classi, di cose fisiche, morali, e scientifiche, e ciascuna è suddivisa in più altre classi. Ne stampò la prima parte a Milano il 1743. e il P. Daniele Trinchineta Minor Conventuale ne pubblicò ivi la seconda il 1750. Il Cesarotti Op. T. 1. p. 217. ricorda un Dizionario Padovano, e Toscano dellʼAb. Gaetano Patriarchi, in cui a fronte dʼogni vocabolo e idiotismo Padovano sta lʼequivalente Toscano, e il P. Zaccaria _Stor. Lett._ T. 11. p. 5. parla del Dizionario Siciliano, Italiano, e Latino del P. Michele del Bono della Compagnia di Gesù.

[105] _Voci maniere di dire, e osservazioni di Toscani scrittori, e per la maggior parte del Redi, raccolte, e corredate di note da Andrea Pasta, che possono servire dʼistruzione ai giovani nellʼarte del medicare, e di materiali per comporre con proprietà, e pulizia di Lingua Italiana i Consulti di Medicina, e di Cirusia. Brescia per Gio. Maria Rizzardi_ 1769. E di nuovo in Verona nella Stamperia di Dionigi Ramanzini, 1806. nellʼultimo volume dellʼedizione Veronese del Vocabolario della Crusca.

[106] Zaccar. Stor. Lett. dʼItal. T. 14. p. 357.

[107] Ivi p. 356.

[108] Opere T. 5. p. 181. Ed. di Venez. del Palese.

[109] Un egregio Vocabolario militare ha poi fatto il chiarissimo Signor Giuseppe Grassi, il quale però essendo impresso recentemente, non è del mio instituto il parlarne.

[110] Dalla p. 260. fino a 576.

[111] Stampato in Firenze il 1728.

[112] Bologna pel Pisani 1732. in 4. e di nuovo Bergamo 1744. Colle aggiunte del Bandiera si stamparono per la prima volta in Venezia il 1756. e poi molte, altre volte.

[113] Alla v. _strage_ si vede fra i sinonimi _massacro_ che egli chiama voce dellʼuso; ma un buono scrittore non vorrà adoperarla.

[114] Palermo pel Feuer. 1756. T. 2. in 8.

[115] Padova nella Stamp. del Seminario 1763. in 4.

[116] _Venezia_ 1755. in 4. Egli fece anche il Rimario delle voci Italiane rimate licenziosamente e delle parole tronche, e quello della Commedia e Canzoniero di Dante, che sono inediti. _Zaccaria Stor. Lett. dʼItal._ T. 14. _p._ 357. Ivi gli si attribuisce ancora il rimario della Gerusalemme, che si dice pure inedito. Ma questo rimario fu compilato dallo Sgargi, e il Baruffaldi ne fu lʼeditore. Questi ne cominciò uno, ma non lo compiè, come dice egli stesso nellʼedizione Veneta delle opere del Tasso T. 1. p. 374.

[117] _Padova pel Comino 1727._

[118] Eʼ opera di Giambattista Sgargi di Gubbio, e il Baruffaldi lo stampò nel primo volume delle opere del Tasso dellʼedizione di Venezia, aggiungendovi sei ragionamenti.

[119] _Bergamo pel Lancellotti 1760._ in 12. Baldassar Prosperi fece il rimario del Filicaja, come dice il Baruffaldi nellʼedizione citata delle opere del Tasso T. 1. p. 374.

[120] Modi di dire Toscani ricercati nella loro origine. Venezia, appresso Simon Occhi. 1740. in 4.

[121] Opere T. 1. p. 129.

[122] Opere T. 1. p. 221.

[123] _Antiq. Ital. med. ævi. Diss. 33._

[124] _Bast._, e poi _Basta_, _Bastum_, _Clitellæ_..... _Basturæ asinorum_ ec. Du Cange.

[125] _Antiq. It. Med. Aevi. Diss. 33._

[126] _Disc. Acc._ T. 2. _D._ 24. 25. 26.

[127] _Zaccaria Stor. Lett._ T. 14. _p_. 356.

_Edizioni ed illustrazioni degli Autori classici._

~CAPO~ X.

Un altro modo dʼillustrar la lingua adoperarono altri or pubblicando lʼopere deʼ buoni scrittori, ed or rischiarandole con annotazioni, e con ogni maniera di spiegazioni. I Salvini, i Manni, i Biscioni, i Bottari, ed altri con nuove, e più corrette edizioni delle opere, che fanno testo in lingua, e già dianzi erano pubblicate, e con ritogliere dalla polvere delle librerie gli antichi manoscritti, e darli in luce molto hanno giovato alla nostra lingua. E molto più le hanno giovato coloro, che sì fatte opere coʼ loro comenti hanno rischiarate. Le fatiche deʼ comentatori di Dante non soddisfacevano abbastanza al comun desiderio, siccome quelle, che spesso non erano esatte, e sempre soverchiamente diffuse. Ripararono a questo difetto Gio. Antonio Volpi coʼ suoi indici nellʼedizion del Comino[128] poi il P. Pompeo Venturi,[129] e finalmente il P. Baldassare Lombardi Minor Conventuale[130] colle loro annotazioni. Molto si affaticò pure intorno a Dante il Canonico Dionisi di Verona esaminando codici, e raccogliendo varianti per procurare unʼedizione esatta della Divina Commedia. Frutto di tanto suo studio sono alcuni suoi opuscoli neʼ quali molte cose si vedono utilissime alla illustrazione di questʼopera, quantunque talvolta vi sʼincontrino ancora giudizj fallaci, e congetture prive di fondamento.[131] Benemerito del Petrarca, o piuttosto di quelli, che lo leggono volle essere il Muratori corredando le rime di quel gran Lirico colle sue annotazioni, e con quelle dʼAlessandro Tassoni, che egli dette in luce per la prima volta, quantunque non tutti siano per approvare le critiche di quel sommo scrittore, che nelle cose spettanti al gusto non era così grande, quanto in ciò che spetta allʼantichità. E benemeriti ne furono veramente il Tiraboschi, che nella sua storia esponendo la vita di lui alcune parti delle sue rime andò illustrando, e il chiarissimo Signor Conte Gio. Battista Baldelli nella bella vita, che ne scrisse,[132] e che tutta è piena di scelta erudizione, e di giusta critica. Così piaccia a lui di darci pure la vita di Dante, come questa ci ha data, e quella del Boccaccio, della quale a me rincresce solamente di non poter quì ragionare, perchè non appartiene allʼepoca, nella quale star deve racchiuso questo mio ragionamento[133]. Ricorderò bensì la storia del Decamerone di Domenico Maria Manni,[134] a qualche difetto della quale supplì poi il Lami nelle Novelle Letterarie di Firenze del 1754. 1755. 1756. Anche il Bottari illustrò e difese il Decamerone con trentadue lezioni, che hanno poi veduta la luce per opera del signor Francesco Grazzini egregio giovine deʼ buoni studj amantissimo.[135] Ma quanto debbono gli approvati scrittori alle cure indefesse deʼ due testè mentovati Manni, e Bottari! Quanto ad Anton Maria Salvini, al Canonico Biscioni, al Seghezzi, al Serassi! Se io volessi quì noverare le opere per essi, o per altri più correttamente pubblicate, o daʼ testi a penna tratte per la prima volta in luce, o di utili prefazioni, e annotazioni arricchite ampia materia avrei di ragionare. Ma troppo increscevole sarebbe un lungo catalogo di nomi e di titoli, e al tutto inutile, da che il Signor Gamba nella sua serie delle edizioni deʼ testi di lingua Italiana[136] sì accuratamente ha soddisfatto al pubblico desiderio.

NOTE:

[128] _Padova pel Comino_ 1727.

[129] _Lucca pel Cappuri_ 1737. senza il suo nome, e poi più altre volte con molte aggiunte, e correzioni.

[130] Roma, Fulgoni 1791. in 4. e di nuovo Roma, de Romanis 1815. T. 4. in 4. ottima edizione.

[131] _Serie dʼAneddoti_ N. II. _Verona per lʼerede Merlo_ 1786. in 4. Contiene una dissertazione sopra Pietro comunemente detto figlio di Dante, e sul suo comento. In fine vi è unito il _piano_ per una nuova edizione di Dante.

_Serie dʼAneddoti_ N. IV. Ivi per lo stesso 1788. in 4. Contiene due componimenti in versi esametri Latini di Dante a Giovanni di Virgilio, ed altrettanti di Giovanni a Dante, aʼ quali succede un saggio di critica sopra Dante. _Serie dʼAneddoti_ N. V. _deʼ Codici Fiorentini di Dante_. _Ivi per gli_ Eredi Carattoni 1790. in 4. _Dialogo Apologetico per appendice alla serie degli Aneddoti Dionisiani_. _Verona per gli eredi di Marco Moroni_ 1791., in 8. Il ch. Signor Proposto Lastri avendo nelle Novelle Letterarie di Firenze deʼ 17. e 29. Aprile 1791. censurato il N. 5. di questi Aneddoti il Dionisi si difese con questo Libretto. Non ho registrato il N. 1. degli Aneddoti, perchè non riguarda Dante. Non so se altri numeri sieno usciti dopo questi, che mi furono donati dallʼAutore nel 1792. Ma siccome egli aveva sempre in mira Dante, perciò anche in altra opera intitolata _deʼ Blandimenti funebri, ossia delle Acclamazioni Sepolcrali Cristiane_, _Padova nella Stamperia del Seminario_ 1794. in 4. trova modo di parlar di lui e di illustrarlo.