Part 5
Queʼ valentuomini, che nel 1691. procurarono la terza impressione di questo Vocabolario presto si avvidero, che molto rimaneva da fare, e che altri avrebbe dovuto procacciarne una quarta con molti accrescimenti e correzioni. E così avvenne appunto, perchè dopo non breve fatica si vide uscire alla luce nel 1729. colle stampe del Manni il primo volume del Vocabolario tanto accresciuto ed emendato, che questo solo contiene seimila nuove voci, o nuovi significati di voci. Ma voglionsi commendare quegli Accademici per essersi adoperati di correggere o accrescere quel libro seguendo lʼorme segnate dai lor predecessori, o pure doveano seguendo una via diversa lʼopera tutta riformare? Il Signor Conte dʼAyala vuole, che si sbandiscano gli esempj tratti dagli Scrittori approvati, e dice, che lʼAccademia _è giudice supremo ed inappellabile in materia di lingua, ed ogni individuo è ragionevolmente tenuto di sottomettersi alle decisioni di essa_.[82] Così mentre molti gridano contro un giogo, che lʼAccademia però non si è mai argomentata dʼimporre altrui, questo scrittore le rimprovera di non essersi tolta unʼassoluta autorità. Egli cita lʼAccademia delle scienze e belle lettere, e doveva citare lʼAccademia Francese. Ma non sʼavvide, che i Francesi per certo loro abito sono avvezzi a tener gli occhi intenti a Parigi, ed a riverire e seguire ciò che fassi colà; onde ricevono come giudizj senza appello quelli dellʼAccademia. Ma in Italia non è così; ed ognuno di per se stesso può le cagioni vederne agevolmente. Oltre a ciò egli non seppe, che nel tempo medesimo, in cui scriveva sì fatte parole, quellʼAccademia si dipartiva dal primo divisamento, ed imitando la Crusca si adoperava di raccogliere esempj dagli autori più purgati per una nuova impressione del suo Vocabolario. La Crusca dunque fino dal suo cominciamento fece senno, fornendo di buoni esempj le voci tutte, e le significanze diverse di tutte le voci, quanto era possibile, ed ove mancavan gli esempj ricorrendo allʼuso.
Ma niuno forse si vorrà far seguace dellʼavviso di questo scrittore, e più presto si biasima la scelta degli esempj. Quel vedere ad ogni tratto citate tante vecchie leggende, e capitoli di compagnie, e quaderni di conti, e lʼoscurissimo Pataffio, e le rime non meno oscure del barbiere Burchiello, ed altrettali libri, e vederli preferiti a Filosofi gravissimi e ad altri scrittori di gran rinomanza, desta non pochi lamenti. Se le lingue tutte sono a grandissime mutazioni sottoposte, siccome tutti confessano, gli Accademici, che a lor potere volevano allontanare sì fatte mutazioni saviamente adoperarono, determinando alcuni scrittori, che reputar si dovessero maestri e modelli di lingua purgata: affinchè, tenendo sempre in quelli rivolti gli occhj, ognun potesse più agevolmente ritornare sul diritto cammino, se traviava. Questo, a mio giudizio, è il solo rimedio, che può riparare a quel corrompimento, che a poco a poco in tutte le lingue sʼintroduce dalla incuria degli uomini, e dallʼamor della novità. Questo è forse il solo rimedio, che può se non al tutto impedire, almeno scemare quella ruina, che reca alla lingua dʼuna nazione lʼinondamento di stranieri conquistatori. Ma quali son gli scrittori, che scegliere si dovevano allʼuopo? Quelli son del trecento primieramente, e poi gli altri che seguendo le lor vestigie più vi si accostano; il che reputo si possa assai bene dedurre dalle cose dette nel capo quinto. Fra più altre cose abbiam veduto, che Cicerone altresì raccomandava la frequente lettura degli antichi, benchè rozzi ed incolti. _Sunt enim illi veteres_ (giova quì ripetere le sue parole), _qui ornate nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine._ Lo stesso dicasi per noi, e con più ragione; perchè Pacuvio e quegli altri non erano a gran pezza così eleganti, come parecchi deʼ trecentisti. Quì si tratta della purità della lingua, e quanto a ciò quegli antichi, quantunque disadorni se vuolsi, hanno più autorità, che i maggior bacalari della filosofia, della storia, dellʼeloquenza, e della poesia. Ma (dicono alcuni) dovevasi almeno far grazia a parecchi scrittori di cose scientifiche, e di quelle che alle arti appartengono: e tanto più si doveva, perchè troppo è scarso nel Vocabolario il numero deʼ vocaboli delle scienze, e delle arti. Io non negherò che alcuni se ne debbano aggiugnere a quelli, che fanno testo in lingua; parmi però che sia opportuno andare a rilente. Avviene assai volte, che i più solenni maestri di queste facoltà intesi tutti alle dotte loro speculazioni non abbiano posto abbastanza studio nelle cose della lingua, o che scrivendo ne trascurino la purità. Ed il chiarissimo signor Cavaliere Monti nella sua _Proposta_ ricorda un dotto Mattematico, il quale con bel modo fu fatto accorto di parecchi errori, in cui era caduto nelle sue opere. I termini delle scienze e delle arti dipendono dallʼarbitrio deglʼinventori, e sono proprj di tutte le lingue. Vorrei pertanto, che si prendessero dagli scrittori approvati, se vi si trovano: altramente si registrassero senza avvalorarli con esempj. Ma la sorgente principale del Vocabolario debbono essere a mio giudizio i libri di belle lettere e di storia, perchè contengono voci e modi di dire adattabili a tutto, e acconci a rappresentar quasi tutto.
Rimprovera il Sig. Cesarotti,[83] che sieno marcati indistintamente colla lettera del disuso tanto quei termini antichi, che sono andati in disuso per qualche difetto intrinseco, quanto quelli, di cui è ciò accaduto per semplice capriccio di novità. La stessa lagnanza fece il Magalotti al Canonico Bassetti,[84] perchè allʼAccademia la comunicasse. Questa però a mio giudizio adoperò saviamente non secondando il suo desiderio. Egli non vide, ed ora non ha veduto il Cesarotti, che ove gli Accademici avessero indicate quelle voci, che meritano dʼesser novellamente poste in uso si sarebbero fatti giudici in ciò che spetta al gusto, il che essi a gran ragione non volean fare. Ed ove lʼavessero fatto quali rimproveri, quante critiche, quante accuse non si sarebbono scagliate contro lʼAccademia! Diciassette di queste voci accenna il Sig. Cesarotti, e le reputa meritevoli di quellʼonore. Or quanti saranno per avventura, che opineranno altramente! Quanti giudicheranno lodevoli parecchie voci, che egli non approverebbe! Il Cavalcanti nella sua Rettorica condanna, come disusata, la voce _misfatto_, nè vuol che si adoperi: e pure niuno crederà ora, che questa voce non sia buona, ed avvedutamente si astenga dal farne uso. Gli autori dei Dizionarj non debbono giudicare di proprio arbitrio, ma secondo lʼautorità degli scrittori approvati, e se daʼ buoni scrittori sarà adoperata alcuna di quelle parole, che or sono disusate, in una nuova impressione lʼAccademia torrà quella marca contro cui si mena tanto romore. Il secondo rimprovero è, che molte parole francesi sieno state poste nel Vocabolario, come giojelli. Non però come giojelli vi sono state poste, nè _perchè le adoperino i moderni, ma perchè sʼintendano gli antichi_,[85] e sono utili per la storia della lingua. Più altre accuse egli oppone al Vocabolario, che tralascio perchè non tutto posso dire, e perchè se non mʼinganno non sono poi tanto gravi, che richiedano molto studio per dileguarle, e se non erro si dileguano abbastanza colle cose, che fino ad ora per me si son dette, o che sono per dire. Nè intendo con ciò di tenere in poco conto quellʼuomo prestantissimo; ma dubito, che lʼamore di libertà lʼabbia forse talvolta ingannato.
Parecchi altri rimproveri si fanno da altri deʼ quali ricorderò prima quelli, che a me sembrano ingiusti, e poi darò luogo a quelli, che anche per mio avviso sono ben fondati. Si dolgono alcuni che gli Accademici sieno stati solleciti di registrare certe voci che hanno due sensi fra lor contrarj, altre che dicono stroppiate, alcune turpi, quelle che diconsi di stil furbesco, moltissime tolte dalla plebe, talune nate da errore dʼortografia, e parecchi proverbj Toscani oscurissimi. Ma cominciando dalle voci di doppio senso io domando, qual vʼha lingua che macchiata non sia di questo difetto? Molto lo ha quella principalmente, cui vuolsi concedere il primato sullʼaltre, cioè la Greca. Ora perchè vorremo noi sgridar gli Accademici, se trovandolo pur nella nostra non lʼhanno tolto, essi che non si credono arbitri della medesima, ma costodi? Lo stesso dicasi delle voci, che chiamano stroppiate. I Greci ne ebbero tante che le distribuirono in certe classi, cui dettero il nome di figure grammaticali, che sono lʼaferesi, la sincope, lʼapocope, ed altre. Si rimprovera a cagion dʼesempio la voce _notomia_, che secondo la sua greca origine dovrebbe dirsi _anatomia_. E per far grazia a questa parola non è bastato lʼesempio del Redi, che era medico grande, ed elegantissimo scrittore. Nè basterà forse lʼautorità di Francesco Maria Zanotti, che lʼadoperò, non quella di tanti altri, che pur lʼusarono, non quella del dotto medico Andrea Pasta, che le diede luogo nel suo vocabolario.[86] E vuolsi osservare, che il Pasta compilò quel suo vocabolario perchè fosse di giovamento ai medici non solo nel curare glʼinfermi, ma eziandio nello scrivere i consulti. Lo stesso dicasi di queʼ vocaboli, che derivano da errore dʼortografia, come _anotomia_, _appostolo_, _munistero_, e simili altre molte. Sì fatti corrompimenti si vedono pure nelle altre lingue, e giova conservarli neʼ vocabolarj, perchè mostrano in parte lʼindole delle medesime, e lʼaffinità, che hanno fra loro le diverse lettere, come si mutino, si aggiungano o si tolgano. Le quali cose sono da apprezzarsi per la storia delle lingue medesime. È poi ufficio del diligente scrittore lo sceglier quelle, che son migliori. Con maggior timore parlerò delle parole turpi, contro le quali si grida a gran voce, chiamando svergognato chi difende il Vocabolario. Io lodo quelli che amano la modestia delle parole, ma supplico, che mi sia concesso di dire, che tanta modestia non vuolsi usare in un vocabolario. S. Isidoro era modello dʼogni virtù, ma non si astenne dal ricordare e spiegare neʼ suoi libri dellʼetimologie quelle voci, che il suo argomento richiedeva. E il Forcellini esemplar sacerdote, e confessore nel Seminario di Padova scrisse nellʼinsigne suo Lessico quelle parole, che nel sacro tribunale della penitenza avrebbe condannate. Sì fatte parole sono malvagie, o innocenti secondo le circostanze. Consiglierei però gli Accademici a togliere dalla quinta impressione alcune di sì fatte voci, che furono inventate reamente per biasimevole scherzo, le quali non debbono aver luogo nel tesoro della lingua. Non toglierei però le parole, che diconsi furbesche, perchè servono allʼintelligenza dei libri, e delle persone. Ancor più ingiusto parmi il lamento peʼ Toscani proverbj, che vi si vedono in buon dato, e per le voci del volgo, o, come dicono, di mercato vecchio. Al qual lamento rispondono abbastanza le cose dette dai Signori Rosini e Nicolini, nè fa di mestieri, che io stemperi con più parole le loro osservazioni. Io dunque non vorrei, che si togliessero queste cose, nè vorrei, che si aggiugnessero le etimologie, tranne forse alcune pochissime più manifeste, e scevre dʼogni incertezza. Lo studio delle etimologie, ingiustamente spregiato da alcuni, è utile, ma è soggetto a molti pericoli. Leggiamo il Vossio, il Menagio, ed altrettali indagatori dʼetimologie, e vedremo in quali traviamenti sono caduti. Nè è necessario, che vi si accennino quali parole ci son venute dallʼultimo settentrione per lʼinvasione deʼ popoli barbari, quali ci ha date lʼArabia o direttamente per le crociate o pel commercio, o indirettamente passando per mezzo dʼaltre nazioni, alterate però secondo lʼindole delle diverse lingue.
Altri rimproveri si fanno al Vocabolario, cioè che molte voci e molti significati vi mancano, che le definizioni non sempre sono esatte, che gli esempj allegati hanno talvolta un significato diverso da quello, che reca il Vocabolario: e già parecchi esempj di questi difetti[87] sono stati da scrittori chiarissimi indicati. Questi rimproveri sono veri, e niuno è che non li debba riconoscer tali. Ma qual vʼha al Mondo opera perfetta? Il P. Bergantini pubblicò un volume dʼaggiunte al Vocabolario. Egli perciò oltre agli autori approvati esaminò il Vocabolario stesso, e la sua prefazione, e ne trasse molte parole, che gli Accademici dimenticarono di registrare. Quella prefazione non è lunga, ed era da credersi, che niuna aggiunta potesse omai cavarsene dopo di lui, e pure vi rimase allʼAlberti di che spigolare, ed egli vi trovò la voce Grecità. Almeno dopo lʼAlberti nulla vi sarà restato. No. Vʼè la parola _appropiare_ in senso dʼ_assomigliare_, _paragonare_. E dovʼè questa parola? In principio, cioè là dove lʼattenzione di queʼ diligentissimi compilatori non poteva essersi stancata pel lungo leggere. _Chiunque vorrà considerare_ (così comincia quella prefazione) _lʼumile cominciamento, che hanno avuto, e come poi col tratto del tempo si sono andati accrescendo i Vocabolarj delle lingue già spente, vedrà, che eʼ si possono a buona equità ai grandi fiumi appropriare ec. Ma non così va la bisogna nel fatto deʼ Vocabolarj di quelle lingue, che tuttavia sono vive, e che da una intera nazione si parlano; imperciocchè questi si possono vie meglio assomigliare allʼOceano ec._ E poco dopo, parlando deʼ vocaboli moderni e introdotti dallʼuso, gli Accademici dicono dʼaverne posti alcuni nel Vocabolario, ma aggiungono che sono stati in ciò alquanto parchi aspettando, che da tersi e regolati scrittori sieno _nelle loro composizioni adottati_. Ora la voce _adottare_ in questo senso non trovasi nel Vocabolario, nè nellʼimpressione di Verona, nè nel Dizionario dellʼAlberti, ma vʼè solamente nel senso di _prendere alcuno per figlio_. Questi esempj a mio giudizio fan chiaramente conoscere, che non vʼè diligenza, che basti in simili cose, e che il tempo solo può render perfetto, e compiuto il Vocabolario, o piuttosto che esso non potrà mai esser perfetto.
Guari non andò, che lʼAccademia rivolse di nuovo le sue cure a questo oggetto. Ai nove di Marzo del 1741. lʼAccademico Rosso Martini lesse un ragionamento per norma di una nuova edizione del Vocabolario Toscano, che ora si è consegnato alle stampe.[88] Egli vuole che si cominci dal procacciare i materiali più importanti per sì fatto lavoro, i quali sono una ricca, e abbondante conserva di voci tratte daʼ buoni libri, ed una regolata, e ordinata disposizione accompagnata da un accurato esame di tutto quello, che si trova nella precedente impressione. I Libri, daʼ quali si debbono trarre le buone voci e forme di dire o sono antichi, cioè del Secolo del 1300. e in quel torno, o moderni. Dà quindi il catalogo di queʼ libri, che i compilatori della quinta impressione o non videro, o esaminarono scarsamente; e gli antichi sono 162., e 37. i moderni. Dai primi massimamente vuol che si prendan gli esempj, e allora solo si ricorra ai secondi, ove non se ne abbiano degli antichi. Vuol che gli esempj si aggiungano della formazione dei tempi dei verbi irregolari. Fra le voci moderne altre son quelle sdrucciolate (comʼegli dice) nel volgar nostro, o dalla frequente pratica coʼ forestieri, o dalla introduzione delle mode e deʼ costumi stranieri, come _rimarcare_, _rango_, _dettaglio_, e queste si debbono escludere. Altre son quelle, che da un uso più regolato, e corretto, e da accreditati e moderati scrittori vengono comprovate, adottate, ed oramai comunemente ricevute, e di queste si vuol fare diligente ricerca, ed aggiungerle. Crede, che si debbano aggiungere altresì i superlativi, diminutivi, vezzeggiativi, ed altrettali derivati, ove se ne abbiano esempj. Esclude poi i nomi proprj, i termini dellʼarti, ed i latinismi, benchè usati dagli antichi, quando per lʼuso comune dei più regolati scrittori non sieno concordemente e costantemente approvati. Parecchi altri avvisi egli dà per accrescere il Vocabolario, e per lʼemendazione dellʼedizion precedente, che stimo inutile indicare. Voleva dunque il Martini, che la fonte principal delle voci fossero gli scrittori del secolo decimoquarto, cioè quello appunto di che si lagnano i favoreggiatori della libertà. Ma alle lagnanze parmi dʼavere abbastanza risposto superiormente. A gran ragione dunque voleva il Martini, che nella impression nuova del Vocabolario da queʼ vecchi padri e maestri si traessero gli esempj prima che dagli altri.
Non così posso commendarlo dellʼavere escluso i nomi proprj, e i termini delle arti, e delle scienze. I primi si posson raccogliere dallʼuso e da molti libri di storia, di novelle, e simili, e di molti era necessario determinare lʼortografia, e spiegare altri che sono accorciativi, vezzeggiativi, o in qualunque modo alterati daʼ loro primitivi. Non dirò poi quanto fosse inopportuno lʼescludere i secondi, perchè lo dice abbastanza lʼuniversal desiderio, che da gran tempo li richiede. So quanto è malagevole questa parte del Vocabolario, di che darò un breve cenno in seguito. Pure era uopo, che questa difficoltà si vincesse, e vi si accinse con coraggio lʼAlberti, come dirò altrove.
Sarebbe quì luogo di narrar le vicende dellʼAccademia della Crusca, che fu dal Gran Duca Leopoldo unita allʼAccademia Fiorentina. Ma per una parte questo racconto domanderebbe lungo discorso, e per lʼaltra parte io non potrei tesserne la narrazione e indagarne le cagioni più copiosamente o meglio di quello, che il chiarissimo Sig. Cavalier Baldelli ha già fatto in una sua lettera diretta al Signor Ab. Denina.[89] Prima di quellʼunione alcuni degli Accademici si erano adoperati di raccogliere emendazioni, ed aggiunte al Vocabolario, e fra questi si nominano il Casaregi, e Francesco Martini, le fatiche deʼ quali è fama, che servissero ad arricchire lʼedizioni del Vocabolario Napoletana e Veneta.[90]
La nuova Accademia Fiorentina poi non rimase oziosa. Il P. Ildefonso Frediani le presentò lʼidea, e lʼapparato pel nuovo Vocabolario Toscano,[91] di cui debbo ora far parola. Molte cose tralascio da lui proposte, che opportunissime sono al suo intendimento, ma sarebbe quì inutile di ricordarle, e quelle accennerò solamente, che sono più meritevoli di riflessione. Vuol che si aggiungano _le voci tecniche, e queste si prendano tutte dal fondo della nostra lingua Toscana finchè si può. In mancanza della voce Toscana, si prenda da quella lingua, che lʼabbia in proprio, avvertendo di preferire sempre traʼ varj idiomi quello che nel suono e nellʼorigine è più analogo e simile al nostro, e molto più lʼuso già adottato daʼ respettivi professori in Toscana o in Italia di tali voci, e procurando guanto è possibile di toscanizzarle nellʼinflessione, e nel suono_. p. 9. Stabilisce inoltre, che si pongano le voci di tanti _e sì continui ritrovamenti forestieri attenenti agli agj, alle mode, ed al regno insaziabile del lusso, e della delicatezza del vestire, delle mense, e dʼogni genere di delizia_, le quali voci si prendano daglʼidiomi di queʼ paesi donde tali ritrovamenti sono venuti, procurando di renderle allʼorecchio più Toscane che sia possibile. A me pare, che troppo pretenda il P. Ildefonso. Egli avvezzo fra le anguste pareti della sua cella non sapeva quanto era vasto il campo delle mode, e quanto esse sieno variabili, nè credeva, che il Vocabolario di queste sole domanderebbe parecchi ponderosi volumi. Io son di avviso, che registrar si debbano le voci di questo genere, le quali daʼ buoni Scrittori sono state adoperate, ed i nomi di quei ritrovamenti, che o per lʼutilità loro, o per qualsivoglia altro motivo sono durevoli, e lascerei perir gli altri senza timore, che la lingua ne avesse danno. Riguardo poi alle altre voci delle arti vuole, che si raccolgano dagli scrittori purgati, e dai libri di matricole e di ragione di tali arti, dalle leggi, e finalmente dagli scrittori meno purgati, e dagli artigiani, che le esercitano. Confessa però, che una difficoltà grande si incontra in ciò, e grandissima la provò lʼAlberti mentre compilava il suo Dizionario enciclopedico. Riguardo alle arti molte cose non solamente in diverse parti dellʼItalia, o della Toscana, come dice il P. Ildefonso, ma nelle diverse contrade della stessa Città come diceva lʼAlberti, e tutti posson provare, hanno diverso nome. Ma se io considero, che anche i Vocabolarj delle altre lingue sono moltissimo mancanti riguardo alle voci delle scienze, e delle arti, se riguardo il numero immenso di queste voci, e il continuo variare dellʼune e dellʼaltre, dubito che più utile sarebbe il compilare un Vocabolario separato per queste; del quale potrebbe addossarsi lʼincarico alcuna delle più insigni Accademie scientifiche dellʼItalia. Ma son dʼavviso, che dopo la fatica di parecchi anni pubblicandosi vi si dovranno fare aggiunte ed emende; e così necessariamente accaderà sempre, fintantochè i Vocabolarj saranno opera degli uomini.
Il P. Ildefonso vuol pure che si aggiungano le voci composte, e _quelle che comporsi possono sullʼesempio di ottimi nostri Scrittori, e colle regole di un fino criterio e del buon orecchio_. p. 11. Molte se ne trovano nelle poesie del Chiabrera, dʼAnton Maria Salvini, e di altri autori, che fanno testo in lingua, e vuolsi dare a queste la cittadinanza Toscana. Altre ne hanno adoperate il Frugoni, ed altri poeti, che non fanno testo, e lʼAccademia potrà scerne quelle, che reputerà convenienti, ma non credo, chʼessa debba crearne di nuove. Essa fino ad ora ha registrate nel Vocabolario quelle voci, che vedeva adoperate daʼ buoni scrittori e dal popolo, e niuna ne ha creata di suo capriccio, ed il fare altramente sarebbe per mia opinione un dipartirsi dal suo istituto. Ne formino pure a lor talento gli autori viventi, e quelli che verranno, ed ove le formino lodevolmente otterranno grazia presso lʼAccademia in altra età.
Finalmente di tante voci forestiere, che alcuni adoperano vuol, che si adottino quelle, che la necessità esige, o _lʼuso sufficientemente prescritto non tanto dal tempo, quanto dallʼautorità dei più purgati scrittori o parlatori moderni_. p. 12. _Altre non poche, che non hanno ancora tanto possesso nellʼuso, ma che vanno verso quello inoltrandosi, e perciò voci di mezzano uso possono appellarsi_, si potranno mettere in una tavola a parte in fine del Vocabolario. _Ivi._ Ma vediamo quali sieno le tavole da lui proposte. La prima è peʼ dialetti Senese, Pisano, Pistojese, Lucchese, Aretino, e Cortonese. La seconda è deglʼidiotismi. Questi si dividon da lui in quattro classi, idiotismi delle persone nobili, e culte, del popolo, del contado, e dellʼultima plebaglia. Esclusa lʼultima concede alle tre altre luogo nella tavola. La terza è dei barbarismi dei sollecismi e di quelle voci forestiere, che ha chiamate di mezzano uso. La quarta è dei nomi proprj di persone o di luoghi, o troncati, o alterati, o trasformati in guisa che appena dai più esperti sʼintendono. La quinta è delle conjugazioni ed inflessioni deʼ verbi regolari ed irregolari un poco più abbondante di quella del Pistolesi, ma collo stesso metodo.[92] La sesta è deʼ Latinismi. Utili sono queste tavole, e la terza massimamente potrà giovare per togliere una gran parte dʼerrori troppo comuni. Se non che converrà farla così grande, chʼessa sola formerà un ampio Vocabolario. Meno opportuna forse parrà la prima in un Vocabolario, che aver dee per suo primo scopo la propagazione di quella sola lingua che dai buoni Scrittori si deve adoperare. E già la tavola di queʼ dialetti sarebbe lunga impresa, e difficile, e tarderebbe con poco profitto lʼimpressione del Vocabolario.