Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I

Part 3

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Ma lʼopinione del Gigli non bastò ad altri, i quali aspiravano ad una libertà di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della libertà ricorderò solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza dʼingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti superò gli scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi campione della libertà nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non è però senza grazia, esclama colle parole del Marmontel, _O Subligny tu pretendevi di saper la grammatica meglio di Racine_! prosiegue poi egli, _O Infarinati, o Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza eterna deʼ Subligny, tu siei pur propagata in Italia_?[44] Ma se il Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero, e criticare Orazio, e parecchi deʼ Greci Oratori, se egli ha creduto di ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perchè non potrà altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine, sommi uomini anchʼessi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore illustre egli pure? Ma essi furono accusati dʼerrori grammaticali, _come se lʼuomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza lʼuso, nè innanzi allʼuso_, dice il Signor Cesarotti colle parole del Marmontel. E non sono uomini anchʼessi, e perciò sottoposti ad errare? E quanti sono gli errori, che nelle più insigni opere dʼogni età e dʼogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome dʼenallage, e con altri simili? Certo è che nellʼottima edizione delle opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore grammaticale di quellʼegregio poeta. Nè intendo con ciò di condannare il Tasso, ed approvare le dicerìe degli Infarinati e deglʼInferrigni. Dio mi guardi da ciò. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere queʼ critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si debbono riprendere, perchè hanno criticato il Tasso, e meno degli altri lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed Orazio.

Ma lasciamo star ciò, e vediamo almeno in parte il sistema di questo chiarissimo Autore. _Una lingua_ (egli dice) _nella sua primitiva origine non si forma che dallʼaccozzamento di varj idiomi..... Poichè dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua, è visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo cieco aborrimento per qualunque peregrinità è un pregiudizio del pari insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse._ Dubito che in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata è dalla Latina, e da quella deʼ popoli settentrionali, che invasero lʼItalia. Dunque la lingua degli Unni, deʼ Goti deʼ Vandali deʼ Longobardi non è insociabile colla nostra? E qual vincolo di società può essere fra idiomi dʼindole così diversa? Assai son quelli per molte consonanti insieme unite, e la nostra è dolcissima, e grave nel tempo stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali, talchè se or si volesse togliere dallʼantico Teutonico alcuna voce, e farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse più dessa.

Anche i diversi dialetti delle parti diverse dʼItalia debbono a suo giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con che si renderebbero tutti più regolari, e più colti, e da questi approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di una scelta giudiziosa deʼ termini e delle maniere più ragguardevoli, lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta forse colle sole derivazioni sue proprie, senza lʼajuto di linguaggi stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46] Aggiunge poi in una nota lʼopinione di Gebelin, il quale alla libertà di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce la ricchezza, la forza, e lʼarmonìa della lingua Greca, e in gran parte il genio originale deʼ suoi Scrittori. I Greci non reputarono ugualmente nobili tutti i dialetti nè li mescolarono in modo, che quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi il più pregiato, come di fatto era il più gentile, e a poco a poco abbandonarono lʼuso degli altri, e si accostarono a questo quegli scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in altro dialetto. Non parlo quì deʼ poeti, i quali più luogo tempo fecero uso di terminazioni Joniche e dʼaltre simili; ma essi aveano sempre rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni erano considerate come poetiche, e perciò proprie dʼogni dialetto. Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica, e dʼaltri dialetti, perchè i cori erano pezzi lirici, e perciò ad essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo nè pur di Plutarco, e dʼaltri scrittori, i libri deʼ quali sono il risultamento dʼuna immensa lettura dʼopere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si osserva. Dallʼaltra parte non sappiamo abbastanza le proprietà deʼ dialetti, e noi le attribuiamo allʼuno o allʼaltro, perchè le vediamo usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta però ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati altri sogni nel suo _Monde primitif_ poteva spacciare ancor questo, che quindi derivasse in gran parte il genio originale deʼ Greci scrittori; ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e dʼacuto criterio certamente non lo credeva. Lasciamo però il Gebelin, e torniamo al Cesarotti. Vuole egli, che _dai dialetti dʼItalia si prendano voci, ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre? non hanno la stessa origine? non portano lʼimpronta comune della famiglia? Non contribuirono tutti neʼ primi tempi alla formazion della lingua? Perchè ora non avranno il dritto e la facoltà dʼarricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le diverse Città i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni_?[48] Ma se a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente in una parte grande dʼItalia si parlava la lingua Greca, e altrove lʼEtrusca lʼUmbra lʼOsca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. _Graeca leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane continentur._[49] Roma obbligò i popoli soggiogati a imparare la lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue. In Grecia si parlò sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la Punica, come attesta S. Agostino in più luoghi; e nelle Gallie la Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Dominò assai più il Latino in una parte dellʼItalia, ciò non ostante nelle regioni più lontane da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve necessariamente esser rimasta, ove più ove meno gran parte deʼ loro idiomi. NellʼUmbria, nellʼEtruria, e nellʼaltre parti meno lontane da Roma si parlò a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie si può dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina. Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono. Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare, che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia, nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti dʼItalia, nè si trova in essi pure lʼimpronta comune della famiglia. Basta scorrer per poco lʼItalia per conoscere una lingua nel Genovesato, un altra nel Piemonte, una nella Lombardia, unʼaltra nel Veneziano, una nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversità nelle declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talchè un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il Piemontese. E dovʼè dunque lʼimpronta comune della famiglia? In una cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa mia proposizione, e già sono rese di pubblica ragione colle stampe parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno può agevolmente di per se stesso vedere la disparità immensa, che passa fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacchè si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico, oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri minori, e nobili meno, che propri erano di Città, e Nazioni diverse. Esichio, Suida, lʼEtimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci hanno tramandate molte voci deʼ Laconi, deʼ Cretesi, deʼ Tessali, deʼ Macedoni, e dʼaltri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, neʼ decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le scrisse già egli nella sua lingua nativa, ma sì nel dialetto Attico. E pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto le diverse lingue dʼItalia sono lontane dalla comune lingua degli scrittori Italiani.

Ma se tanto sovente si ricorre alla Grecia a me sarà concesso di ricorrere a Roma, e ad un uomo, che era nel tempo stesso oratore filosofo e poeta eloquentissimo e dottissimo, voglio dir Cicerone. Egli voleva, che si scrivesse non già nel dialetto dʼArpino, ma latinamente. _Quinam igitur dicendi est modus melior..... quam ut latine, ut plane, ut ornate_ ec. _dicamus?_[51] E poco dopo: _nec sperare_ (o come altri legge _speramus_), _qui latine non possit, hunc ornate esse dicturum_. Ed alla sua età era cosa comune tanto il parlar puramente, che non destava maraviglia il farlo, ma veniva deriso chi no ʼl faceva. _Nemo enim unquam est oratorem, quod latine loqueretur, admiratus: si est aliter irrident; ne eum oratorem tantummodo, sed hominem non putant._[52] Ma per parlare puramente richiedeva, che le parole fossero pure: _verba efferamus ea, quae nemo jure reprehendat_.[53] Ma qual vʼha mezzo più acconcio per iscrivere puramente? Il leggere gli antichi autori. Essi erano disadorni, ciò non ostante voleva, che si leggessero, e chi si fosse avvezzato al loro stile avrebbe parlato latinamente, anche senza avvedersene. Nè si debbono però adoperare voci disusate, se non parcamente, e per adornamento: ma chi lungamente e con molto studio avrà letti i libri degli antichi adoprerà sì le parole usitate, ma le più scelte e le migliori. _Sunt enim illi veteres, qui ornare nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine. Neque tamen erit utendum verbis iis, quibus jam consuetudo nostra non utitur, nisi quando ornandi causa, parce, quod ostendam: sed usitatis ita poterit uti, lectissimis ut utatur is, qui in veteribus erit scriptis studiose multumque volutatus._[54] Nè gli bastava, che le voci fosser latine, ma la pronunzia altresì voleva che fosse Romana. _Quare cum sit quaedam certa vox Romani generis, urbisque propria..... hanc sequamur; neque solum rusticam asperitatem, sed etiam peregrinam insolentiam fugere discamus._[55] E questa pronunzia Romana vuol, che sʼimpari dagli antichi; e perciò loda Lelia moglie di Q. Scevola, e suocera di L. Licinio Crasso appunto perchè parlava così. _Equidem cum audio socrum meam Laeliam_ (_facilius enim mulieres incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea tenent semper, quae prima didicerunt_), _sed eam sic audio, ut Plautum mihi aut Naevium videar audire...... sic locutum esse ejus patrem judico, sic majores._[56]

Ora se Cicerone richiedeva, che gli antichi, benchè rozzi e disadorni, ad esempio si prendessero ed a modello di purità in una lingua, che solo posteriormente si ingentilì e perfezionò col mutar forme e desinenze moltissime, quanto più dovrem noi farlo nella nostra già nel quattordicesimo secolo perfezionata? So che alcuni negano aver la lingua Italiana avuta in quellʼetà la sua perfezione, e vantano lʼeleganza deʼ moderni scrittori, e le molte voci di che lʼhanno arricchita. Ma per non fare dispute vane osservo in prima, che in quel secolo restarono determinate le proprietà della lingua, la sua indole, il vero significato delle parole, la conjugazione deʼ verbi, e le altre parti tutte quante della lingua medesima; e ciò io credo che sia perfezionare la lingua. Lʼaggiugnere voci nuove la rende più ricca, non più perfetta: e lo scrivere con eleganza mostra il valor di chi scrive, il quale merita lode per averla bene adoperata. In questo senso dunque io dico, che i moderni non le hanno data perfezione collʼeleganza deʼ loro scritti. Confesso, che molti ve nʼha dʼelegantissimi; e sono quelli, che, lungo studio avendo fatto sugli ottimi scrittori Greci, Latini, nostri, e se a Dio piace ancor dellʼaltre nazioni, hanno saputo ritrarne molte bellezze, o col proprio ingegno crearne di nuove. Dico però, che lʼeleganza consiste nella purità della lingua, e nellʼaltre parti dello stile. Ora quanto alla prima nulla hanno aggiunto, nè potevano i moderni aggiugnere a quello, che avevan fatto gli antichi; e le seconde non appartengono alla presente disquisizione.

Ma torniamo ai dialetti dʼItalia. A favore di questi si ricorda il giudizio di Dante, il quale nel libro della volgare eloquenza dopo la lingua, che a lui piacque di chiamare illustre, cardinale, aulica, e cortigiana, preferisce il dialetto Bolognese agli altri tutti. Ed altri osserva, che fra gli scrittori approvati dalla Crusca il maggior numero di quelli, che non sono Toscani, son Bolognesi. Qual sarà la ragione di ciò? Un celebre scrittore[57] lʼattribuisce a quella Università famosa sopra ogni altra, alla quale accorrevano da ogni parte scolari in numero grande, e professori insigni, che per intendersi scambievolmente avranno fatto uso di una lingua comune. Ma, se mi è lecito di oppormi in parte alla opinione dʼun uomo così grande, dirò in primo luogo, che Dante non poteva chiamar dialetto Bolognese quella lingua, la quale si suppone, che gli scolari e i maestri parlassero fra loro: e che il dialetto Bolognese esser doveva quello usato dai Bolognesi, non dai forestieri. Dico in secondo luogo, che qualunque sia il motivo, perchè egli lo preferisse, ciò è indifferente per la quistione, che sʼagita intorno alla lingua da usarsi comunemente in Italia scrivendo. Dante parla del dialetto, che egli poneva innanzi agli altri, ma lo posponeva a quella sua lingua illustre, cardinale, aulica, e cortigiana: ed io cerco qual sia la lingua, nella quale si dee scrivere, ed è quella appunto indicata da lui. E già intorno allʼopinione di Dante hanno egregiamente ragionato i signori Rosini e Nicolini,[58] talchè reputo inutile lʼaggiugner nuove parole alle cose dette da questi valentuomini.

Gli stessi dotti scrittori hanno altresì risparmiata a me la fatica dʼesaminare unʼaltra sentenza da altri valentissimi sostenuta. Vuolsi da alcuno, che sia in Italia una lingua scritta diversa dalla lingua parlata come dicono, cioè una lingua, che adoperano i savj ed eleganti scrittori diversa da tutti i dialetti, che nelle diverse parti dʼItalia si parlano. Io reputo inutile il ripeter quì ciò che acutamente si è disputato nei libri testè allegati. Ricorderò solamente, che la pura lingua, nella quale si scrive, è quella stessa, che favellando si usa in Toscana dalle colte persone. Qualche non grave differenza in poche cose della conjugazione deʼ verbi, non è ciò che forma la diversità dʼuna lingua, come è stato detto, ed io ripeto. Oltre a ciò io domando, quando si formò questa lingua che dicono scritta? Quali sono gli antichi documenti, che facciano testimonianza di questo fatto? Come avvenne ciò? Forse molti uomini dotti si unirono in un congresso? Ma niuna cronica o storia ce ne parla. Forse gli Italiani dispersi determinarono questa lingua? Ma questo parmi impossibile: nè veruna nazione antica o moderna ci offre un esempio di così singolare avvenimento. E se gli uomini dispersi per lʼItalia crearono questa lingua tanto diversa dalle natìe par che dovessero esser solleciti di scriverne le regole, cioè una grammatica: ma le prime grammatiche Italiane sono del cinquecento come ognun sa, per opera del Fortunio e del Bembo. E questi primi grammatici non sepper nulla di quel primo accordo, ma i precetti ne cercarono negli antichi autori Toscani. E per qual motivo fu creata questa lingua? Gli uomini dotti sdegnavano di scrivere intorno alle scienze, fuorchè in latino. Il volgare era destinato a cose, che riputavansi di poco momento, versi dʼamore, croniche, libri spirituali, qualche laude spirituale, romanzi, novelle, libri di mascalcia, ed altrettali cose per glʼinletterati. I frammenti di storia impressi dal Muratori nelle Antichità Italiane sono scritti nel dialetto Napoletano, o molto simile al Napoletano. I Veneziani autori di croniche citati dal Foscarini hanno usato il lor volgare: e fecero così i lor viaggiatori. A me parrebbe, che questi scrittori avrebbero adoperato altrimenti se stata vi fosse una lingua comune a tutta lʼItalia, per universale consentimento destinata per le produzioni letterarie. La Toscana incomparabilmente più dʼogni altra parte di Italia somministra autori delle cose testè indicate, e questi scrissero nel lor volgare, il qual volgare presto si condusse a quella perfezione, che vediamo nel trecento per opera dʼalcuni, che seppero scegliere le forme migliori fra quelle usate dal volgo. I forestieri invaghiti di quello stile lo imitarono, e più felicemente forse i Bolognesi. Ciò può ripetersi forse da due ragioni. La prima è lʼuniversità, che richiamando colà alcuni Professori, e parecchi scolari Toscani essi avranno parlato la loro lingua, ed avranno portato con loro le rime di fra Guittone, di Guido Cavalcanti, e degli altri poeti di quellʼetà, e storie, e volgarizzamenti dal Latino, e libri ascetici. La seconda è la vicinanza, e il commercio con Firenze, che dovea produrre lo stesso effetto. Si aggiunga a questo, che _gli antichi rimatori Bolognesi si veggono quasi tutti usciti di riguardevoli parentadi_, come osserva il Dottor Gaetano Monti parlando dʼOnesto degli Onesti,[59] e le loro ricchezze forse, agevolarono ad essi il modo di conversare cogli uomini dotti, e di comprar le opere deʼ nuovi Autori Toscani. La lingua, che alcuni chiamano comune altro non è, che la lingua Toscana spogliata, come ragion vuole dalle irregolarità del volgo, e dai riboboli. Le sue regole sono esposte nella Grammatica, e il Vocabolario della Crusca comprende una parte grandissima delle sue voci unita ad altre molte, che son poste là per giovar alla storia della lingua, e allʼintelligenza degli antichi scrittori; altrimenti sarebbe già avvenuto delle opere loro ciò che deʼ versi saliari avvenne in Roma, i quali col volger deʼ secoli più non si intendevano. Lo stesso dotto scrittore testè citato per quellʼamore della gloria dʼItalia, che lo anima, vorrebbe, che i Principi tutti dʼItalia adoperassero favellando questa lingua da lui chiamata comune, e mostrassero desiderio, che tutti quelli, che li attorniano facessero lo stesso, ed ordinassero, che in questa lingua sʼinsegnasse ogni scienza nelle università, e nelle accademie, ed egli ha speranza, che le gentili persone non terrebbero altro linguaggio familiarmente, ed i dialetti rimarrebbero solamente alla Plebe. Ma io dubito forte che, ove ancora ciò si eseguisse, non per questo si avrebbe una lingua comune, regolata, stabile, e per tutta lʼItalia diffusa. Fin da principio quel linguaggio usato alla Corte non potrebbe essere scevro affatto da ogni tinta del dialetto nazionale, e il linguaggio della Corte di Torino non sarebbe lo stesso, che quello praticato alle Corti di Milano, e di Firenze, e di Napoli; e questa diversità anderebbe sempre crescendo, talchè dopo forse cinquantʼanni ogni paese avrebbe due dialetti diversi, uno cioè delle gentili persone, lʼaltro della plebe.[60] Nè mai vi sarà la necessaria uniformità di lingua, se non si ha un canone uniforme per tutti, di cui sia custode unʼaccademia residente in quella parte, il dialetto della quale sia appunto quella lingua comune, o più dʼogni altro vi si accosti, cioè in Toscana.

Non nega il Sig. Cesarotti, che quellʼaccademia risieda in Toscana, anzi in Firenze: ma vuol che abbia altri accademici dʼogni nazione con parecchi cooperatori, i quali colgano il meglio di ogni dialetto per arricchirne la lingua comune. Ma ciascuno di questi accademici mandando parole, e modi di dire della sua patria vorrebbe poi, che i suoi scelti fossero a preferenza di quelli di altre nazioni; e quindi nascerebbono letterarie discordie interminabili, che farebbono perire la nuova accademia sul primo suo nascere. In fatti non so comprendere, come non volendo egli, che altri ubbidisca allʼaccademia della Crusca, speri poi che ognuno sia per esser ligio di questa sua, e che i Toscani, i Lombardi, i Piemontesi debbano accogliere facilmente le voci tolte dalla lingua Napoletana, Siciliana, e Genovese, mentre parecchie delle loro ne vedrebbono rigettate.