Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I

Part 2

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Ma i Siciliani imitarono i Provenzali secondo il Crescimbeni,[19] il Fontanini[20], ed altri. Il Muratori però non mostrò dʼesser persuaso abbastanza da questa opinione, ed oppose le parole citate dellʼepistole familiari del Petrarca, dalle quali a lui parve potersi dedurre, che i Siciliani fossero stati i primi a prendere questa maniera di far versi daʼ Latini, e dai Greci. Il Tiraboschi riconobbe anteriorità neʼ Poeti Provenzali, ma dellʼobiezione del Muratori non fece parola. A me sembra però, che il Petrarca voglia in quel luogo indicare lʼorigine più remota della rima, (che è il Lazio, e la Grecia certamente), e la nazione che in Italia precedette lʼaltre nel far versi, la quale è la Siciliana, senza volere poi indagare, se i Siciliani in ciò abbiano imitati i Provenzali. Diciamo dunque coʼ mentovati scrittori essere probabilmente lʼItaliana Poesia derivata dalla Provenzale, ed avere avuto il suo nascimento in Sicilia alla metà del secolo XII. o poco dopo. Se poi la Provenzale provenga dallʼAraba, come sospetta il dottissimo Padre Andres[21] non è di questo luogo lʼesaminarlo. Quindi venne un aumento non piccolo di voci, e di modi di dire alla nostra lingua. Lo negò il Muratori[22] secondando troppo il desiderio di contradire il Fontanini, ma per assicurarsi di questa verità basta volgere uno sguardo al Vocabolario della Crusca, alla Crusca Provenzale del Bastero, alle Lettere di Fra Guittone, ed agli altri Poeti del Secolo decimoterzo.

NOTE:

[6] Nelle note alla Cronica Cassinense di Leone Vescovo dʼOstia.

[7] _Storia della Lingua Italiana_ ricavata dalle Miscellanee, e Lettere M. SS. nelle _Delizie degli Erud. Tosc._ del P. Ildefonso T. 2. p. 226.

[8] _Storia della Poesia_ T. 1. p. 41.

[9] Lib. 2. Cap. 1. T. 13. p. 143. La stessa opinione tennero il Gravina, _della Rag. Poet._ Lib. 2. e il Quadrio _Stor. e Rag. dʼogni Poes._ Lib. 1. Dist. 1. Cap. 2.

[10] P. 1. Lib. 11. Op. T. 5. p. 214.

[11] _Campi Stor. Eccl. di Piac._ T. 1.

[12] Quindi si vede, che lʼArticolo Italiano in origine non è che il pronome _ille_ alterato per corruzione di lingua, a cui si aggiunge una proposizione neʼ casi obliqui, cioè _del_, o _dello_ viene da _de ille_; _al, o allo_ da _ad illo_ in Latino barbaro per _ad illum_; _dal, o allo_ da _de illo_. Or lʼarticolo Germanico viene anchʼesso dal pronome _quello_

Articolo. Pronome. N. der der G. des dessen D. dem dem A. den den ec.

[13] Non parlo di quelle, che il dominio degli Spagnoli introdusse fra noi alla fine del Secolo XVI. e nel XVII. le quali appartengono allʼaccrescimento non allʼorigine della lingua, della quale si tratta quì. Alcune antiche voci Italiane derivate dallo Spagnolo sono accennate dal Gigli nel Vocab. Cateriniano.

[14] Elog. Ital.

[15] Risorg. dʼItal.

[16] Stor. della Lett. Ital.

[17] Antiq. Med. Ev. Diss. 40.

[18] Trionf. dʼAm. C. 4. e più chiaramente in _Præf. ad Ep. fam. Quod genus apud Siculos_ (_ut fama est_) _non multis ante sæculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit, apud Græcorum olim ac Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Romanos vulgares rythmico tantum carmine uti solitos accepimus._

[19] _Coment. intorno alla Storia della Volg. Poes._ T. 1. Cap. 2.

[20] _Elog. Ital. Cap._ 7. _e segg._ Si veda anche il Quadrio, _Stor. e Rag. dʼogni Poes._ il Tiraboschi _Stor. della Lett. Ital._ il Bettinelli _Risorgim. dʼItal._

[21] _Orig. ec. dʼogni Lett._ T. 1. _Cap._ 11. p. 297. e segg.

[22] Luog. cit.

_Dei pregj della Lingua Italiana._

~CAPO~ III.

Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della patria, e dellʼItalia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne lʼuso fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque, e colla testimonianza deʼ più celebrati scrittori delle straniere nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno deʼ principali suoi pregj a confessione di tutti è lʼarmonìa, da che ne viene, che essa abbia una facilità grandissima per esprimere ciò, che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor Cesarotti avendo asserito nel suo _saggio_, che tutte le lingue si prestano ad unʼarmonìa imitativa, neʼ rischiaramenti apologetici poi disse, che lʼarmonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa sia tanto armonica _quanto il comporta la sua struttura e il rapporto tra gli oggetti e i suoni della detta lingua_[24]. Queste parole però ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di comparire. Io dubito molto, che scrivendo il _saggio_ egli non avesse nellʼanimo tanta restrizione, che se lʼavesse avuta par probabile, che avrebbe giudicato inutile dʼesporla. Segue poi dicendo non esser cosa agevole nè sicura di giudicar dellʼarmonìa di una lingua straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più e diverse nazioni antepongono lʼarmonìa di una lingua straniera a quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre lodano lʼarmonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro i quali opinano le lingue deʼ paesi freddi dover essere più aspre oppone il Sig. Cesarotti lʼopinione dellʼAb. Denina, il quale disse la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole ad udirsi, e la Russa accostarsi più dʼogni altra alla soavità della Greca. Io non credo, che lʼopinione intorno allʼasprezza delle lingue settentrionali sia vera, ma certo non è lʼautorità dellʼAb. Denina, che mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca, e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche artifizio usato cantando, e lʼaccompagnamento del suono copriva gran parte di quellʼasprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non sentire eccessivamente lʼasprezza della lingua Tedesca nelle opere in musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo al Sig. Napione.

Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della Latina scrivendo dʼogni scienza e dʼogni facoltà, ed espone i vantaggi, che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or cessato dʼesser tale, indica le sue vicende, e lʼattual suo stato, e propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune divenga la colta lingua Italiana.

Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella copia di ragioni e dʼutili osservazioni, quella giudiziosa critica, quellʼampia erudizione, quellʼamor di patria, che quì si vedono ad ogni pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo altrimenti.

In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non mʼè riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più oltre.

Prima di questi scrittori avea trattato lʼargomento medesimo il P. Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al Sig. Napione. Ricerca in prima lʼorigine della lingua e condannando lʼopinion di coloro, che il volgo di Roma lʼusasse anticamente, la reputa nata dal corrompimento del latino per lʼinondazione deʼ Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dellʼabbondanza sua, della dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina. Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua celebrità, non lʼutilità dellʼopera mi ha indotto a nominarlo.

NOTE:

[23] _Dellʼuso, e dei pregj della lingua Italiana libri_ 3. _con un discorso intorno alla Storia del Piemonte, Torino, Balbino, e Prato_ 1791. T. 2. in 8. e di nuovo Pisa 1813. Oltre a ciò che il titolo promette, vi è un discorso intorno al modo di ordinare una Biblioteca scelta Italiana dello stesso Autore, una Lettera del Tiraboschi contenente alcune osservazioni sul primo volume, e la risposta, in cui si dileguano le poche obiezioni di quella lettera, ed una lunga, e dotta sua lettera allʼAb. Bettinelli, nella quale di più e diverse cose appartenenti allʼargomento dellʼopera si ragiona, e specialmente di un libro dellʼAb. Velo, del quale parlerò fra poco.

[24] _Ces. Op._ T. 1. _p._ 249.

[25] _Sulla preminenza dʼalcune lingue, e sullʼautorità degli scrittori approvati, e dei Grammatici, ragionamento dellʼAb. Giambattista Velo. Vicenza._ Esso non era da prima che una prefazione alla dissertazione _suʼ caratteri del gusto Italiano presente, stampata in Vicenza, il_ 1786. sotto il nome dellʼAb. Garducci.

[26] Nella lettera citata allʼAb. Bettinelli.

[27] _Della lingua Toscana Dialoghi sette._ Torino, 1777. T. 2. in 8.

[28] Salvini. Pros. Tosc. p. 297.

_Se nelle cose letterarie si debba scrivendo usare la lingua Italiana più tosto che la Latina._

~CAPO~ IV.

Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni facoltà si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina. Fu già un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse solamente a trattar dʼamore, ed altrettali soggetti di lieve momento, e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza, e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura però, che molti in quella, e nellʼetà seguenti le vane loro declamazioni e i loro sofismi rigettassero coi fatti più ancora che cogli argomenti, onde lʼItalia di tanti libri eccellenti si può gloriare scritti nel volgar nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono però nel secolo di cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente sostenuta la contraria sentenza. Non parlerò del Bonamici[29] e del Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. LʼAlgarotti ne trattò più direttamente:[31] ma a me pare, che adoperando argomenti non buoni egli abbia indebolita unʼottima causa. Ricorda le espressioni gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie, di che già da tanti si è parlato; ricorda la sconvenevolezza dʼadattare a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate già dai Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova solamente lʼirragionevole superstizione dirò così e il difetto di giudizio in coloro, che cadono in sì fatti errori. Ma lasciando più altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una sola ne voglio aggiungere, ed è la riprensione, che fa lʼAlgarotti aʼ moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacchè di quelli, che onorarono il decimottavo, farò parola altrove.

Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo _de lingua latina_, e meglio forse la sostenne altresì il Buganza,[33] di che mi assicura assai la celebrità dellʼautore, quantunque lʼopera sua non mi sia venuta alle mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su questʼargomento il signor Napione nellʼopera testè citata, dove, colle più giudiziose riflessioni dimostra lʼutilità, che allʼItalia ne verrebbe ed alle scienze, insegnandole nella nostra lingua.

NOTE:

[29] NellʼOrazione cit.

[30] _Lettere di Virg. e Risorg. dʼItal._

[31] _Saggio sulla necessità di scrivere nella propria lingua_ Op. T. 4.

[32] Opere T. 3.

[33] _Discorso intorno alla lingua di cui servir ci dobbiamo. Mantova_ 1771.

_In qual modo si debba far uso della lingua Italiana scrivendo._

~CAPO~ V.

Ma unʼaltra quistione agitata già prima neʼ secoli decimosesto, e decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti parlano è ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto, dimodochè non sia più lecito dʼaggiugnere nuove voci dopo quellʼepoca? È propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta lʼItalia? Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dellʼAccademia della Crusca, nè recedere daʼ suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se ascoltiamo il Becelli nel quinto deʼ suoi dialoghi[34] noi dobbiamo usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo quellʼepoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi però per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono, come altri già li chiamò, Giansenisti della Crusca. Parecchi con più ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento, perchè comunemente in Toscana si scriveva allora con purità. Nelle età seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una gloria così comune, come a quei giorni. Oltre a ciò vʼha in quegli antichi una certa grazia, che incanta, la quale pochi deʼ loro successori hanno voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in questo, pochissimi (se non mʼinganno) hanno saputo farlo con quella naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore, con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non è difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto allʼeloquenza, di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo difetto è forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite deʼ Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa è poi il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; nè meno è strano il togliere agli scrittori la facoltà dʼaccrescere di nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purchè si faccia con certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Così fecero quei valenti scrittori, che più sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo tornerà in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avrò parlato di coloro, che hanno trattato della seconda questione.

Siena usa dʼun grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori, come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli neʼ loro libri lʼhanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione. Si rinnovò nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli, il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da parecchi altri scrittori Senesi, fossero dallʼAccademia della Crusca accolte nel suo Vocabolario. Già ne avea adunate forse cinquecento, delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37. volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare in Lucca lʼopere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Gesù. Quindi compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bramò egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino, collʼArciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che scrisse al Marmi, pregandolo altresì, che gli procacciasse una lettera dellʼAccademia della Crusca o dellʼArciconsolo, o almeno di qualche erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non ottenne il suo intento. Forse quellʼAccademia, che volea cogliere il più bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse tutto ciò che vi si conteneva. Ma quello che ricusò la Crusca, gli concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. Eʼ da credere, che di quì nascesse il suo mal talento verso la Crusca, che ridondò poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro lʼAccademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione Fiorentina riempì il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che può vedersi nella sua vita, considererò brevemente il Vocabolario Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ciò che vʼha di satirico, e dʼinutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe esso stato pregevole, e più gradito. Parecchie voci usate dalla Santa sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nellʼultima edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi. Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti più celebri della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol dʼoro, Fedro Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale Stazio i due Plinii Columella nel secol dʼargento erano forestieri, e pure non furono esclusi dal numero deʼ legislatori della lingua Latina. Così per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori debbano essere adottati, e molti in fatti ne adottò lʼAccademia della Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta lʼItalia. Il che essa fece, perchè vuolsi prendere ciò che è buono, ovunque si trova, non per lʼesempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che quei forestieri del secol dʼoro scrivessero secondo il natìo dialetto, non secondo il dialetto di Roma. Nè bastava che asserisse, ma dovea provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella età delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bensì, che Lucilio biasimava in Vectio lʼuso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinità, (se pure non fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio certamente non aveva speranza dʼesser reputato legislatore di lingua; ma anzi in principio della sua opera domandò perdono, se in alcuna cosa fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39] Cicerone era _in filio recta loquendi usquequaque asper exactor_;[40] onde non è da credersi, che non si guardasse daglʼidiotismi dʼArpino. Io non dirò, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi. Quintiliano chiama ciò _barbarismum gente_, e mostra, che vi caddero Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacciò ad Antonio la parola _piissimus_, che non era della lingua Latina. _Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem novum inducis._[42] Cap. 19. Così Quintiliano condanna la parola _gladiola_ usata da Messala quantunque si dicesse _gladium_ ugualmente che _gladius_. È falso dunque, che i forestieri scrittori fossero riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi adoperavano, e voci nuove. Si dirà forse da taluno, se gli scrittori Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perchè non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del sestodecimo? A questa domanda risponderà per me un dotto Senese, cioè Uberto Benvoglienti. _Nel buon secolo pochissima differenza passava fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol decimoquinto; nel seguente però si volle richiamare al suo splendore, ma per la moltitudine deʼ forestieri, che erano nella Città_ (di Siena) _e forse anche per altra cagione non potè il dialetto Senese rialzarsi allʼantico suo splendore—a differenza dei dialetti era piccola da principio, e poi certi idiotismi non erano così universali, che non si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde neʼ loro scritti si trova_ povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e leggiare ec. ec.[43]