Part 12
Egli è ormai tempo, che il mio discordo rivolga, benchè brevemente alle altre moderne lingue Europee. E quì dovrei far parola dellʼintroduzione alle più utili fra queste del Baretti, ma non essendo a me riuscito di vederla nulla ne posso dire.[242] Non parlerò adesso della Turca e della Greca, delle quali più opportuno sarà il tener discorso in altro luogo. Cominciando dunque dalla Francia dirò quel poco che abbiamo meritevole di ricordanza. LʼAlgarotti in un saggio su questa lingua ci ha data in breve la sua storia,[243] e il signor conte Napione nellʼopera già citata, esaminandone lʼindole, ha combattuto con evidenza glʼirragionevoli elogj, che ne fa il P. Bonhours, ha ricordato il giudizio, che ne danno gli scrittori più celebri della Francia, ed ha mostrato quale essa fosse prima della riforma introdotta da quellʼAccademia.[244] Altri non creda dover collocare fra le opere deglʼItaliani il Dizionario non molto pregevole del Veneroni. Egli era di casato _Vigneron_ nativo di Verdun, e per amore della nostra lingua dette forma Italiana al nome di sua famiglia,[245] come altri crede di rendersi più stimabile, prendendo nome Francese. Compatiamo le debolezze degli uomini, e queste massimamente, che sono innocenti. Italiano era lʼAntonini, di cui pure abbiamo un dizionario non migliore di quello del Veneroni. Mal può fare il dizionario di una lingua chi non la possiede perfettamente, e lʼAntonini non sapeva abbastanza la Francese, come mostrò traducendo in questa non lodevolmente un opuscoletto del Rolli.[246] Il libro, di cui possiamo gloriarci, è il dizionario dellʼAlberti a tutti noto, cioè dellʼautore del dizionario enciclopedico rammentato di sopra. Sono circa quaranta anni passati, da che esso venne in luce la prima volta, e in tante edizioni, che ne sono uscite in Italia, e in Francia, non si è mai dovuto farvi considerevoli emendazioni o accrescimenti. Esso ha fatti dimenticare gli altri dizionarj, ed a chi volesse succedergli non ha lasciata molta speranza di far cosa migliore. Nato nel contado di Nizza erano a lui naturali le due lingue Italiana e Francese, nelle quali inoltre pose molto studio finchè visse; quindi colle acquistate cognizioni, e coʼ dizionarj della Crusca e dellʼAccademia Francese potè fare unʼopera utile, e degna di vivere lungamente. Il Martinelli ne fece poi un compendio comodo per la sua brevità, in cui le voci tutte del dizionario sono comprese.
Per le altre lingue non abbiamo opere, che a questa si possano paragonare. Per lʼInglese oltre al dizionario del Bottarelli, piccolo in principio, ma poi molto accresciuto,[247] abbiamo la grammatica e il Dizionario dellʼAltieri. Questo però è mancante, e quella è non ben sicura nelle sue regole, e di gran lunga inferiore a quella del Barker. Più pregevole assai è la Grammatica e il Dizionario Inglese e Italiano del Baretti, e lʼultimo principalmente dopo che egli vi fece grandi accrescimenti[248]. Nè a lui bastò di provveder con questʼopera a coloro, che apprender volessero una di queste due lingue, ma con unʼaltro Dizionario si adoperò ancora di giovare aglʼInglesi o agli Spagnoli, che studiano la lingua Spagnuola o Inglese.[249]
La lingua Tedesca mi offre ancora minor numero di cose meritevoli di ricordanza, e il poco che mi offre consiste nella Grammatica e neʼ Dialoghi del Borroni, e in un Dizionario del medesimo peʼ principianti.[250] La Spagnuola nulla mi somministra fuorchè il Dizionario testè citato del Baretti, giacchè la Grammatica e il Dizionario del Franciosini appartengono al secolo decimosettimo.
Nulla pure ho da dire dellʼaltre moderne lingue del continente Europeo. Due però dellʼIsole adjacenti allʼItalia richiedono da me qualche parola. In primo luogo la lingua della Sardegna fu illustrata dal Sig. Madao con due opere da me non vedute.[251] Nè pure mi è riuscito di vedere la Grammatica e il Dizionario della lingua Maltese, che il Signor Vassalli stampò in Roma nel 1791. e 1796. Egli afferma, che essa è un dialetto dellʼAraba. Al contrario il Canonico Agius de Soldanis dopo il Majo, lʼErpenio, il Teinesio e altri aveva preteso che fosse Punica, e fino dal 1750. si era accinto a provarlo, ma se non erro con poco felice riuscimento. Stampò egli una breve grammatica e un saggio di Dizionario della lingua Maltese, cui fece precedere due dissertazioni.[252] Nella prima prende appunto a provare, che la lingua Maltese è lʼantica lingua Punica rimasta sempre in quellʼisola ad onta deʼ popoli diversi, che lʼhanno soggiogata, e nella seconda parla dellʼutilità sua. Ma da una parte nè lʼuno nè lʼaltro argomento vien da lui confermato validamente, e dallʼaltra parte quantunque io non sappia lʼArabo, e solamente ne conosca lʼAlfabeto o pochissimo più, ciò non ostante nelle voci Maltesi da lui registrate in questo libro io scorgo voci Arabe, principalmente della lingua volgare, or più or meno alterate. Arroge a ciò, che il Bjoernstahel neʼ suoi viaggi racconta dʼaver udito Maltesi ed Arabi parlar fra loro, ciascuno nella propria lingua, e intendersi ottimamente. Da che egli deduce con gran ragione, che la lingua deʼ primi altro non è che un corrompimento, o se si vuole un dialetto della seconda. Il Canonico Agius promise ancora un ampio dizionario della sua lingua, e la interpretazione di queʼ versi di Plauto nel Penulo, che furono da lui composti in lingua Punica, ed egli voleva spiegarli colla Maltese; nè so se poi abbia eseguite queste promesse. Utile sarebbe stato il dizionario; ma riguardo ai versi Plautini dubito forte, che egli non sarebbe stato più fortunato degli altri, che prima o dopo di lui si sono posti a questa impresa. La lingua Punica è perduta, tranne poche voci, che S. Agostino ed altri antichi scrittori ci hanno tramandate; e queʼ versi di Plauto passando per le mani di tanti copisti, che non glʼintendevano, debbono in tal guisa esser guasti e corrotti, che niuna speranza vʼha di spiegarli.
Mentre questi scrittori illustravano queste lingue colle grammatiche, e coʼ dizionarj, altri le illustravano colle traduzioni. Non è mia intenzione di tessere quì il novero di tutto ciò, che daglʼItaliani sʼè fatto in questo genere nel passato secolo, il che sarebbe impresa da non venirne mai a fine. Le traduzioni in prosa, dal Francese massimamente, sono innumerabili, ed ove si tolgano ancora tutte quelle, che _invita Minerva_ si son fatte per traffico,[253] ove ancora si limiti il discorso a quelle, che hanno meritata lode per esattezza, e per lo stile, il numero sarebbe tuttavia immenso. Si aggiunga a ciò, che facile essendo la lingua Francese e comune, pare che in questa mal si possa dar nome dʼillustrazioni alle traduzioni. Le traduzioni poetiche dal Francese sono in piccol numero, nè di molto momento, se si eccettuino il poema sulla religione di M. Racine tradotto dallʼAb. Filippo Venuti, quello del Re di Prussia sullʼarte della guerra tradotto dal Sanseverino, alcune tragedie volgarizzate dal Cesarotti, dal Paradisi, dal Frugoni; e poche altre. Riguardo alle traduzioni dalle altre lingue mancano in gran parte tali ragioni, e però non terrò per esse il medesimo silenzio, pure non mi vi tratterrò lungamente, ma con brevi parole rammenterò solo le principali.
Prime sieno quelle dallʼInglese che sono in maggior numero. Milton, lʼOmero dellʼInghilterra a se richiama innanzi ad ogni altro il mio discorso. Il grande argomento di quel poema esigeva una mente ardimentosa per ben trattarlo, ed esigeva pure una penna robusta per ben tradurlo. Paolo Rolli si accinse a questa impresa;[254] quantunque però fosse valoroso poeta non aveva forze bastevoli per far tanto. Egli tradusse letteralmente, ed esattamente; ma il poema di Milton restò spogliato di tutta la sua forza, e diventò un perfetto sonnifero. Dopo molti anni il Mariottini stampò in Londra il primo libro dʼun nuovo suo volgarizzamento[255] corredato di molte annotazioni sue in parte, e in parte deʼ precedenti commentatori Inglesi. Non so se poi egli abbia condotto a fine questo suo lavoro. Il verso generalmente è nobile ed armonioso; ma (se mi è lecito esporre la mia opinione, quantunque sia poco istruito della lingua Inglese) a me non sembra abbastanza fedele, e spesso merita il nome di parafrasi. Pure al chiarissimo traduttore si dee non piccola lode, e son pregevoli le annotazioni che vʼha aggiunte. Altri hanno tentato questa difficile impresa nel secolo presente, deʼ quali non dovrei quì ragionare. Pure non posso temperarmi dal dire, che il miglior traduttore di Milton è un mio concittadino, cioè il Signor Lazzaro Papi, ed il suo volgarizzamento è così in tutte le sue parti perfetto, che niente lascia a desiderare.
Non vuolsi divider da Milton il suo grande encomiatore Addisson, del quale Anton Maria Salvini volgarizzò il Catone. Nè di ciò dirò più oltre, perchè del modo Salviniano di tradurre parlerò altrove più opportunamente. Parlerò piuttosto della bella versione, che del Poema dʼAkenside deʼ piaceri dellʼimmaginazione fece il celebre Signor Mazza[256] nel primo suo ingresso nella carriera letteraria. Egli seppe maravigliosamente vestire della copia e della grandiosità Frugoniana (giacchè nella prima sua giovinezza questo sommo poeta, seguiva in parte lo stil del Frugoni, che poi se ne è fatto uno bellissimo, e tutto suo proprio) la poesia filosofica dellʼoriginale; seppe esser fedele senza esser servile, emendando anzi queʼ modi Inglesi, che a noi parrebbono strani: ed essendo allor giovinissimo fece unʼopera, che nulla ha di giovanile, fuorchè il calore dellʼestro e la vivacità dellʼespressioni. In età poi più matura tradusse alcuni lirici componimenti di Parnell[257] e di Thomson egregiamente come si doveva aspettare da un poeta sì grande.
Poco innanzi allʼAkenside del Signor Mazza si pubblicò in parte lʼOssian del Signor Cesarotti[258]. Questa dotta fatica di così illustre poeta fu una nuova luce, che improvvisamente apparve sul Parnasso Italiano, ed attirò a se gli occhi di tutti. Un certo calor nuovo di stile, diverso da quello, di che i Greci, i Latini ed i nostri ci offerivano esempj, certe idee nuove, una semplicità congiunta non rade volte a pensieri giganteschi, una straordinaria energia dʼespressioni riscosse lʼammirazione di molti, ed eccitò alcuni allʼimitazione. Glʼimitatori però cessarono a poco a poco, e rimase la lode; lode che è a lui dovuta per avere arricchita la nostra lingua poetica di molte maniere energiche, grandi, maravigliose, ora terribili, ora delicate, le quali in parte egli prese dal testo, e in parte creò con una fantasia inesausta. Ma fra i pregj di questo volgarizzamento ardirò io cercar difetti? Meriterò forse la taccia di temerità, se espongo qualche mio dubbio contro il lavoro prediletto dʼun Cesarotti? Lʼimpresa da me abbracciata lo richiede, nè posso trascurarne una parte. Nulla dirò della condotta deʼ poemi attribuiti ad Ossian, degli affetti, delle similitudini, ed altrettali oggetti, che non sono del mio instituto. Io debbo parlare della illustrazione delle lingue, onde considererò soltanto alcune cose, che in qualche modo a queste appartengono.
Descrive il poeta la lotta fra Fingal, e Varano, e dice
_.........Ai forti crolli, Allʼalta impronta dei tallon robusti Scoppian le pietre e dalle nicchie alpestri Sferransi i duri massi e van sossopra Rovesciati i cespugli_.[259]
In unʼannotazione a questi versi il chiarissimo traduttore osserva, che questo forse è lʼunico luogo in tutto il poema di Fingal, che si possa chiamar gonfio, e quindi procura di difenderlo. Ma egli aveva allora dimenticati queʼ versi, neʼ quali parlandosi del combattimento tra lo stesso Fingal, e Cucullino si dice:
_.........i nostri passi Crollaro il bosco, e traballar le rupi Smosse dalle ferrigne ime radici._[260]
A me parrebbe questo luogo più gonfio ancora dei primo, nè a difenderlo basta il dire, che a quellʼetà erano gli uomini, più forti molto che noi non siamo; il che è la difesa dal signor Cesarotti addotta pel passo precedente. Ma più altre cose ancora vi sʼincontrano, le quali a me appariscono gonfie. Tali a cagion dʼesempio sono Cucullino, che _sgorga rivi di valore_ T. 2. p. 150. _e tu sgorgasti valore_, ivi p. 275. _Morna, che rotola nella morte_ p. 148._ la vasta azzurra stellata conca del Cielo_ p. 241. _il sangue del monte Gormallo_, cioè il sangue delle fiere di quel monte p. 203. _al suo cospetto sfuma la pugna_ p. 51. ed altre simili maniere di dire. Nè mi dispiace meno la troppo frequente ripetizione di certe espressioni favorite, e specialmente della voce _figlio_ usata metaforicamente.[261] Queste ed altre cose di tal genere non sanno piacermi, e temerei che imitandosi le poesie in molte parti bellissime dʼOssian taluno potesse forse esser trascinato in un gusto non lodevole. Altri pure tradussero altre simili poesie, e fra questi mi piace ricordar quì il signor conte Prospero Balbo. La morte dʼArto, un breve squarcio dʼaltro poema, e la battaglia di Lava volgarizzò egli dalla prosa Inglese di Giovanni Smith in bei versi Italiani, neʼ quali nulla si trova che non si debba molto commendare.[262]
Nè quì si arrestarono le cure deglʼItaliani per la poesia Inglese. Celebre è il Sidro del Conte Magalotti, che molto dopo la sua morte vide la luce.[263] Il saggio sopra lʼuomo del Pope fu tradotto dal Cavaliere Anton Filippo Adami,[264] il Messia dello stesso Pope dal Conte Agostino Paradisi, e dal Conte Benvenuto di S. Raffaele, che tradusse anche il Vindsor. Il Bonducci volgarizzò il Riccio rapito dello stesso. Il Torelli lʼelegia di Gray sopra un Cimitero campestre. Le notti di Young furono tradotte dal Bottoni, e i tre canti sul Giudizio universale da D. Clemente Filomarino.[265] Ma a me rincresce di trattenermi più lungamente tessendo unʼarido catalogo di nomi che si potrebbe anche accrescer volendo, e vie più mi rincresce perchè fra tanti traduttori, che in questo paragrafo ho registrati, se si eccettua il Magalotti, il Paradisi, il Conte di S. Raffaele, il Torelli, e il Filomarino, non trovo oggetto meritevole dʼosservazione.
Nè pure il Parnasso Tedesco fu trascurato. Il P. Bertola nellʼidea della bella letteratura Alemanna[266] volgarizzò diverse cose di varj, e di Gessner singolarmente, la Signora Caminer Turra molti Idillj dello stesso Gessner,[267] il Signor Abate Belli le quattro parti del giorno di Zaccaria[268] e il Signor Rigno il Messia di Klopstok.[269] Ignorando la lingua Tedesca non posso dar compiuto giudizio di queste versioni: e per la stessa ragione non ardisco farmi giudice di quella, che della Lusiade del Portoghese Camoens ha fatta un anonimo Piemontese.[270] Dirò solamente, che tranne alcune versioni del Bertola non vedo nellʼaltre quelle dignità di stile, che la poesia richiede, e che per ciò sono da desiderarsi nuovi e più felici volgarizzamenti.
Finalmente la lingua Polacca non fu trascurata dai nostri. Ne fece una grammatica non impressa fino ad ora il P. Francesco Angelini Gesuita[271], del quale parlerò altrove con lode. Sulla seconda scrisse il Madao due opere, che non ho vedute.[272]
_Fine della Prima Parte_.
NOTE:
[242] _Baretti Introduction to the most useful European language. London._ 1772. in 8.
[243] Algar. Op. T. 3.
[244] Nap. deʼ preg. ec. della Ling. It. Lib. 2. Cap. 1.
[245] _Feller. Dict. Hist. a Veneroni._
[246] _Examen de l essai de M. de Voltaire sur la poésie epique par M. Paul Rolli, traduit de lʼAnglois par M. L. A. à Paris, Rollin fils_ 1728. in 12. LʼAntonini scrisse ancora un _trattato sulla pronunzia Francese_, che non ho veduto.
[247] Bottarelli Dizionario Italiano-Inglese e Francese Londra 1789. vol. 3. in 8. Nizza 1792. Vol. 3. in 12. Venezia 1803. 3. Vol. in 8.
[248] La seconda edizione che è del 1796. si dice aumentata di diecimila Vocaboli. Lʼultima impressione è di Firenze, 1816.
[249] _Baretti English and Spanish Dictionary. Lyon_ 1786. T. 2. in 4. e di nuovo _London_ 1792. Vʼha pure una grammatica Inglese del Palermo impressa a Londra dopo il 1780, che non ho veduta e unʼopera dello stesso sopra i sinonimi Inglesi.
[250] _Borroni novissima grammatica della lingua Tedesca ad uso deglʼItaliani, sesta edizione accresciuta. Venezia_ 1805. in 8. Non conosco, che questa edizione, ma so che altre ve ne sono, fatte nel secolo decimottavo. Dello stesso _Dialoghista Italiano-Tedesc. Milano_ 1794. in 8. Dello stesso _nuovo Vocabolario Italiano-Tedesco, e Tedesco-Italiano. Milano_ 1799. T. 2. in 8. Abbiamo ancora una grammatica Italiana e Tedesca del Tarmini stampata a Francfort nel 1735. in 8.
[251] _Saggio dʼun opera: il ripulimento della lingua Sarda, e sua analogia con la Greca e la Latina. Cagliari_ 1782. _in_ 4. _Le armonie deʼ Sardi. Ivi_ 1787. _in_ 4. _Catal. Garampi_ 7349. 7350. Di una dissertazione sullʼorigine di questa lingua, che io credo essere stata composta dallʼAb. Denina, ho dato un cenno nel capo primo.
[252] _Della lingua punica presentemente usata daʼ Maltesi, ovvero nuovi documenti li quali possono servire di lume allʼantica lingua Etrusca stesi in due dissertazioni, e Nuova Scuola di Grammatica per agevolmente apprendere la lingua Punica-Maltese. Roma_ 1750. _in_ 8.
[253] Ben a ragione il dottissimo signor Napione le chiama infedeli, barbare, e prezzolate traduzioni, che sfigurano gli originali, e servono soltanto a guastar la lingua nostra, senza agevolare lo studio nè lʼintelligenza della Francese. _Dellʼuso, e deʼ pregj della lingua Ital_. T. 1. p. 275.
[254] Londra 1736. in f. e poi altrove più volte.
[255] _Il Paradiso perduto di Giovanni Milton tradotto in verso Italiano da Felice Mariottini con varie annotazioni deʼ comentatori Inglesi, e del Traduttore. Londra_ 1794. T. 1. in 8.
[256] _Parigi_ 1764. in 4.
[257] Anche il Gesuita Barotti tradusse lʼegloga di Tommaso Parnell intitolata la sanità, che è fra lʼaltre sue opere stampata in Venezia dal Coleti il 1773. in 8.
[258] La prima edizione è di Padova pel Comino del 1763. La seconda di Padova, e quelle di Nizza, e di Bassano sono più complete. Ma la migliore di tutte è quella di Pisa del 1801. in 4. volumi in 8. che è unita allʼintiera collezione delle sue opere. Essa fu dallʼinsigne traduttore riveduta tutta, emendata, e corredata di pregevolissimi accrescimenti.
[259] _Cesarotti Op_. T. 2. p. 251
[260] Ivi p. 135.
[261] Figli del mare T. 2. p. 134. e 211. figlio dellʼonda p. 157. 253. figlio dʼanguste valli 139. figli di guerra 139. 219. 227. 238. figlio di codardìa 153. figli del canto 155. 160. 220. 265. figli della valle 156. figli dellʼOceano 158. 211. figlio della spada 171. figlio del vento 173. figlio della battaglia 175. schiatta deʼ tempestosi colli 176. navi figlie di molti boschi 179. figlia dei stellati Cieli 185. figlio del carro 190. figlia di segreta stanza 200. figli della morte 201. 203. schiatta dellʼacciaro 206. figlio dellʼacciaro 226. figlio del vento 226. aereo figlio (uno spirito) 206. 219. progenie delle verdi valli 207. figlia di beltà 216. figlio della fama 227. 234. 256. figlio della tempesta 233. figlio delle spade 240. figli del deserto 232. 239. figli della rupe 260. figli detta grotta 274. i veltri rapidi figli della caccia 281. figli della mia forza 282. figlio rovente della fornace 236. Tutto ciò è preso dal solo Fingal, dove son pure altre ripetizioni che credo inutile di notare. Io non condanno lʼuso metaforico di questa parola, o dʼaltre parole equivalenti, ma la soverchia frequenza, e talvolta se ne potrebbe condannare ancora lʼapplicazione non opportuna.
[262] _Ozj Letterarj._ Torino 1787. T. 1. p. 251. T. 2. p. 319.
[263] _Firenze_ 1744. in 8. seconda ediz.
[264] _Parma Bodoni_ in 4. Venezia 1790. in 8.
[265] Siena 1775. in 12. Venezia 1791. T. 2. in 12. Le notti furono ancora tradotte in prosa dal Loschi Venezia 1776. T. 3. in 8. e dallʼAlberti ivi 1783. T. 2. in 8. Il Bjoernstahel nelle Lettere deʼ suoi viaggi T. 3. p. 274. dice che il Boccardi traduceva in Torino le stagioni di Thomson, e nel 1773. mentre egli scriveva era già compiuta la primavera. Non è però a mia notizia, che lʼopera sia stata pubblicata. Il chiarissimo Signor De Coureil aveva cominciato a pubblicare una serie di poesie Inglesi ottimamente da lui tradotte, ma questa non appartiene allʼepoca della quale io debbo parlare essendosi cominciata a stampare nel secolo presente.
[266] Lucca 1784. T. 2. in 8.
[267] _Vicenza_ 1781. T. 2. in 12.
[268] _Bassano_ 1778. in f.
[269] Vicenza 1771. T. 3. in 8. Altre traduzioni vi sono dʼaltri Poeti, che tralascio per non diffondermi troppo.
[270] Torino 1772. in 12. Essa è in 8.va rima. Molto più felice sarebbe stata quella del Signor Conte Benvenuto di s. Raffaele, se congetturarlo possiamo dal principio, che se ne ha neʼ suoi versi sciolti stampati in Torino dal Mairesse il 1772. in 8.
[271] Caballeros op. cit. suppl. II. p. 6.
[272] _Saggio dʼun opera il ripulimento della lingua sarda e sua analogia con la greca e la latina. Cagliari_ 1782. _in_ 4. _Le armonie deʼ Sardi, Ivi_ 1787. _in_ 4. _Catal. della Libr. Garampi_. 7349. 7350.
~INDICE~ DEʼ CAPI DELLA PRIMA PARTE
_Introduzione_ Pag. 3
_Dellʼorigine, e dei caratteri delle moderne lingue dʼEuropa. Cap. I._ » 6
_Dellʼorigine della lingua Italiana. Capo II._ » 11
_Dei pregi della lingua Italiana. Capo III._ » 18
_Se nelle cose letterarie si debba, scrivendo, usare la lingua Italiana più tosto che la Latina. Capo IV._ » 22
_In qual modo si debba far uso della lingua Italiana scrivendo. Capo V._ » 24
_Dalle grammatiche della lingua Italiana. Capo VI._» 47
_Del vocabolario della Crusca. Capo VII._ » 55
_Del dizionario enciclopedico dellʼAbate Alberti. Capo VIII._ » 75
_Altri vocabolarj, regole per la pronunzia, sinonimi ed epiteti, rimarj, ed etimologie. Capo IX._ » 83
_Edizioni ed illustrazioni degli autori classici. Cap. X._ » 92
_Di quegli scrittori, che hanno illustrato la lingua Italiana scrivendo purgatamente. Capo XI._ » 95
_Delle altre moderne lingue dʼEuropa. Cap. XII._ » 148
NOTE DEL TRASCRITTORE
-Viene mantenuta la punteggiatura originale anche quando appare incongrua con lʼitaliano moderno. Sono stati aggiunti solamente, dove mancanti, i punti alla fine dei periodi.
-I numeri compresi nei paragrafi in corsivo vengono resi in carattere normale per aderire il più possibile allo stile ed alla grafica dellʼepoca.
-Lo stile dellʼepoca utilizzato dallo stampatore prevedeva che i numeri fossero sempre seguiti da un punto; questo viene mantenuto uniformando lʼopera con lʼaggiungere il punto laddove questo manchi per refuso o più spesso per difetto delle immagini.
-Vengono corretti gli ovvii errori tipografici.
-Viene mantenuta la convenzione di usare nei caratteri minuscoli due lettere v in luogo della doppia v (vv anziché w).
-Talvolta i termini sono scritti con due o più varianti. Quando è stato possibile risalire alla grafia usata allʼepoca sono stati uniformati, mentre in caso di dubbia valutazione sono state mantenute le doppie grafie originali. In particolare viene conservata la doppia grafia aggiungere/aggiugnere (con le relative coniugazioni) perché entrambe le forme erano largamente usate allʼepoca.
-Alcuni corsivi sono chiaramente sviste del tipografo e se lasciati aderenti allʼoriginale rendono il testo di difficile lettura; dove possibile senza alterare in maniera eccessiva lʼopera sono stati modificati.