Part 1
NOTE DEL TRASCRITTORE:
Sono state adottate le seguenti convenzioni: -testo corsivo (italic): _testo_ -testo grassetto (bold): =testo= -testo spaziato (gesperrt): ~testo~
_DELLA ILLUSTRAZIONE_ DELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNE E PRINCIPALMENTE DELLʼITALIANA PROCURATA NEL SECOLO XVIII. ~DAGLʼITALIANI~
~_RAGIONAMENTO_ STORICO, E CRITICO~
=DI CESARE LUCCHESINI=
_CONSIGLIERO DI STATO_ DI S. M. LʼINFANTA DUCHESSA DI LUCCA
DELLA LINGUA ITALIANA E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE ~DʼEUROPA~
_PARTE I._
~LUCCA~
PRESSO FRANCESCO BARONI STAMPATORE REALE
_MDCCCXIX._
_Ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurima capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse._
Column. de Re Rust. Lib. V. Cap. I.
~PARTE~ I.
_Della lingua Italiana, e dellʼaltre lingue moderne dʼEuropa._
_INTRODUZIONE_.
LʼItalia, che allʼaltre nazioni dette lʼesempio, ed aprì la strada a scuotere il giogo della barbarie, e dellʼignoranza, non cessò mai dopo quellʼepoca di somministrare uomini chiarissimi in ogni scienza in ogni arte in ogni disciplina. Le parti tutte deʼ sacri studj, e deʼ filosofici, le scienze naturali e le matematiche, la giurisprudenza, la storia con tutto ciò che da lei dipende o serve a rischiararla, lʼeloquenza, la poesia, le lingue straniere, e la nativa, tutto in somma ebbe fra noi coltivatori diligenti, e felici, che a se procacciarono, non meno che alla Patria, gloria immortale. Divisa in piccoli stati fra lor discordi fu debole, e quindi rimase preda dellʼarmi straniere; ma gli stessi suoi vincitori mentre ne esaltavano la dolcezza del clima, e la fecondità del suolo, o ne involavano le ricchezze, ammiravano la dottrina, e lʼingegno deʼ suoi abitatori. Laonde aʼ nostri maggiori neʼ secoli XV. e XVI. si può applicare ciò che della Grecia disse Orazio in quei notissimi versi _Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio._
Nè dallʼetà precedenti fu degenere quella a noi più vicina, voglio dire il Secolo XVIII. La memoria di tanti uomini insigni, che esso ha prodotti, e di tante opere classiche, che in esso han veduta la luce, è tuttora così recente e viva, che questʼasserzione mia non abbisogna di prove. Pure ad onor dellʼItalia, sarebbe a desiderarsi, che non so bene se dica modestia o timore non avesse distolto lʼegregio storico dellʼItaliana letteratura dallʼestendere ancora a questo le sue fatiche.
Il supplire al silenzio del Tiraboschi appartiene agli uomini eruditi, deʼ quali abbonda IʼItalia, ed io sarò lietissimo, se le mie parole ad alcuno di loro serviranno dʼeccitamento per farlo. Prendendo però a descrivere ciò che daglʼItaliani si è operato nel Secolo XVIII. intorno al coltivamento delle lingue antiche e moderne e della natìa principalmente non intendo di percorrere sì fatto arringo, nè pure in parte. Ho voluto piuttosto adoperarmi di rendere allʼItalia una gloria, che da alcuni pure si vorrebbe torle. Si concede, che essa abbia poeti famosi, e buoni storici e chiari oratori: non le si nega molta lode nelle scienze sacre e nelle profane; e molto plauso si fa aʼ suoi antiquarj. Ma per ciò che spetta alle lingue, che chiamano dotte, par che da alcuni si accusino i nostri dʼaverne alquanto trascurato lo studio. Quindi ho reputato, che debba riuscir non inutile lʼesaminar alquanto, se questa accusa sia giusta, o almeno fino a qual segno possa apparir tale. Ma più grave rimprovero meriterebbono, se avendo pur coltivate le lingue straniere avesser poi trascurata la propria. E sebbene di ciò niuno ci accagioni, pure mi è grato il ricordare coloro, che al coltivamento della propria lingua hanno data opera diligente, e coi precetti o collʼesempio hanno porto altrui eccitamento per farlo. Il quale eccitamento io credo, che rendersi debba vie maggiore, richiamando appunto alla memoria le utili fatiche da tanti Scrittori chiarissimi sostenute per lʼillustrazione della stessa lingua.
Io confesso, che a trattar degnamente il mio argomento mancano a me parecchi ajuti necessarj, e quelli principalmente dellʼerudizione e dellʼingegno per richiamarmi alla mente le cose fatte daglʼItaliani, e darne retto giudizio. Mi mancano altresì molti libri, senza il soccorso deʼ quali mal si possono intraprendere sì fatte trattazioni. Il piacere però, che tutti provano in rammentare le glorie della patria mi ha fatto dimenticare la debolezza delle mie forze, e mi sono accinto alla impresa. Comincerò dal parlare della Lingua Italiana chʼesser deve lo scopo principale del mio ragionamento, e a questa succederanno, come appendice, le altre moderne lingue dʼEuropa. Passerò poi alle antiche ed a quelle che chiamano _esotiche_, sì antiche, che moderne. Non pretendo però di noverare tutti coloro, che in questo genere scrivendo sono degni di qualche lode, ma ne tralascerò molti per non diffondermi troppo, e stringerò il mio discorso agli uomini più illustri, ricordandomi di quel detto di Columella, che ho scelto per epigrafe: _ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurimas capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse_.[1] Potrei forse passare sotto silenzio ancora più, e diversi Scrittori, le opinioni e le opere deʼ quali condanno. Siccome però essi hanno ottenuto qualche plauso e forse tuttora lʼottengono da alcuni, perciò ho creduto non doverli dimenticare.
Debbo finalmente avvertire, che fra glʼItaliani porrò ancora quegli stranieri, che in Italia menarono una gran parte della loro vita, e molto più se di quì trassero i mezzi per coltivare i loro studj, e scrivere le opere loro. Così fecero i dotti Maurini autori della storia letteraria della Francia; così il dottissimo Tiraboschi nella storia della letteratura Italiana.
_Dellʼorigine e dei caratteri delle moderne lingue dʼEuropa._
~CAPO~ I.
Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto alcune dissertazioni su lʼorigine, le differenze, e i caratteri delle moderne lingue dʼEuropa, che si leggono negli Atti dellʼAccademia delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate separatamente.[2] A me rincresce di non avere questʼopera e di non aver lette che sole tre delle sue molte dissertazioni, e sono quelle, che discorrono le cause della differenza delle lingue, e dellʼorigine della lingua Tedesca.
A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano tra le lingue figlie di una stessa madre; cioè fisiche, morali, e miste. Causa fisica è per lui la diversità della pronunzia. I popoli barbari, che invaser lʼItalia furon costretti dʼavvezzarsi alla lingua latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nellʼintender bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora lʼalterazione in questa guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perchè egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione deʼ nuovi abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Nè vedo pure come una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro possa produr questo. E son dʼavviso che se nel cuore della Svezia o della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di si avvezzerebbe alla lingua di queʼ coloni nè la difformerebbe con accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual lʼavrebbe sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario dʼillustrare la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza più passo alle cause, che lʼautore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti alle cose hanno origine dai paesi, daʼ quali queste si traevano, come _Arazzi_ dalla città dʼAras, _guanti_ in Francese _gands_ da Gand nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie dʼironia, per cui significano lʼopposto di ciò che dovrebbero significare, onde in Francese _phoebus_ e _galimathias_ indicano un cattivo stile. 3. Le cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: così la cosa stessa si chiama in Italiano _posata da porre, o posare_ e _couvert_ in Francese da _couvrir_. 4. La stessa voce, o almeno simile, in diverse lingue significa diverse cose, perchè queste si possono considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce _brod_ la quale[4] significava nutrimento in generale, e _brodo_ in Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco _pane_. Alcune però di queste son tenui mutazioni delle lingue già formate, non di quelle che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui lʼautore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altresì una parte di quello che aveva promesso. Perchè in principio oltre alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente rischiara alquanto le cose già dette, recando lʼetimologia di parecchie voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui, o per acutezza dʼingegno, con cui son derivate non senza molta verisimiglianza, altre ve nʼha troppo forzate. Tali a cagion dʼesempio sono quelle di _Kein_ (che in Tedesco significa nessuno) da οὺχ ἕν; di _von_ (_da proposizione nella stessa Lingua_) da ἀφʼ ὤν; e più altre.
Lʼaccusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni _sullʼorigine della lingua Alemanna, e sullʼorigine comune delle lingue Alemanna, Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dellʼItaliana_. Il Signor Denina è sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno colla Greca, nella qual cosa più altri Scrittori lʼhanno preceduto, e seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dellʼetimologia, di che ho già detto abbastanza: 2. nella terminazione dellʼinfinito, che in Tedesco è in _en_ e in Greco in ειν; e in alcuni dialetti in ην o in μεν. 3. in quellʼaumento della sillaba _ge_, che in Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile alla reduplicazione deʼ Greci, e dice: _il est vrai que les Allemands sʼeloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substituè le g peut être parceque cela étoit plus facile, mais il nʼest pas douteux que cela ne soit venu des langages de lʼAsie mineure dʼou est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou perdu en sʼavançant vers le Nord et en sʼeloignant de sa source_. Il _ge_ aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito è una particela inseparabile, di cui sʼignora adesso il significato, ma certamente nellʼantico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora, che in alcune voci composte indica moltiplicità, unione di cose, onde per esempio da _mein_ mio, si fa _gemein_ comune, da _balken_ trave si fa _gebalke_ le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro senso si usasse, e come o perchè si adoperasse per indicare il tempo preterito; ma nellʼignoranza stessa in cui siamo intorno a ciò parmi, che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella particola colla _reduplicazione_ deʼ Greci. Questa non è una particola o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non è nota lʼorigine e il motivo; laonde è diversa essenzialmente, lʼaggiunta adoperata dai Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ciò, che la _reduplicazione_ deʼ secondi forse non era usata nei tempi più remoti, come dubitano alcuni solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse a popolare il paese, che poi si chiamò Germania, questo avvenimento esser deve antichissimo, giacchè niuna storia ne fa menzione; quindi non poteva essa recare in quelle terre lʼuso della reduplicazione, e recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche introdotta, e in tempi assai posteriori lʼuso non ne era così costante e universale.
Checchè sia di questo non si può dubitare, che qualche somiglianza non si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del Wachter, dellʼIhre, ed altri. LʼAccademico di Berlino però rigettando quellʼopinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua deʼ Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia più fondato del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni, non giudico però necessario di trattenermi più a lungo intorno ad un autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.
NOTE:
[1] Colum. de R. R. Lib. 5. Cap. 1.
[2] Ecco i titoli delle sue dissertazioni giunte a mia notizia, delle quali però ho potuto leggere le prime tre solamente. Nelle memorie dellʼAccademia di Berlino pel 1783. _Sur les causes de la différence des langues_. _Sur lʼorigine de la langue Allemande_. _Nel_ 1785. _Supplement aux mémoires sur les causes ec. Sur le caractère des langues, et particulièrement des modernes_. _Nel_ 1788. _Sur la langue celtique, et celles quʼon pretend en autre sorties. Suite des observations sur la différence des langues et leur origine_. _Nel_ 1794. _e_ 1795. _Sur lʼorigine grecque esclavonne et teutonique de la langue latine_. _Sur lʼorigine véritable de la langue Italienne, sur lʼorigine de la langue Françoise et Espagnole_. _Sur lʼorigine de la langue Angloise_. Il Denina poi stampò _la Clef des langues, ou Considerations sur lʼorigine et la formations des langues, à Berlin, chez Quien_, 1803. T. 3. in cui si vedono ripetute le cose dette in quelle dissertazioni collʼaggiunta di nuove considerazioni.
[3] Tutti sanno che in Francese si scrive _gants_ non _gands_. Se il Signor Denina avesse guardato il Du Cange alle voci _Wantus_, _Wanto_, _Gvvantus_, _Guantus_ avrebbe veduto che queste voci erano usate neʼ Secoli barbari almeno fino dal principio del Secolo nono, e perciò molto prima della vantata fabbrica di Gand. In Francia si chiamavano _Wans_ come si ha da una carta del 1172. citata ivi, e alla v. _chirothecæ_. Questa voce proviene forse dallʼantica lingua Teutonica.
[4] Non so donde egli tragga questa notizia. Forse perchè βρώσκω in Greco significa _comedo_? Ma bisognava prima provare che le lingue Settentrionali vengano dalla Greca, il che non si può provare, quantunque si abbiano in quello non poche voci simili alle corrispondenti voci di questa. Cominciando da Sigismondo Gelenio, che nel 1543. stampò in Basilea il suo _Lexicon Symphonum_ delle lingue Latina, Tedesca, Greca, e Schiavona molti hanno scritto della somiglianza di quelle lingue colla Greca, ma niuna reale e ben fondata conseguenza sulla origine loro si è fino ad ora a mio giudizio ricavata da tanta erudite fatiche.
[5] V. _Lennep. Prel. de Anal. Ling. Gr. Cap._ 5. ed ivi lo Scheid.
_Dellʼorigine della lingua Italiana._
~CAPO~ II.
Fu già questione lungo tempo agitata fino dai secoli trapassati qual sia lʼorigine della lingua Italiana. Leonardo Aretino, il Cardinal Bembo, Celso Cittadini, ed altri autori trattarono questo argomento, ma non lo fecero in modo, che togliessero ai posteri lʼadito a disputare novellamente. Ne scrissero nel Secolo decimottavo il P. D. Angelo della Noce,[6] Uberto Benvoglienti,[7] e il Quadrio,[8] ma lo fecero sì scarsamente, che io contento dʼaverli sol nominati passerò tosto a far parola del Marchese Maffei, del Muratori, del Fontanini, e del Tiraboschi, i quali con maggior copia dʼerudizione, ed accuratezza esaminarono sì fatta questione.
Il Maffei dopo aver detto nella _scienza cavalleresca_,[9] che lʼItalia per lʼinvasione dei Barbari cambiò la lingua, e i nomi degli uomini e dei paesi, nella _Verona illustrata_[10] mutò opinione, e sostenne, che la lingua Italiana provenne _dallʼabbandonar del tutto nel favellare la Latina nobile, gramaticale, e corretta, e dal porre in uso la plebea, scorretta, e mal pronunziata_. Confermò egli la sua asserzione pretendendo, che deʼ conquistatori dellʼItalia pochi ne rimanessero, nè potessero perciò alterare la lingua del Paese. La confermò osservando, che la lingua deʼ Longobardi e degli altri popoli, che inondaron lʼItalia e la soggiogarono era aspra per molte consonanti e dal mischiamento di queste non poteva derivarne una nuova, in cui le vocali avessero tanta parte, come è la nostra. La confermò adducendo parecchie voci Latine, come _testa per caput_, _caballus, e caballinus per equus, ed equinus_, _laetamen per fimus_, _nanus per pumilio_, _tonus per tonitru_, _bramosus per cupidus_, e simili, che ora sono Italiane. La confermò ricordando le aferesi, le sincopi, e le apocopi, o vogliam dire gli accorciamenti di lettere, e di sillabe in principio, in mezzo, e in fine usati dai Latini assai volte e i cambiamenti delle lettere affini. E finalmente per tacere dʼaltri argomenti la confermò dicendo che anche lʼuso del verbo ausiliare _avere_, il quale si crede passato a noi dalla Germania, fu prima presso i Latini, e ne reca alcuni esempj, ed assai più ne accenna il Signor Abate Denina in due luoghi delle sue dissertazioni testè citate. Ma è falso, che pochi avanzi dei Longobardi, e degli altri invasori rimanessero quì, come dimostra il Muratori, che anzi furono moltissimi, e questi avendo in mano le redini del governo, e le dignità tutte occupando ecclesiastiche, e civili recarono necessariamente una mutazion grande alla lingua. Falso è che dalle lingue di questi popoli aspre per molte consonanti, e dalla Latina nascere non potesse la nostra dolcissima. La lingua latina non ha maggior copia di consonanti dellʼItaliana se non nelle terminazioni. Ora queste essendo diverse secondo le modificazioni deʼ nomi, e deʼ verbi chi ignora la lingua tralascia facilmente quelle desinenze varie secondo i diversi casi, e perciò appunto difficili a ricordarsi. Bisognerebbe svolgere maggiormente questʼasserzione, ma io non posso arrestarmi a lungo ad ogni passo, e debbo continuare lʼintrapreso cammino. Non giova poi lʼaddurre le parole e gli accorciamenti, che il Maffei adduce, perchè volendosi che la nuova lingua sia un alterazione della Latina debbono in quella esser rimaste tracce moltissime di questa. Quindi ammettere si potrebbe ancora, che lʼuso del verbo ausiliare _avere_ venga dal Latino, nè per ciò lʼopinion sua avrebbe maggior forza. Vuolsi però riflettere, che i Latini rarissime volte lʼadoperarono, e noi siamo costretti dʼusarlo continuamente avendo i nostri verbi più e diversi tempi neʼ quali esso è necessario, siccome appunto avviene nella lingua Tedesca, la quale lʼadopera neʼ tempi medesimi, in cui noi pur lʼadoperiamo.
Ma il Muratori raccogliendo maggior copia dʼantichi monumenti, e più minutamente esaminandoli sostenne unʼopinione diversa, e più probabile. Lʼignoranza, nella quale cadde miseramente lʼItalia per la venuta deʼ popoli barbari, fece dimenticar le regole della lingua Latina, di modo che nè la sintassi, nè le desinenze deʼ varj casi neʼ nomi, o delle persone nei varj tempi e modi deʼ verbi più si osservarono. Si aggiunse gran numero di voci nuove tratte daglʼidiomi deʼ conquistatori, e certe proprietà di questi, come lʼuso del verbo ausiliare avere, e dellʼarticolo. Del primo ho parlato pur ora; e del secondo parlerò adesso brevemente. Lʼarticolo forse derivò a noi dallʼantica lingua Teutonica, e fu da prima un accorciamento del Latino pronome _ille_. Si disse prima _illo Caballo_, _illa hasta_, _illae foeminae_, e poi _il, o lo Caballo_, _la asta_, _le femine_.
Nelle Litanie del 790. pubblicate dal Mabillon in _Analect._ si legge _Adriano Summo Pontefice, et universale Papa. Redemptor Mundi, tu lo_ (_illo_ cioè _illum_) _juva_, e appresso, tu _los_ (_illos_) _juva_. In un diploma di Carlo Magno dellʼ808.[11] si legge: _inde percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte_ de la _Vegiola_ ec. E nelle formole di Marcolfo Lib. 1. Cap. 17. _Sicut constat antedicta Villa ab ipso Principe_ lui _fuisse concessa_, dove _lui_ secondo alcuni viene da _illui_ che nel lor Latino avranno detto per _illi_, o secondo il Menagio da _illius_.[12] Aggiunge finalmente il Muratori a confermazione della sua opinione una lunga serie di voci, che provengono dalla Germania, la quale si accrescerebbe di molto, se le antiche lingue deglʼinvasori dʼItalia fossero più conosciute. Il commercio poi, e le crociate trassero a noi dagli Arabi alcune parole, ed appartengono ad arti, come _Alchimia_, _caraffa_, _lambicco_, ec. o a mercatura come _canfora_, _cremesi_, _lacca_ ec. o a milizia come _Alfiere_, _Tamburo_ ec. Molte ne dette la Provenza per lo studio, che in Italia si fece della Poesia Provenzale, ed alcune la Spagna.[13]
Lʼavviso del Muratori riguarda lʼorigin prima della lingua, e in ciò fu seguitato dal Fontanini[14] dal Bettinelli[15] dal Tiraboschi.[16] Ma vuolsi passare innanzi, ed indagare donde a lei derivò altra ricca messe di parole, e di modi di dire. Ciò avvenne per la poesia; onde dellʼorigine della nostra poesia vuolsi tenere ragionamento, e di coloro che nel passato secolo questa parte della storia dellʼItaliana letteratura presero ad esaminare. La poesia Italiana diversa è dalla Greca e dalla Latina, perchè queste fanno consistere i versi in un certo numero di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi secondo certe leggi, e la nostra li fa consistere solamente in un certo numero di sillabe con certi accenti posti in luoghi determinati secondo la diversa qualità deʼ versi, e nella rima. Dico anche la _rima_, perchè neʼ primi tempi non vʼera fra noi poesia che ne mancasse. Dellʼuso della rima presso i Latini neʼ tempi antichi, e neʼ secoli barbari, e dei versi regolati non dai piedi ma dal numero delle sillabe, parla a lungo il Muratori;[17] ma le sue erudite osservazioni tralascerò io di ricordare, come quelle che aliene sono dal mio argomento. I primi a poetare fra glʼItaliani furono i Siciliani secondo il Petrarca.
_Ecco i due Guidi che già furo in prezzo Onesto Bolognese, e i Siciliani Che fur già primi, e quivi eran da sezzo_[18]