Part 5
Che questa promessa esista, nessun lo nega, nessun lo pone in dubbio, e ben si sa essere stata la principale cagione, perchè nel 1821, Vittorio Emmanuele di Savoja abdicò la corona, ad ognuno deve dunque chiaro, e manifesto apparire non solo il disegno ma la condanna eziandio, della quale già ben se ne risente l'esecuzione! Era la politica dei Persiani rispetto ai Greci quella di indebolirli, e mantenerli divisi; la loro massima fondamentale di non permettere in Grecia l'aumento, e la felicità di nessuno stato, che potesse divenire abbastanza forte, onde a quello fosse poi agevol cosa, gli altri, a riunirsi contro l'Asia, nell'avvenire trascinare; per via del vergognoso trattato d'Antalcida, divenne il gran re, l'arbitro supremo del Peloponneso. La politica dell'Austria, è rispetto all'Italia interamente la stessa e da suoi alleati, che di vedere l'Italia avvilita, e serva sono contentissimi, viene quella funesta politica sfacciatamente approvata, per via dei succitati congressi: l'imperatore d'Austria, che par nato ad infamare la stirpe umana, è pure l'arbitro esecrabile dei nostri malavventurosi destini! Ma come fecero i Greci; che con la guerra posteriore, la vergogna di quel trattato ripararono; così dovranno pur fare gl'Italiani; per loro non vi dev'essere, del disegno di rovinarli sempre di più, ed interamente, il minor dubbio; egli non è solo visibile per l'avvenire, ma già si risente in giornata, si osservi che per la massima di ristabilire l'Europa nello _statu quo_ addottata nel congresso di Vienna, le due antiche republiche di Venezia e di Genova avrebbero dovuto essere rimesse; ma siccome sebbene tiranne ed aristocratiche nell'interno, mantenevano però all'estero in certo qual modo viva la riputazione Italiana, furono a perpetua estinzione condannate! Quella Venezia che nel medio evo padrona del Mare, contavasi fra le maggiori potenze del mondo! Che possedeva ella sola tante ricchezze quasi come tutte quelle riunite dei sovrani europei di quell'epoca. Quella Genova emola dello splendore di Venezia, che per tanto e tanto tempo si mantenne dalle molte, e forti tempeste che minacciavano la sua rovina, illesa, e godeva pure in Europa grandissimo credito, e ricchezza! Se furono invero ambedue da quella meteora distrutte, che uscita di Francia per dare la luce all'Europa, invece d'illuminare abbruciava, e dovette poi alle tenebre ed al pregiudizio, che l'incalzavano, lasciare il luogo, era puranche giusto che fossero queste republiche restaurate, ma siccome cambiando i loro ordini a seconda dei lumi del secolo, avrebbero sebben parzialmente tuttavia potuto in buona riputazione il nome italiano mantenere, furono da quei congressi condannate a mai più risorgere, mentre nel potere tutti quei re, principi, duchi, etc., in varie parti d'Italia ristabilivano! e che diritto avevano quei sozzi tirannucci, piuttosto di quelle republiche per essere dall'Europa in armi nell'antico seggio riposti? Furono le republiche in principio dalla volontà popolare stabilite, ed avrebbero dovuto essere come assai più legittime di questi manigoldi considerate! Imperciocchè questi con la conquista, il raggiro, o l'astuzia, pervennero anticamente al trono, e furono dalla forza cacciati, alla quale, poichè tenevano assai più in pregio la vita che l'onore, con massima viltà generalmente soggiacquero; e chi si nascose in una parte, chi si ritirò in un'altra, nessuno volle neppur tentar di mettere la sua vita in rischio, per la difesa di quel trono che abbominevolmente sporcava, volevano scappare, e non combattere, ecco i loro meriti, i loro diritti pei quali furono dagli alleati rimessi, espressamente col fine di tenere l'Italia raumiliata, depressa, ed abbietta! Prima però di abbandonare i loro sudditi nelle mani dello straniero affamato di rapine e di sangue, dall'obbligo del giuramento dato alle loro persone, quei tiranni gli sciolsero, ed esortarono a darne uno nuovo al conquistatore! La qual esortazione d'un re fuggitivo non significa nulla, perciocchè il nemico essendo padrone del territorio, se mai si fosse vacillato, se lo sarebbe fatto prestare per forza, non pertanto fummo legalmente sciolti dal giuramento dato a loro, ed il nuovo che si fecero dare nel 1814, essendo portati dalle bajonette degl'alleati, non è in nulla più valevole, di quelli prestati ad altri sistemi, ed in altre congiunture; portandosi a guardar più in dietro; vediamo che i nostri avi prestarono il giuramento alla forza, od all'astuzia, raggiro, ed inganno, e noi seguitammo macchinalmente a servare quello da loro fermato; vennero i Francesi, e ci obbligarono a darne un altro, alla libertà Italiana; poscia dovettero i Piemontesi ed alcune altre provincie, unite quindi alla Francia, cambiare nuovamente il loro giuramento, e darlo alla libertà Francese; rovesciato un pò più tardi, il governo republicano in Francia, e con l'imperiale in quel paese e reale in Lombardia, e Napoli, etc., surrogato, dovettero gl'Italiani spergiurare alla libertà, e giurare di essere fedeli all'impero ed al regno; vennero sei cento mila alleati a distruggere l'impero, il regno, etc., ed a mettere la superstizione, l'inganno, la viltà, i pregiudizj, e l'ignoranza in trono, ed eccoci di bel nuovo giuramentati ad essere fedeli in eterno, a questi nostri vecchi signori, dall'attual generazione sconosciuti, e dai buoni Italiani abborriti! Or noi diciamo, quale di tutti questi giuramenti dovrà essere per noi il più obbligatorio? Sarà egli il più antico, od il più recente? se ci si dirà essere il più distante, noi risponderemo allora, che sono invalidi tutti quei giuramenti dai nostri avi, agli avi degli attuali tiranni prestati; perchè noi dovremmo in questo caso servare quello prestato alla republica romana, come la più antica e ben conosciuta potenza italiana, che abbia in tutte le parti della Penisola dominato; se poi ci si dice che sia da servarsi il più recente, noi non vediamo perchè debbano gl'Italiani essere legati da un giuramento dato alla coazione straniera, e non abbiano diritto, di darne e servarne uno volontario, e recentissimo, che meriti veramente di essere servato, qual sarebbe quello che si prestasse all'unione, independenza, e libertà d'Italia? Ognuno deve da ciò essere persuaso, che nè il giuramento dato da noi o da nostri avi per conto nostro, agli antichi dominatori in Italia, nè quello al conquistatore straniero, nè quello ai restaurati nel 1814, sia obbligatorio, perciocchè non furono da un movimento universale di popoli in loro favore liberamente pronunziati, ma dalle armi straniere colla forza richiesti, che a chiunque si negasse di voler loro prestare il giuramento di fedeltà, e sommissione, avrebbero alla mannaja del carnefice, sottoposto; viene da tutti i giurisperiti riconosciuto, che un giuramento coatto è nullo, e da non servarsi; epperciò i tiranni di Napoli, Ferdinando e Francesco, il tiranno Ferdinando di Spagna, il tiranno Giovanni di Portogallo, sebbene in nessun modo fossero stati a concedere certe moderate costituzioni forzati, se non dalla loro speziale grandissima paura, non dimeno, per dare una idea di giustizia al loro procedere, (che in fatti non era che un chiaro, e patente tradimento per rovinare vieppiù i loro popoli), e per coprirlo di un velo ipocrita riconobbero la suddetta massima, dichiarando d'essere stati violentati, e non valere un giuramento dell'uomo, che non è libero; ora noi ripetiamo, siamo forse noi liberi di rifiutare il giuramento ai nostri tiranni quando lo richiedono? No certamente; perchè se uno ardisce di rifiutare, lo mandano all'istante come ribelle alle forche; dunque noi più di loro siamo da qualunque giuramento svincolati, che sia da noi stato in addietro a loro prestato; oltracciò ella è cosa certa, essere delitto servare un giuramento quando si conosce quello essere contrario alla libertà, e dell'esercizio dei diritti del popolo, impeditivo, di pregiudizio al paese, e funesto alla felicità e tranquillità dei compatrioti; e tutte le persone convengono che: _Judicio caret juramentum incautum; _ e che: _si vero sit quidem possibile fieri; sed fieri non debeat vel quia est per se malum vel quia est boni impeditivum, tunc juramento deest justitia, et ideo non est servandum_: mettiamo dunque in non cale, anzi con tutto cuore abborriamo quella formalità del giuramento prestato ai tiranni, alla quale fummo nostro malgrado costretti, e che non è, se non per via del tormentoso patibolo obbligatoria; come non sarà per ripugnare, ad un cuore veramente italiano, d'essere da quella costretto a servire i capricci d'un tiranno, ajutarlo nelle rapine; oppure dare la roba, e fino la propria vita, per ingrassare un imbecille dominatore, poltrone, e maligno, in detrimento della massa de' cittadini, e della gloria della sua patria? Diasi dunque, ripetiamo, un nuovo giuramento all'Italia! Sarà quello senza dubbio inviolabile, perciocchè ogni cittadino verrà egli stesso ad eseguirlo, e mantenerlo personalmente, interessato, non meno che a costringere tutti gli altri ad osservarlo, mentre dall'osservanza esatta di quello, saranno il ben essere di tutti, la felicità, e gloria del suo paese dipendenti!
Ci pare di aver sufficientemente provato che trovasi l'Italia nell'ultimo grado di abbjezione, per essere stata da lungo tempo in qua, negativa, o passiva negli avvenimenti europei; per la sua vile prontezza nel sottomettersi a chiunque più forte di lei, falsamente stimava; e per aver tutti i gabinetti d'Europa piuttosto alla sua prosperità, elevazione, e grandezza contrarj che favorevoli, e soprattutto alla sua unione in un corpo solo di nazione, decisamente opposti; perciocchè se avviene un giorno che questa, sotto le stesse leggi, sotto lo stesso impero si riunisca, che tutta la sua energia attualmente dilatata, separata, e sparsa, ad un solo, e comune centro sia rispondente, sarà in poco tempo, ad un tanto alto grado di potere, di forza, e di grandezza per giungere, che i più potenti gabinetti d'Europa nè possono, nè vogliono tollerarne l'idea, poichè bene scorgono, che se non pel momento presente, certamente nell'avvenire, questa nazione ardita, ed intraprendente, divenuta florida, e prospera abbaglierebbe col suo splendore quelle che sono attualmente le più resplendenti, la nostra influenza diventerebbe preponderante in Europa, ed ecco il perchè, o apertamente o copertamente, tutti i gabinetti sono, per così dire, di comun accordo congiurati a tenerci avviliti, disprezzati, e di niun conto nella politica generale; abbiamo veduto, come siamo, non solo obbligati a violare quel giuramento dato alla forza, ma bensì a darne uno nuovo all'Italia, e ci pare aver le obbjezioni più delicate che far si possano dai contrari alle insurrezioni, con ogni scrupolo vittoriosamente respinte. Abbiam pure dimostrato che non ci manca nè la forza, nè gli elementi per resistere contro qualunque nemico, se veramente saremo armati di quella ferma volontà, che ad un tal uopo è necessaria; soggiungeremo quindi, per avvertimento degl'amatissimi nostri compatrioti, quanto dall'illustre scrittore Raynald viene in proposito di rivoluzione consigliato, cioè: che sollevato un popolo contra i suoi oppressori al momento che questo, schiavo del despotismo spezza le catene, e commette la sua sorte alla decisione del brando, è costretto di esterminare tutti i tiranni, di annichilarne la razza, e la posterità, di cambiare per intiero quella forma di governo, di che fù vittima da secoli: e se non osasse di ciò fare interamente, sarebbe tardi o tosto ben punito di non essere stato coraggioso che a metà, il giogo ricadrebbe con maggior forza, e peso sulla sua testa, e la simulata moderazione de' suoi tiranni, non sarebbe che una nuova insidia, dalla quale verrebbe accalapiato, ed incatenato per sempre: ci è stata questa verità gl'anni scorsi in Napoli, Piemonte, Spagna, Portogallo bastevolmente dimostrata; e da quella persuasi tutti gl'Italiani, che non avranno mai felicità da sperare se non insorgono, e fino all'ultimo, i tiranni che calpestano l'Italia, siano essi indigeni o stranieri, non distruggano; che non hanno bisogno di alcun appoggio straniero per divenir felici, nè debbono aver timore degli eserciti nemici, che siano ad invadere il nostro territorio disposti, fosse pur anche il loro numero d'un milione d'uomini, se forti, e decisi metteranno in pratica i precetti da noi in questo trattato minutamente esposti, e con argumenti ed estratti storici, comprovati; dal quale, fatti delle loro forze capaci, potranno trarsi da per se stessi, da quella fetida fogna, in che sono per essere affogati, e faranno sì che la loro patria, occupi quella brillante posizione in mezzo agli stati europei, a che viene dalla natura favorevolmente destinata.
Dice un autore moderno: che ai soli popoli classici, è concesso di riprodursi col loro proprio genio, o per via d'una recondita essenza, propria della terra degli eroi, e del sapere; ben chè lo straniero per sua convenienza gli privi dei loro mezzi, conoscenze, e virtù, ed estenda il vizio, l'ignoranza, e la miseria. Si domanda continuamente, che cosa sia la fenice d'Arabia, ella è l'Italia, che sempre rinasce dalle sue ceneri! Sì! e tocca pure oggi a questa fenice di rigenerarsi, svellendo il male dalla sua radice, se vuole la sua intiera rovina prevenire, essa è ben conscia, che da qualche tempo, i suoi tiranni la guardano con maggior avversione, e furore perchè sanno di essere dagl'Italiani abborriti; che la sua rigenerazione non potrà mai essere intiera, se uno solo lascierà in vita di quelli, avvegnacchè alcuno possa imbelle, mansueto, o nullo parere; che nessuna confidenza dovrà riporre in coloro, che la resero l'obbrobrio delle nazioni, e la tengono come loro trastullo; essa ben vede che una volta unita, independente, e libera, diverrà felice, e possente; che il fertile suo territorio darà un triplo prodotto di quello d'oggidì, che i costumi depravati, e molli, per via delle buone instituzioni diverranno migliori; che il vizio sarà precipitato dal trono, ed alla virtù verrà nel cuore di ognuno, un altare innalzato; che numeroso, attivo, obbediente alle leggi da lui fatte, o consentite, felice il popolo nell'interno; con la sanità, robustezza, e valore in una guerra laboriosa con le fatiche acquistato, si farà rispettare dagl'esteri, e quelle messi, che non saranno più scialacquate dai tiranni domestici, o dallo straniero divorate, vorrà, e saprà ostinatamente difendere; che venti milioni d'uomini uniti, liberi ed independenti, d'un genio maraviglioso, godranno come nazione, fra le potenze europee quella considerazione, che (quando schiavi deboli e divisi, non eccitavano che la compassione, o il disprezzo di tutti) giustamente gli rifiutavano; che spariranno le miserie, le iniquità, e vizj, per dar luogo al regno dei lumi, della prosperità, dell'abbondanza, e delle virtù; che tutte le parti della Penisola egualmente floride, egualmente contente, avranno fra di loro facile comunicazione, ed utilità comune; dimodocchè al primo cenno tutte le forze nazionali troveransi, laddove sarà il pericolo tosto riunite, per defendere i confini ma non per estendersi; essa già ben conosce i tanti e tanti beni che si dovrà a quell'uopo da una generale insurrezione promettere. Accingiamoci dunque all'opera, Italiani; svelgasi dalle fondamenta la gotica mole, facendola con terribile, inaudito scoppio precipitare; rimangano gli stranieri, ed i tiranni sotto le sue rovine sobissati, si annientino quei rapaci e sanguinosi nemici d'Italia, il cui solo intento è stato, e sarà sempre, di comandare, di sforzare, di uccidere, e di rapire, che mettono la crudeltà, la menzogna, il tradimento, le invidie, le minacce, e lo spavento indistintamente in uso, che producono le false, ed infide amicizie, le paci simulate, e le pestifere, infinte lusinghe! Si celino le loro ossa agli occhi d'ogni vivente, se ne perdano le vestigia, e solo la loro memoria rimanga perpetuamente al cuore di ciascun Italiano, cagione di fremito ed orrore....
Per giungere a quel punto, converrà insorgere contro i nemici, e giurare di fargli una guerra eterna, ed efficace; sguainar con animo deciso la spada e gettarne per sempre via il fodero. Non mai abbattuti da rovesci, risorger sempre finchè non siano compiutamente annichilati; trasportato l'Italiano da santissimo patrio furore, si slancierà con il pugnale alla mano, contro il barbaro Goto, che a bajonetta spianata l'attende, lo affronterà petto a petto, glie lo immergerà, tutto tutto nel cuore, e strapperagli dalle mani quello schioppo, che gli è per ammazzarne degli altri, necessario; abbandonate le pianure, in luoghi scabrosi ed inacessibili raccolti gl'insorti, piomberanno da ogni parte con furia, ed accanimento sull'atroce, sfinito ed affamato avversario; risoluti gl'Italiani di morire piuttosto che al giogo infame degli stranieri, e tiranni interni star sottomessi, assai più la servitù che la fame temendo, disposti a cessare di esistere sulla terra piuttosto che strascinar come schiavi una vita obbrobriosa, lascieranno come dice il citato Raynald, il nemico, e suoi squadroni, battaglioni, armi, vettovaglie, munizione, ospedali, etc., nelle pianure, e nel cuore delle montagne, senza bagaglio, senza tetto, senza provigioni ritireransi. Saprà la natura nutrirli, e difenderli, dimorino in quelle, degli anni, se sarà d'uopo, per aspettare che il clima, il caldo, l'ozio, le dissolutezze abbiano divorati e consumati quei numerosi campi di stranieri, che non avranno più nè da sperare bottino, nè allori da cogliere; scendano coi torrenti dai monti per sorprendere il nemico nelle tende dove riposa, e distruggere le sue linee; disprezzino finalmente gl'ingiuriosi titoli di briganti ed assassini, che gli saranno dati dai nemici: ed in questo modo riporteranno una certa e compiuta vittoria. Questo sistema applicato all'Italia, e sviluppato in tutti i principali particolari, per quanto meglio a noi sia stato possibile, forma l'oggetto del nostro trattato.
Eccovi dunque Italiani il metodo per guidarvi! La teoria delle vostre operazioni, i precetti della sola guerra che in oggi vi convenga: a voi tocca di mettervi in campo! Sventoli una volta lo stendardo Italiano! Risorga l'europea fenice! Spieghi nuovamente l'aquila del campidoglio le sue ali dal ferro straniero fin oggi a vergogna nostra tarpate! Vendichiamo la nostra bellissima patria da tante sofferte ingiurie, e cada non meno inesorabile, che intiera la nostra vendetta sopra gli autori del suo scorno e delle sue sciagure! che l'impuro sangue dell'abborrito tedesco, a quello della razza degenerata de' nostri tiranni commischiato, ci asterga finalmente dalle contaminazioni, che finora la nostra cara Italia bruttarono! Venga con quest'olocausto dall'oppressione in perpetuo liberata! Col fuoco e col ferro fino all'ultimo de' nostri nemici si distrugga, e facciasi con questa intiera vendetta, qualunque dei gabinetti europei, che avesse intenzione di inturbidare nell'avvenire il nostro riposo, ragionevolmente paventare! I nemici nostri, gli sciocchi e deboli di tutto il mondo, faranno le maraviglie, ci chiameranno ribelli, barbari, assassini, briganti, violatori dei diritti, perchè non verranno da noi tutte le pretese leggi della guerra osservate; noi sorrideremo con disprezzo a queste stolte invettive, e direm loro che barbari, assassini, briganti, e violatori dei diritti erano i sozzi Tedeschi, e tiranni nostrali, che noi abbiamo trucidati o siamo attorno ad esterminare; in fine che il nostro diritto è fondato sulle leggi della natura da loro barbaramente conculcate! Cada, o Italiani, la spada vendicatrice su tutti i delinquenti! Purghisi da quel turpe stuolo d'infami il suolo della nostra bella penisola! Riviva l'antico valore negl'italici petti! Vengano le virtù di Roma nel premiero loro seggio riposte! Si corra tosto armata mano, all'alto, e glorioso acquisto dell'unione, independenza, e libertà della nostra afflitta patria! da che solo ne può essere ingenerato lo splendore, la gloria, e la felicità d'Italia!
DELLA GUERRA NAZIONALE D'INSURREZIONE PER BANDE, APPLICATA ALL'ITALIA.
CAPITOLO I.
IDONEITÀ DELL'ITALIA PENISOLA ALLA GUERRA PER BANDE.