Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia Trattato dedicato ai buoni Italiani da un amico del Paese

Part 4

Chapter 42,865 wordsPublic domain

Potrà per avventura un qualche malvagio, od imbecille, quella ingiuriosa obbjezione opporci, che i nemici d'Italia compiacevansi nei secoli scorsi di trombettare, cioè che non fossero gl'Italiani atti alle armi, perchè troppo essendo dalle loro effeminatezze e vizj spossati, erano resi deboli come donne; dovrebbe la voce dell'Europa intiera testimone del valore italiano quest'ingiuria smentire non di rado ancora dagli stranieri al dì d'oggi rinnovata, e sebbene calunniosa, non dimeno dagl'Italiani ben meritata finattantochè non siansi da quel fango della nullità e del vituperio che gl'imbratta interamente, sbruttati; a quest'obbjezione tuttavolta noi risponderemo che le relazioni, e le storie delle guerre da Napoleone in Italia, Germania, Russia, Prussia, Spagna, etc., sostenute, bastano per provarne la inconsistenza, imperciocchè a tutto il mondo fanno palese che quegl'Italiani i quali sotto la grossolana, e bestiale direzione dell'incomportabile Austria, e de' stupidi e maligni loro tiranni, come pecore davanti i Francesi la davano bruttamente a gambe, furono in quelle guerre parte, integrante, e forte dell'esercito napoleonico, possono a giusto titolo fregiarsi degli allori in abbondanza da quelle legioni mietuti, ed erano in ogni rispetto se non migliori, senza dubbio ai loro conquistatori eguali; ma se ci si dicesse che quei prodi sono al giorno d'oggi o già passati ad altra vita, o vecchi troppo per guerreggiare, noi risponderemmo, che forse non saranno i presenti Italiani come quelli tanto usati alle battaglie, perciocchè loro mancò l'opportunità di acquistare sui campi della gloria la necessaria sperienza, ma che non è il valore qualità esotica in Italia e che ben al contrario ella è peculiare della gioventù attuale atta più di qualunque altra ad intraprendere, e sostenere una guerra leggiera, per bande, nella quale affrontando a bella posta con ardire i pericoli, e rendendosegli famigliari, sarà luminosi trionfi per riportarne: continui e difficili combattimenti nelle montagne dai Greci antichi sostenuti, assaissimo contribuirono a renderli poi nelle battaglie campali alla pianura vittoriosi; vinsero primieramente i Barbari, ed i Sciti nelle gole dei monti e quindi appresso in pianura dense nuvole d'Asiatici dissiparono, sui quali non meno una decisa superiorità, che la certezza morale della vittoria, per quanto fosse il loro numero, avevano in quel modo acquistata. Così faranno pure gl'Italiani attuali, cui se forse manca per ora l'arte, non manca certamente il valore, migliaia d'esempi non meno degli antichi tempi, che dei moderni potrebbersi citare, tutti la bravura italiana comprovanti: non meno gagliardi nell'esecuzione, che abili a comandare, e ben dirigere, figurarono essi brillantemente nelle file francesi, ed al buon successo delle conquiste di Napoleone, pure nostro compatriota, perchè nato italiano, assaissimo cooperarono; e di quanti generali ed uffiziali superiori distintissimi, che le pagine della gloria francese illustrarono, quel paese nelle sue produzioni, da più di tutti gli altri, non gli ha per avventura forniti? Non era forse Italiano quel maresciallo Massena, figlio prediletto della vittoria, dopo Napoleone il miglior duce degli eserciti francesi? E i Rusca, i Fresia, i Seras, i La Villa, i Pino, i Lecchi, i Zucchi, i Severoli, Pejri, Eugenio, Mazucchelli, Rossaroli, Russo, etc., e tanti e tanti altri prodi, e valorosi guerrieri, non meno abili, non meno celebri dei migliori generali francesi, che se non sopravvanzarono al certo viddersi, più che del pari all'acquisto della gloria valentemente camminare? Quei sciagurati che per le funeste sconfitte di Rieti e di Novara dovettero all'ingiusta taccia di codardia soggiacere, mentre tutto da mala direzione, e vicendevole invidia dei capi proveniva, non provarono essi tanto in Ispagna, che in Grecia con tratti maravigliosi di uno straordinario valore, non essere di quella nefanda imputazione meritevoli? Pacchiarotti, Brescia, Cepi, Gaddi, Lubrano, Bussi, Arrighi, e trecento altri prodi colleghi che in difesa della libertà di Spagna, carichi di ferite, dando uno stupendo esempio di stoica fortezza sul campo dell'onore combattendo spirarono, non erano essi tutti di quelli che si trovarono in Rieti, od in Novara? E se volgiamo l'occhio alla Grecia, non vediamo noi un Tarella lasciato in abbandono dai Greci al campo di Peta, e per ogni parte dai Turchi furiosamente assalito, far testa con un pugno de' stranieri ad un numero molto maggiore di nemici, non tralasciando la pugna finattantochè non cade sul posto che difende, da mille colpi trafitto? Un Raseri che con mirabile arte la difesa di Missolungi diretta, dopo aver fatto per mezzo di certe mine avvedutamente praticate, saltare parecchie colonne turche in aria, e dopo aver per varie ore il passaggio della breccia contrastato, combattendo da leone, perdè valorosamente la vita! Un Basetti, che mortalmente ferito e dal sangue che scorrendo da molte parti del suo corpo gorgoglia da capo a piedi cosperso, tutta l'energia vitale a se rechiamando, con un incredibile magnanimo sforzo stende ancora prima di spirare, nove Turchi al suolo, compiendo con quell'eroico slancio d'impareggiabile valore, la sua virtuosa e brillante carriera! Un Santa Rosa, che nell'isola di Sfacteria, lasciato solo in fronte ad un numeroso stuolo di nemici, con raro sangue freddo s'arresta, si rivolge ad un suo compagno cui impone di ritirarsi e così soggiunge: Farò in oggi palese al mondo che uno eravi almeno in tutto quest'esercito che non paventava la morte: ciò detto spara un'archibugiata contro il nemico, dal quale viene immediatamente circondato e tagliato a pezzi! Un Pecorara, modello di virtù cittadina, che nello stesso modo abbandonato, combatte solo contro un drappello di nemici che ferisce, e contiene parecchie ore, a cui essendo però alla fine costretto di soggiacere, preferisce alla resa od alla fuga, una gloriosa morte, è la sua testa inviata a Costantinopoli, attesa la pertinacia da lui dimostrata nel combattere ove trovasi qual brillante trofeo, d'indomabile nemico, al serraglio collocata! Un Rittatore che, comandante d'una batteria, da forza maggiore assalito, si lascia tagliar a pezzi sul cannone piuttosto che cederlo, od abbandonarlo? E cento e cento altri che non finiremmo se tutti volessimo enumerarli? Non potranno al certo essere quelli di codardo procedere accagionati, come neppure quei loro colleghi, che pur con onore combatterono, ma che non sappiamo se dobbiam dire per buona o per mala fortuna, loro non toccò la sorte di morire! Non son codardi no quei migliaia di forti rimasti a trascinare nella miseria, ed amarezze di ogni sorta quella vita che alla patria consagrarono, e che pel suo miglioramento ancor sarebbero ben contenti di sagrificare! Chiaro dunque appare che non mancano gl'Italiani d'animo, spirito e capacità guerriera, ma che solo trovasi questa, per la sozza schiavitù che gli opprime, come paralitica intirizzita. Se quanto abbiamo di sopra esposto per intieramenle convincere un qualche ostinato non bastasse, noi ci varremmo delle parole del ben noto cavaliere Follard, nella sua storia di Polibio, al tomo quinto, pagina 379, alle quali non potrebbesi, senza taccia di scimunito o di mentitore, dei falli obbjettare: dappertutto, dic'egli dove nascono uomini, nascono soldati, e se questi mancano, quando gli altri abbondano, il torto è del governo, perchè nulla è più facile che formare un'eccellente milizia, ed uffiziali per condurla, e ciò in minor tempo che si crede; se ne vuole forse un bel esempio? Citare Pelopida ed Epaminonda, che di un numero di Borghesi di Tebe, senza nessuna esperienza di guerra, ne fecero dei soldati intrepidi, sarebbe riandare cose troppo lontane; contentiamoci di citare Pietro il Grande, Czar di Moscovia, il più grand'uomo che sia comparso al mondo dopo gli antichi, che col mezzo di un'ammirabile disciplina, cambiò i suoi sudditi per lo addietro dispregevoli in intrepidi soldati: portano pure la stessa opinione, i più grandi politici conosciuti; Polibio e Tacito, non meno che un'infinità d'autori antichi e moderni, sono dello stesso parere; non v'ha dubbio dunque sulla capacità degl'Italiani alle armi, e solo sono, e meritano di essere in niun conto per la guerra dell'Europa tenuti, perchè non vollero fin ora, con uno scopo onorevole per la nazione impugnarle; ma presa una volta quella tanto sublime determinazione non molto lontana, e pervenuti a scuotersi, ed infiammarsi, vedransi (noi siam persuasi) gli antichi prodigi di valore dei mai sempre illustri avi nostri ben tosto con somma gloria ripetere.

Altri, educati alla scuola di Buonaparte, o timidi di cuore, o pseudi-filosofi, più stranieri che italiani, non vogliono persuadersi, che la nazione abbia l'energia, e volontà necessaria per digiogarsi da se sola, senza che siale mestieri d'aver all'appoggio straniero, ricorso, la loro mente presenta sempre ai lor occhi l'Italia ai tempi dell'invasione di Carlo VIII di Francia, o di Buonaparte; essi altro non vedono che quegl'Italiani ora dall'uno, ora dall'altro disprezzati, e malmenati, che sopportando a capo chino e ginocchia piegate le ingiurie degli stranieri; la mano del carnefice che gl'immolava, umilissimamente baciavano! Non considerano questi che le circostanze d'allora, erano da quelle d'oggi ben differenti; che il modo di pensare, e di agire degl'Italiani è cambiato, che il loro genio si allontana per adesso dalle scienze e le belle arti per addirizzare le sue brame ad una più solida, e brillante gloria, cioè per quella degl'antenati riacquistare, che qualunque buon italiano respinge con isdegno l'idea di essere stromento, od agente dello straniero; ben compresero per esperienza gl'Italiani essersi giustamente apposta Madama di Staël, quando stabilì per massima che: la libertà non vuol essere data, ma vuol essere presa: l'Italia più che qualunque altro paese ha già provato quanto valga la libertà dagli stranieri accordata, che quando, sotto Napoleone, scesero i Francesi dalle Alpi, le dissero che venivano a trarla dalle sozze mani d'una razza di degenerati dominatori, che come tiranni, non erano della sua stima, nè del suo amore meritevoli; che agl'Italiani come liberatori si presentarono, e dichiararono loro socj, loro uguali, e come loro liberti da schiavitù redenti, cui per diritto il godimento della libertà, ed independenza giustamente spettava! Erano queste parole certamente bellissime, ma non furono che parole, e ben conoscono in oggi gl'Italiani altro che buone parole inutili non doversi dallo straniero aspettare; e per verità quali furono i fatti? Spogliarci, tenerci dipendenti, divisi, schiavi, col nostro sangue, e con le nostre sostanze farci ad ajutare, ed aumentare la loro gloria, contribuire, grande porzione della quale, fu senza dubbio opera nostra, per poi con biasimevole mancanza di generosità, nelle loro storie e relazioni di quell'epoca, finanche dei meritati encomj che ci sono per giustizia dovuti, del tutto defraudarci! Ecco la libertà regalataci dai Francesi! Che dovremmo noi dire di quella che dagl'Inglesi potrebbe l'Italia sperare? Le promesse e dispromesse di lord Bentink, la tergiversante, cupa, e turtuosa, condotta di quel gabinetto in tutti gli affari d'Europa, quella che tenne ultimamente rispetto al Portogallo avendo egli stesso consigliato ed animato il tiranno Miguel, a rientrare in Lisbona, e tosto le truppe sue, che quella città presidiavano ritirate, alfine di lasciare quella feroce tigre in arbitrio di saziare le sue scellerate brame nel sangue dei poveri Portoghesi, che quantunque tremanti, pel timore della mala fede inglese, avevano però seguito l'impulso costituzionale in certa qual apparenza dato dall'Inghiterra, e furono quindi, a bella posta ed a sangue freddo, al saccheggio, al carcere, al fuoco, all'assassinio, da essa crudelmente abbandonati! La liberalità, la virtù, l'umanità, di quel ministero già, è a tutto il mondo ben nota e sopra tutto la sua lealtà che dai fatti succitati chiaramente appare; noi non vogliamo supporre vi esista nessun Italiano di senno, che in buona fede speri nell'intervento di quella potenza, onde all'acquisto della sua independenza, e libertà, pervenire. Trattare poi della cooperazione, che a quell'uopo, si possa dall'Austria, Russia, o Prussia sperare, ci parrebbe altrettanto ridicolo, per chi lo trattasse, come sciocco per chi potesse pensarlo; infine consultino con attenzione le storie, e guardino gl'Italiani se v'ha in quelle un solo esempio che le bajonette straniere abbiano mai una divisa nazione unita, o resa forte quando era debole, che le abbiano data l'independenza quando potevano dominarla; e la libertà, quando più forte si potevano da quella come schiava far servire? Sappiano gl'Italiani, che nulla hanno da sperare dall'estero, se non catene o guai; che non saran mai felici, se non si sentono da loro stessi capaci di quella felicità procurarsi, che mai potrà dalle bajonette degli stranieri emergere! Chi non è da per se atto a procacciarsi la felicità, e d'uopo, è ad uno più forte di lui per ottenerla, sommessamente ricorrere, tardi o tosto sempre se ne avrà da pentire, imperciocchè l'umiltà, e l'obbedienza che debbono sempre il ricorso al forte accompagnare, mettono il ricorrente nell'intera dependenza sua, egli se ne approfitta pel solo suo particolare vantaggio, e nulla più si cura delle promesse fatte, di far felice il debole imbecille che in lui aveva tutte le sue speranze, riposte.

Altri vi sono, che ben conoscono, il niun conto, in che si deve un appoggio straniero, tenere, se veramente si ha per iscopo la felicità d'Italia, che riconoscono pure la facilità d'acquistarla, se fermamente la maggior parte degl'Italiani la vuole; ma che, per sciocchezza o per debolezza di spirito, e di cuore, o per educazione assuefatti a veder nero, ciò che in fatti è bianco, a considerare il giusto per l'ingiusto, e così viceversa, dichiaransi amatori della cosa, ma non dei mezzi da impiegarsi per ottenerla, e così dicendo nulla dicono di vaglia, e coloro dansi per paurosi, colla maschera d'umanità, e diritto, a divedere. Ci sia permesso, all'oggetto di persuadere questi ripugnanti al nome di rebellione, di citare le parole del celebre Wilkes, al parlamento d'Inghilterra, quando trattavasi della questione americana; sappiate dunque, diceva egli, che una resistenza che riesce a suo fine si chiama una rivoluzione, e non una ribellione; che il nome di rebellione, sta scritto sul dorso del sedizioso, che fugge, e quello di rivoluzione brilla in sul petto del guerriero vittorioso: nel vincere dunque sta la sentenza riposta, non nei mezzi adoperati; il male consiste solamente per noi nel mancare di cuore, imperciocchè tutte le ragioni d'insorgere sono dalla nostra parte. Ben lor conviene pure di conoscere, a quest'Italiani di parole, e non di fatti, i più dannosi alla patria che forse vi esistano, ciò che dice il celebre Locke! Cioè: che ogni governo legittimo deriva dal consentimento del popolo, perchè siccome gli uomini sono naturalmente eguali, nessuno possede il diritto d'ingiuriar gli altri, nella vita, salute, libertà, o proprietà, e nessuno di quanti compongono la società civile, è obbligato di star soggetto al capriccio degli altri, ma solamente a leggi fisse, e conosciute, fatte pel benefizio di tutti: non si debbono stabilire tasse, senza il previo consenso della maggiorità espresso dal popolo stesso, o dai suoi delegati; i re, i principi, i magistrati ed impiegati di ogni classe, non esercitano altra autorità legittima, che quella stata loro delegata dalla nazione, e pertanto quando quest'autorità non s'impiega in prò della communità, allora il popolo ha diritto di riassumerla, in qualunque mani sia essa collocata: saravvi alcuno che osi ancora opporsi al giudizio di questo valente, e rinomatissimo scrittore? chi si opponesse, non potrebbe esentarsi dalla taccia di scioccone imbecille, o di malvagio inumano; eseguiscono i principi d'Italia, quanto dice Locke, esser loro dovere di eseguire? No; commettono essi quei delitti pei quali, dice il citato autore, aver diritto il popolo di riassumere l'autorità, e spogliare coloro che ne sono rivestiti? Sì, senza dubbio; dunque noi abbiamo tutto il diritto; quando si trova il buon diritto, colla volontà, e la forza congiunto, i mezzi sono tutti buoni, purchè, chi con sfacciataggine lo conculca si rovesci, e compiutamente si distrugga; noi siamo in quel caso e fin da secoli; non può l'esistenza dei nostri nemici essere che passeggiera in Italia, se noi lo vogliamo; perchè siamo assai di loro più forti, e la base, sulla quale poggia il loro potere, altro non essendo che la forza artificiale, al momento che si troverà questa da una maggiore opposta, non potrà evitare di venir del tutto sobissata; non può l'antichità in nessun modo la violazione del diritto confermare, solo rende necessarj, più violenti rimedj, sono quelli dalla giustizia non solo permessi, ma indicati, ed è cosa giusta, e doverosa lo avere al ferro, ed al fuoco, ricorso, per questa inveterata piaga risanare, cioè per esterminare i tiranni e svellere fin dalle sue radici, l'insopportabile tirannia; aggiungasi eziandio quanto pure dal Locke viene in proposito soggiunto: ma se una lunga serie di abusi, prevaricazioni, ed artificj, tutti tendenti ad uno stesso punto, rendono visibile al popolo un disegno, in maniera che tutti risentano il peso, che gli opprime, e vedano il termine, a che sono condotti, non sarà da stupirsi se si solleveranno, e depositeranno il potere in mani, che gli assicurino gli oggetti, pei quali fù istituito il governo: a chi non son noti i raggiri, gli artificj, messi continuamente in opera per tenerci divisi, poveri, senza riputazione ed impotenti, alfine di non dar ombra ai vicini, ed essere all'infame Austria eternamente sottomessi? Chi non lo vede? Chi potrà negarlo? Si veggano i protocolli dei congressi di Vienna, di Parigi, di Lubiana, di Trappavia, e di Verona, ed in quelli non solo un disegno, non solo una tendenza, non solo un vago progetto di rovinare l'Italia per sempre, scorgerassi, ma una condanna inappellabile, definitiva, atroce da quei congressi pronunziata onde impedire che mai più possa nell'avvenire risorgere, ed essere una volta fra le nazioni rispettabili del mondo annoverata! Sono pure notorie le promesse d'uffizio fatte da tutti quei principotti vili, che tiranneggiano l'Italia, al loro padrone il tiranno d'Austria, _di non mai accordare nessun cambiamento nel sistema di governo, che possa migliorare la condizione dei loro sudditi_!