Part 35
Potrà il condottiero, per privato concerto co' cittadini, una mano de' suoi volontarj, nella piazza, di celato, introdurre, ed in casa della persona, con la quale tiene trattato, alloggiarli: potrà quella in un bel giorno, una porta, una poterna, un acquedotto, una latrina, per dargli il varco, all'ora, al momento dal condottiero determinato, aprire: mentre dassi la scalata alle mura, nel bollor dell'attacco, incendiando in varie parti la piazza, porgergli convenevole ajuto; cospirare con gli abitanti, e per opinione, o per timore, in cooperazione alla resa della piazza portarli, ed a ciò, colle armi e coll'inganno cooperare. Se ferma è co' soldati la posta, potranno le velette, e le scolte, senza sparare o gridare all'armi, lasciarlo davanti le guardie quetamente passare, oppure ad un bel giorno, tutt'i loro superiori benanche avvelenare, finalmente in quelli sta di poter, senza rumore, la fortezza nelle sue mani, amichevolmente rimettere. Ma sarà sempre con quelli più che coi _civili_, di far le pratiche, pericoloso, ed assai maggiore diffidenza sarà con loro mestieri di usare. Onde la parte, sull'acconcio modo d'impadronirsi delle fortezze per privata consegna, di che preso abbiamo a tener ragionamento, compire; citeremo in esempio la presa di Figueras, fortezza delle più formidabili d'Europa, malagevole da pigliarsi se mai verun'altra ne fù, dalla natura e dall'arte resa fortissima, che comandata dal generale Guillot, al dire del generale San Ciro, alla pagina 272, cadde in potere di una mano di contadini in numero assai inferiore alla guarnigione dal rinomato condottiero, il dottore Rovira, capitanata. Ecco il nostro dotto Vacani, come spiegasi a tal proposito: «Era giustamente quell'epoca in cui l'armata di Catalogna veniva indebolita della truppa più attiva, ed in cui l'armata d'Aragona, ricevuto quel rinforzo, meditava maniera di adoperarlo prontamente, trovandosi l'un comandante d'armata a Saragozza, l'altro a Barcellona, Suchet, per radunare i mezzi, onde por mano al nuovo assedio, e Macdonald per aprirsi carriera colle poche sue truppe nell'alta Catalogna e liberare, se possibile, la linea d'operazione colla Francia: quando gli Spagnuoli, riconosciuto il bell'istante e cogliendolo da astuti, consumarono l'ardito loro piano di sorprendere Figueras. Erano in questa piazza due guardamagazzini catalani, di nome Zean, e Palapos, sotto al comando d'un capo commissario francese. Eglino avevano saputo ispirare tal confidenza, ch'eran loro lasciate le chiavi non meno de' magazzini interni che di quelli sotterranei che mettono ne' fossi della fortezza per la piccola poterna praticata sotto al ponte levatojo della porta principale. Il colonnello Rovira, di cui più volte si è parlato, come di uomo feroce, ed intraprendente, sedusse facilmente con pochissimo premio, quei due Spagnuoli, ebbe le chiavi di detta poterna, anzi tanta trovò in que' due l'affezione alla causa nazionale, che offerironsi spontanee ad esporre ad ogni azzardo la propria vita per agevolargli il riacquisto della piazza, recandosi eglino stessi la notte che si fosse stabilito, ai magazzini onde aprirne agli aggressori l'accesso per didentro, e con accese faci illuminare ai loro passi il sito, guidargli ai quartieri del presidio, e del generale, e render in un istante solo, nulla la difesa ed intiera la vittoria. Ciò adunque stabilito, si trascelsero da Rovira settecento tra i più arditi micheletti dell'alta Catalogna, perchè affrontassero i primi pericoli ed aprissero ad una più numerosa colonna di truppe regolari, comandate dal generale Martinez, il passo alla conquista che gli sarebbe, in tal modo, agevolata. Tutto era pronto al principiare di aprile, per che si avesse in una notte ad eseguire la sorpresa: Macdonald rimanevasi isolato in Barcellona, Baraguey d'Illers era debole, e diviso tra Gerona, Hostalrich e la costa di Palamos, nè un più favorevole momento offerto si sarebbe per venire al riacquisto di Figueras, senza il timore di esservi di subito investiti. Non altro dunque, sembrava che si aspettasse, se non che la riunione di tutt'i corpi Spagnuoli, e la sortita dalla piazza della parte più attiva del presidio, che propriamente consisteva negl'Italiani sotto gli ordini del capo battaglione Mazzoni. Accadde di fatto che nel mattino del dì 9 aprile, il governatore, allo scopo di raccogliere viveri d'intorno, e dissipare alcuni pochi attruppamenti che dicevansi formati nella valle limitrofa di Avinnonet, fece uscire la colonna italiana e porre a guardia dei bastioni e delle porte alcuni di quelli uomini che, pel momento inabili alla guerra, eran pure tenuti a deposito nel forte, perchè già volti a guarnigione e perchè questo era da tutti riputato inaccessibile a sorpresa.» E quindi l'istesso Vacani soggiunge: «Pertanto gli Spagnuoli, avendo maturato il loro piano di sorprenderlo, si tolsero il dì nove aprile, sotto gli ordini del colonello Rovira, dai monti di San Llorens e di Llers ed arrivarono fra il bujo d'una notte oscurissima e piovosa accanto all'acquedotto: di là salirono sullo spalto dell'opera a corno di san Zenone, entrarono dal nove al dieci di aprile non visti, nel cammino coperto, e mentre le guardie e sentinelle mollemente invigilate, riposavano silenziose in profonda quiete, sulla fede che loro era ispirata dall'altezza delle mura, e dallo stesso generale, scesero nel fosso e di soppiatto chini chini, fucile abbasso, le piastre al luccicare ricoperte, pervennero inosservati a toccar meta alla poterna, ove sicuri dell'evento, strepitoso, giacevansi ad aspettarli, i due Spagnuoli stipendiati nel forte da' Francesi.» Ed infine così prosegue: «Tutti dunque, e uffiziali e soldati, anco i più attivi, si giacevano inoperosi alla difesa, allorchè gli Spagnuoli penetrarono ne' magazzini sotterranei e di là francamente si volsero a disarmare la guardia napolitana che stavasi tranquilla a ponte alzato e porta chiusa all'ingresso principale: colà scambiaronsi i primi colpi di moschetto, i quali avvertirono non meno il presidio di un pericolo imprevisto, che la riserva spagnuola sullo spalto, di un successo già ottenuto. Accorre adunque subitamente quest'ultima sotto gli ordini del generale Martinez in sostegno di Rovira per lo stesso cammino ch'egli aveva battuto e che nessuno nel presidio, in quelle tenebre profonde, sapeva indovinare, e fù sì lesta nello spandersi nel forte in numero di tre mila combattenti, che in brevissimo tempo l'ebbe tutto occupato e saldamente conquistato, nulla ostante che que' pochi Italiani testè giunti dal difuori, radunandonsi i primi in sull'armi a quell'insolito rumore, siensi fatti di contro agli aggressori ed abbiano con essi impegnata una zuffa che fù breve ma animata, e costò alle due parti un equal numero di combattenti: trenta cinque furono gli uccisi o i feriti di quel drappello italiano nella mischia avvenuta nel mezzo della piazza; gli altri soverchiati da una forza assai maggiore, tentarono congiungersi con quelli raccolti tuttavia ne' quartieri o rinchiusi nelle basse scuderie. Ma prevenuti sull'un punto, e sull'altro dalla truppa spagnuola saggiamente divisa dall'avveduto generale Martinez, assecondato sempre da Rovira, da Dorguines, e dai due Palapos, dovettero essi pure soggiacere al disastro generale, e già fatto inevitabile. Il governatore che, sebbene più d'ogni altro, dovesse rispettare quel precetto: _Che alla guerra è più a temersi lo stratagemma che la forza_, l'ebbe anzi a vile, fù preso nelle stanze sue proprie, e nel tempo stesso furono presi tutti gli altri uffiziali che stavano nel forte.» Trattato avendo dei modi onde impossessarsi delle fortezze, che possono da un ardito ed avveduto condottiero essere con vantaggio in questa guerra impiegati, ci sarà ora necessario il metodo esporre per quelle difendere, quando sieno nelle nostre mani, e vengano dal nemico attaccate. Ma siccome tutta l'arte della difesa, nei precetti pella tattica consiste, e dei particolari, per la nostra guerra, non ve ne sono; perciò quel comandante che alla difesa d'una fortezza sarà dalla nazione destinato, dovrà quelli a puntino conoscere, ed a quelli del tutto uniformarsi: fitto sempre tenendo in mente che ogni pratica, ogni consiglio, ogni maneggio, ogni negozio, quando per la patria si combatte, allo scopo della resa coi nemici menato, deve a grave, ed imperdonabile delitto imputarsi. Nè breccie aperte, nè mancanza di viveri, nè malattie, nè peste, nè caduta del governo provisionale, nè mancanza di corrispondenze, nè mine, nè terremoti, debbono, per tener dell'evacuazione trattato, in questa guerra, sufficienti cagioni, considerarsi. A chi viene la difesa d'una fortezza dal popolo affidata, l'obbligo di quella fino all'ultimo sospiro difendere, e non mai col nemico pratiche usare, strettamente appartiene. Nulla dimeno se uno o più dei sopramentovati casi avvenissero, che la piazza in rischio certo ponessero di soggiacere alla forza maggiore; allora una generale e vigorosa sortita, gli sarà di tentare permesso, ed in quella, quanti più nemici cadrangli tra le mani, esterminando, e quindi colla sua truppa e cogli abitanti correre in bande ai monti, oppure con deciso accanimento combattendo, gloriosamente morire. Solo però nell'estremo caso, dovrassi alla generale sortita ricorrere e dopo aver date le disposizioni, affinchè all'entrar del nemico nella fortezza, tutte ad un tempo scoppino le mine, ed allora, allora ne venga quella dalle fondamenta distrutta. Non trovando, in tal modo, il nemico nulla che di giovamento esser gli possa, in un ammasso di rovine soltanto consisterà la sua faticosa conquista.
Onde in possesso della nazione insorta, possa una fortezza cadere, converrà che i soldati stessi, dal tiranno, od invasore, alla sua difesa comandati (accortisi la vera gloria nel contribuire alla publica felicità e non all'oppressione consistere) vergognandosi di contro la loro patria adoperarsi, agli oppressori disubbidiscano, e per la buona cosa si dichiarino; che dagli abitanti renitenti, i soldati soverchiati, e compressi, vengano all'arrendimento costretti, e sian le porte ai veri Italiani sbarrate; che i civili e i militari sullo stesso oggetto d'accordo, a gara l'ingresso favoriscano nei modi già indicati o che per ultimo, improvvisamente si occupino, se come inservibili dai tiranni tenute, e nella nostra guerra, di somma utilità considerate, facilmente (non avendo gente alla difesa) sorprese dalle bande esser possano. Quelle fortezze nelle mani della nazione cadranno, o al primo scoppio dell'insurrezione, o dopo d'essersi stabilito il governo provisionale. Se nel primo caso, ai condottieri principali e particolari operanti nella provincia e circondario, la cura di provvedere alla loro difesa, senza dubbio appartiene. Se nel secondo, sarà dovere dei consigli, assemblee, consulta etc., coi mezzi forniti dalla provincia, o dall'intero stato, di sostenerle e difenderle.
Se una piazza isolata senz'abitanti, fia che venga della forza nazionale militare, in potere; dovrassi, secondo i principj della guerra regolare, sostenerla, ed ai condottieri dovranno sufficienti difensori presi nella provincia essere aggiunti, che coi militari, secondo il sistema regolare, agiscano ed alla difesa concorrano. Se fosse il presidio numeroso ed aumento non comportasse; una competente parte dell'antica guarnigione, con nuovi giovani dall'entusiasmo guidati, scambiar con destrezza converrebbe, e la parte uscente, per separati drappelli, ad altri propugnacoli inviare in guarnigione, ed in campo, per bande, disseminare. Dovrà pur essere il comandante persona dabbene e devota alla patria, che goda dell'intera confidenza della nazione, ed aver dee guarentigie di antecedenti fatti che sua fedeltà alla causa e capacità militare, pienamente mallevino. Se abitanti nella piazza vi fossero per contrarj alla buona causa conosciuti, ben bene esser dovranno osservati e contenuti. Ma se all'opposito quelli, com'è probabile, da generosi sentimenti d'amor di patria animati saranno; allora, quantunque sia le precauzioni sempre cosa buona da considerarsi, nondimeno cesseranno di essere d'assoluta necessità, e quegli abitanti che robusti e ben disposti, saranno di fare tutto il servizio eguale alla truppa di linea capaci, in corpi regolari si arroleranno e gli altri abitanti non arrolati nella linea, verranno eziandio, come stanziali, in decurie e centurie ordinati, ed avranno pure i loro luoghi per la defesa in caso di attacco, assegnati. Quando la truppa fosse stata dagli abitanti a cedere costretta, perchè quelli erano i più forti allora, dovendo i soldati ed uffiziali come nemici della buona causa essere supposti, epperciò ammazzati, si dovrà nella fortezza un competente corpo di truppe introdurre, all'uopo di ordinare gli abitanti alla difesa ed in quella ajutarli e dirigerli. In tutti gli altri suddetti casi, la truppa che occupa le fortezze, difenderalle. Non disagevol cosa sarà al provisionale governo di provvedervi: ma grandi e forti difficoltà, innumerevoli ostacoli, a' condottieri e fortezze frapporranno. Imperciocchè dovranno essi colla scarsità de' mezzi, quasi continuamente combattere. Non dimeno, con perspicacia ed attività, dallo spirito publico assecondati, per venirne a capo, insuperabile malagevolezza, non incontreranno. Le bande guerreggianti nel circondario delle fortezze, fino a che non esistano le colonne volanti e le legioni, come gli eserciti d'operazione, si dovranno in sostegno e sollievo della piazza adoperare. Non essendo lo scopo nostro di minutamente, i mezzi di cui si debba far uso per la difesa, indagare ed esporre, perchè alla guerra regolare appartengono, ci contenteremo poche maravigliose cittadine difese ai nostri leggitori citare che durante la guerra di Spagna contro di Napoleone, fecero il mondo intiero stupefatto rimanere: per la qualcosa saranno mai sempre Saragozza e Gerona, come alti esempii di virtù patria, dalla posterità venerate. Così il nostro Vacani spiegasi in proposito della prima: «Finalmente richiesta a grandi sagrifizi per la causa nazionale in questa guerra provocata contro l'imperatore de' Francesi, essa sviluppò nella difesa quell'amore di patria per cui facevano prodigj i Greci, ed i Romani, quello spirito stesso di pietà, e d'orgoglio nei combattimenti onde s'illustrarono gli erranti delle crociate, quell'odio alla tirannia che rese a libertà i Svizzeri, i Batavi, gli Americani.» In fatti quai sforzi inauditi non fece? Ecco come prosegue il già citato autore: «Quello che più de' far ammirare il sangue freddo, e la virtù dei cittadini, si è lo aver essi trincerato nell'interno della piazza, tutte le contrade, sbarrate le porte, e le finestre delle case, aperti tutti i muri con troniere, praticati passaggi difensivi dall'un punto all'altro, e trasformata ogni casa in ridotto, ogni convento in cittadella, o piazza d'arme, od arsenale, e fatto per tal modo dell'intiera città una rete di forti inestricabile, essendo sodamente stabilito nella mente dei difensori di non rendersi nè alla perdita del primo recinto, nè a quella del primo, o second'ordine di ostacoli interiori, nè ancor che ristretti in poca parte della città, ma di farsi agli estremi buon riparo di questa, per passare sull'altra riva dell'Ebro nel sobborgo parimenti trincerato, ed ove prolungar non si potesse la difesa, uscire al campo, per quel lato men coperto da nemici, evadersi, e raccogliersi ne' monti a nuova guerra.» Dalla pertinacia di quella difesa non men che da quella di Gerona, puossi toccar con mano quanto sia di sostenersi una fortezza capace, ove i cittadini colla truppa concorrono. Valgaci quanto dal generale San Ciro, rispettivamente a questa seconda piazza, viene alla pagina 285 del suo giornale, esposto, onde la nostra asserzione corroborare: «Le più belle difese fatte dalle truppe, non si avvicinano a quelle eseguite dagli abitanti, quando per un fanatismo qualunque, i loro occhi sono stati chiusi a tutt'i pericoli ed il cuore di essi, ad ogni timore. Senza cercar prove fuori di Catalogna, si paragoni la difesa di Rosas con quella di Gerona. Nella prima non vi erano che soldati, nell'altra i soldati erano sostenuti, o per meglio dire dominati dagli abitanti. Prendiamo un esempio ancor più ristretto nell'ultima di queste piazze. Il forte Monjuich non fù difeso che dalla truppa di linea, e fù certamente ben difeso; ma dal momento che vi si fece una breccia praticabile, o che i lavori degli assedianti furono sufficientemente vicini per dargli speranza d'impadronirsene, e che la riescita pareva possibile; fù tosto evacuato dalla guarnigione: mentre chè, malgrado le quattro breccie esistenti nel corpo della piazza di Gerona, breccie, che molti generali ed uffiziali superiori francesi avevano giudicate praticabilissime, poichè trenta piazze nelle ultime guerre s'erano rese in migliore situazione, senza che l'onore delle guarnigioni incaricate della loro difesa sia stato menomato; malgrado quelle quattro breccie, la guarnigione di Gerona, non si perdè d'animo nel giorno diciannove settembre, seguente all'attacco vigoroso e simultaneo di quattro colonne che si presentarono in pien giorno per darle la scalata: e ciò perchè si trovava sostenuta ed incoraggita dalla vista dell'intiera popolazione della città, bene o male armata, e senza distinzione di stato e di sesso, che voleva concorrere nel pericolo e guarniva i baluardi. La giberna e lo schioppo si vedevano sulla sottana del frate e del prete, come sull'abito del crociato e del simplice artigiano, la minima agitazione dell'aria faceva sventolare e scoprire i nastri, coi quali si distinguevano le donne della compagnia di santa _Barbara_, delle quali alcune acquistarono in quel giorno la ricompensa e distinzione dei bravi. Quanti motivi di emulazione per gli uomini che componevano la guarnigione! Potevan essi forse far meno di quelle eroine dell'amor di patria? Potevano essi cedere in valore alle donne? Si osservi presso questo quadro, una difesa alla quale gli abitanti non prendano parte. Essi non pensano che alla loro conservazione, a quella delle loro case ed industria, sollecitano ed anche minacciano il comandante che fa la resistenza prescritta dal suo dovere, ma che gli rovina e porta la distruzione della loro città. Aggiungansi a ciò i loro sforzi, i loro maneggi per disanimare il soldato, ammutinarlo, etc. Qual contrasto! Abbiamo noi per tanto ad asserire, che la difesa d'una piazza non può essere intiera, quando non sia fatto dagli abitanti ajutati dalla truppa regolare? Dobbiam noi assicurare che non ve n'esiste, per poco che siano fortificate, le quali non sieno, in quel caso, suscettibili della più lunga difesa? E che una città come Gerona, non sarebbe mai stata presa, se l'esercito destinato per la difesa di Catalogna, ed in conseguenza per soccorrerla, avesse dimostrato un poco più di vigore, e se il suo morale non fosse stato così depresso, com'era e doveva esserlo, dopo la perdita di quattro battaglie seguite da altrettante rotte? I difensori di Gerona hanno spiegata la massima energia e niente omisero di quanto poteva procurar loro il vantaggio. Ritennero nella piazza trecento disertori napolitani e sempre gli opponevano all'esercito francese sulle breccie e nelle sortite, perchè conoscendo essi la sorte che loro aspettava, se quello fosse vincitore, erano sicuri che avrebbero combattuto con l'accanimento della disperazione: profittarono dell'entusiasmo degli abitanti e se ne valsero con grande vantaggio. Finalmente io credo loro non potersi contestare che abbiano fatto tutto quanto un militare, od un cittadino bramoso di difendere una piazza fino all'estremo, dovrà sempre fare quando sarà fortunato abbastanza per incontrare tutte, o almeno parte di quelle circostanze, in che si trovò il generale Alvarez, difensore di Gerona nel 1809.»
Puossi ancora un altro caso presentare che, sebbene difficile in una guerra d'insurrezione nazionale; non dimeno è pure possibile, cioè che la truppa d'una fortezza si dichiari per la patria, e che gli abitanti sieno a quella contrarj. Allora dovrà essere spezial cura dei condottieri di aumentare e fortificare la guarnigione, e tutte le misure prendere, onde i danni che dalla sinistra intenzione degli abitanti nascere potrebbono, con profitto evitare. Al qual uopo, avendo il comandante che tutti si siano delle necessarie vettovaglie forniti pel tempo determinato, esattamente provvisto; fuori della piazza gl'inutili spingerà, sotto qualche pretesto tutti gli abitanti disarmerà, facendoli con numerose pattuglie contenere, ond'esse, circolando di continuo per la città, il buon ordine affermino, ed i suoi regolamenti ed ordini facciano eseguire, per mezzo de' quali le riunioni tumultuarie, gridi, domande e richieste collettive, le parole sediziose, e tendenti a disanimare i difensori, saranno con severità proibite. Per la qualcosa tutt'i trasgressori de' suoi ordini, (senza emanciparsi il comandante, in detrimento della patria ed in pericolo suo e della piazza, ad essere pietoso) dovranno con capital pena, essere castigati. Farassi insomma da quegli abitanti temere, e per ovviare alla commistione dannosa in tal circostanza dei cittadini colla truppa, tutt'i meccanici del paese tenendo pel servizio della fortezza salariati, in continuo lavoro intratterralli. Altri al servizio dei forni, dei magazzeni e degli ospedali separatamente destinerà; tutti, a recar cibo e bevanda ai soldati che sono alle mura, alle porte, alle poterne, alle guardie avvanzate, previamente scelti, troveransi in continuo movimento. Quanti rimangano degli abitanti, in tante squadre, quanti quartieri vi sono nella città, dovrà ordinare. Resteranno questi continuamente di guardia, ma solo un terzo alla volta d'attivo servizio, onde l'incendio della città, prevenendo, impedire; di molle, crocchi, accette, scale e secchie muniti, le palle roventi dal nemico gettate, raccoglieranno, onde nell'acqua che a quell'uopo, in ogni casa si terrà, tosto s'immergano, i progressi delle fiamme da una casa all'altra (che pure colle pompe cercheranno di spegnere) tagliando, rovinando, rompendo, opportunamente si arrestino. Ogni squadra dovrà del suo quartiere occuparsi, e solamente in un caso urgente, e per ordine del comandante, potranno alcune volte, i varii terzi in riposo, essere, in un punto determinato, fuori del loro quartiere, chiamati e riuniti. Con severità quest'ordine mantenuto, ciascun abitante disarmato, al suo quartiere confinato, non potrà i volontarj con artifizii sedurre, e nemmeno, il suo timore, malcontento e cattive intenzioni agli altri concittadini comunicando, portar nocumento alla causa e la difesa impedire.