Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia Trattato dedicato ai buoni Italiani da un amico del Paese

Part 31

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Fra la sorpresa e l'imboscata, non havvi altra differenza se non che, nella prima, si marcia sù del nemico, e nella seconda si aspetta in un luogo coperto, e da lui non preveduto, al varco. Il generale Milans, nell'anno 1822, alla testa di una piccola colonna composta la maggior parte di proscritti italiani, ch'erano in Ispagna rifuggiti, per conclusione della contro marcia, di che nel capitolo secondo di questa parte già abbiam tenuto discorso, recossi alla sorpresa di Pineda. Giunto un'ora prima dell'alba, nelle vicinanze di quel paese, collocò il battaglione d'Africa sui contrafforti dei monti, che quella terra circondano, onde osservare gli aditi, e la fuga del nemico, per quella parte, impedire. La cavalleria, composta de' lancieri italiani, e d'alcuni tenui drappelli spagnuoli, fù nella pianura delle maremme, schierata. Eransi in quella notte, sette cento apostolici di alloggiamento in Pineda, in grande gozzoviglia e sollazzevole ballo (dato loro dagli abitanti del paese coi quali conveniano nella opinione) con gran tripudio, intrattenuti. Aveane avuto Milans, dai suoi informatori, sollecito avvertimento. Era, sul suo finire, il festino, e già nel santuario, i bacchettoni apostolici alla messa congregavansi, quando Milans credè opportuno di dare alla sanguinosa divisata operazione, energicamente principio. Formati in colonne d'attacco, preceduti dai corridori, entrarono gl'Italiani a bajonetta spianata, e dopo aver tutte l'esterne, ed interne guardie dell'ingresso in un baleno trucidate, giungono al centro del paese. Battono i tamburi, squillano le trombe, invitano alla carica, e stanchi gli apostolici dal ballo, dallo stravizzo della passata notte, scoraggiati, attoniti, ed in chiesa fra loro confusi, chi da una parte, chi dall'altra, corrono sonnacchiosi a munirsi delle loro armi. Oppone la guardia principale della piazza, ostinata resistenza agli aggressori, e dà campo ai commilitoni di rinvenir le loro armi. Malgrado ciò, assalita alla bajonetta gagliardamente, soggiace al vigore dell'attacco, e tutta perisce. Affoltansi gli apostolici, nell'uscire armati dalle loro case, nè sanno dove far testa, alcun luogo riparato per riunirsi non trovano; le colonne, ed i corridori colla bajonetta, e colla sciabola, gliene tolgon l'acconcio. Per ultimo dai _liberali_, ferocemente inseguiti, si riparano tremanti nelle botteghe, e nelle case, e da quelle cominciano, per tutte le parti a sparare. In ogni strada, in piazza, nei viottoli, nei cortili, non odesi, che il fragore dei tiri di continuo, in ogni dove, spesseggianti. Arde il paese, passeggia la morte in una fornace; snicchiano dai loro nascondigli ad uno, ad uno, gli sbandati, sul limitare delle porte, nelle camere, nei balconi, etc., quanti ne incontrano sul posto, trafiggono. Senza più potersi difendere, spaventati all'idea dell'orrenda fine, che lor si para davanti, trasportati dalla disperazione, pervengono i superstiti a riunirsi in un angolo del cimiterio, da dove quell'affoltata torma in iscompiglio, agli aditi dei monti s'addirizza, perchè sguarniti di truppe li suppone, e spera potersi a salvamento recare. Ma si trova il battaglione d'Africa in fronte, che con un ben diretto fuoco per drappelli, ne spiana la metà del loro numero, a terra, e mette l'altra in disordinata fuga. Di là corrono, anzi volano i rimanenti apostolici alla sponda del mare, nella speranza di rinvenire sulle onde la loro salvezza, ma colà in vece, inevitabile morte li aspetta. La cavalleria ch'era sull'arenosa piaggia, schierata, spinge al loro appressarsi, una carica a fondo, e con una spaventevole carnificina, mette il colmo al generale sbaraglio. Fra i pochi cui, per momentanea ventura, è dato di destramente i micidiali colpi delle lancie, schivare, neppure a tanto macello bastevoli, alcuni gettansi a mare, ed altri di piccoli battelli abbandonati s'impossessano, sperando la prossima morte, che li minaccia, isfuggire od almeno allontanare. Uno stuolo di valorosi lancieri italiani, scende in un batter d'occhio da cavallo, corre di botto alla ripa, entra in alcuni dimenticati palischermi, e a destra, a sinistra, in fronte, ed alle spalle, colle lancie da ogni parte vibrando ripetute puntate, sprofonda gl'imbarcati fuggiaschi nel mare. Tutti quanti di salvarsi a nuoto presumevano, ma sono dall'inesorabile cuspide trafitti. La terra è seminata de' cadaveri. Il mare che prima imbiancava per ripercossi marosi, ora tutto di sangue rosseggia; nessuno dei combattenti apostolici ha schivato la morte; così la sorpresa fù coronata dal più brillante successo.

L'imperterrito, ed avveduto Milans, presente in ogni parte, diresse, da esperto condottiero, una sorpresa di tanto momento, che il possesso del castello di Hostalrich assicurò, pell'introduzione del convoglio di vettovaglie, e munizioni, di che sommo difetto pativa. Stava il generale congratulandosi con gl'Italiani sullo strenuo loro comportamento, ed esatta esecuzione de' suoi ordini, quando venne avvertito, che una decina d'apostolici, fra i quali alcuni capi, eransi nel campanile della chiesa rifuggiti. Vittorioso Milans, al cui cuore umano di proseguire lo spargimento di sangue, forte incresceva, immediatamente sul piazzale della chiesa, e sotto al campanile si trasferisce, ove colla promessa di salvar loro la vita, esorta quei miserabili ad arrendersi. In vece di rispondere a tali generose proposte, sparano coloro una schioppettata per ammazzarlo, ma per buona ventura sbagliano il colpo ed in vece sua, un Italiano, che al suo fianco gli serviva d'uffiziale d'ordinanza, cade morto sul posto. Milans da così ostinata temerità, e dall'attentato contro sua vita, quand'egli con parole di pace lor prometteva la salvezza, giustamente irritato, dà ordine, che quegli ostinati vengano colla forza ad evacuare il campanile, costretti. Alto, e chiuso com'era, sarebbe stato un attacco alla bajonetta, impossibile. Si decise dunque il generale, a fargli appiccare il fuoco, e furono in un istante, tutt'i banchi, confessionali, ed oggetti combustibili, in mezzo alla chiesa ammassati. Si chiusero le porte, e si accese la bica; il subitaneo crepitar delle volte dell'edifizio non tardò, l'effetto delle fiamme a palesare. Aperte le mura, e distrutte le finestre, bentosto le stridenti vampe annunziarono l'incendio generale. Ei fece arder le porte, che dal campanile davano adito al santuario, le stesse corde delle campane s'abbruciarono, il fumo era densissimo, nero, ed insopportabile. Sul punto di soffocare, non hanno più i rifuggiti alcuna speranza di scampo; allora si decidono ad implorare la pietà dei vincitori, ma troppo tardi. Già il momento della clemenza è trascorso; deve una giusta vendetta soddisfarsi; merita la morte dell'italiano, d'essere con memorabil castigo caramente pagata. Col mezzo di altre corde, e scale si facilita la loro uscita, ma per essere tutti al piede della torre archibugiati: due colonelli, quattro frati, e due preti erano costoro, che espiarono, morendo, i numerosi misfatti da loro, contro la patria, commessi.

Qual capo d'opera delle sorprese, puossi questa giustamente annoverare, nella quale di sette od ottocento apostolici ad un solo, di recarsi a salvamento, non riuscì. Tosto che una solamente di tali operazioni, ad un condottiero italiano riesca, si potranno dir debellate le fetenti macchine tedesche le quali null'altro tanto temono, quanto le sorprese. Colto dal sagace condottiero, il destro d'impadronirsi, e trucidare i loro uffiziali, non troverà resistenza nei soldati, e potrà una compiuta vittoria facilmente riportare. Ci rimarrebbe a dire, come una banda si debba da una sorpresa difendere, ma siccome nel capitolo delle fortezze, come in quello della difesa di un punto circondato da nemici, di ciò a lungo terrem ragionamento, non aggiungeremo altri precetti, e ci contenteremo di avvertire, che il più delle volte succede, che chi va per sorprendere, si trova egli stesso dall'avversario, sorpreso, sopra tutto se l'assalito è vigilante, se scorge gli stratagemmi dell'aggressore, e mette convenevol riparo. Molte volte pure succede, che cadendo con impeto deciso, ed ardito addosso al nemico lo confonde, istupidisce, profitta del momento, e si salva. Di ciò in appoggio, può la condotta di Mina in simili circostanze, valevolmente servirci. Avvenne, che un giorno, essendosi Mina alquanto dalla sua banda separato, con soli diciesette volontarj (locchè gli succedeva soventi, secondo il sistema di sparpagliarla, quando troppo strettamente si vedeva inseguito, o circondato), andò ad alloggiare in _Sangaren_, nella casa di un abitante, dove, quando era di passaggio per quel paese, abitualmente si posava. Avutane contezza i Francesi, ch'erano in _Huesca_ di guarnigione, ivi un distaccamento di dragoni, per sorprenderlo, immediatamente spedirono. Giunse quello al far del giorno, quando Mina, disposto a partire, con una tazza di cioccolato rifocillavasi. Avvertito dell'arrivo dei nemici, egli senz'armi, come si trova, corre alla porta del cortile, con l'idea di chiuderla; ma non appena vi giunge, che da due dragoni arrivati a briglia sciolta sul limitare della medesima, già la trova occupata. Questi alla sua volontà con vigore si oppongono; ed in tal frangente afferra egli una grossa stanga, che per assicurare la porta nella notte, serviva, la maneggia con destrezza, e tanto sulla testa dei due dragoni, come sù quella dei cavalli, vibra colpi terribili. Così perviene a talmente confonderli, che sono alla fine, di abbandonare la porta costretti, da lui immediatamente chiusa, ed assicurata. Addossate quindi le armi, monta a cavallo, solo da quattro de' suoi volontarj seguito, perchè gli altri sparsi nelle case del paese, erano gli uni stati presi dal nemico, e gli altri, ciascuno al proprio ingegno ricorrendo, eransi colla fuga salvati. Mina comanda all'esitante padrone di aprir tosto la porta, lancia di carriera il cavallo, cozza con violenza nel distaccamento nemico, ruota da ogni parte la spada, ferisce l'uno, rovescia l'altro, trafigge molti, e finalmente si reca illeso nelle vicinanze di _Egea de los caballeros_, vi trova riunita la sua banda, ed alla testa di quella, nello stesso momento riparte.

Nell'indomani, e nei successivi giorni, fece Mina, il giro di tutti quei paesi, per dov'erano, i Francesi, passati, onde portarsi a sorprenderlo, i di cui abitanti per malizia, od inavvertenza degli _alcaldi_, e parrochi, non l'aveano di tal movimento, a tempo, avvertito. Subitocchè in quei paesi del transito nemico, giungeva, sul piazzale della chiesa, a sè chiamava l'_alcalde_, e parroco delinquenti, e dopo d'aver loro fortemente la mancanza verso la patria, rimproverata, facevagli ambedue al campanile della parrocchia, per la gola, impiccare. Avvenne, che uno fra tanti di questi parrochi, si trovò essere stretto parente suo, ma il forte Mina come buon condottiero, che l'amor della patria a qualunque altro sentimento anteponeva, e vedeva essere la sicurezza, e salvazione della sua banda, e persona non meno, che la buona riescita della contesa, posta nel rigore verso di quei due impiegati, al supplizio del campanile, parimenti mandollo.

Gli agguati, come di sopra abbiam, detto, non sono che sorprese di piede fermo, e difficilmente di queste, senza che all'agguato la mente si rivolga, tener puossi ragionamento. Ma siccome in un altro capitolo, già ne abbiamo a lungo trattato, ci contenteremo di esporre un solo esempio, pure da quella celebre guerra dell'independenza, da noi estratto.

Il condottiero Cuesta nella Estramadura, come quello, che conosceva benissimo il terreno di tutt'i monti della provincia, e che di buoni informatori si serviva, seppe, che una divisione di cavalleria, ed altra di fanteria francesi, marciavano da _Taraicejo_ in direzione del _Puente_ dell'_Arzobispo_. Agguatatosi nei monti di _Guadalupe_, spiò la favorevole occasione, e come vidde, che il generale Maricy comandante di quel corpo d'esercito, marciava co' suoi ajutanti di campo, nell'intervallo delle due divisioni le quali per l'asprezza, ed angustia del cammino si trovavano ad una certa distanza l'una dall'altra; quatto, quatto, nascosto in uno stretto, dietro una siepe lo stette ad aspettare; lasciò sfilare tutta la divisione di cavalleria davanti a lui senza fiatare, nè lasciarsi vedere, e tosto, scoperto il generale, si slanciò ferocemente sopra di lui, ed in un co' suoi ajutanti che lo vollero difendere, lo mise a pezzi, e soddisfatto, nascondendosi di bel nuovo, la disperazione dei comandanti dei corpi d'ambe le divisioni, che non potevano vendicare la morte del loro comandante, Cuesta rimase, con sommo giubilo, ad osservare.

Sono la sorpresa, l'agguato, e lo stratagemma, le più ordinarie operazioni in questa guerra, da praticarsi. Va per lo più quest'ultimo, sempre unito alla sorpresa. E lunga, difficil cosa sarebbe il riandare i possibili stratagemmi, che dal principio della guerra nel mondo, infino ad oggi, sono stati messi da' generali, e condottieri, con profitto, in uso. Possonsi da Pollieno, e Frontino utilissimi ammaestramenti, a quest'oggetto, ricavare, epperciò non esporremo il modo di far credere al nemico di aver maggiore forza di quella, che si abbia, facendo suonare le trombe molte, e separate, dove non v'è truppa; di accendere fuochi nella notte, dove precisamente non si serena, e tener la banda all'oscuro; di far montare gli abitanti a cavallo, sebbene vecchi, od infermi, per far credere da lontano al nemico, che si è forte in cavalleria etc., e molte altre dimostrazioni di tal fatta che a quasi tutti d'altronde sono già note, non essendovi scrittor militare, che non le abbia, trattando dei stratagemmi, ripetute. Consiglieremo non dimeno i condottieri a servirsene, perchè quantunque già conosciuti, non mancano quasi mai di produrre un buon effetto mettendole all'improvviso, ed all'insaputa del nemico, in pratica.

Aveva Mina ricevuto un soccorso di munizioni dalla giunta d'Aragona, e pensò di subitamente servirsene, al qual effetto marciò alle porte di Estella in quel tempo dalle truppe francesi presidiata. Prima di giungere alla vista del paese, la maggior parte della sua banda, dietro alle siepi, e boccone, per terra, nei fossi, e nei solchi dei campi ei cautamente nascose. Quindi a portata della piazza, per allettare i nemici ad attaccarlo, con pochi soldati presentossi. Ed in fatti, cent'uomini della guarnigione pieni di jattanza, e con animo di tagliare a pezzi quei pochi Spagnuoli, uscirono al loro incontro. S'appiccò incontanente la zuffa, e quando già erano alle mani, fece Mina un segnale; accorse il rimanente della banda di volo, ed in un istante fù quel distaccamento, distrutto. Nuovi Francesi uscirono dal paese per ajutare i compagni, ma troppo tardi: già erano i primi, annichilati, ed i secondi non ebbero miglior sorte, dimodocchè, sotto le stesse mura della piazza senza che un solo abbia potuto fuggire, tutti inesorabilmente perirono.

Don Ramon de Ulzurrum y Eraso, comandante di uno dei battaglioni di Mina, stava in _Echarre-Vranaz_ all'uopo di riunirlo, ed ordinarlo, e non aveva ancora, che un centinajo di volontarj. Mandarono i Francesi un distaccamento di quattro cento, e cinquanta uomini, affinchè, prima di esser compiutamente formato, lo mandassero in rovina. Uscì Ulzurrum dal villaggio, e quella mano di uomini, nascondendone il numero, con tanto avveduto consiglio dispose, e con tanto vantaggio seppe il nemico molestare, che i Francesi non osarono entrare nel paese, e con la perdita del terzo della loro forza, fuggirono.

Per mezzo dei loro giusti calcoli, e dello stratagemma di far l'uno, minore, e l'altro, maggiore forza comparire, riportarono i due citati condottieri sui Francesi compiuta vittoria. Ora per l'ordine regolare del nostro trattato, passeremo a parlare delle scaramuccie, ossia _badalucchi_.

Una zuffa parziale di piccoli corpi, che s'incontrano, costituisce una scaramuccia, per lo più di poca entità nelle guerre regolari, ma da mettersi nella guerra d'insurrezione, continuamente in uso. Mina nel tempo della guerra dell'independenza, scriveva, che risme di carta non gli sarebbero bastate, per notare tutte le scaramuccie in ch'egli, e la sua banda furono le tante volte impegnati, perchè ogni giorno, ed anche due, o tre volte al giorno, di scaramucciare gli succedeva. Per mezzo della scaramuccia, si molesta, si spossa veramente il nemico, e si perviene a tanto infastidirlo, che perde alla fine il coraggio, e la volontà di far la guerra. D'uopo è dunque al condottiero di essere perseverante non men che sollecito nella ricerca delle occasioni, di frequentemente col nemico _badaluccare_. La perseveranza, dice il generale san Ciro, è il principio, e la causa di tutt'i buoni successi, la sola guarentigia della loro durata, la virtù la più rara, la più necessaria alla guerra la prima istruzione, ed il primo esempio che un capo debba alle truppe, cui comanda. Perseverare dunque nel molestare il nemico, a frequenti scaramuccie, obbligandolo, dovrà essere la principale cura di un condottiero. Dall'ostinazione proverrà la riuscita della nostra lotta; sconfitti, e dispersi quest'oggi, saremo dimani di bel nuovo riuniti per iscaramucciare. Dice Polibio al libro nono che: «L'ostinazione spossa il nemico e prepara il buon successo.» Da quella sola, potrà l'Italia la sua rigenerazione sperare. Quel carattere ostinato, che Mina dimostrò nella guerra dell'independenza, quello si fù che gli diede finalmente la vittoria. Nessun condottiero si trovava in una posizione più pericolosa della sua; erano tutte le fortezze in Navarra da truppe Francesi guarnite, che pure tutto il paese, che le circondava, possedevano. Non vi era un punto dal quale Mina potesse ricevere soccorso, o dove gli fosse di ritirarsi, possibile, le sole sue fortezze erano i monti, ed altre risorse non aveva, che quelle dal suo ingegno, dalla sua pertinace volontà, dal coraggio de' suoi compagni, e dall'amore de' suoi compatrioti, fornite. A forza di scaramuccie, sorprese, ed agguati, impedì egli per lungo tempo a Suchet di portarsi contro di Tarragona e Valenza, sempre gli toglieva i convogli, e le sue comunicazioni interrompeva.

È massima di guerra, dice Tucidide al libro quinto, che colui il quale attacca, il primo, rovina e spaventa il nemico. Era questa, messa in esecuzione dai principali condottieri spagnuoli, perchè si ritiravano, o dividevano la banda, se non si conoscevano in forza bastevole per far resistenza. Ma se poi sapevano esservi grande probabilità di riescita, allora non aspettavano di essere attaccati, ma primi, assalivano, ed era passato in proverbio che «_quien pega primero pega dos veces_.»

Trovavasi Mina in _Mondigorria_ con tre de' suoi battaglioni e la cavalleria, quando il generale Caffarelli, con due divisioni, una per _puente de la Reyna_, e l'altra per la valle d'Echaurri, marciava contro di lui. Il generale Reille, con una terza si avanzava dal _Carrascal_; una quarta veniva da _Logrogno_ sopra d'_Estella_, tutta la forza nemica mossa contro di lui, sommava ad otto mila fanti, e due mila cavalli. Avvertito dei loro movimenti, non volle Mina con ragione aspettare di essere attaccato, ma quantunque fosse di molto inferiore in forza, pur si decise ad attaccare. In fatti, postosi in agguato, vicino al _Carrascal_, onde assalire il generale Reille, lo attaccò al varco, lo mise in piena rotta, ed a ritirarsi sopra _Tafalla_, lo astrinse. Ma quando inseguendolo, già era giunto fino al villaggio di _Barasoain_, tosto s'avvide che Caffarelli retroceduto da _Puente_, era pervenuto a situarsi tra il battaglione comandato da lui, e gli altri due, di maniera che, se Reille si fermava nella sua fuga, e riuniva una parte della sua truppa, la colonna spagnuola si trovava in mezzo a due fuochi, locchè di fatti ebbe luogo. Quattro mila fanti, e settecento cavalli, che avevano un grande vantaggio sì pel numero, come per la posizione, il prode Mina disperatamente attaccarono, ma per opra di quel coraggio proprio a chi difende la patria con un indicibile vigore, con la sola perdita di ventitre morti, quel condottiero, respingendoli, liberossi. Un distaccamento di usseri pervenne, in questo frangente, a circondare la sua persona, ed uno di loro gli vibrò un colpo, che non potè, se non, abbassandosi di lungo sul cavallo, evitare, il quale ad un tratto impennandosi, con uno slancio il fe' balzare di sella. Rimessosi subitamente in piedi con tutta possa la diede a gambe. Per buona fortuna, il cavallo seguì il padrone, che in sella prestamente risaltò, e solo, inoltrandosi nel più folto de' boschi, dagli usseri, che lo inseguirono fino alla notte, si salvò, i quali poi disperando di più rintracciarlo, indietro se ne ritornarono. Così il valente Mina, dopo d'avere per tre giorni, senza compagni, errato, di bel nuovo a _Cerna_ ritrovò la smarrita banda. Ripeteremo dunque, che debbono essere le scaramuccie, in questa guerra frequentissime, che al condottiero conviene essere il primo a tentare, ed in quel modo fino alla fine, perseverare.

CAPITOLO VI.

DIFESA DI UN PUNTO CIRCONDATO DA NEMICI.

Non rade volte accaderà, nella guerra d'insurrezione per bande, ai condottieri di trovarsi in qualche punto da ogni parte circondato da' nemici. In fatti, siccome nel numero si trovan costoro di molto maggiore alla forza della banda, ed una data porzione del territorio irradiano, per quanto astuto e previdente possa essere il comandante di essa, non gli sarà sempre dato di poter perfettamente conoscere, in tutto il tempo della guerra, quanti piccoli movimenti, quanti giri e contro giri, ognuna di quelle colonne esegua, o sia per eseguire. Egli è certamente di chi ha il carico di condurre una banda, principal dovere di averne sempre le più esatte informazioni, ma ben sovente accade, che sono gl'indispensabili mezzi per procurarsene, affatto mancanti. Ed ecco allora, senza colpa di chi dirige, mal sicura la posizione della banda, circondata da ogni parte, e nella situazione di dovere, o con molta avvedutezza, guizzar di mano al nemico, o con un eroico ardimento cimentarsi, ed a traverso le contrarie file, aprirsi, colla forza, un passaggio, o con stoica, ed ammirabile fermezza, ogni sua ultima speranza nel acciaro riponendo, sul luogo stesso assalito, strage orribile degli aggressori facendo, eroicamente morire, col vendere a sanguinolento prezzo quella vita del tutto alla santa causa, consagrata, e che nè ad un condottiero, nè ad un volontario, sarà mai permesso, con ignominiose operazioni, di conservare. Non intendiamo però di esporre ciò che debba adoprarsi, un punto da' nemici occupato, per circondare, potendosi ciò abbastanza dalle molte operazioni, di che già ragionato abbiamo, con chiarezza e minutamente desumere.

Se improvvisamente, da ogni parte, una banda troverassi inseguita, senza speranza di potersi od in pianura, o nei monti a maggior forza incalzante, sottrarre; se si vedrà di troppo vicina alle schiere nemiche, onde, sia per individuo, sia per truppa, poter cogliere il destro di sbandare la sua forza ed in quel modo, dalla fronte dell'assalitore sparire; null'altro, per opporre, una convenevole resistenza, oppur salvarsi, le rimarrà, se non la sola risorsa di prendere, in una casa isolata, in qualche antica chiesa, od abbandonato castello, o ben situato villaggio, o sopra torreggiante bicocca nei monti, opportuno ricovero, e quindi o dalle mani del nemico fuggire, o quello con furia respingere, oppure se inevitabile piena le si volge addosso, in un orrendo impasto di spoglie, di membra, e di amico e nemico sangue, l'estremo patrio sospiro stoicamente, fuor dal petto mandare!