Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia Trattato dedicato ai buoni Italiani da un amico del Paese

Part 30

Chapter 303,333 wordsPublic domain

Un'altra non men commendevole presa di convoglio, e degna di essere, come valevole esempio, esposta, dallo stesso Mina portata a felice risultamento, si è quella, ch'ebbe luogo nel tempo, che il re Giuseppe partì di Spagna, alla volta di Parigi per portarsi ad assistere al battesimo del figlio di Napoleone. Aveva Mina volontà di molestare quel re nel suo viaggio, ma non gli venne fatto, perchè troppo bene quegli conosceva il pericolo, per non prendere, prima di avventurarsi in viaggio, tutte le possibili, ed immaginabili precauzioni, ed ordinare, che tutt'i luoghi pericolosi della strada, venissero da una forza imponente occupati. Non dimeno Mina, sempre a quella, teneva l'occhio rivolto. In questo frattempo, sei mila Francesi da Pamplona, e Tudela, si disponevano a fare un movimento per discacciarlo da _Ostella_. Dimostrando egli di essere dal loro superior numero, impaurito, abbandonò quella piazza il 22 di marzo, e con tutta la sua banda, fece nella provincia di Alava, un'incursione. Giunse con tre de' suoi quattro battaglioni, e la cavalleria, nel mattino del giorno seguente, ad Orbiza, primo villaggio, che in quella provincia rinvenne. Il quarto battaglione passò per un'altra strada; ebbe Mina in quel villaggio notizia essere Massena, con una scorta di due mila uomini, aspettato in Vittoria, per dove si doveva alla volta di Francia indirizzare. La speranza di poter le forze sue con quelle d'un generale di tanta fama, una volta misurare, lusingava l'amor proprio di Mina, ed i suoi pensieri furono al modo di frastornare la marcia di quel maresciallo, immediatamente rivolti. Giunto la sera del giorno 24 verso le ore cinque, al _Puerto di Azazeta_, si fermò fino a notte oscura, pel timore, dovendo egli passare per le pianure vicino a Vittoria, di essere in quelle veduto dal nemico, ed assalito. Evitò per la stessa ragione, di entrare in alcun villaggio lungo il cammino; ed il giorno 25, alle quattro del mattino giunse in _Artaban_, montagna limitrofa tra _Alava_, e _Guipezeva_; scelse il terreno; si mise in posizione; collocò un battaglione sulla sinistra della strada nei boschi, due sulla destra, e la cavalleria nel piano. Era sua intenzione di situare il quarto, quando arrivasse, in un boschetto, onde sorprendere il _retroguardo_ nemico. Esisteva là vicino, soli sei miglia distante da Vittoria, un piccolo villaggio, tutti gli abitanti del quale senza eccezione de' vecchi, giovani, malati, donne, bambini, furono subito da Mina costretti a ritirarsi in un luogo da lui destinato nei monti, onde nessun di loro potesse dare al nemico, delle sue operazioni ragguaglio. Ei pose una guardia, con ordine di osservarli, e mantenerli quieti, e tranquilli per lo spazio di ore otto, passando per le armi, cioè alla bajonetta, chiunque puntualmente non obbedisse. Date quelle disposizioni, giunse un informatore con la notizia, che Massena era veramente arrivato a Vittoria, e che in vece di seguire il suo cammino, si sarebbe colà fermato, ma che un gran convoglio, con un generale in una carrozza, un colonello, un tenente colonello, e due donne in un'altra, mille e cento prigionieri, ed una scorta di due mila fanti, e due cento cavalli, era sul punto di partire. La speranza di liberare i prigionieri, compensò la non riuscita de' suoi disegni contro Massena. Non confidando implicitamente nell'informatore, per sicurezza contro gl'inganni, ordinò che fosse ad una punta sporgente di roccia, fortemente legato, quindi misegli una guardia con ordine di trucidarlo, se mai tentava di fuggire; ma nello stesso tempo gli promise una vistosa ricompensa, se la sua informazione si verificasse. Non si stette guari sospeso. Verso le ore otto comparve _l'anti-guardo_ nemico di cento fanti, e venti cavalli, che passarono senza essere molestati; un secondo distaccamento di trenta fanti, e dodeci cavalli, passò nello stesso modo. Imperciocchè non voleva Mina, coll'attaccare troppo presto, perdere l'oggetto, che si era proposto. Il grosso della truppa coi prigionieri, un numeroso convoglio di carri pieni di bottino, ed una delle carrozze, venne a poc'ora d'intervallo. Il battaglione situato alla sinistra, cominciò il fuoco, gli altri due dalla destra corsero addosso al nemico, e ne fecero una spaventevole generale strage. Gettaronsi, alla prima scarica, i prigionieri bocconi, per terra, evitando in quel modo, di cadere per mano de' loro stessi amici. Mina corse alla carrozza per salvare i passaggieri; i due uffiziali francesi rifiutarono di arrendersi, e colla sciabola valorosamente si difesero. Uno fù ammazzato, l'altro, che si chiamava il colonnello Laffitte, fù ferito, e fatto prigioniero in un con le donne che accompagnava. Comecchè messi in confusione, e terribilmente maltrattati, i Francesi, con la celerità d'una truppa ben disciplinata, ed esperimentata, furono in un subito riordinati, seicento fanti, cento cavalli del retroguardo, e l'altra carrozza, furono al primo fuoco mandati in dietro. La carrozza con la cavalleria si ritirò a Vittoria; la fanteria rimase, e si collocò sopra d'un'altura, da dove gli Spagnuoli che davano compimento alla loro vittoria, forte molestava. Dugento uomini della guarnigione francese di _Salenas_, vennero in soccorso dei loro compagni, ma furono respinti, e fino alle porte di quella fortezza, strettamente inseguiti. Il quarto battaglione di Mina giunse troppo tardi, per essere a parte della zuffa, ed i volontarj digiuni, e reduci da una marcia forzata di quindici ore; non dimeno, ad inseguire il nemico, pure ai commilitoni si unirono. In questo mentre, ebbero i Francesi da Vittoria nuovi rinforzi, la guarnigione di _Salenas_ aumentata da una parte della guarnigione di _Mondragon_, e da tutt'i punti circostanti delle vicinanze, si dimostrava di bel nuovo in attitudine offensiva. Mina, con gagliardìa sostenne la pugna ed ottenne di vincere la battaglia; durò cinque intere ore, senza intervallo. Non avevano gli Spagnuoli, dalle dieci del mattino del giorno antecedente, nè bevuto, nè mangiato, e pensò il condottiero essere cosa giudiziosa di assicurare quanto aveva guadagnato, piuttosto che ad una gloria incerta, quale sarebbe stata quella della loro completa distruzione, correre stoltamente dietro. Per la qual cosa, in un paese chiamato _Zalduendo_, distante sei ore dal campo di battaglia, col bottino si ritirò. Persero i Francesi l'intiero convoglio, e più di mille uomini, e fra gli uccisi fù rinvenuto un certo Val Buena, per l'addietro ajutante di campo del generale Castannos, il quale, rinnegata la fede alla patria, ed entrato al servizio degl'invasori, erasi per le sue crudeli azioni contro de' suoi compatrioti, acquistata una criminosa celebrità. Fù il bottino, doviziosissimo: mise Mina pel publico servizio, una parte del danaro in serbo, e presero i volontarj quanto fù loro dato trovare, e portare. Molti se ne viddero, tutti curvati sotto il peso di un carico d'oro, frutto della rapacità straniera, e dei saccheggi, che i nemici, d'apportare nella loro patria, s'affrettavano.

Dalla desposizione del modo di procedere di Mina, ai casi e situazioni differenti, adattandola, potrà il condottiero, una giusta idea formarsi, del modo con cui si debbano i convogli attaccare, e delle precauzioni necessarie per la buona riescita degli agguati, od imboscate, per le quali, gran segreto, somma prudenza, ed un ben diretto ardore, continuamente in questa guerra si esigono.

CAPITOLO V.

DIFESE DI STRETTI E BURRONI. — SORPRESE. — SCARAMUCCIE E STRATAGEMMI.

In una guerra che per lo più, negli alpestri monti, negl'intricati boschi, in asprissimi dirupi, ed interminabili abissi devesi di continuo alimentare, non sarà difficile, che ben sovente il condottiero s'incontri nella necessità di opporre al varco degli stretti, burroni etc., una valevole difesa. Prima di eleggere il luogo dov'egli intenda di contrastare il passaggio al nemico, dovrà ben bene, il sito calcolare, ed accuratamente osservare, se si trova in maniera situato, che l'avversario non possa, girando la sua posizione, al di là, per altre parti, trasportarsi, e rendere, per tal modo, di niun effetto i suoi preparativi, ed inutile la sua permanenza in quel luogo. Qualora sulla stessa linea de' monti, uno, o varj passaggi esistano, dovrà il condottiero, se la sua forza non è sufficiente, mettersi con altre bande d'accordo, affinchè vengano quelli, parimenti difesi. Supposto dunque che il nemico, per procedere innanzi, o indietro, a seconda delle militari operazioni da lui divisate, debba necessariamente passare per quello stretto, si porrà il condottiero in misura di opporgli una vigorosa resistenza, respingerlo, ed impedirlo, se potrà, od in caso contrario, fargli la riuscita di quel tentativo, a carissimo prezzo, pagare. Cercherà la banda, per prima essenzial cosa, d'impossessarsi delle sommità dei monti, perchè difficile, anzi impossibile crediamo, che possa da una banda, uno stretto in pianura chiusa da un bosco, paludi, o canali, con molto frutto difendersi, rovinerà il cammino, pel quale dovrà giungere il nemico, onde spossarlo, e ritardargli la marcia. Ed a questo fine, distruggerà i ponti, se ve ne sono, qualora di trovarsi in vicinanza di canali, fiumi, o paludi, gli avvenga, rompendo le sponde, gli argini, etc., le strade compiutamente allagherà, con alberi, tronchi, e travi, piantati nella terra, e rivestiti di rovo, e di quante piante spinose può ritrovare, costruirà delle barricate dell'altezza di varj uomini, davanti le quali, farà un gran fosso; a molta distanza dalle barricate farà dei grandi, larghi, e profondi tagli, da un lato all'altro della strada, e della terra, che da quelli estrae, e parimenti, con travi, e carri di molte pietre ricolmi (le ruote de' quali siano seppellite nella terra ed i timoni legati assieme), innalzerà dalla parte opposta del taglio, un'altissima, e ripidissima sponda che il nemico di passare impedisca od almeno gli dia intollerabile molestia.

Prese queste precauzioni, il condottiero guarnirà le alture dei monti, ed i volontarj colà situati, potranno, facendo un fosso circondato di alberi coi rami, con tronchi, terra, etc., se ne hanno il tempo, ripararsi a piè dei monti e ad un'altezza dominante la strada, e spezialmente in quelle parti che ad uno stretto soprastanno, il capo potrà, se gliene viene l'acconcio, far costruire dei ridotti laterali, che non dovranno essere tondi ma quadri, lunghi, o triangolari; al dissopra dei quali, potrà fare dei tagli nel monte da un semplice parapetto coperti, tal che si debba, per entrarvi, dalla sommità, per difficilissima via, calare; non dovendo essere perpendicolari ai ridotti, ma diagonali, onde schivare, che rotolando le pietre dall'alto a basso, l'amico, anzichè l'avversario, distruggano. Saranno in quei tagli, situati dei volontarj, che di rottami, e grosse masse di pietre, provvisti, con quelle, e con fuoco de' moschetti, dovranno il nemico senza posa e con suo grave danno, infastidire. Prese tutte queste misure, dividerà il condottiero la sua forza nei luoghi da lui, atti a difesa, riputati, ed avrà sempre una spezial cura, che ciascun distaccamento, non lasciando in servizio, che un terzo alla volta, della truppa, possa i posti confidatigli, delle necessarie guardie, vegghie, scolte, e velette, agevolmente guarnire. Delle ventiquattr'ore del giorno, ne avranno in questo modo i volontarj, otto di servizio, e sedici di riposo, la metà del quale sarà in pattuglie, riconoscenze, etc., impiegato, ed ott'ore per mangiare, e dormire, solamente rimarranno. Si regolerà in questo modo; tutte le volte che avrà una forza sufficiente, per poterlo eseguire, e non sarà stretto dal nemico, perchè in quel caso, non al riposo, ma solo alla gloria, ed alla patria, si deve pensare. L'illustre Hofer nell'ardimentosa sua guerra contro all'impero francese, ci offre varj esempi d'una insurrezione nazionale, potente, gli stretti, burroni, etc., a difendere. Ei mise in fuga una colonna di venti mila nemici, sotto agli ordini del generale Lefebvre, e del principe ereditario di Baviera, che per tre volte consecutive, diedero l'assalto alla posizione del romitaggio di Hunterau, dove quel prode aveva la sua forza, riunita, e trasse partito da tutt'i grandi vantaggi offertigli dalla natura del terreno, dov'erasi fortemente trincerato; costrinse quei duci a fuggire colla perdita di dieci mila morti, mille e cinquecento prigionieri, otto cannoni, nella massima confusione; infine a Sterzing Hofer di bel nuovo il generale Lefebvre, sconfisse, nell'inseguirlo fino alle paludi di quelle vicinanze e cagionogli la perdita di mille ottocento uomini morti, di mille cinquecento prigionieri, di molti cavalli e di gran parte del suo equipaggio, pel qual disastro, fù quel generale, costretto a tornare indietro fino ad Inspruck. Dopo di tutte queste preclarissime gesta, Hofer venne informato essere una colonna di dieci mila uomini, per trasferirsi a Prutz, passando per Landek, paese cui non si può giungere, senza entrare in una valle, che per lo spazio di tre leghe, si restringe, qual orrido tortuoso abisso, da inacessibili, asprissimi greppi formato, in mezzo a due altissimi monti d'onde, peramb'i lati del cammino, tali masse di roccie, sì fattamente sporgono all'infuori, che pajono volersi, l'un coll'altro congiungere, dalle quali la sottostante strada, lungo la sponda del fiume Inn, che impetuoso e borbogliante scorre nella profondità del burrone, viene signoreggiata. Presa in quelle ineguali sommità sporgenti, convenevol militar posizione, ammucchiò il prode Hofer, per lungo tratto, grandissimo numero di enormi macigni, tronchi d'alberi, ed altre simili cose atte, pel loro peso, l'imprevidente nemico tosto, nella profondità inoltrato, a flagellare. Passò l'_anti-guardo_ di ottocento Sassoni, senza molestia e giunse a Prutz, che a suo grande stupore, trovò da un assai maggior numero di Tirolesi, militarmente occupato, che a posare le armi, senza indugio costrinserlo. Sedotto all'istante un prigioniero, quel capo, indietro inviollo al generale, con la relazione della caduta di Prutz. E di ciò, la colonna nemica, avend'egli persuaso, nel fondo del burrone, con piena confidenza s'intromise; alcune piccole bande di Tirolesi, a bella posta, onde ingannare il nemico sulle vere intenzioni, lungo la valle situate, al suo ingresso, arditamente si opposero. Viddesi fra quei difensori, un canuto cittadino d'oltre ottant'anni con venerabile aspetto, situato con le spalle al monte, che ad ogni archibugiata, un nemico del suo paese trucidava, e seguiva in quel modo, riparato dai nemici. Ma alcuni Bavaresi, s'arrampicarono alla sommità della rupe e da sopra, per assalirlo si calarono. Tostocchè quello conobbe non essergli più via di scampo, proruppe in un grido terribile, e con altere parole, i due invasori che si avvicinavano, provocò, quindi coll'ultimo suo tiro di schioppo, il primo di loro stese immediatamente a suoi piedi, ed avventandosi poscia contro al secondo, a metà del corpo strettamente abbracciollo. Valendosi il soldato della libertà delle braccia, forte il percoteva, ma il rispettabile vecchio all'orlo dell'orrido dirupo, invocato il nome di Dio, seco il nemico trascinando, disperatamente nel profondo sbalzossi, e viddersi ambedue giù nell'abisso precipitare. Tostocchè fù l'intiera colonna nello stretto inoltrata, una risonante voce dalla cima d'altissima rupe laterale, pronunziò le seguenti parole: «È opportuno il momento? Debbo io tagliare?» Cui, dalla vetta dell'altro lato fù in tuono imperativo e forte, tostamente risposto: «Sì: subito; periscano gl'infami!» A queste tremende e sconosciute voci, le schiere nemiche a darne immediato avviso al generale spedirono alcuno, ma troppo era tardi! In quello stesso punto, fra le universali grida di tutt'i Tirolesi in quelle scoscese creste collocati, sassi, pietre, tronchi d'alberi, grossi massi staccati di roccia, etc., furono, con orrendo principizio, dalle vette, per tutto il lungo delle strette dov'era chiuso il nemico, lasciati cadere, che nel profondo piombando, in modo spaventevole, più di sei mila Bavaresi, Francesi e Sassoni, rimasero da tanto improvvisa, ed orrenda difesa, interamente schiacciati.

Calarono sull'istante i vincitori Tirolesi nel burrone alla corsa, per compire la vittoria, ammazzare i superstiti, ed impossessarsi del bottino, nella quale operazione, vecchi, giovani, donne, ragazzi e fino le bellissime donzelle, pur anche intente a distruggere il nemico del paese, vedevansi, soddisfatte, festevolmente accorrere.

Esposto da noi in succinto, come si possa il passaggio d'uno stretto, difendere, passeremo a trattare delle sorprese delle quali poco in questo capitolo ragioneremo, dovendone in quello delle fortezze, far motto. Non sarà peraltro mai disutile rammentare ad un condottiero, che può, negli avvenimenti della guerra, essere una banda, senz'aver torto, battuta, ma che sarà sempre da considerarsi colpevole, e degna di vituperio quella che si lascierà, in qualsivoglia tempo, sorprendere. Quindi, per quanto grandi, fastidiose, e picciole molte precauzioni parer possano; mai non saranno di troppo. E se ad un volontario potrà esser permesso di darsi, per un certo tempo, tranquillamente al sonno, ad un condottiero non sono leciti che brevi riposi, e questi presi con intervallo di tempo, nel giorno, quando il pericolo di essere sorpreso, sarà di molto lontano. Tre ore od al più quattro di sonno, nelle ventiquattro, debbono essere ad un buon condottiero bastevoli, dovendo avvertire, che il suo Secondo non riposi mai nello stesso tempo, ma che uno vegli, se l'altro dorme. Deve il condottiero farsi dappertutto vedere, tutto conoscere, senza che mai non sia la sua ora di riposo, conosciuta. Ordinariamente non si tenta una sorpresa, se non quando si suppone, che l'avversario non prenda le necessarie precauzioni per evitarla. Quando si ha notizia, che il condottiero troppo in sè stesso confidi, o sia conosciuto per essere leggiero di testa, e nelle occasioni difficili, sia soggetto a confondersi; quando la truppa avversaria, debole, o cattiva, sia riputata; quando sia il comandante assente od ammalato; quando gli abitanti siano dei loro difensori, nemici; quando vi sia discordia nella truppa, in fine, quando da quella non si faccia esattamente il servizio; se quindi, le strade, vicine a quel luogo, sono coperte, ed il paese, disabitato, se vi sono boschi, burroni, balze, col di cui favore possa, senza essere veduta, appressarsi al nemico, e tutte le altre simili circostanze, o parte di esse concorrano; allora per lo più di notte, ma in certi casi anche di giorno, si tenta, o per stratagemma, od apertamente, la sorpresa.

Le storie di tutt'i tempi e di tutte le guerre, ne insegnano abbastanza, essere la negligenza nelle precauzioni, causa principale di gravi disastri e perdite di battaglie, che ben soventi la somma delle cose rovinano e danno a quello dei combattenti, che secondo tutti i calcoli dovrebb'essere perditore, la compiuta vittoria. Questo difetto, nelle guerre civili di Francia, all'esercito degli Ugonotti, ordinario, lo portò molte volte a gravi pericoli, e soprattutto nella battaglia ch'ebbe luogo nel 1562 tra Spina e Blanvilla, diede all'esercito cattolico vinta la giornata; locchè spinse il prode ammiraglio di Colignì ad esclamare, che, per loro negligenza, era venuto tempo da porre la salute non più ne' piedi, come per lo passato tentavasi fare, ma nelle mani. Checchè dicasi, è certo che non mai sarà la vigilanza, ad un condottiero, troppo raccomandata.

Usavano gli Spagnuoli, oltre moltissime altre precauzioni, di quella di mettere alcune vedette sopra le sommità principali dei monti, dove operavano. Eran quelle per l'ordinario, de' contadini stessi alla buona causa devoti, ad una certa distanza, gli uni dalli altri, per lo spazio di due o tre leghe collocati, e formavano una specie di catena di corrispondenza. Il primo che vedeva l'inimico, sparava il suo schioppo, e gli altri a misura, che quello a loro si approssimava, facevano progressivamente lo stesso, in modo che, con difficoltà potevano essere sorpresi, poichè pe' tiri venivano da lungi, avvertiti, per qual direzione il nemico si muovesse. E per indicare, quello esser più forte della banda o bande riunite, sparavano due tiri consecutivi. Sebbene conoscessero i Francesi, essere quello un segnale convenuto, non potevano però impedirlo, perchè udivano in vero, uno o due tiri partire dalle sommità circondanti, ma non potevano dal loro cammino deviare, od isolare soldati per inseguirli. Soprattutto, facilissima cosa era ad uno o due contadini nascosti nei boschi, o nei rami d'un alto e fronzuto albero, schivar le ricerche del nemico, massimamente, che, fatti uno o due tiri, più non dovevano continuare. Gli altri contadini appostati in seguito, avevano cura, prima di sparare, d'attendere l'avvicinamento della colonna; primieramente per dare il segnale giusto della sua forza, poichè quella avrebbe potuto in un punto essere maggiore, ed in un altro, partendosi in due o tre frazioni destinate a differenti propositi, divenir minore; in secondo luogo per dare agli amici, segno della sua direzione, e del grado di rapidità della sua marcia; in terzo luogo, per non indicare al nemico, con un fuoco immediatamente successivo in quella data linea, il luogo dove trovavasi la banda, impostata.

In breve poi tutto si riduce a che, un buon condottiero, deve tanto i suoi movimenti, quanto le sue posizioni, le sue marcie e fino le sue idee al nemico nascondere, nel mentre che per lo contrario, deve tutto ciò sapere di lui. In questo modo potrà sorprendere l'avversario, e non correrà il rischio di essere da quello, sorpreso.