Part 3
Non meno funesta, nè meno insopportabile, fra le rimanenti napoleoniche istituzioni devesi certamente la coscrizione annoverare; la massima che ogni cittadino nasca milite della patria, è senza dubbio giustissima, pesa egualmente sopra tutti, ed è affatto republicana; ma quell'eccellente istituzione per un governo libero, se nel governo assoluto viene trasportata, conseguenze affatto differenti ne debbono emergere, le quali anzichè vantaggiose allo stato, perniciosissime saranno per riescire; ogni cittadino nel governo republicano avendo una parte attiva nell'esercizio della sovranità, chiaro ben vede che lo star continuamente pronto, in qualunque situazione particolare o civile si trovi, per lo stato con animo deciso difendere, tanto per suo dovere, quanto per suo vantaggio gli appartiene; ma come puossi una legge di republicana essenza nel differentissimo governo assoluto trasportata, e con severità eseguita pazientemente sopportare! Mette la coscrizione l'intiera massa di tutte le forze attive del popolo nelle mani del governo, nel cui arbitrio sta di muoverla tutta, od in parte a piacer suo, e così nel modo il più pronto, ed il più assoluto, nelle nequitosissime tiranniche opere impiegarla e di manierachè con quella formidabile forza a loro disposizione (della quale non si servono i tiranni d'Italia, che per opprimere i sudditi, poichè per la loro debolezza relativa, e viltà personale atti non sono a muovere una guerra straniera), ne avviene che la parte attiva della nazione, armata, ordinata, e comandata da persone ligie al tiranno, invece di servire alla difesa della patria, per la qual cosa fù la coscrizione istituita, serve in ajuto del tiranno ad angariare, avvilire, calpestare quella nazione che dovrebbe soccorrere, difendere, ed illustrare! Oltracciò, la parte del popolo da quella fornita, viene di quei diritti, e vantaggi, che godeva nel tempo di Napoleone defraudata; i soli pesi essendogli stati dai tiranni lasciati; primieramente sappiamo che sono chiamati secondo le regole di quella tutti i figli degli onesti cittadini a militare, senzachè alcuno esserne possa esente, imperciocchè l'esenzione di uno deve a danno di un altro ricadere; è dunque il più grande rigore nella sua esecuzione dalla giustizia strettamente comandato; mantenevasi nei tempi scorsi nel modo il più severo ma oggidì tutto va per parzialità e capriccio, molti figli di nobili nascono offiziali, e sovente accade che già si trovano di tenenti i più anziani ed ancor sono sotto la sferza del pedagogo, affatto di cosa sia un uomo, un'arma, od una teoria ignari; i nobili che si dedicano al foro, od all'amministrazione, ed i ricchi, comprando un uomo per lo più cattivo, di mala fama, o stupido e presentandolo in cambio delle loro persone facilmente da quel peso si esimono; in modo che tutta la severità della legge piomba sull'onesto cittadino, che o per disgrazie sofferte nel passato, o per afflizioni presenti, o per appartenere ad una numerosa famiglia, o per molte altre simili cagioni non si può in quel momento di due o tre mila lire privare, onde sborsarle a quell'uomo che per rimpiazzarlo si vende, epperciò quel povero infelice trovasi a servire, per anni otto o dieci in un reggimento, come semplice soldato malgrado suo costretto; perchè come non nobile, o non figlio di un qualche vecchio servo plebeo, che abbia qualche grande viltà per servizio del padrone antecedentemente commessa, non può neppure sperare avanzamento, poichè lo scopo della carriera militare dell'onesto plebeo, se la sua condotta con la necessaria ipocrisia, ed adulazione viene condita, ed è scevra da qualunque rimprovero, consiste nell'essere poi alla fine sotto tenente, ajutante di piazza, guarda porte, gendarme, carabiniere, o birro! Imperciocchè, sebbene abbia tutto il merito, valore, talento, e capacità immaginabili, nel tirannico sistema della truppa italiana d'oggigiorno inventato per umiliare, disgustare, e spegnere il fuoco, e lo stimolo di grandi talenti, ad altro, che alle pergamene, al raggiro, ed all'opulenza ignorante la via dei gradi superiori non si apre; sono quei dieci anni pel disgraziato coscritto, una serie di patimenti, e disgusti; costretto di star sottomesso a' giovani offiziali che per lo più non impararono ad obbedire, che l'amarezza del pane della servitù non conoscono, che la legge col capriccio confondono, e credono i peggiori modi, essere pel buon servizio del loro padrone, i più utili ed i più addattati, come pure a vecchioni imbecilli, dei doveri, e regole della professione delle armi affatto imperiti, che altro di buono e di bello non veggono, se non quanto è vecchio, e comune, e si approfittano della loro lunga esistenza, non meno per disgustare, che per contenere lo slancio dei genj nascenti, sempre da loro (perchè astrette a riconoscerne la superiorità) odiati e perseguitati; quegli stupidi, per mezzo del raggiro, e delle umiliazioni al comando inalzati, esigono con insolenza da' loro inferiori, quel tributo di viltà, e d'adulazioni ch'essi per giungere, a tale e mantenere la presente loro immeritata fortuna, ai superiori pagarono, e pagano. Si trovano in quei reggimenti il figlio dell'onesto artigiano, e quello del possidente, dell'agricoltore, e del negoziante, accozzati, la maggior parte di quelli educati nella semplicità nell'esercizio di una morale virtuosa, suscettibili di fare rapidi progressi nell'istruzione, ed alla necessaria severità della disciplina militare addattarsi; capaci, se fosse un pò di slancio al loro genio permesso, non solo di eguagliare in tutto e per tutto i migliori uffiziali, ma di gran lunga dietro loro lasciarli. Ma! Per la tristizia del tempo che corre, sono questi robusti ed onesti giovani per la patria del tutto perduti, quand'essere la vera sua speranza ragionevolmente dovrebbero, il loro genio è compresso, il loro desiderio di pervenire all'egualità degl'uffiziali è considerato delitto, e la loro sola prospettiva, l'apice della loro carriera, è un impiego non meno vile, che disprezzato! Poteva questo dannoso sistema di militare avanzamento, in vigore in quasi tutti gli stati d'Italia, meno ingiusto parere, quando erano i quadri dell'esercito da tutti i discoli, e malviventi dei paesi riempiti, che mediante una modica somma di premio, sotto le bandiere del re, per servirlo male, ed affliggere il pacifico cittadino, tanto in pace che in guerra, volontariamente si arruolavano; egli è ben vero che soldati di tal fatta, non dovevano, d'essere a gradi superiori promossi, non che pretendere, sperare, perciocchè pel fatto solo di entrare al servizio per una data somma convenuta, si obbligavano per quel prezzo, a servire dieci anni come soldati, senza pretensione da una parte, nè promessa d'avanzamento dall'altra, epperciò il re non era riguardo ai gradi verso di loro, in veruna maniera obbligato, e se glie ne accordava dovevasi una speziale grazia giustamente reputare; ottima cosa era senza dubbio che quella genia di mascalzoni fosse per sempre dagl'impieghi principali esclusa; e sarebbe stata imprudenza massima di mettere la direzione della truppa, la salute del trono, e dello stato nelle mani di gente immorale, scostumata, e priva di qualunque virtù; ma in oggi, che sebbene sott'altro nome, fu la coscrizione, contro la quale dai nemici di Napoleone tanto si gridava, rimessa in vigore (a malgrado di quanto venne da quasi tutti i nostri tiranni quando furono portati dalle bajonette straniere sù quei troni che avevano per eccesso di paura vilmente abbandonati con grande solennità dichiarato, vale a dire, la sua totale abolizione in perpetuo) che per quella istituzione il peso su tutti i cittadini egualmente ricade o dovrebbe ricadere, che di soldati galantuomini, ben nati, civili, e capaci, sono le truppe nella loro totalità composte, perchè privarli di quei vantaggi che solo possano render loro la disciplina ferrea, e capricciosa meno pesante, e far loro le fatiche dell'attuale militar servizio con pazienza sopportare? Ma no; ingiusto sempre il tiranno esser vuol solo a riscuotere tutto il vantaggio che pel suo potere ne ridonda, epperciò fecela in tutte quelle parti che potevano essere favorevoli al cittadino mutilare, onde non mai gli fia possibile di schivar d'essere sempre al privilegio, raggiro, ignoranza, ed al brutal trattamento sottoposto. Ma che non avremmo da dire, se intendessimo ad una ad una tutte le tirannie speciali a ciascun stato far palesi? Oltre i limiti che ci siam prefissi, trascorreremo, e non sarebbero varj in folio a tal uopo bastevoli. Come si potrebbero le nequizie del malvagio immanissimo Francesco di Napoli rapidamente dimostrare, il quale non contento di considerare il maggior numero de' suoi disgraziati sudditi, come una genìa di furfanti, e come cospiratori, e di continuamente malmenarli, fa ogni giorno in oscurissime, e pestifere carceri, molti e molti distintissimi cittadini trascinare, ove incatenati e tenuti a pane ed acqua, debbono aspettare degli anni, nei soffrimenti, un ingiusto, capriccioso, inappellabile, atroce giudizio di tribunali militari, che non si dilettano, che nel veder il capestro in azione; più di quanto in un tempo non fossero quegli dei figli di san Domenico in odio di virtù crudelmente accaniti; oltracciò, temendo il lazzaronico tiranno, che possano i Napoletani qualche minimo vantaggio dal commercio ricavare, addottò quell'antico sistema dei Borboni di Francia, ch'ebbe non poca parte a muovere la rivoluzione che mandò al patibolo Luigi XVI, cioè di appaltare le rendite dello stato ad avidi publicani; sistema che sparge il mal contento in tutte le classi de' cittadini, ed è ogni giorno d'irritevolissime e numerose vessazioni permanente cagione. Di più quell'altrettanto sciocco quanto barbaro governo stabilì il suo sistema proibitivo ad imitazione di quello presso gl'Inglesi anticamente in vigore, senza neppure far la necessaria distinzione delle mercanzie limitandosi a gravare, con esorbitanti tasse ciò solo che lo stato sia capace di produrre, ma tutte senza distinzione a pagare stupidamente sottopose.
Che non diremmo dello stato di quei poveri disgraziati costretti a sopportare l'odiosissimo insopportabile giogo pretile? A chi non son note le vessazioni dei puzzolenti austriaci nella Lombardia, e stato veneto? Dei tiranni di Modena, di Lucca, di Parma, di Piemonte? E se nel numero di tutti gli altri empj oppressori, non sarebbe cosa giusta il gran Duca di Toscana frammischiare, debbesi però fare attenta osservazione che tutto nel suo personale carattere consiste, non già nelle istituzioni; e non meno lo stato precario di quel ben essere che la necessità di un solido cambiamento in quel paese chiaramente appare; perchè se come vi è tutta probabilità la successione venisse ad estinguersi, quel ducato nelle unghie della rapace Austria inevitabilmente cadrebbe, e lo stato infelice delle parti che gemono sotto la sua barbarie, debbono servire d'esempio per ciò che in quel caso abbiano i Toscani ad aspettarsi.
In breve assassinj giudiziarj, frode nella fabbricazione delle monete, dilapidazione del publico danaro, latrocinj dei monti di pietà, e dei banchi, abuso continuo di potere, per parte sì dei civili, che dei militari; revisioni di cause già tempo addietro giudicate quindi affatto in contrario per spirito di partito rigiudicate; spie, polizie, gendarmi, etc., perplessità, e timore in ogni cittadino che sempre stà in paura di violare le leggi che non conosce, nè mai potrà conoscere, perchè nella maggior parte degl'italici stati non sono che la momentanea espressione del capriccio di un qualche ministro, o dell'imbecille tiranno: ecco brevissimamente accennato il triste compartimento degl'infelici Italiani, dalla restaurazione dell'antica tirannia in quà, e quale felicità abbiano per via della pace generale guadagnata!...... rispettivamente poi alla considerazione politica che l'Italia gode all'estero, egli è ad ognuno ben noto, non esser quella, negli affari europei, nè per bene, nè per male, nè per frazioni in particolare, nè in massa in un minimo calcolata; non essere l'Italia che come una grassa, ricca e vile appendice dell'infame Austria tenuta in conto; nulla rispetto alle armi, senza libertà, senza energia popolare, passiva nella sua esistenza, e degna di sprezzo, imperciocchè viene ora da tutte quelle nazioni che rozze, e barbare, furono nei secoli antichi per tanto tempo sue schiave, beffeggiata, schernita, e vilipesa mentre i venti millioni d'abitanti che possede, quei pronipoti dei gloriosi romani, oggidì neghittosi, ed abbietti, disuniti, schiavi, abbiosciati, scornati, e di gloria deficienti sono come tanti bamboli dai gabinetti europei, baloccati, aggirati, e delusi.
Ecco lo stato d'abbiezione, di oppressione, di miseria in che si trovano venti millioni d'abitanti, cui tutti i mezzi per godere i pregi d'una buona vita e passarla felice, la natura in abbondanza provvide; ecco lo straordinario fenomeno, quello cioè di vedere l'ignoranza, rusticità, codardia e sozzura tedesca mettere il genio, valore, entusiasmo, e civilità italiana sotto i lordi suoi piedi...... eppure questo incredibile fenomeno da molti anni pur troppo sussiste, per via della mancanza d'unione, ed energia italiana provegnente dalla continuata serie di calamità alle quali dovette da lungo tempo soggiacere; dall'ignoranza delle sue forze, ad una certa sciocca persuasione che i nemici astutamente cercavano di far nascere, e nella mente dell'italiano alimentavano, cioè quella di non essere da se solo a nulla di buono capace; dalle divisioni fra provincia, e provincia, dai nemici d'Italia a bella posta eccitate, e mantenute; dalle false massime di superiorità provinciale dall'una contro l'altra nutrite; dai vizj, dal troppo amore dei divertimenti, dalle effeminatezze nelle quali erasi la parte pensante della nazione, per mezzo degl'incitamenti con molta finezza messi dai nemici in voga, lasciata trascinare; ecco da dove proviene tutta la vergogna dell'amatissima nostra patria; noi con fiducia nondimeno speriamo, che sieno in oggi tutte le illusioni, e tali cagioni di servitù svanite e riprovate; ci lusinghiamo che il popolo italiano abbia lo stato infame e vile, a che quelle lo ridussero, finalmente conosciuto, che l'opinione di tutti gl'italiani che posseggono un cuore generoso (e non son pochi) sia tutta non men favorevole che ben disposta per l'unione, la independenza e la libertà della penisola; che ognuno sia persuaso essere quel cambiamento una necessità del paese; che ognuno conosca non potervi essere senza quelle, per chi nasce su quel suolo nessuna durevole felicità; questa buona opinione, con fondamento da noi supposta, è certamente lusinghiera, e può essere di grandissimo vantaggio alla patria, ma non già bastevole; il tempo è giunto in che debba il popolo i suoi robusti pensieri con azioni patrie forti e generose accompagnare; quando le ottime idee non sono a fatti accoppiate, inutili divengono, e come se neppure esistessero; egli è pur tempo che dimostri una volta al mondo, non essere gl'Italiani men forti, nè meno sagaci, nè meno virtuosi degli altri popoli che li circondano; che cessi di mormorare in segreto dall'abitudine e dai vizj forte incatenato; che cessi di continuare qual coniglio nella meschinità, e dappocaggine; egli è tempo che conosca la vituperevole mollezza d'animo degl'Italiani dei secoli scorsi, che da quella riconosca la rovina d'Italia, e con odio estremo l'abborisca; egli è tempo infine, che colga la propizia occasione di trarsi dall'aggecchimento, in che si trova, e corra subitamente alle armi con giuramento di quelle non deporre, finchè i nemici stranieri ed interni fino all'ultimo distrutti, non sia pervenuto a stabilire sopra una solida base l'unione, la independenza, e la libertà di quella patria, che fù dalla natura come paradiso del mondo benignamente creata.