Part 24
Ben differente da quell'essere infelice, a viva forza per servire sotto le bandiere del tiranno dal seno della sua famiglia, trascinato; o da quel vile scioperato, che per una convenuta mercede mette, per un corso determinato di anni, la sua persona ad iniqua usura, e la sua vita vende a basso prezzo, durante il qual tempo, con disonore, ed impudenza, come infame prezzolato sicario del crudele dominatore, alla cieca impiegasi contro de' disgraziati popoli, che per quella cagione sono a gemere in segreto sotto la compressione di uno scettro di ferro, miseramente costretti; ben differente, io dico, quel cittadino debb'essere, che animato da sagrosanto entusiasmo, alla patria i suoi averi, e la sua vita liberamente consagra, e per servirla nella terribile contesa, e per la riescita del gran progetto, impugna intrepidamente le armi.
Timido, impaziente, svogliato, sarà sempre mai quel giovine, che strappato dalle braccia del padre, della madre, delle sorelle, dalle dolcezze in somma, della vita di famiglia, si trova, malgrado le sue inclinazioni, in mezzo a compagni ruvidi, e grossolanamente licenziosi, trasportato, e tenuto d'obbedire ad una quantità di superiori aspri, sofistici, e superbi, che un odio acerbo fangli contro del suo stato, concepire in modo, che serve per violenza, e non eseguisce il suo dovere, nè gli dà l'animo d'impararlo.
Dissoluto, immorale, oppressore deve necessariamente essere il sicario prezzolato, onde, colla depravazione de' costumi, con vizii d'ogni sorta, con l'oltraggio de' suoi concittadini, quella ripugnanza, quell'orrore stordire, che fassi nel cuore d'ognuno sentire, ogni qual volta all'esercizio di opere crudeli ed infami, trovasi impiegato.
Ma se le suddette qualità non possono a meno di essere l'inseparabile attributo di chi stà dei nequitosi tiranni all'abominevole soldo, ben contrarie quelle esser debbono del volontario della patria, che non solo dev'esserne scevro, ma dichiarato, e continuo inimico.
Un animo costante, una forte decisione a sacrificarsi per la felicità, e la gloria del suo paese, una pazienza a tutta prova, ed il disprezzo della morte, sono le essenziali qualità, che debbono il volontario distinguere, cui, quella di essere robusto, e buon camminatore, personalmente valoroso, e saper con destrezza assestare una schioppettata, deve pure accoppiare. La sobrietà e l'attività debbono essere del pari in esso lui, qualità preponderanti; nè dee ricusare di rimaner sempre all'aria aperta, senza tende, senza letto, e sopra poca paglia, ed anche deve alcune volte sulla nuda terra, interrottamente dormire; non mangiare, che il puro necessario al sostentamento della vita; contentarsi di focaccia in mancanza di pane, ed alle volte, farne pure ammeno, e con castagne, ed altri simili frutti dal caso forniti, supplirvi. Cipolle, formaggio, olive, e ben anche ghiande, un pò di carne, un pò di vino, se possa ottenersi, ma che però non sia, pel volontario, un bisogno indispensabile, ecco ciò che dev'essere il suo miglior nutrimento. Sarà pregio dell'opera di proporre in parte, per esempio, quanto venne dei Romelioti e Sullioti, nella relazione sugli avvenimenti della Grecia nel 1823, dal nostro Pecchio, riferito: «Essi non conoscono nè tenda, nè letto, nè tetto: il loro letto è il cappotto; una pietra n'è il capezzale; il tetto, un cielo sempre sereno. Per tutto il tempo della campagna non si spoliano mai, nè si mutano la camicia; sono quindi orribilmente _sucidi_. Ma in compenso, le loro armi sono nitide, e splendenti sempre mai. Quando si svegliano, il primo loro pensiero è di pulire e mettere, in tutto punto, le loro armi. Sono estremamente vaghi di belle, e ricche armi. Quest'armi, raggianti d'oro, e d'argento, con quella loro annerita, lurida camiscia, fanno uno strano contrasto. Non hanno quindi nè mocciglia nè sacco per riporre alcuna cosa. Ben fatti in tutte le parti del loro corpo, sono forti come leoni, e svelti come caprioli. Ho veduto i bei granatieri di Napoleone; conosco le belle guardie inglesi, ma i Sullioti mi sembrano ancora più belli. Il loro portamento, i loro gesti sono teatrali, essi sogliono combattere sparpagliati, ognuno di loro sceglie il suo posto. Non sono avvezzi a combattere a corpo scoperto; a guisa degli antichi che si coprivano collo scudo, essi si appiattano dietro una pietra che li protegge. Purchè abbiano un pezzo di pietra, essi sono invulnerabili. Talmente sanno essi accosciarsi dietro e caricare supini il loro fucile; per ingannare i loro nemici, quando sono distanti, sogliono mettere in vista il loro berretto rosso discosto dal luogo dove sono nascosti.»
Dalla nobile, e semplice risposta del giovane Scita Anacarsi, nel rifiutare i magnifici regali, che venivangli dal Cartaginese Annone pomposamente offerti, puossi, onde conoscere quelle peculiari qualità, che ad un virtuoso volontario si convengono, utile ammaestramento ritrarsi: «Una grossolana pelle, diss'egli, mi serve sola per vestimento, cammino a piedi nudi; dormo sulla dura terra, che per le fatiche del giorno mi pare soffice, e commoda più di un letto; la fame rende i cibi più volgari, e più frugali, saporosissimi, e gustosissimi al mio palato. Conserva dunque i doni pe' tuoi cittadini, io non so che farne!» Scevro da qualunque bisogno al di là dello stretto necessario, quel volontario italiano, che avesse tanta virtù per attenersi a quel genere di vita, con tutte le altre qualità, che furono dalla natura a chi nasce in Italia, a larga mano compartite, unitamente all'ostinazione indispensabile nella nostra guerra, tal volontario diverrebbe senza dubbio, nell'età presente un oltre-maraviglioso eroe, che rigenerando il suo paese, all'apice della gloria giungerebbe.
Persuaso, che l'ozio, ed anche il riposo snervano l'uomo, e diminuiscono il suo coraggio, ei sarà loro acerrimo nemico, e terrassi continuamente in attività. Un carattere fermo, un esercizio continuo, una regolare sobrietà, impediranno, che gli soppraggiungano malattie.
Siccome, nel caso di essere dal nemico stretti, o circondati, è mestieri, che ciascuno degli individui della banda, cerchi da per sè stesso individualmente un modo di salvezza, ed alle volte passi per mezzo dei corpi nemici, onde poi andarsi in un punto previamente dal condottiero, stabilito, di bel nuovo a riunire; ne avviene, che la conoscenza esatta, e minuta del paese, sia non meno al volontario, che al comandante, necessaria, dovendo ambi due, dei passaggi meno conosciuti, profittare, nelle selve foreste, rocche, e caverne, momentaneamente nascondersi, all'erta dei monti poggiare, e pe' macigni arrampicandosi, ricomparire all'improvviso, e quindi fuggire.
Sottomesso al condottiero, cui in ogni tempo, e luogo, presta implicita obbedienza, inesorabile coi nemici, moderato ne' suoi bisogni, attento, ardito, e prudente nel disimpegno de' suoi doveri, generoso ne' suoi patrii sentimenti, ecco qual dev'essere il vero, il buon volontario, in cui sta la salvezza, e la futura felicità della patria, onninamente riposta.
CAPITOLO XVI.
DEL CONDOTTIERO.
Mal si apporrebbe, chiunque, al nome di condottiero di bande, di cui tratterassi in questo capitolo, la norma di quei condottieri, la cui esistenza nel _medio evo_ tanto afflisse l'Italia, e le fù di vero disonore, ravvisare credesse. Uomini avari, ed immorali, senza patria, senza sentimenti delicati, e senza amore per gli uomini, sempre al miglior offerente vendibili, non men, che al nemico stesso, contro cui combattevano, rovinando molte volte il padrone del momento, per vantaggio dell'avversario da cui loro veniva maggior premio segretamente proferto; uomini di poco valore, di molta tristizia, non saranno mai dal condottiero delle bande armate per l'unione, independenza e libertà della patria, presi per modello, nè in alcuna parte delle loro azioni seguiti. All'opposto, il nostro condottiero, ben lungi dall'agire, come quelli, per proprio personale vantaggio, non avrà, che il bene della patria in mira, non penserà, che all'Italia, non opererà, che pel maggior vantaggio di quella, bandirà dalla sua mente ogni considerazione, che possa dalla sublime carriera, che intraprese, discostarlo, oppure, la sua energia, e zelo pel sacrosanto scopo, che si propose, affievolire.
Ella è principale proprietà delle rivoluzioni, di portare il vero merito in alto, e coloro dei lor gradi spogliare, che per raggiro, od impostura, astutamente gli usurparono, o che per sola eredità, quai discendenti d'illustri antenati, di possederli pretendono. Egli è ormai da ognuno, per esperienza riconosciuto, che le rivoluzioni mettono, e sostengono gli uomini a quel posto, gli obblighi del quale, sono di bene disimpegnare capaci, dimodocchè il nome d'un barone, conte, marchese, duca e principe, quale un publico pregiudicio portava alla considerazione _d'illustre_, e che per l'addietro, attesi solamente i supposti meriti di successione d'avi, forse, nei tempi antichi, virtuosi, sarà stato in dignità costituito, sparirà. E se il titolato, per mezzo d'un singolar cambiamento, non abbraccia con energia e coraggio, il partito della patria, cadrà costui meritamente nel fango, ed al contrario un uomo, per l'addietro, sconosciuto, negletto, e disprezzato, avrà per avventura, al maneggio degli affari dello stato, ed anche al comando degli eserciti, a vece sua, innalzato! Da ciò ricavasi, che in rivoluzione, e sopra tutto nella guerra per bande, il nome non è niente; e solamente le qualità personali sono, ed esser debbono, apprezzate. Quelle sole, in quel tempo, aprono alla persona, il cammino a quel grado, o posto, che per propria virtù giustamente gli spetta. Uomini della più bassa origine, divennero in Ispagna capi attivi, ed intraprendenti, un bifolco, un pastore, un pentolajo, fra i principali condottieri di bande, in quella penisola si dimostrarono. Il Manco, ossia il zoppo, il Marchesino, il Medico si resero non men celebri di quelli. Il dottore Rovira, e l'avvocato Uobera, in Catalogna, oltremodo si distinsero; Don Giuliano Sanchez possidente, era nella vecchia Castiglia, e nel regno di Leon, il terrore dei Francesi; il notajo Don Ventura Ximenes, lo era tra Badajoz, e Toledo; il contrabbandiere Longa, in Aragona; e quindi Don Giovanni Martino, detto l'Empecinado, da Massaro divenne il miglior maneggiatore di sciabola, che in Ispagna esistesse. E fù colui che dai monti di Guadalaxara, portò le sue armi in ogni parte della penisola, che rese vani tutti gli sforzi dei Francesi in Madrid, per distruggere la sua banda, e mise in forse la vita dell'intruso re Giuseppe, in una imboscata, che gli tese a Cogolludo. Finalmente, oltre tanti, e tanti altri che citar potremo, ma che lasciamo pe' ristretti confini da noi al presente trattato prifissi, fra quelli non meno valorosi, che utili al loro paese, citeremo il Cid, il Lara di quell'epoca, l'attivo, l'intraprendente Espoz y Mina, che per le sue gesta in Navarra, dovrà sempre da chiunque voglia conoscere i doveri, ed il procedere di un vero, ed utile condottiero di bande in favore della patria, essere, qual prototipo, riguardato. Ecco, fra i surriferiti nomi, accanto ad un marchese, e più alto ancora, brillare un pentolajo. E sebbene di egual considerazione meritevoli, vedemmo dottori, e pastori, avvocati, e villani, e sebbene tutti nel servigio della patria distintissimi si mostrassero, nulla di meno, al prode Espoz y Mina inferiori apparvero, che maraviglioso _bifolco_, lasciò la marra, e la vanga per brandire la spada vendicatrice, ed, in grandissima parte, alla liberazione della patria sua, disinteressatamente contribuire. Che altro era mai il tanto celebrato Hofer, e certamente degno d'encomj, per propria virtù, dal popolo, al comando del Tirolo insorto, destinato? Che altro era quell'illustre vittima dell'amor di patria, e della perfidia austriaca, se non un figlio di un oste? Eppure nell'oste Hofer, quella pura virtù riluceva, che, noi crediamo, sarebbesi in principi, duchi, etc., difficilmente rinvenuta. Imperciocchè la maggior parte di quelli, non cercano d'imporne ai popoli, che con soli titoli fastosi; e con ciondoli ridicoli, gli occhi della plebe abbarbagliare. Chiaro da quanto abbiamo detto, appare, nè la famiglia, nè il nome, nè le ricchezze, ma quelle personali qualità, che fondano la loro base sopra l'amor di patria, giudizio retto, volontà di ferro, sostenuta dall'attività, perspicacia e vigore, al condottiero, soltanto abbisognare.
Egli è obbligo sacrosanto di qualunque condottiero, tostocchè per sostenere la libertà, ed indipendenza della patria, nell'agone si slancia, quello di compiere con buon successo la sua impresa, di non mai, dovess'egli pur anche incontrare una morte certa ed oscura, dal proponimento recedere. Le qualità, che vengono da noi, onde venirne gloriosamente a capo, come indispensabili, giudicate, son le seguenti.
1º Un animo intrepido, incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli.
2º Una cautela, e vigilanza tale, onde l'uomo diffidando di tutti e finanche de' suoi partigiani stessi, dimostri non diffidare di chicchessia.
3º Un cuore severo, ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venire, quando si tratta degl'irreconciliabili nemici della unione, indipendenza, e libertà dell'Italia.
4º Una esatta conoscenza del paese, che scelga, il condottiero, per teatro delle sue operazioni, e di tutte le sue risorse.
5º Un valore sempre prudente, e solo, nell'estrema contingenza, animato, ed impetuoso.
Art. 1º. Un animo intrepido, ed incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli, debb'essere la prima qualità di un condottiero di bande.
Nulla in una guerra evvi di più comune, o di più probabile, che l'accadimento di certi eventi sinistri, alla più vigilante sagacità, del tutto superiori. Dovendo per lo più essere le bande di piccol numero di volontarj composte, ed isolatamente guerreggiare, loro avverrà di trovasi alcune volte nel corso delle operazioni, contro forze superiori, sprovvedutamente arrischiate, che gravi danni, e rovesci di gran momento loro cagionino e pongano i volontarj nella stretta necessità, per evitare una compiuta rovina, d'individualmente, o per frazioni, sparpagliarsi. Tanto era ciò alle bande spagnuole comune, che una sola non vi esistette, la quale non sia stata, le molte volte sconfitta, e dispersa. Ma non per ciò perdevansi d'animo i condottieri e con avveduto consiglio, la maggior cura avevano, di sempre due o tre punti, nel paese dove operavano, ai loro volontarj, previamente determinare. Quanti, superstiti rimanevano dal disastro, immediatamente si riunivano. Ed ammirabile spettacolo, per verità, ad ogn'uomo, quello si era di vedere gl'individui rimanenti d'un corpo, per disastrosa catastrofe sperso, e fuggiasco, sulla cima di ripidissima rupe, od aspro monte raccolti, nudi, non meno che dal lungo digiuno e durissima fatica trafelati, per la perdita de' compagni caduti accanto a loro, estinti, cordialmente afflitti, dimenticarsi di tutt'i loro mali, e patimenti. Ed in un subito rinfrancavansi; e partian di là stesso, per immediatamente portarsi a qualche arditissima impresa di riescita, per l'ordinario, felice. Ed in fatti, tal banda, i nemici in riposo, tranquilli, e nella persuasione, che quella truppa fosse del tutto dissipata, e distrutta, improvvisamente coglieva. Solevano dire i francesi, che il generale dal quale più danno era in tutta la guerra di Spagna stato loro cagionato, chiamavasi il generale _no importa_. Difatti quell'espressione era comunemente in bocca di tutti gli Spagnuoli dopo di qualunque maggior disgrazia, ed a ritornare di bel nuovo alla sanguinosa tenzone, quella gl'innanimiva, e confortava. Dopo la perdita della battaglia d'_Almonacid_, nella quale involta la banda di dugento uomini comandata da don Isidoro Mir, che si trovava di _vanguardia_ all'esercito sconfitto, e che dovette pure nel generale trambusto a catafascio disperdersi; quell'accorto condottiero riunì di bel nuovo, in un istante una parte de' suoi volontarj, e non più tardi del 12 agosto del 1809, che fù l'indomani della vittoria riportata dai Francesi, sorprese tutti gli equipaggi, e feriti del loro esercito non meno, che un distaccamento da quelli (affine d'inseguire con meno imbarazzi il rimanente del corpo spagnuolo, che si ritirava) lasciato a guardia del conquistato paese Almonacid; entrò nella città; passò a fil di spada quanti Francesi dentro vi erano; e tutti gli abitanti, che seppe essere loro partigiani; s'impadronì di tutto quanto in abbondanza rinvenne. Ma oltre d'un tale segnalato vantaggio, il miglior effetto di quest'ardita operazione, si fù quello di rinvigorire lo spirito publico dalla perdita dell'intiero esercito, notabilmente depresso. Questo medesimo condottiero nel 1810, partecipe della sconfitta sofferta dall'esercito al quale apparteneva, tre soli giorni dopo la rotta, varj suoi partigiani, e soldati dispersi, sollecitamente accozzò, e quando i Francesi forzando le linee di Despeñaperros, entrarono nell'Andalusia, cadde inopinatamente sopra d'una forte guarnigione, che prima di tentare quel passo, i Francesi avevano lasciata in presidio a Ciudad Real, la fece prigioniera, e come vidde di non poter più agire colla sua banda, che tutta dovea alla guardia dei vinti rimaner impiegata, de' quali, in tanta vicinanza dell'esercito nemico, non sapeva che fare, quanti prigionieri aveva nelle mani, senza distinzione passò a fil di spada, s'impossessò di una vistosa quantità di equipaggi, e bagagli, dopo d'aver pure tutti gl'impiegati civili, sì spagnuoli, che francesi, messi a morte, perchè aveva avuto lingua, che pel nemico, quei primi parteggiavano. Invigorì, questo avventuroso successo, lo spirito in tutta la provincia della Mancha, che per disastri occorsi all'esercito, era se non cambiato, almeno sommamente avvilito; ed il singolare vantaggio produsse, che dieci o dodeci nuove bande presero nella provincia il campo, da quella impresa, alla gloria stimolate. Finalmente quella stessa insensibilità che anzi magnanimità più giustamente nomar dovrebbesi, si fù, quella che intimorì gli Spagnuoli affetti ai Francesi, obbligandoli, se non altro, a rimanere passivi spettatori della contesa; fù quella, che le azioni, e combattimenti intrapresi da' nemici, ed a buon fine colla maggior gloria portati, rese nulli, e molte volte di gravissimo nocumento a loro stessi, si fù quella che convertì la Spagna tutta in un semenzajo inesauribile di prodi guerrieri, che come i soldati di Cadmo, parevano, atti al combattimento, sorgere dalla terra; ed in somma quella si fù, che, in sette anni malgrado continuati patimenti, sagrifizj, e sconfitte, i paesi, nel compimento de' loro doveri verso la patria, indefessamente mantenne. Quella fermezza incapace di cedere agli ostacoli, e rovesci, deve, per assoluta necessità, essere il compartimento di un condottiero, e chiunque, una tale disposizione d'animo vigoroso, in sè stesso esistere, non riconosca, gli è giuoco forza, come inabile, a tal carriera riputarsi, non meno, che, al titolo di forte, ed alla gloria, rinunciare. La qualità della sua truppa, la quasi necessaria indisciplina, il numero ristretto della gente di cui sono per l'ordinario questi corpi, composti, la necessità, in che continuamente dovrà trovarsi, di provvedere da sè solo al vestire, ed alimento della truppa, locchè comunemente presenta non poche difficoltà in paesi dove la stessa insurrezione porta con sè un quasi assoluto disordine; e finalmente le ordinarie vicissitudini della guerra, con frequenza, in una situazione tanto critica lo porranno, che una sola decisione a tutta prova, con disprezzo stoico dei pericoli, e difficoltà, che lo circondano, ed in somma un animo intrepido, potranno, con utilità della patria, fargli ottener la palma della difficile impresa.
Art. 2º. Il condottiero d'una banda, deve avere una cautela, e vigilanza tale, che diffidando di tutti, e fino de' suoi stessi partigiani, non dimostri diffidare di chicchessia.