Part 22
Punto non credevano gli antichi Ebrei, i Greci, ed i Romani nostri progenitori, coll'essere, come spie, in tempo di guerra impiegati, la loro fama contaminare. Dalla moderna nostra educazione vienci un certo qual ribrezzo, alla sola idea di spiagione, ispirato. Pure in questo parere, la nostra opinione concorre, quando in tempo di tranquillità, e di pace, (il più delle volte per la ferrea verga dei tiranni contro i suoi fratelli, sostenere) un cittadino, come infame delatore de' suoi compatrioti, s'impiega. Crediamo, allora doversi vilissima, e vituperosissima cosa, reputare. Ma siamo non per tanto da forti argomenti persuasi essere la spiagione anzicchè degna di biasimo, al sommo commendevole e meriti magnifico guiderdone, colui che col fine di liberare l'Italia da' suoi oppressori, e renderla unita, libera, ed independente, a quel dilicatissimo impiego, con deciso animo, metta la sua opera; ed all'avviso dei già citati popoli, che quella come azione, altrettanto gloriosa, quando accompagnata era da più grandi pericoli, aveano in conto, per propria convinzione ci uniformiamo. I più distinti e ragguardevoli personaggi di quei tempi, a portarsi fra i nemici, per la spiagione esercitare, volonterosamente offerivansi, e fede ce ne fanno gli antichi autori. Scorgesi dal libro dei giudici, come sia Gedeone sceso nel campo di Madian nella qualità di spia, ed abbia in sì fatto modo, utilità grande all'esercito cui apparteneva, arrecata. Il decimo libro dell'Iliade, pur ci palesa, come Ulisse e Diomede, nel campo de' Trojani furtivamente insinuatisi, abbiano con buon successo alla spiagione atteso, e ci viene dal divino Plutarco, nella vita di Sertorio riferito, che nel principio della sua carriera, quando i Cimbri, e Teutoni avevano invasa la Gallia, di recarsi come spia, nel loro campo, si era quel eroe, di buona voglia offerto; e che di fatti, a ciò destinato, per portare il suo intendimento ad effetto, un abito dei Galli addossato, nei termini i più comuni della loro lingua, ed i più necessarj per un breve e passaggiero discorso, s'addottrinò, e quindi nella turba nemica inoltratosi, coi Barbari si confuse, e dopo d'aver tutto quanto colà si passava, e progettava, veduto, ed inteso, a Mario ritornò che col premio onorollo, a guiderdonare il valore, ed il coraggio, riserbato. Opera quest'era dunque, anzicchè disdicevole, da quei sommi uomini laudevolissima, riputata, e come tale, noi portiamo opinione, da tutti coloro doversi apprezzare, che nella loro patria desiderano di nuovamente in vita, l'antica virtù de' nostri antenati Romani richiamare. Non mancheranno, abbiam ragione di crederlo, ardenti cittadini da patrio fuoco infervorati, che i rischj della loro posizione, in prò d'Italia sprezzando, sotto qualche pretesto, col mezzo di un travestimento, in simulata apparenza, onde viemmeglio alla rigenerazione della patria cooperare, saranno nelle file del nemico per introdursi. Con qualunque cittadino, che ad un tal passo si determini, contrarrà pel fatto, il paese, un debito da non mai potersi con danaro soddisfare. Imperciocchè a tali eminenti servigi, maggiori, e più valevoli ricompense si meritano. Ben ci guarderemo dunque, di dare a questi benemeriti, una denominazione che siamo a disprezzare assuefatti, e che per verità, loro non conviene seco l'idea d'una delazione mercenaria portando, e con più appropriato vocabolo, informatori gli appelleremo. Da questi, più che da alcun'altro a quell'uopo impiegato, si potranno le giuste relazioni rispetto al nemico ricevere, quantunque debba il condottiero, a non intieramente delle esagerazioni fidarsi, nelle quali per l'entusiasmo, e la esaltazione di mente, vanno quei fervorosi cittadini, di frequente soggetti, e debba sempre attenzione grandissima portare, perchè sendo la maggior parte di quelli uomini da violente passioni stimolati, potrebbero, diminuendo, od aumentando il pericolo, magnificando, o disprezzando la disciplina, la forza, e la posizione del nemico, a seconda dell'impressione buona o cattiva sù della loro suscettibile immaginazione, prodotta, farlo in gravissimi sbagli irremediabilmente cadere, ed essere per avventura, del proprio annichilamento, innocente cagione. Oltre di questi informatori che mai in esteso numero, come il bisogno richiede, potransi rinvenire, perchè sole persone virtuose a quell'uopo convengansi, ed in ogni parte evvi di quelle penuria, converrà dunque al condottiero di trarre a sè, per quell'uffizio, persone d'ogni condizione, di ogni stato, d'ogni sesso. Epperciò adocchiando le passioni di tutti coloro co' quali avrà da fare, (poichè quelle, se in vece di far loro contrasto, si lusingano, l'animo oltre ogni debito termine trasportano e di molto possono chi le mette in atto, ne' suoi desegni ajutare) e di quel conoscimento opportunamente valendosi, coll'esca dell'oro, l'avarizia dell'ecclesiastico, del negoziante, del figlio di famiglia alletterà; la violenta passione della donna innamorata; la disposizione inoltre, di quella portata a galanteggiare, e ad ordire intricati maneggi, non metterà in non cale; e di quegl'impiegati del nemico varrassi, ai quali essendo fondi dello stato affidati, potrà supporre ch'abbiano di goderseli per conto proprio, la decisa intenzione, e quei spiantati non meno, talmente nella publica opinione screditati, che non possono più onestamente vivere al mondo, non dimenticherà, come pure quegli uffiziali del nemico che per cattiva condotta, per lusso, e giuoco, sono indebitati, e vicini alla loro rovina, pe' quali, spaventati dal terribile avvenire che loro si para davanti, ha certamente il danaro una straordinaria attrazione, ed in fine di tutte quelle persone dell'esercito nemico suscettibili di venalità, e disposte a servire ai nostri bisogni egli trarrà il miglior profitto, che possa. Questa sorta di passionate, immorali, e disoneste persone mai non sarà, che negli eserciti di qualunque nazione sotto qualsivoglia più severa disciplina tenuti, sia per mancare. La sagacità e penetrazione del condottiero, la sua maniera indagatrice e prudente, non meno, che la opportuna distribuzione più o meno abbondante di danaro, faranno sì, che verrà da loro, tutto quanto saranno in istato di scoprire, communicato. Non possonsi tuttavia col titolo di spie costoro qualificare, perchè non per mestiere, ma solo per circostanza o per passione ad operare son mosse, e solo come agenti salariati debbonsi avere, e neppure sarebbe ad un condottiero, conveniente, ai loro detti intiera fede prestare, imperciocchè, siccome gente immorale, che spesse volte sian costoro de' falsi agenti deve prudentemente figurarsi. Eccoci ora per la gradazione del discorso, alla classe delle spie per mestiere, che per lo più, sono servitori di due padroni. E sebbene, come tali, per deficienza di prove, ancor non sieno conosciute, quai doppi spioni però conviene, che prima eziandio di scoprirsi, dal condottiero si suppongano. E se avviene, che come doppie, tali persone si scoprano, debbono essere per le armi, inesorabilmente passate. Converrà dunque al condottiero di tenere ben l'occhio alle pratiche de' suoi agenti salariati, e delle spie, di vedere con chi trattano, e che non vengano i nemici delle sue operazioni e de' suoi veri divisamenti avvertiti, cautamente impedire. La più grande arte, circospezione, e simulazione gli è necessaria. Ei deve molte volte, quel che non è, e non intende di eseguire, far a quella spia ch'egli suppone doppia, credere, e travedere, onde per tal modo venga il nemico sù de' suoi veri progetti, tratto in inganno, quindi baloccarlo, ed a fare movimenti a lui favorevoli, condurlo.
Essere persuaso dovrà, il condottiero e sempre tener fisso in mente, che tutt'i mezzi per deludere il nemico messi in uso, saranno contro di lui eziandio da quello adoperati. Mestieri dunque saragli di andar guardingo, e con somma cura, perspicacia, e cautela prendere a tempo le necessarie misure, acciocchè riescano i suoi efficaci, e vadino quelli dell'avversario a vuoto. Sul particolare delle informazioni, d'inoltrarci ommetteremo, essendo cose già da quasi tutti conosciute, e per così dire comuni; ed anche, di entrare nella disquisizione, ed enumerazione dei moltissimi particolari relativi a quanto coi prigionieri, coi mercanti, viaggiatori, stranieri, ed altri, che vengano dalla parte nemica, debba farsi, tralascieremo, tacendo altresì delle corrispondenze da tenersi nel paese occupato dai nemici, degli interrogatorj, dei disertori, tutte cose ben note; e conchiuderemo con dire, che nè agl'informatori, nè agli agenti salariati, nè alle spie, nè ai disertori, nè agli altri, a nessuno infine dovrà intera fede prestarsi, ma dalle disposizioni, e relazioni di molti di quelli separatamente interrogati, ed accuratamente esaminati, quando tutti in una asserzione combinano, il condottiero potrà con dubbiosa credenza, prendere la conveniente norma, finchè poi, da fatti palesi, vengagli il principio dell'indicata operazione manifesto. Altra particolar cura essenzialmente gli appartiene, cioè di antivedere, scoprire, e porre a tempo al grave danno, riparo, che producono, certe persone a bella posta dal nemico fra i suoi volontarj mantenute, le quali con talenti, o ricchezze, od altre simili qualità attraenti, sotto mascherate sembianze di ardenti amatori della patria inorpellati, bel bello nella confidenza della maggior parte dei volontarj, ed uffiziali artifiziosamente s'insinuano, e sotto colore d'officiosi amici, pell'utilità dell'avversario, in ascoso s'affaticano. Epperciò a tal nequitoso intendimento, fra gli uniti prodi vanno la zizania seminando; al di cui fine, sotto pretesto di tener le parti di una qualche immaginaria lesione d'ipotetico diritto, a bello studio con varie speziose cagioni colorato, eccitano i malcontenti, e la divisione fra di loro promuovono; e quindi, antichi odii fra provincia, e provincia destando, la gelosia delle une contro le altre, per cagioni secondarie di locale utilità fomentando, e le personali nimistà fra cittadini e cittadini rinvigorendo, accendono per tal modo la discordia, e l'alimentano, mentre sarebbe l'unione delle persone, e dei sentimenti, al buon risultamento dell'intrapresa, un singolare vantaggio. Sovente, doppi agenti, e doppi spioni dai due partiti, salariati, e ad entrambi venduti, in ogni parte, in ogni cuore, un fuoco accendono esiziale, e divoratore, ogni miglior cosa, ogni stabilimento il meglio inteso, ed alla patria proficuo, sforzansi di distruggere, e tutto così guastando, e gettando a terra, viemmaggiormente in ogni possibil modo, a tutte quelle difficoltà dai capi, nell'ordinare, condurre, mantenere, ed animare i loro partiti sempre esistenti, notabile portano, e nocevole accrescimento.
CAPITOLO XIII.
DEI PRIGIONIERI.
Quanto l'indole della guerra d'insurrezione, differente sia da quella regolare fra tiranno, e tiranno, fra re, e re, e fra republiche di lunga mano esistenti, non v'ha, chi le cose ponderando, non sia per, manifestamente in breve tempo, iscorgere, ed avendo già noi nel capitolo sesto, di ciò lungamente argomentato, d'internarci in più sottili disquisizioni sul particolare non ci occorre. Per altro, quella parte ai prigioni correlativa, brevemente accennare, fà d'uopo. I soldati che nelle attuali guerre regolari, e per altrui utilità impugnano le armi, al campo, uno spirito di particolare vendetta, seco loro non portano, ed i loro animi alla vista del nemico, della violenta passione propria di chi pe' suoi lari combatte, non s'inacerbiscono. Epperciò quella tanta umanità dopo la vittoria, quel buon trattamento de' prigioni al giorno d'oggi in quasi tutta Europa messo in pratica, dev'esserne l'immancabile conseguenza. Ma in una guerra d'insurrezione in che ogni cittadino è tenuto di prendere una parte viva, e personale, sarà tutt'il contrario certamente per avvenire. Niuna passione ha in noi tanta forza, nè con sì possente impeto all'oggetto propostole ci trasporta, quanto quella dall'amor patrio generata, e sollecitata. Epperciò seco portando, il volontario armato una particolare animosità, ed ogni giorno nel suo cuore, capitale odio contro i nemici della patria maggiormente avvampando, darà con ragione in rabbiosi trasporti, ed allo sfogo di una precipitosa, crudele, barbara vendetta, del tutto abbandonerassi; la quale quanto sconcia cosa, e di riprension degna in un esercito regolare sarebbe, altrettanto acconcia e di laude meritevole, (poichè da purissimo, e ferocissimo amor di patria prodotta) deve all'occhio dell'uomo dabbene apparire; per la qual cosa, effetti nelle guerre regolari del tutto sconosciuti, ed inattesi, dovranno dalle conseguenze della vittoria, senza dubbio emergere. Vago, ed incerto essendo il metodo d'operare delle bande, perchè debbono in continuo movimento mantenersi, sarà per loro indispensabil cosa, quella d'essere da tutti gl'impedimenti, da tutt'i pesi, alleggerite e per tal cagione non potranno, i prigionieri presi nella pugna, seco loro tradurre, essendo chiaro che quelli recando gravissimo imbarazzo, potrebbero la velocità dei movimenti ritardare, essere alle operazioni d'incaglio, se sono molti, ribellarsi, o della facilità, nella guerra leggiera, sempre esistente, per fuggire; (onde poi con maggiore accanimento la guerra contro di loro seguitare) in destro modo prevalersi. Come dovrà dunque un condottiero, quando gli avvenga far prigionieri regolarsi? Dovrà egli per avventura, fatto loro un solenne giuramento di non più servire contro l'Italia, prestare, metterli generosamente in libertà? No certamente; perchè non essendogli possibile nel gran numero di quelli, il nome, e figura dell'uom liberato, sempre risovvenirsi, non potrà dargli il meritato gastigo, se a quello, di spergiurare avverrà. Ed utile ammaestramento puossi dalla storia ricavare, essere quei giuramenti tenuti a vile dai soldati, quando vengono da forza superiore, soprattutto di popoli insorti, a prestarli costretti. Costoro li prendono a ciancia, e quelle armi, in loro mano liberamente rimesse, per castigare quella inconveniente generosità, in nuovo, e maggior danno della patria, e di quello stesso condottiero adoperano, e così deluso, rimansi il generoso, col male, e colle beffe. Non è di poca pena al cuore, e porta all'animo dell'uomo sensibile acerbissime trafitture, il dovere a chi in questa guerra si mette, necessariamente palesare, che una insurrezione ne' suoi principj, cattività non comporta, finattantocchè piazze, castelli, e provincie, sieno, di chi per la liberazione della patria è insorto, in sicuro, e quieto possesso.
Nella guerra d'insurrezione per bande, soprattutto nei primi anni e finattantocchè non sia una forma stabile di governo consolidata, sarà a chicchessia negato quartiere, e tosto che cadrà un nemico fra le mani delle bande, verrà senza indugio alcuno trucidato. Dovrà esser questa, una guerra di distruzione, e ne avverrà che non dando quartiere sarà pure quello ai volontarj negato, e metterà in tal modo nella necessità di combattere furiosamente fino alla morte, ed in loro quell'eroico vigore manterrà, che ben sovente alla considerazione di potersi arrendere, ed essere dal nemico ben trattati, vacilla o s'intiepidisce. Certamente il quartiere alle guerre d'insurrezione mal conviene, soprattutto nel primo anno, è un delitto il darlo, una infamia il riceverlo. Quando i Tebani decisi e soli, pella libertà della patria generosamente combattevano, il quartiere dal nemico loro pietosamente offerto, con dispetto ricusavano, ed anzi durante il saccheggio della loro città, i Macedoni, a levar loro la vita con pungenti sarcasmi, provocavano! Imperciocchè que' grandi animi, la dominazione straniera assai più crudele stimavano della morte stessa! Converrà nondimeno, secondo la perspicacia, e saviezza del condottiero, per le nozioni, e vantaggi che dalla conservazione di alcuni prigionieri in vita potrebbe a lui ridondare, trarre di quelli un conveniente partito; e quando una cagione, per lo migliore della guerra, militerà, dipenderà sempre dal suo arbitrio, di salvarli o distruggerli. Un riscatto forte, uno svelamento di progetti, e macchinazioni del nemico, appoggiato a prove, e colla cooperazione personale del prigione, onde a tempo, la verità, con vantaggio rinvenire; nozioni, trattative per l'occupazione immediata d'un qualche speziale conveniente punto; e mille altre simili circostanze utili al buon risultamento della causa, possono a ridimandare, cambiare, ed anche ad esentare un prigioniero dalla ben meritata morte, il condottiero, legittimamente indurre. Egli non dovrà mai però in qualsivoglia caso trovar si possa, da un sentimento di pietà, che in menoma parte, sia per essere alla patria, pregiudizievole, lasciarsi commovere; nè alla balìa d'un vano sentimento di generosità, che la sua ambizione gonfiando, esser possa alla vera convenienza del paese, contrario, sottomettersi, ma deve in ogni caso, dalla sola idea dell'utilità d'Italia esser sospinto; ed a quel fine soltanto dirizzar le sue opere, ed in ben dovuta oblazione, le sue sostanze, orgoglio, onore, ed esistenza, alla Patria, con giubilo consacrare.
CAPITOLO XIV.
DELLA FORMAZIONE ED ORDINAMENTO DELLE BANDE.
Dopo del già detto nel capitolo 5º, dove della tattica trattammo; dopo di una ripetuta e funesta esperienza, acquistata tanto in Ispagna quanto in molte altre parti, deve l'osservatore militare e politico, essere rimasto convinto, che le grandi masse di truppe in tutta fretta riunite (affoltamento ad una insurrezione nazionale, inerente) atte non sono a contendere, senza rovina, con nemici da lunga pezza ordinati in battaglioni, squadroni, e reggimenti; stretti da una severa disciplina da ognun di loro temuta, e rispettata, per la lunghezza del tempo, divenuta, come altra natura; epperciò tenuti dall'abito, e dal timore, in freno. Massima follìa sarebbe lo sperare di poter contro questi, in battaglie campali, resistere. Fà dunque di mestieri, se gl'Italiani vogliono fermamente rendersi uniti, indipendenti e liberi, che, come gli Spagnuoli, ed altre nazioni, che pure in tal modo si liberarono, a quella guerra leggiera per bande, abbiano ricorso. E se non potrà, in siffatta guisa, impedirsi al nemico di occupare con un esercito, il paese, si terrà però il potere, di quello nei limiti de' suoi posti militari, tener serrato, ed un esercito tanto grande per contenerlo, quanto per conquistarlo, sarà di mantenere forzato, locchè alla fine dovrà senza dubbio farlo interamente rovinare. Poichè dunque in una insurrezione, nulla sopra eserciti mercenarj puossi con giudizio calcolare, i caldi amatori della patria, cui l'animo più non regge di sofferire con pazienza le tanto lacrimevoli disavventure, cui trovasi oggidì la povera Italia, soggetta, da per sè stessi, quei mezzi giudicati necessarj a scuotere il giogo, che gli opprime, individualmente cercheranno; ed una volta che diverrà quest'idea, generale, e che sia la maggior parte degl'Italiani, di ciò persuaso, ne avverrà che ogni provincia, ogni città, ogni uomo, sentirà fortemente, quanto sia necessario di resistere all'avversario, e riboccante di santissimo ardore, si affretterà, senza previo accordo o estraneo impulso, a brandire le armi, e mettersi arditamente in campo. Un numero di decisi Italiani riuniti, armati, e ben determinati a far la guerra, quello, frà di loro, nel quale riconoscano maggiore capacità, condottiero costituiscano! Quest'è la prima formazione delle bande.
Palarca, medico di Villaluenza, raduna in una cantina, trenta de' suoi amici, si mette alla loro testa, portasi a sorprendere un distaccamento di dragoni francesi, ne spoglia i soldati, e prende le loro armi, e cavalli. Ecco la formazione della prima banda spagnuola. La lega degli amici della patria, e le congreghe segrete, di che a lungo abbiam già ragionato, gl'Italiani, a prendere le armi, e mettersi al tempo calcolato più favorevole, in campo, celatamente, stimoleranno; l'aumento delle bande promoveranno, e d'agire con buone informazioni, per mantenersi in vigore, onde conseguasi il buon successo, continuamente non mancheranno. Le bande collettivamente, ed ogni volontario, al suo arrolamento in quella, da per sè, dovranno con giuramento solenne, di continuare il servizio fino alla fine della contesa, obbligarsi, come pure di non mai un soldo regolare pretendere, ma di guerreggiare, sin tanto, che le loro facoltà glielo permettano, a proprie spese ed in qualunque punto della penisola italiana, dove, la loro presenza possa essere giudicata necessaria, e di maggior danno al nemico, promettere di volonterosamente trasportarsi; di voler fermamente la liberazione d'Italia; la sua unione in un corpo solo di nazione; la sua perfetta independenza: ed obbligar parimenti la loro fede, onde, cercando tutte le occasioni di rintracciare alla spicciolata i nemici, quanti di loro gli cadano nelle mani, tosto ammazzare. Tutta la banda insieme, prenderà solenne sacramento di, un numero eguale di nemici, a quello de' volontarj di cui è composta, in ogni mese sterminare. Ecco la sostanza del giuramento, al quale aggiunger potrebbesi l'obbligo della subordinazione al condottiero, etc.
Portò il secondo Congresso nazionale americano radunato in Filadelfia, l'anno 1775, l'America, sul punto di rovinare, per non aver la prima parte di questo giuramento stabilito dalla lega, in bastevole considerazione avuta, nè con rigore mantenuta; avendo per lo contrario, l'uso di pagare sei talleri al mese al soldato, con un graduale aumento pei sergenti ed uffiziali, col peso insopportabile all'erario, introdotto, e avendo inoltre il gravissimo sbaglio di arrolare i soldati per condotte mensuali, ed annuali, sconsigliatamente commesso. E per non esser quelli, a servire fino alla fine della guerra, obbligati, trovossi l'illustre Washington molte volte in sommo imbarazzo, e pericolo, pell'abbandono de' soldati, che, finito il tempo del loro servizio, alle proprie case restituivansi, locchè produsse, molte volte, insuperabile incaglio alle più belle operazioni militari da quel sommo generale ed egregio campione della patria, disegnate, od intraprese. Ciò, al dire del già citato Botta, fù per anche publicamente biasimato dallo stesso Washington, che nel 1776 assicurava, in una lettera diretta al congresso «ch'egli opinava forte, che sarebbe l'americana libertà in grandissimo pericolo posta, se la difesa sua non si commettesse ad esercito, il quale dovesse durare sino al termine di tutta l'impresa.» Quindi egli finalmente l'ottenne, ed il buon risultamento di quella gloriosa guerra, compiutamente assicurò.