Part 19
Non vedesi nella storia antica, rimontando fino al tempo di Mosè, che gli Ebrei, Greci e Romani, l'uso avessero di stabilire magazzeni di viveri, depositi di foraggi, etc.; e si rileva dalla sagra scrittura, che quando gli Israeliti sortirono dall'Egitto presero della farina, e quella messa nei loro mantelli, ciascuno la congrua porzione sulle proprie spalle caricossi: i consoli Romani distribuivano frumento, alle loro legioni per quindici o venti giorni, ogni legionario portava la sua provvisione in una tasca, e ciascuno con pietre o con piccoli molini a braccio, il suo grano macinava, e quindi fattane una focaccia, non in forni, ma sotto la cenere, o sopra pietre, o foglie di rame la faceva cuocere. In oggi ancora un tal modo praticasi per tutto l'Oriente, ed i selvaggi dell'America, pure ce ne offrono un valevole esempio. Usano essi d'avviluppare la pasta in foglie, che coprono di cenere calda, e quindi la mettono sopra carboni accesi; in Norvegia, e presso molte altre nazioni fassi cuocere la pasta in pietre concave a sufficienza riscaldate; gli Arabi cuocono il pane in mezzo a due pietre ardenti; quello dei Tartari di Cercassia, è di farina di miglio impastata con acqua, e cotta in una forma di terra; e quello della più gran parte de' popoli dell'Africa è pure fatto in quel modo, ed anche peggio. Napoleone in Russia, nell'anno 1812, mise pure per qualche tempo questo metodo parzialmente in pratica, ed il signore Segur, nella storia della guerra di quell'anno, ci dice che «quando il sacco di farina, che portava il soldato era vuoto, si riempiva di qualunque specie di grano si trovava, e si faceva macinare al primo molino che s'incontrava, o pure da molini a braccio che seguivano ogni reggimento, o che si trovavano nei villaggi, giacchè quei popoli non ne conoscono forse altri. Era d'uopo impiegare sedici uomini, e dodici ore per macinare con uno di questi molini il grano sufficiente per un giorno a cento e trenta uomini.» Ecco il sistema da seguirsi per le vettovaglie nel corso della nostra guerra. E perchè non introdurremo noi pure l'uso di quei molini a braccio, già stati dal celebre nostro Monteccuculi proposti? Perchè non si assueffaranno i nostri volontarj a portare sulle loro spalle una provvista di vettovaglie per varj giorni? Grano dappertutto, ed in abbondanza puossi rinvenire in Italia; sobrio, e forte il volontario, non gli sarà difficile di provvedere il suo sostentamento. Tranquillo il condottiero della banda per venti giorni di sussistenza, potrà lunghe marcie intraprendere, e per balze, anditi di riscontro, e giravolte, dal retto cammino a deviare, mentre il nemico dovrà del tutto a guardar le strade maestre, per dove debbono passare i suoi carriaggi, e sulle quali sono i suoi magazzini stabiliti, occuparsi, e dagl'innumerevoli ostacoli, che possono dalle bande essere al tragetto delle sue provvisioni e convogli frapposti, difenderli. Non sarà al condottiero malagevole di rinnovarle, potendone trovare ad ogni passo, massimamente se avrà cura d'imitare gli Spagnuoli, che facevano magazzeni sotterranei nelle montagne, invisibili al difuori come abbiam già nel capitolo settimo, riferito. E come dal rinomato scrittor militare il sig.r Camillo Vacani, alla pag. 171, del tomo 3, della storia delle gesta degl'Italiani in Ispagna, viene pure in appoggio delle nostre asserzioni esposto. «Cosa sommamente malagevole, dic'egli, fù sempre nella guerra di Spagna il procacciare viveri alle armate, poichè o le valli non producono ciò che basti per nudrirle, o vi hanno strade anguste, e facilissime a difendersi, per le quali i trasporti di derrate sopra i ponti i più infecondi dovrebbero aver luogo, o finalmente perchè l'accorto contadino sa nasconderli sotto terra, fra pareti immurate, o dentro scavi naturali dei monti, e si sa pur talvolta far trascorrere ove più il lucro privato il profitto generale, e i bisogni generali lo consigliano. Ed alla pag. 172, soggiunge: siccome d'ordinario ben altrimenti degli antichi Romani i quali dall'uso induriti alle fatiche, oltre le armi ed i bagagli solevano addossarsi per quindici giornate di frugale sussistenza, i soldati moderni non usi a parco vivere, si debbono sovente, e largamente provvedere, così gli ostacoli riuscivano maggiori per tante, e sì frequenti provvigioni in terre o abbandonate o per sè stesse sterili ed incolte. Nè vi avendo agevolezze di trasporti per la penuria di soccorsi del paese e delle strade carreggiabili, nessun sicuro, e ben provvisto magazzeno potevasi formare, o colle armate poteva tener dietro addentro i monti, e nell'interno delle valli più elevate, ove la guerra d'ordinario era più calda e continuata.» Così pure i nostri condottieri, facendo, mentre sarà il nemico ad intisichire, e finalmente a perir di fame costretto, potranno benissimo le loro bande mantenere. Sarà forse taluno ai surriferiti precetti per obiettare, che vivendo generalmente i nostri contadini di pane levato, e cotto al forno, il loro stomaco abituato a quel genere di nutrimento, non potrebbe uno differente più grossolano, digerirne: aciò, noi daremo per risposta, non esservi abitudine la quale, quando a lasciarla, l'uomo sia fermamente deciso, non si possa cambiare. Lo stomaco, purchè non sieno repentine ma graduali e regolate le alterazioni, si può come tutte le altre parti del corpo, senz'avvedersene, a ciò assueffarsi. Non v'ha dubbio che la necessità o semplicemente una volontà decisa, possano in brevissimo tempo lo stomaco degl'attuali Italiani eguale ridurre a quello dei Romani, loro illustri progenitori, che con la loro sobrietà e frugalità potevano, molto più facilmente di quello che si usa oggidì, le truppe mantenere, pel qual mezzo all'apice della virtù, della possanza, e della gloria, rapidamente poggiarono. Cosa invero dolorosissima non meno, che vergognosissima pell'attuale generazione italiana, quella sarebbe, di dover convenire di una degenerazione di stomaco tale, che infinitamente più debole lo renda di quanto lo fosse quello degli antichi Ebrei, Greci, Romani e dei contemporanei Orientali, Americani e Norvegi, non meno, che dei Francesi e di quegl'Italiani stessi che nel 1812, fecero la guerra in Russia, e le privazioni e fatiche di quella, maravigliosamente sopportarono. Ma per fortuna, non crediamo che siano i nostri Italiani delle provincie e delle montagne alla sopposta vergognosa debolezza di stomaco soggetti. E se attentamente quale sia il loro genere di vita, indaghiamo, lo troveremo affatto dissimile da quello dei signori e di quei giovani effeminati che vivono nelle città, e che ad altro non pensano che ad indebolirsi il corpo, e a perdere la salute, vivendo nelle antezze e profusioni d'ogni genere. La classe degli agricoltori, pastori, massari, ed onesti e frugali abitanti dei borghi, e villaggi e specialmente di quelli situati ai piedi o sui contrafforti dei monti, che formano una considerevole massa d'abitanti, forse la più utile in questa guerra, perchè scevra della maggior parte de' bisogni dei cittadini, per loro giornaliero abitual nutrimento, non si servono per lo più, che di polenta in alcune parti; di farro in altre; e gli abitanti delle Alpi Cozie vivono il maggior tempo dell'anno di sole castagne, e latte. Il famoso autore Carlo Denina, nel suo quadro dell'alta Italia, ci dice «essere le castagne per un buon terzo di quella, il principal notrimento di parecchi cantoni del Piemonte, mentrecchè in altri il grano Turco è a moltissimi proficuo.» Ed in tutti, ove più, ove meno, li vedremo vivere di farina cotta in acqua, di castagne e di latte, etc., senza neppur pensare nè al vino, nè al pane. Da questo noi potremo ben anche dedurre, che forse i più atti e disposti alla frugalità e sobrietà necessaria in una guerra d'insurrezione, che può essere lunga, debbonsi gl'Italiani considerare; già in gran parte a nutrirsi di farina stemperata nell'acqua, cotta senza lievito, e senza forni, ed a non sentire il bisogno di pane, fin dalle fasce avvezzati. Epperciò si potranno meglio di qualunque altro con alimenti eventuali, forniti dal caso, nutrire, e non saranno come il nemico, agl'imbarazzi dei magazzeni, e salmerie per le vettovaglie, le bande, soggette.
Supponendo talvolta, che lo spirito pubblico non sia ancora fino a quel punto, che dovrebbe essere, acceso, e che non faccia preferire per poco tempo, il vitto frugalissimo di semplice focaccia, alla viltà, ed infamia di un'esistenza un pò più agiata ma di continuo dai tiranni interni ed esteri posta in pericolo, ingiuriata, ed avvilita; noi indicheremo nulla dimeno, quanti altri mezzi vi siano onde procacciarsi le vettovaglie, affinchè per questa sola cagione non vengano gl'Italiani dall'afferrare l'idonea congiuntura di ferocemente insorgere contro gl'iniqui oppressori del loro paese, distolti. Pertanto diremo che saranno le vettovaglie ai difensori della libertà ed independenza dal popolo fornite. I governi provinciali ed i consigli municipali delle parti del paese già liberate dalla presenza dei nemici, e le congreghe segrete degli amici della patria nelle parti da quelli ancora occupate, debbono per mezzo della contribuzione generale, alla sussistenza delle bande esistenti nei loro municipi, distretti, cantoni, provincie, con saggio avvedimento provvedere. Interessato il popolo in una contesa che, per suo proprio vantaggio si sostiene, i frutti della quale tutti debbono in suo prò ridondare, nessuno Italiano sarà verso coloro, che per la patria versano generosamente il loro sangue, nè tanto sconoscente, nè tanto snaturato, ed inumano, che di contribuire per la sua porzione al sostentamento de' suoi liberatori, empiamente si ricusi. Ammirabile fù il procedere de' contadini spagnuoli nel tempo della guerra dell'indipendenza. Quanto spesso non si privarono essi del solo pezzo di pane rimanente in casa, per darlo al prode difensore del loro paese, in nutrimento? Quanto spesso non diedero essi il loro ultimo real, con quell'allegra prontezza, che altri nel dar denaro per un buon contratto, manifesta? Ecco in qual maniera il maresciallo Govione di san Ciro si spiega a questo proposito, al capo 3º, pagina 95 del suo giornale: «Si giudichi della situazione del settimo corpo, non ricevendo, nè potendo ricevere alcun soccorso dalla Francia, colla quale non aveva più comunicazione, non avendo altre risorse di quello che può offerire un paese il quale come si è osservato, non produce se non una parte del suo consumo, inoltre già esausto dalla guerra, e dove i pochi viveri, che rimanevano erano offerti dall'amor di patria de' suoi abitanti, alla truppa incaricata di difenderli.» Ed il già citato scrittore delle gesta militari italiane in Ispagna, così parimenti sù questo particolare, alla pagina 173, volume 3º, si spiega «Sobrio com'è il soldato spagnuolo più di quello di qualsivoglia nazione, poichè si pasce delle volte unicamente di focaccia, o di aglio, e si soddisfa a lungo del solo tabacco di cui fuma e fa grand'uso, soccorso in ogni punto da suoi propri concittadini e avente soprattutto in Catalogna nelle piazze, e castella da lui possedute, altrettanti magazzeni sicuri dagl'insulti del nemico, procedeva più allegro, e ardimentoso, nelle parti nude del terreno; ivi attraeva il nemico, lo stenuava di privazioni, lo spossava con attacchi, e se non riuscivagli ogni volta, di forzarlo per un modo, o per l'altro a ritirata, gli rendeva oneroso il soggiorno, micidiale il raccogliere onde vivere, e di quasi nessun avvanzamento nell'acquisto delle Spagne i sacrifici d'ogni sorta, cui per amor di gloria, e disciplina, si esponeva.» Qualora poi succedesse, cosa da non supporsi, che in qualche parte della penisola, non fossero gli abitanti ad apportare il necessario pel sostentamento delle bande così solleciti, essendo questa una necessità continua, ed indispensabile, graviterà per forza sul paese. Tutto il talento di un condottiero consiste nell'esigere i viveri con equità, ed evitare che pei paesi che percorre, succedano eccessi nella loro esazione, e non vengano depredati, limitandosi al puramente necessario, e sempre tenendo sopra la loro raccolta, e distribuzione, un occhio severo, e vigilante; si dovrà delle produzioni, tali quali le possede il paese, contentare, facendo sì per quanto sia possibile, di farne cadere il peso sopra de' paesi, che o non si sono decisi apertamente in favore della causa della patria, o che sedotti dalle perfide suggestioni di alcuni de' loro principali abitanti, gli sono contrarj, e cercherà, i paesi favorevoli alla santa causa, dai pesi di provvista alleggerire; trarrà dalle mancanze, ed anche dai delitti delle persone ricche e possenti, convenevol partito, quando senza scandalo, nè pericolo, la loro punizione possa sopra i loro beni cadere, e si procurerà in tal modo mezzi per la sussistenza della sua truppa, i paesi amici alleviando da questo aggravio. Ed infine la penuria a che si vedranno incessantemente i suoi volontarj, esposti, se la guerra si prolunga, loro farà con pazienza sopportarla; e li conterrà dagli eccessi, e delitti, che possano tali miserie produrre. Don Isidoro Mir, in Ispagna, condottiero d'una banda, ebbe sempre in questa sorta di maneggi un giudizio fino e politica particolare. Non solo molti paesi, per dove passava, non soffrivano, ma bensì, ed in ispezialità le classi povere degli abitanti, vi guadagnavano. Facevasi egli dai paesi i più lontani, e ritirati dal circolo delle sue operazioni, quasi continuamente le vettovaglie condurre, sempre per tali esazioni quelli preferendo, che per la loro prossimità ai punti occupati dal nemico, e per qualche particolare accidente, stavano sotto la sua influenza, od essendo alle sue massime propensi, la guerra che lor si faceva, con orrore, e con disprezzo riguardavano. Un giorno, il caso presentossi, che uno dei magnati di questi ultimi paesi, gli somministrò l'opportunità di provvedere all'alimento della sua truppa, per più di due mesi, calzarla, e quasi del tutto vestirla, senza nulla nè al paese di residenza del reo, nè agli altri che per l'ordinario somministravano il suo mantenimento, addimandare. Un giovane imprudente, allucinato dalla bella mostra marziale dei Francesi, ed inseguito dalla sua famigliare comunicazione con quelli in Talavera, dove spesso frequentava, sedotto, promise al comandante francese di quel punto, di dargli lingua, onde il destro agevolargli di sorprendere Mir; e col pretesto di compartirgli un gran numero di camicie, ed altri effetti per la sua truppa, invitò quel condottiero a trasportarsi al suo paese. Mir, a questo liberale invitamento, come quel che sapeva per varie ricevute relazioni, che quegli molto intimamente coi Francesi di Talavera se la faceva, forte maravigliossi: accettò non dimeno l'invito, e marciò alla volta di quel paese, non tralasciando però di prendere tutte quelle precauzioni che dalla prudenza gli vennero dettate. Una di quelle si fù, di far un giorno prima della sua partenza, un piccolo distaccamento cautamente avanzare in osservazione di Talavera. In fatti l'uffiziale che lo comandava, vidde alla mezza notte un uomo giungere ben bene inferrajuolato ch'ei conobbe essere un cameriere di gran confidenza del magnate di cui si tratta. Tosto lo arrestò, e quindi facendolo spogliare, ed attentamente ogni parte delle sue vestimenta esaminare, gli trovò nelle pieghe dell'abito, nascosto un biglietto del suo padrone al comandante francese diretto, dal quale vennero le sue perfide intenzioni, ed iniqui progetti in chiara luce. L'uffiziale, tenendo prigione il portatore, mandò il biglietto a Mir, che prima di arrivare al paese, lo ricevette, ed affrettando subito la marcia, entrò, e subito preso il delinquente, prigione, se ne partì; postolo quindi sotto giudizio in un consiglio di guerra verbale, stava sul punto di essere sentenziato a morte, quando i suoi parenti tra i quali v'erano molti, che godevano della riputazione di eccellenti cittadini, con preghiere, ed allegando l'inconsiderata gioventù del criminale, e soprattutto l'infamia, che credevano dovesse sopra loro pel supplizio di un parente, giudicato come traditore della patria, ricadere, cercarono d'impetrare il suo perdono da Mir, che solo poteva con un atto di pietà, da quello stato terribile salvarli, offrendosi di obbligare il reo a fare un sagrifizio de' suoi beni alla gravezza del suo delitto, corrispondente, da che più utilità alla patria che dalla sua esecuzione, sarebbe certamente stato per ridondare. Rifiutò Mir primieramente la grazia, ma poi le surriferite circostanze, con ponderazione riandando, e prestando, alle sollecitazioni di quei parenti, utili, e fedeli cittadini, benigno orecchio, i quali secondo il pregiudizio degl'ignoranti, si credevano per quell'esecuzione disonorati, ed in fine temendo pure gli effetti probabilmente funesti del loro risentimento, si decise ad ammettere le loro offerte, mosso principalmente dalla considerazione che il reo teneva la maggiore, e più disponibile parte de' suoi beni nella città stessa di Talavera, circondario, occupato da una forte guarnigione nemica, ed in conseguenza fuori della sua portata. Fu dunque il colpevole perdonato, e con riconoscenza, ed ancora al di là, tutte le importanti condizioni adempì, ciò che procurò a Mir i mezzi già riferiti, in quell'epoca scarsissimi, la gratitudine di un gran numero di persone possenti volte in suo favore, ed il concetto di umano, senzacchè perciò abbia poi tralasciato di continuare verso gli altri il suo sistema di severità, tanto in questa guerra necessario, sebbene il castigo dato a questi, anzicchè moderato, stato sia sufficientemente severo, e di maggior utilità al paese.
Se mai per caso, ad un condottiero avviene di passare in un paese, che di tutto sia deficiente, ma nulladimeno gli abitanti abbiano di che vivere, allora ripartirà i suoi volontarj nelle case, uno o due per famiglia, con ordine agli abitanti di dargli una porzione del loro vitto; se quella, di che mangiare per sè, possede, poco o nessun dissesto le porterà di mantenerli per pochi giorni, e da questo modo potrà il vantaggio ricavarsi, che sempre più affratellandosi i volontarj cogli abitanti, la guerra si renderà viemmaggiormente popolare.
Finalmente perspicace il condottiero, non mancherà di mezzi di sussistenza, perchè abbondante il nostro fertile suolo, di quanto abbisogni, agevolmente lo fornirà; ed essendo i volontarj della patria, quali esser debbono, sobrj, pazienti, e dall'ardor di vendetta stimolati, esiguo nutrimento richiederanno, epperciò loro servirà la nuda terra, per letto; con robusta bevanda di sangue tiranno-tedesco, la lor sete ammorzeranno, e saranno alle durissime loro vigilie, di glorioso ristoro, l'unione, l'indipendenza, la libertà della patria.
CAPITOLO X.
DELLA PAGA E BOTTINO.
In una guerra pel bene della patria, intrapresa, nella quale tutte le nazionali, energìe vengono dalla propria individuale volontà di ciascun cittadino messe in azione; dove il sentimento sublime, che a quell'opera sacrosanta efficacemente lo stimola, in lui svegliando un fervoroso entusiasmo, lo riempie d'idee grandi, e generose, e non deve lasciargli campo di sentire i bisogni volgari ed apprezzare i piaceri, e le soddisfazioni comuni, pare che non pur favellarsi della paga, ma nemmeno, pensiero di quella, andar per l'animo de' combattenti dovrebbe. L'idea del salario porta con sè quella della servitù, e per dar luogo all'avarizia, ed a pensieri di puro interesse monetario personale, i nobili sentimenti deprime. Ferro, e pane, già abbiam detto, dovrebbero essere le sole richieste di chi alla salvezza della patria magnanimamente si consagra; e vile sarebbe colui, che per impugnar le armi onde constituirsi una patria, la paga pretendesse. Alla patria sola, e dopo l'acquisto di una stabilità certa, per ogni ragione, il diritto di rimunerare colui che con tutte sue forze, diede mano a portarla in quello stato, esclusivamente appartiene; e neppure dovrebbe da un vero Italiano, spinto da alti, e sublimi patrii sentimenti, venir tal guiderdone ricercato, perchè, l'essere al felice istante della liberazione della patria, ed allo stabilimento della sua felicità, scopo unico delle sue azioni, colmo de' suoi desiderii, finalmente pervenuto, dovrebb'egli come ampio rimeritamento alle sue fatiche, alle sue veglie, ai suoi patimenti, considerare. Solo ai tiranni conviene di ben pagare i loro sicarj, perchè di quelli si servono, per dare, ai loro pravi progetti esecuzione, e mandar innanzi la ributtante loro tirannia; per estendere le frontiere dei loro stati, per soddisfare ai loro capricci; per sostenersi eguali agli altri tiranni. Debbono perciò in colui che per loro, ad impugnare le armi, ed arrischiare la propria vita si destina, un interesse artificiale, necessariamente creare. Laonde promovono nella truppa, lo sfoggio, la lussuria, il lusso, ed ogni spezie in somma di vizj, affinchè per soddisfarli, abbia il soldato bisogno di danaro, dal quale dipenda, e pel quale venda la sua persona. Ed ecco in tal modo per le nequitosissime tiranniche arti, la più onorevole, non men, che utile, la più luminosa professione, in un mestiere disonesto, vile, e quasi ridicolo trasformata. Infatti, chi può senza sentirsi movere al riso, osservare gli attuali militari in moda attillati e con vestiti sì fattamente cincischiati, che tutt'altro pajono, che guerrieri? Ed è ben giusto, perchè altro veramente non sono, che agenti ciechi, disprezzevoli strumenti del tiranno, ed il trastullo dei cortigiani, che fangli, come burattini, sulle piazze ballare; ma ben contrario a questi scherani, essendo colui, che per la patria intraprende a militare, le sue volontà, e le sue opere, non avendo altro fine, che la riuscita del gran progetto, si vergognerebbe quegli di pensare ai vestiti, ai bagordi, ed alle dissolutezze, siccome vizi che lo stabilimento di un libero vivere civile impediscono, ed alla riputazione di chi da loro è dominato, grave arrecano danneggiamento. Epperciò, non avendo tanti bisogni da soddisfare, mai non troverassi nella necessità di uno stipendio.
I soldati Ateniesi sempre gratuitamente servivano, finattantocchè Pericle introducendo il lusso, non gettò il primo germe della rovina della repubblica, e di assegnare un salario ai difensori della patria, non fece nocevolissimo divisamento. Prima di quell'epoca, in tutta la Grecia guerreggiavano i militi a loro proprie spese; ma egli è bensì vero, che in quei tempi, guerre che non fossero utili e necessarie, mai non s'intraprendevano. In caso solo d'aggressione, o nella speranza di far bottino, correvasi alle armi; ed agiva ogni milite per sentimento di propria utilità, e gli eserciti pochissimo dal paese da dove erano usciti allontanavansi.
Viene da Tito Livio riferito, che i Romani servivano a loro proprie spese, nè mai pel loro proprio servizio fino all'anno 347; ricevettero alcun salario, e possiamo dal sovra-esposto farci chiaramente capaci, non esser quando si voglia, cosa impossibile far la guerra, senza che sia l'assegnamento della paga, necessario. Anzi, quando quella, pel vantaggio della patria, ch'è il bene commune dei cittadini, s'intraprende, noi crediamo che la pretesa di una mercede in moneta, debbasi a delitto ascrivere.