Part 15
Ogni qualvolta di far la guerra si tratta, il primo pensiero, che alla mente affacciasi di chi deve in quella aver parte, oppur dirigere, di sapere si è, qual sia il nemico da combattere, e quindi la sua forza e qualità con accuratissimo studio, a parte, a parte bilicare, onde con prudente estimazione alla conoscenza di quella più debole de' suoi mezzi personali, materiali, e locali, sicuramente pervenire, e nel corso della medesima il maggior vantaggio riportarne. Ora se noi ci facciamo quali sieno i nemici d'Italia, ad indagare, purtroppo se non tutte, almeno la più gran parte delle potenze europee, essere alla felicità di quel paese opposte, verremo da tal esame convinti. Imperciocchè l'esistenza loro politica, ed independente, non meno, che la loro grandezza, e prosperità, l'origine trassero dalla caduta del romano impero, la cui possanza, ed estese conquiste, l'invidia di tutti gli stati, e l'odio generale dei barbari (di tutte le più belle contrade d'Europa conquistatori, e di quello distruggitori) contro gli destarono; quindi da loro, come massima di convenienza europea, fù stabilito di non mai permettere, che quel paese così bello, così fecondo, culla d'uomini tanto grandi, per la sublime ricordanza, tuttora riguardati con sommo rispetto, e venerazione da quelli stessi discendenti dei nemici loro, e come maravigliosi modelli di virtù rara, quasi nell'età presente, inimitabile, all'educazione della gioventù, presentati, retto venisse un tal paese nei futuri tempi da buone istituzioni. Nè mai vollero gli oppressori, che fosse in un corpo solo riunito, ma bensì ognora tenuto in picciole frazioni diviso, le quali stimolate ad essere sempre in guerra le une colle altre, vicendevolmente distruggendosi, ne avvenisse ciò che pur troppo secondo l'intento loro riescì, che deboli, e privi di spirito nazionale, gl'Italiani, vili ed abbietti, in uno stato di nullità, da non poter nè agli stati lontani, nè ai vicini dar ombra, neghittosamente si mantenessero. E questa massima tuttora mantenuta, e sempre da tutti i gabinetti gelosamente conserverassi, imperciocchè l'esistenza di bellissimi ponti, strade, terme, acquedotti, estese fortissime muraglie, archi, etc; monumenti eterni della grandezza di quegli ammirabili eroi, che dal viaggiatore incontransi ad ogni passo, richiamano di continuo in ogni parte dell'Europa, in Asia, ed in Africa, alla mente degli statisti europei, sempre la massima di tenere l'Italia divisa, ed oppressa. E siccome la terra, l'aria, la situazione attuale della medesima non ha da quella degl'illustri progenitori nostri producitrice, minimamente cambiato, ma solo quelle precellenti istituzioni atte a formar uomini forti, in pessime, a rendergli deboli, o viziosi mutaronsi; e che richiamando per avventura le antiche in essere, potrebbero altri simiglianti eroi al giorno d'oggi riprodurre, giacchè a tutti è ben noto dalle stesse cagioni, gli stessi effetti generarsi, ne consegue dunque ch'essendo anzi per loro, dannoso, che utile, di permettere l'esistenza d'una nazione, che potrebbe un giorno combatterli forse ed oscurarli, potendo d'altronde serva, ed umile ai loro cenni, e dispregj tenerla, saran sempre suoi nemici, nè mai potrà l'Italia da loro, ajuto, e protezione per tal oggetto fondatamente sperare. Ma se tutti i gabinetti, che sia oppressa l'Italia e d'agire da se sola incapace, un certo vantaggio ricavano o trarre presumono, tutti però l'utilità diretta, degna de' loro sforzi e sacrifici, non ne vedono. Sanno benissimo i più distanti, ed esperti, non esservi timore, dando esistenza all'italica nazione, di risvegliar in essa la smania delle conquiste, imperciocchè tanto d'allora in quà, la faccia dell'Europa, ed il modo universale di pensare, cambiò, che ridevol cosa sarebbe, che gl'Italiani, riacquistando l'antica virtù, il riposo delle altre nazioni intorbidare intendessero, dovendo anzi credersi che una volta riuniti, e ben costituiti, essere non vorrebbero conquistatori, e nei limiti stati loro dalla natura fissati, il frutto di buone leggi in unione, pace, e felicità tranquillamente godrebbero; e quei che in sì fatto modo ragionano, possono come indiretti nemici considerarci. Ma i diretti, i più accaniti i perpetui nemici d'Italia, che de' suoi patimenti, e della sua vergognosa umiltà fellonescamente gioiscono, sono senza dubbio i gabinetti d'Austria, di Francia, e d'Inghilterra; la verità di quanto ci facciamo arditi d'asserire, chiara vienci dalla storia, dimostrata. Queste tre potenze con false promesse, e con partiti da loro a bella posta suscitati; e quindi abbandonati, a vicenda ingannando l'Italia, immolando sempre quelle persone che si lasciavano dall'illusione dell'appoggio straniero abbindolare, altro, da' secoli, che guai, disastri, ed i maggiori possibili danni, coi loro trattati, e bajonette, a quel disgraziato paese non arrecarono. La lunga estensione del littorale italiano, l'importante sua situazione, il suo eccellente legno per la costruttura delle navi riputato il migliore d'Europa, che in gran copia dai boschi della Romagna in particolare si ricava, la riputazione d'ottimi marinari, di cui godono gli abitanti lungo la costa da Genova fino a Venezia, ed essere stati i Veneziani, e Genovesi, quando fiorivano le loro republiche, padroni del mare, fa sì che l'Inghilterra più d'ogni altro stato, gelosa del suo dominio, ad alleata naturale perpetua dell'Austria da cui nulla teme, è sempre stata, e nè mai d'essere nemica d'Italia sarà per cessare, checchè in qualche momento di crisi abbia, per meglio ingannarla bandito, ed in futuro, a seconda della sua utilità, possa fallacemente promettere. Gli esempi che ci offre la storia dal tempo di Brenno, fino a Napoleone inclusivamente, tutti tendono a provarci, essere sempre stati i Francesi nemici d'Italia, ed averla, ogni qualvolta, libertà, ed independenza le promisero, solennemente ingannata con la prava intenzione di appropriarsene il dominio, al primo acconcio momento. Ma il nemico il più dichiarato, come il più pesante, il più funesto ed abbomenevole, si è l'Austria, che coi puzzolenti suoi stipendiati automi, e con la sua virulenta influenza per mezzo benanco di spurj figli d'Italia, quella barbaramente malmena, e con dispregio calpesta. Il nemico quello è, il più accanito, il più ributtante che ci tiene sotto ferreo giogo, all'estirpazione del quale, con la forza e con l'astuzia, trovasi ogni buon italiano, tenuto. Perchè sebbene siano l'Inghilterra, e la Francia naturali nemiche d'Italia, possono alcune volte per la loro posizione politica, (e siccome d'altronde sono più, o meno rette da libere istituzioni, e sulle ministeriali operazioni ha la publica opinione, forte influenza), possono, non diciamo, proteggere, e sostenere, ma soltanto, ad essere, senza immischiarsi del voto nazionale, i loro gabinetti trascinati l'espurgazione della bella Italia dagl'immondi animali, che la infettano, a pazientemente tollerare. L'Austria, che colla forza e cogli inganni, vuole a dispetto degl'Italiani tener la nostra penisola schiacciata, oppressa, ed avvilita, devesi per l'attual età, vera, e principale nostra nemica riputare, ed al più presto energicamente combattere.
Persuasi noi dunque, che il nemico nostro immediato, ed attivo sia l'Austria, volendo come dobbiamo, contro di lei insorgere, quanti e quali mezzi ella da opporci possegga, attentamente pesar ci conviene. Il maggior stato militare effettivo dell'Austria, è di seicento mila uomini, sebbene in qualche occasione, alcune migliaia di più ne abbia fatte nominalmente comparire. Or supponendo, che far volesse uno sforzo, ed un grande esercito a combattere l'insurrezione italiana spedire, a quel numero potrebbe quello esser portato? Sarebbe mai per lei prudente, e convenevole di sguarnire le frontiere della Polonia, della Prussia, e della Turchia, per quindi tutte le sue forze contro l'Italia dirizzare? Certamente che no: e duecento mila uomini pochissimi sarebbero per far fronte da tante parti; ed eziandio, l'Alamagna, che altro non aspetta se non l'occasione per isfuggire dalla sua influenza, tenere in soggezione. Rimarrebbero ancora quattrocento mila, e di questi un cento mila, appena sarebbe per le guarnigioni interne del paese, sufficiente. Anzi diremo quasi di no; perchè la Boemia, l'Ungheria, l'Illiria, la Galizia, la Lodomiria e la Transilvania che hanno tra tutte una superficie di circa sedeci mila leghe quadrate, male sarebbero con i cento mila rimanenti soldati guarnite. Ma per altro, così alla peggio supposto, ecco a trecento mila combattenti l'esercito nemico ridotto; ora che potrebbero far trecento mila uomini contro venti milioni d'abitanti, a volerli esterminare risoluti! Da quanto abbiamo esposto nel capitolo sesto, la forza disponibile italiana, fatte tutte le più minute, e possibili deduzioni, monterebbe a due milioni di robusti, ed attivi giovani armati per l'unione, l'independenza e libertà del paese, di maniera che si troverebbero sette combattenti italiani per ogni austriaco. La freddezza, e flemma di quei servi dell'imperatore, nessuno certamente ignora. Possono bensì alcune volte con mediocre successo in massa, in colonne serrate, ed in linea nelle pianure venire alle mani, abbenchè poco favorevole anche in questo modo, debbagli la rimembranza delle guerre ch'ebbero contro i Francesi, ed Italiani uniti, riescire. S'è vero che in quelle, per qualche tempo le loro file e righe mediocremente conservavano, non si può però neppure negare che quando dalle truppe leggere franco-italiche, a far nascere intente la confusione e lo scoraggiamento, nelle schiere, furono oppresse quelle macchine, tosto si disordinavano, e si sbandavano; tanto è grande il timore dal quale vengono, al rompersi le righe, assaliti que' soldati che qual mandra di pecore in ispavento, chi quà chi là, dandosi confusamente alla fuga, in tal modo si sparpagliano, che impossibile in appresso riesce di poterle di bel nuovo riunire. E siccome sono di quella emulazione, ed ambizione deficienti, delle grandi gesta producitrice, ed altro stimolo, il loro coraggio non ha se non quello del bastone del superiore, ne avviene che appena dal bastonatore separate, diventano ad agir da per se stesso, del tutto inabili, e tosto all'intiera volontà dell'avversario la cervice umilmente sottopongono. Ben al contrario, gl'Italiani, tanto per proprio genio, quanto pella santissima causa che sono per defendere; ogni qualvolta si trovano isolati, nel pericolo, maggior energia previdenza, ed ardimento rinvengono nel loro animo. Atti dunque solamente in massa, saranno quei puzzolenti automi, del tutto a far testa contro di noi in guerra d'insurrezione per bande, incapaci. Posseggono essi alcune truppe leggiere come i cacciatori tirolesi, la cavalleria ungarese, etc., ma in numero così ristretto, che neppure a continuare la guerra pochi mesi in una sola provincia, non che in uno stato, basterebbe. Onde la loro inferiorità in questo modo di guerreggiare, ad evidenza conoscere, non si hanno, che le relazioni delle loro guerre, a consultare, dalle quali chiaro si vede, che ogni qual volta questi animali ebbero sui monti a combattere sempre furono vergognosamente colla peggio sconfitti, e quelle poche volte, che all'arciduca Carlo, di fare alcuni lenti ed inconsiderevoli progressi per somma fortuna riescì, fù sempre a costo di uno straordinario spargimento di sangue, che più dannosi, che utili rendevangli. Leggansi le relazioni delle loro guerre del 1795 e 1796 e vedransi per la loro incapacità sulle montagne di Genova, compiutamente disfatti; diasi un'occhiata alle loro operazioni militari nell'anno 1797, nei monti delle provincie da loro chiamate Ereditarie, ma che noi chiamiamo usurpate, perchè gli stati non debbono essere patrimonio di alcuna persona, e patentemente vedrassi, il cattivo risultamento delle loro armi, la nostra asserzione comprovare. Volgasi per un momento l'occhio ai Grigioni, e si vedranno nel 1799 in quei monti a perdite considerevoli soggiacere; e nello stesso anno, in Zurigo, pure da un esercito di molto inferiore in numero al loro, scorgeransi, con altissimo disonore, compiutamente debellati. E senza dai monti italiani allontanarci, la sola guerra del 1800 nelle montagne di Nizza, dove una serie d'incredibili disastri, ed una condotta obbrobriosa portarono la vituperevole loro disfatta, per provare le nostre asserzioni basterebbe, ma troppo dovremmo il nostro capitolo estendere, se i fatti d'arme in montagna dov'essi furono ignominiosamente, ed a grandissima infamia loro sbaragliati, rotti, prigioni, ammazzati, e quai vili, brutte, e limacciose bestie, schiacciati, ad estrarre imprendessimo. Bastanci pertanto le succitate guerre, per provare, che i nostri monti sono stati già più e più volte testimonj della inabilità degli Austriaci in quella guerra, che già furono dal loro sangue impuro abbondantemente irrigati, ed altre fiate potranno ancora di quello abbeverarsi. Ed a maggior forza del già detto, aggiugner debbesi, che nelle montagne di Genova, di Lombardia e di Nizza sempre mai soggiacquero contro altri eserciti regolari, abbenchè con molto minor vantaggio delle bande operassero, le quali più agili, svelte, ed accorte, conoscono pure più perfettamente il terreno. Eppure, malgrado ciò, pella sola circostanza delle differenti situazioni, misurandosi con un nemico assai di loro più debole, andarono gli Austriaci a tanto scorno soggetti! Con quanta facilità, con quanta certezza, non sarà l'italica nazione per venire, in brevissimo tempo, dello sterminio a capo, di quelle irragionevoli, straniere, ingorde, e sozze bestie feroci?