Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia Trattato dedicato ai buoni Italiani da un amico del Paese

Part 14

Chapter 142,930 wordsPublic domain

Dal complesso di quelle qualità, in grado eminente dal senato romano, e più specialmente ancora dal dittatore Fabio Massimo possedute, fù alla republica di Roma nell'imminente pericolo di esser soggiogata da Annibale, nel più grave della sua esistenza, aperto alla salvezza, lo scampo. Quelle parimenti resero l'immortale Gustavo Vasa, capace di riunire i Dalecarliani a danno del Clero, e dei Danesi, che la sua patria opprimevano, col qual mezzo riportò la vittoria, ambi quegl'acerrimi nemici compiutamente distrusse e la libertà in Isvezia sodamente fermò. Nei monti della Svizzera, al principiare del XIV. Secolo, i cantoni d'Uri, di Schwitz e d'Underwald, i primi che lo stendardo della libertà contro la potenza austriaca spiegarono; non avrebbero riescito, se quelle virtuose qualità fossero in loro state scarse, o mancanti. Lasciati soli per lo spazio di otto intieri anni dagli altri cantoni, da tutti abbandonati, senza altre risorse, che la loro decisione ostinata, non dimeno sempre evitando di venire ad una battaglia, finattantochè non si conobbero all'armi bene ammaestrati, contro i loro tiranni si sostennero, e quindi dopo quegli otto anni di continua scuola in scaramuccie, in che avevano a disprezzare il nemico imparato, la tanto memorabile, e gloriosa battaglia di Morgarten presentarongli, nella quale una compiuta vittoria riportarono, e stabilirono la libertà del loro paese. Alla fama di questa gloriosa giornata da pochi montanari male armati, e sofferenti ogni sorta di privazioni, brillantemente affrontata, e vinta contro un nemico in numero eccessivamente superiore, ed un esercito agguerrito, e ben disciplinato, di tutto il bisognevole, provveduto; il mondo intero applaudì, ed immediatamente dopo, a quei tre non mai abbastanza commendati cantoni, quei di Lucerna, e Zurigo, si aggiunsero, e quindi Glaris, Zug, e Berna il loro esempio seguirono. Ecco dunque dall'amor di patria, attività ed ostinazione di tre piccoli cantoni, gli Austriaci con infamia da quel paese, che non era il loro, scacciati, e la libertà e l'independenza di tutta la Svizzera, con fortissime radici, piantate. Furono puranche quelle virtuose qualità compartimento del principe di Oranges, Guglielmo primo, di quell'eroe, che contro il governo del feroce Filippo secondo, rivoltatosi, capitanò con felice successo il popolo, all'acquisto, e stabilimento della libertà ne' Paesi Bassi. Delle loro diciesette provincie, solo sette, lo stendardo dell'unione e libertà inalberarono; e non solo, senza il concorso delle altre dieci, ma contro di esse, perchè, sebbene per forza, contro delle sette agivano. Nove anni senza interruzione, sole contro la colossale possanza della Spagna di quei tempi lottarono, finchè poi, il ducato di Gheldria, il contado di Olanda, e di Zelanda, e le signorie di Uttreht, di Frisa, di Over-Issel, e di Groninga, conosciute di poi sotto il nome di Provincie-Unite, il loro trattato di unione, ai 23 gennajo 1579, di commun accordo firmarono.

Per non riandare esempi di molto da nostri tempi, distanti, non abbiamo che a volger l'occhio all'America, e vedremo, queste virtuose qualità nell'immortale Washington, e negli Americani sotto la sua direzione brillantemente risplendere nella lunga lotta sostenuta contro gl'Inglesi, ed alla quale finalmente dovettero il conseguimento della loro independenza, e libertà. Ma che non dovettero quei prodi sofferire, onde a quel felice istante arrivare? Ecco quanto da Carlo Botta viene in proposito riferito, al libro ottavo, pag. 159, della storia di quella guerra: «Non solo si penuriava di vettovaglie, che anzi in tutti gli altri servigi della guerra si provava un'estrema scarsezza o piuttosto carestìa di tutte le cose. Mancavano soprattutto le vestimenta tanto necessarie alla sanità, ed alla elevazion d'animo de' soldati, i quali laceri, e nudi creduti gli avresti piuttosto altrettanti _paltoni_ che difenditori di una patria generosa. Pochi avevano una camicia, molti metà di una, la maggior parte, nessuna. Molti, per difetto di calzamento, portavano nudi i piedi sulla gelata terra. Coltri per la notte, poche se ne avevano, o nessuna. Quindi è che molti ammalavano. Altri in buon numero, inabili per freddo, o per la nudità ad alcuna militare fazione, per consentimento de' capitani, se ne astenevano, i quali o gli lasciavano stare, senza che ne uscissero mai, o nelle capanne, o nelle più vicine masserie, gli collocavano. Poco meno di tremila soldati si trovavano in tal modo per l'inclemenza della stagione, e per la miseria del vestito, affatto incapaci a potere il debito loro operare.» Ed alla pag. 161 dello stesso libro: «Nè solo si travagliava per le cose sovradette, ma ancora per la carestìa degli strami. I soldati rotti dalle fatiche, infievoliti dalla fame, aggrezzati dal freddo nelle fazioni loro diurne, e notturne, avevano nelle capanne in vece di letto la nuda ed umida terra.» Ed infine alla pag. 164 susseguente: «E certamente nessuna cosa si potrebbe ai disagi, che l'esercito Americano ebbe a provare durante quest'inverno, equiparare, fuori della pazienza e della costanza pressochè sovrumane, colle quali gli sopportarono. Non è però, che molti disertando le insegne, non si conducessero, in questo, spalleggiati dagli amici del re, all'esercito britannico in Filadelfia. Ma erano questi per lo più Europei, i quali si erano posti ai soldi dell'America. I natii con egregio esempio di bontà cittadina, e forse ancora per la venerazione grandissima, ed amore, che al capitano generale portavano, si mantennero perseveranti; ed amarono meglio far dura con gli estremi della fame e del freddo, che mancar in sì pericoloso frangente della data fede alla patria loro. A ciò anche contribuì non poco la costanza dei capi dell'esercito, i quali tollerarono in sè medesimi con allegro animo tutte le fatiche; e tutta la strettezza del vivere in cui erano ridotti.» E di qual ostinazione non ebbe duopo, quel modello degli eroi della libertà, l'immortale Washington, per mantenersi saldo in mezzo a tante contrarietà che minacciavano la sua rovina! Il succitato autore così si spiega alla pag. 174 a questo riguardo: «Ma Washington, al quale tutte le narrate pratiche non erano ascose, non solo non se ne sgomentava, ma non se ne alterava; e non che si mettesse in mal umore contro la sua patria, siccome sogliono fare in simili casi gli uomini o deboli di mente, od ambiziosi, nulla rimetteva del suo zelo nel far ciò ch'egli credeva al debito suo appartenersi. Certamente mostrossi in quest'occorrenza molto vincitore di sè medesimo, e diè prova di animo temperato e constante. Si trovava egli in mezzo ad uno esercito perdente, penurioso d'ogni bene, afflitto dalla presente fame. Risplendeva nel medesimo tempo Gates, per la fresca vittoria, e per l'antica fama della militare sperienza, i diarj publici lo laceravano, le lettere anonime lo accusavano, i Pensilvanesi nelle lettere publiche acerbamente il riprendevano, i Mussaciuttessi gli puntavano addosso, il congresso stesso nicchiava e pareva lo volesse digradare. In tanto impeto dell'avversa fortuna conservava egli non solo la stabilità, ma ancora la serenità della mente sua, e pareva, che tuttavia interamente della patria, nè punto di sè stesso, fosse sollecito.»

Furono queste virtuose qualità puranche risplendenti nella condotta di Mina, l'Empecinado, e Palarca, non meno, che in quella dei tanti distinti condottieri di bande, che da maggio dell'anno 1808, fino ad ottobre del 1814, senza governo stabilito, con pochi ajuti, e privi quasi affatto di mezzi, non rallentarono mai il corso delle loro energiche operazioni contro gl'invasori della Spagna e con maravigliosa pervicacia pervennero a scacciarli dal territorio, ed una gran parte distruggere.

I popoli dell'America meridionale, guidati dall'illustre Bolivar non meno, che i Greci nella lunga, e sanguinosa lotta contro i loro oppressori, ci provano queste necessarie qualità, essere loro peculiari.

Per lo contrario, la mancanza o debolezza delle indispensabili surriferite qualità, sarebbe per se stessa capace di far andare l'operazione la meglio calcolata a soqquadro, ed in tal modo molti anni di fatiche e ben ponderate combinazioni, in nulla non men, che in danno tornare.

Minuzio maestro de' cavalli di Fabio Massimo, per mancanza di ostinazione a seguire quella guerra lenta, faticosa, e poco brillante, che il dittatore aveva di continuare divisato, come il miglior modo per l'esercito Cartaginese consumare, mise la salute di Roma in forse, ed era sul punto di rendere in un momento, nulli tutti i saggi disegni di quel sommo capitano, se quegli colla previdenza non si fosse per soccorrere al suo imprudente generale, con vantaggio, ed a tempo; avvedutamente tenuto in pronto, e non avesse coll'attività, e vigore le truppe d'Annibale, fin allora giudicate invincibili, sbaragliate. Il celebre Cola d'Arenzo, l'amico di Petrarca, uomo di merito tanto superiore a quello de' suoi contemporanei, trascinato da una stolta ambizione, mancò della pertinacia necessaria a chi tali opere sublimi intraprende. Abborriva egli, e non poteva tranquillamente sopportare quella differenza, che fra il glorioso governo degli antichi Romani, avi nostri, esiste, e quello attuale dei Papi tanto vituperevole, ed obbrobrioso, per chi pazientemente lo sopporta, l'animo non soffrivagli di vedere, anzi chè l'antica virtù, e grandezza d'animo, il vizio e la viltà moderna in seggio; dall'umiliazione in che vedeva la sua patria giacere, mosso virtuosamente a sdegno, a quella dirizzare in via di libertà e di valore s'accinse; abbenchè persona privata, mancante d'influenza, siccome non era nè un principe, nè un barone, nè un gran signore, tuttavolta con modi stravaganti in vero, ma savj e prudenti, nel suo intento pervenne a riescire. Ma tribuno della nuova Roma, avrebb'egli dovuto la nobiltà gotica del tutto abolire, e l'antico patriziato mettere in piedi, anzicchè qual distinto onore, la sua aggregazione a quel corpo riputare. Ma ben dice il dotto Mably: «La sua ambizione diventò volgare, e per fare il gentiluomo, la qualità di tribuno che lo rendeva alla nobiltà superiore, pregiudicò; disprezzato da quella che lo addottò, e della quale trovavasi l'ultimo, fù dal popolo odiato perchè era dalla sua classe uscito, e così nulli divennero tutti i suoi sforzi per la spirante autorità ravvivare.» Che se per converso, foss'egli stato nel seguire i sentimenti, e principj che lo avevano mosso, pertinace, si sarebbe immortal gloria acquistata, e non avremmo noi a gemere di essere nel fango del vizio, del vituperio dalla tirannide ammorbati.

Quell'isola, della quale il filosofo di Ginevra pronosticava dover un giorno tutta l'Europa stupire, sostenne un'atrocissima guerra pel corso di quarant'anni consecutivi contro i suoi oppressori, e tutte quelle virtù, che rendono un popolo ammirabile, spiegò che a scappar dalle mani dei Genovesi lo agevolarono. Ma non sì tosto conobbe, che Luigi XV, re di Francia, colla perfidia propria dei re assoluti, ora col titolo di protettore, ora con quello di neutrale ammantato, dopo aver più volte le dichiarazioni di non volersi immischiare in veruna maniera negli affari interni di quell'isola rinovate, era in un tratto il suo feroce avversario e persecutore divenuto, per mettergli il morso francese, e quell'independenza, frutto di cotanti patimenti, e spargimento di sangue mandare in precipizio; si perdette d'animo, e per mancanza di vigore, ed ostinazione, gli fù in un mese, il guadagno di quarant'anni di combattimenti involato! Trasandando il generale Paoli gli esempi degli antichi Romani, ed il dovere di vincere o morire ch'eragli dal suo giuramento imposto, ritirossi a languire in Londra, per quindi la sua vita con una morte oscura terminare. In vece che se ostinato, imitato avesse il principe di Nassau in Olanda, comecchè da quella comparativamente formidabile potenza assalito, avrebbe per avventura potuto riescir vittorioso. Di fatti se soli pochi anni avesse l'urto francese sostenuto, sarebbesi nell'epoca trovato della morte di Luigi XV, cui successe al trono Luigi XVI, che siccome di regolare da sè la somma delle cose dello stato, incapace, era in tutto guidato dal signor di Vergennes, il quale avendo una politica liberale addottata, si può supporre che progetti più vasti ruminando, avrebbe alla conquista di Corsica rinunziato, se in vece di sottomettersi, avessero i Corsi continuamente resistito. Oltracciò nel 1778 soli anni dieci dopo la conquista di quell'Isola, fù tra la Francia, e gli Stati-Uniti d'America, il trattato d'amicizia conchiuso, cagione fortissima di nimistà fra quella, e l'Inghilterra, e portolle per lunga serie d'anni, una contro l'altra ad accanitamente guerreggiare. E se si fossero i Corsi quei dieci anni ancora sostenuti, sarebbero stati senza dubbio dalla Francia lasciati in pace, od avrebbero dall'Inghilterra onde dall'isola loro espellerla, possente soccorso ottenuto; poichè sarebbe stata per le sue faccende utilissima cosa; e finalmente se coll'appoggio di quella potenza, o soli, avessero alcun altro poco durato, sarebbe l'epoca della famosa rivoluzione di Francia sopraggiunta, e per le massime di libertà, ed egualità, che in allora la guidavano, avrebbe quella i diritti della Corsica all'indipendenza, riconosciuti, ed all'istante evacuata, lasciando quei prodi cittadini in libertà colle loro leggi, e maestrati independenti, oppure quell'isola, in caso contrario avrebbe sopra un valevole appoggio, da quasi tutte le potenze principali d'Europa, potuto aver fondata confidenza, perciocchè state ben contente sarebbero di ajutare chi l'armi contro una nazione, che tutti i gabinetti erano a distruggere intenti, moveva. Ma la mancanza di pertinacia per alcuni anni ancora la contesa proseguire, la Corsica allo stato di colonia francese ridusse, e tutta la gloria di tante famose gesta, a faccia della presente schiavitù, qual fumo dileguossi.

Gli avvenimenti del 1820 a Napoli, e 21 in Piemonte, furono i primi che abbiano lo spirito d'indipendenza, e libertà italiana, in modo, che avrebbe potuto essere efficace, dai due punti i più distanti della penisola ambidue concordi in massima, apertamente palesato. Quello slancio ammirabile a sublime scopo diretto, all'afflitta, ed avvilita Italia, nuovi giorni di gloria, e di felicità promettere pareva, ma per la funesta sua riescita, di bel nuovo nella primiera afflizione, ed avvilimento fecela vergognosamente impantanare. E di tanto deplorabile disastro fù certamente principal cagione quella, che infelicemente per caso e per ragione della superiorità del grado, sempre nelle rivoluzioni militari ossequiata, furono alla direzione principale degli affari dello stato, tratte persone, in apparenza, a ben dirigere capaci, ed alla magnitudine delle bisogne preminenti, ma che poi in fatto, inette, e da meno delle ponderose incombenze, ch'eransi addossate, si riconobbero; di dubbio amor patrio, e d'attività, vigore, e pertinacia deficienti. Due sole qualità, cioè la prudenza, e la previdenza rimanevangli, ma per colmo d'infelicità, in prò della patria non se ne valsero, e da smodato amor di sè stessi solamente guidati, non furono prudenti, e previdenti, che per lo scampo delle loro persone assicurare. Prima che si fossero alle porte di Napoli, i schifosi Tedeschi presentati, il rinomato generale Pepe, già erasi a Castellammare per la Spagna imbarcato; e circa il tempo, che il generale Latour, ed il goto Bertischneider entrarono in Torino, i generali piemontesi Regis, Ansaldi, e Vaudencourt, unitamente al conte di Santa Rosa, ministro della guerra a Genova, pure i tre primi per la Spagna, ed il quarto per la Francia s'imbarcarono. Privi adunque i caporioni di quel tempo della maggior parte delle essenziali qualità per la riescita delle imprese di gran momento richieste, non è gran fatto da stupirsi, se quel sublime progetto essenzialmente italiano, fù dagli stomacosi Goti, in un subito sossopra mandato. L'accorgimento della maggior parte di coloro, che dai capi dipendono, atto non è in rivoluzione, a quelle colorate cagioni penetrare, che ad operare piuttosto in uno, che in altro modo li muovono. Propensa la multitudine a credere calcolo ciò, che non è, che inerzia, moderazione la debolezza, amor di patria temperato, e ragionevole ciò, che in fatti non è, che amor proprio mascherato, non può fino alla catastrofe, dello sbaglio in che cadde, rimaner convinto, quando già sobissata, non è più di rimediarvi fattibile. Sorpresi, ed afflitti i veri figli amanti della patria, quando lo stato infelice delle cose contemplano, a che l'imperizia, o malvagità di coloro, ne' quali avevano la loro confidenza riposta, li condusse; stretti da inaspettati avvenimenti funesti, che si succedono, in quel generale sconcerto e non sapendo in chi avere, di non essere ingannato, fidanza; debbono alla forza nemica meglio diretta, per non poter altro, darla vinta; maledicono i loro caporioni, e di andar più guardinghi un'altra volta nella scelta, prendono deliberato proponimento. Ma intanto dispersi, ed erranti non sapendo in tal frangente a chi far capo per averne un buon consiglio, in vece d'appigliarsi al partito migliore, ciascuno individualmente pensa a sè stesso, ed in quel momento, del tutto la patria trascura. Tanto in ambe quelle parti d'Italia per l'incapacità o malignità dei caporali successe. E per verità se i sette, od otto mila Italiani, che in quell'epoca il paese in mani di strania gente, a discrezion di fortuna lasciarono, si fossero in cambio di correre il mondo, ai monti ricoverati, ed in quelli, formati in bande, si sarebbero per avventura mantenuti, e potrebbero le cose nostre essere al dì d'oggi, di gran lunga nel buon cammino avviate. Non puossi con giustizia a codardìa l'abbandono della patria imputare, perchè sarebbe tale accusa dalla loro valorosa condotta, in Ispagna ed in Grecia, smentita; ma alla confusione, e diffidenza, dalla malvagità o mancanza delle qualità essenziali della guerra d'insurrezione, nei capi che li dirigevano, prodotte. Avveduto in oggi il popolo italiano, per l'esperienza de' disastri in quel breve, e leggiero movimento sopra esposto accaduti; maravigliosamente lo spirito publico afforzato; e notabilmente fattosi il numero dei veri amatori d'Italia, maggiore, non avverrà, che nell'avvenire in simili perniciosi difetti iteratamente ricada, ma le da noi indicate qualità possedendo, al non cessare dal difendere la patria fino all'estremo, forte si prefiggerà. Saranno alcune bande sconfitte, le nostre città occupate, le nostre fortezze prese; i nostri villaggi abbruciati; ma quella catena di monti, e di luoghi inaccessibili, che per tutta la penisola prolungandosi la circonda, e le provincie tutte l'una coll'altra congiunge, ci rimarrà, onde servire ai Tedeschi di tomba.

Da evidente ragione, forza al mondo non esservi per conquistare, e tenere soggetta una popolazione di venti milioni d'abitanti bastevole, tutti gli Italiani convinti; ad acquistare l'unione, l'independenza, e la libertà della loro patria perverranno.

CAPITOLO VII.

SISTEMA GENERALE DI QUESTA GUERRA, E QUALI SIENO I NEMICI DA COMBATTERE.