Part 13
Dai computi statistici communi ben si sà, che quando una intiera nazione vuole mettersi in campo, può sopra il venti per cento di cittadini abili alla guerra, e capaci di sostenere le fatiche, fondatamente calcolare; dal quale computo si trovano le donne, i vecchi, i fanciulli, gli infermicci, ed i malconformati, dedotti, dai quali tutti, in una guerra come questa, si può una valevole, ed efficace cooperazione benanche sperare. Ben puossi da tal calcolo agevolmente vedere, che dai venti milioni d'Italiani, se ne potrebbero quattro milioni, robusti, forti, ed abili a combattere, con successo, senza grave difficoltà estrarre. Ora noi vogliamo, che la metà e intiera di questa immensa somma si deduca, nella quale sia la porzione d'Italiani, che forse parteggierà pell'avversario compresa, non meno, che gl'indifferenti ed egoisti, i lenoni, ed istrioni, tutta gente, in rivoluzione anzi nocevole, che vantaggiosa: numero da noi creduto, anzi esagerato, che no, perchè difficilmente, uno potrà darsi a credere, che due milioni di persone atte a guerreggiare, nate in Italia, sopportino senza risentirsene e cercarne vendetta, lo scorno della patria, ed anzi una parte di loro per tenerla derelitta in servitù dello straniero, si sforzi! Nondimeno essendo una cosa dubbia, crediamo, aumentando le probabilità contrarie e le cose nel loro più brutto aspetto ponendo, poter con più certezza calcolare, ed i leggitori persuadere. Rimangono ciò non pertanto, ancora due milioni di cittadini, che giovani, robusti, ed arditi, sparsi in tante piccole bande sulla superficie della penisola, armati, e decisi, delle gole, dei gioghi, delle forre, colline, serre, e montagne, delle vette, degli stretti, e dei passaggi dei fiumi, destramente s'impadroniranno, e quando più sicuro si crederà il nemico, di tenergli, sempre dalle sue mani guizzando, ora in fianco apparendogli, ora alle spalle, lo atterriranno, abbatteranno, sposseranno, ed alla fine distruggeranno.
E dove si potrà un esercito nemico rinvenire, per battere due milioni di combattenti decisi, quand'anche tutte le potenze europee, a danno d'Italia si collegassero? Come muoverebbero, come pagherebbero un formidabile esercito, capace di sconfiggere due milioni di virtuosi che per le loro case, le loro famiglie combattono? Il nostro, per lo contrario, sparso in bande, si muove, si sostiene, e riesce con certezza: il suo mantenimento non costa, perchè il cittadino armato, che nelle vicinanze della sua casa guerreggia, paga, non esige alcuna provisione, ma da se stesso mantiensi, e col bottino fatto sul nemico: ma un esercito straniero, come abbiam detto, numeroso, per battere due milioni di combattenti, non si può muovere, nè pagare. Ci si dirà che alle volte succede, che uno maggiore, viene da un minore battuto, e noi conveniamo in questo; ma il nostro non è un esercito, sono bensì nella guerra migliaja di piccoli eserciti, è un'intiera nazione di venti milioni decisa, di qualunque nemico, che voglia occupare il suo paese respingere, da quello che finora la maltrattò, prendere terribile vendetta; e se quella nazione sarà ben diretta, non v'ha chi possa superarla.
«La guerra, dice il conte di Bonneval, è un'arte delle più difficili, per farla con successo, il coraggio, l'intrepidità non bastano; è d'uopo il metodo, e se questo manca, abbenchè si possono avere delle truppe numerose e valenti, è impossibile di vincere. Il loro numero, il loro valore, non servirebbero, che a moltiplicare le perdite.» Persuasi noi dunque della decisione, della forza fisica, e morale, della capacità degl'Italiani, non meno, che del loro coraggio; persuasi che altro loro non manca, se non il grido all'armi per dar ad una generale insurrezione fausto principio, noi proposto ci siamo il vero metodo loro indicare, per giungere alla compiuta vittoria. Tostochè tutti eseguiscano ed in ogni benchè minuta sua parte s'uniformino ai precetti che nei seguenti capitoli, saremo per esporre; con questo metodo gl'inconvenienti, che possano provenire dalla superiorità della tattica del nemico, eviteransi, supplire si potrà alla mancanza di mezzi, e non solo uguale, ma superiore all'avversario diverrassi. Affatto indipendente dalle necessità delle guerre regolari, questo nostro sistema, vince, senza venire all'urto; più in marcie e movimenti consiste, che in attacchi, e difese, non abbisogna di una forte, e fissa base d'operazioni per agire, e l'oggetto a che aspira, può compiutamente, e con somma immortal gloria ottenere.
CAPITOLO VI.
INDOLE E QUALITÀ ESSENZIALI DI QUESTA GUERRA.
Una qualsivoglia guerra nella quale pell'onore, o pel vantaggio di tutti, o della maggior parte dei cittadini si combatta, tanto per difendersi da un'ingiusta invasione, quanto, per un nemico assalire, il cui procedere sia stato ingiurioso alla nazione, di nocumento a suoi interessi, o venga da quello la sua esistenza, o la sua tranquillità in pericolo posta, siccome tutti, o la maggior parte degl'individui del paese concerne, sempre esser deve come guerra nazionale, stimata. Può tal guerra, sì bene sotto un tiranno, come in uno stato libero avvenire; ma senza dubbio, quando ha per iscopo di soddisfare i capricci di un despota; appoggiare le disposizioni d'un conquistatore, acciò le ingorde sue brame soddisfaccia; sostenere un usurpatore della roba, e stati altrui, e così via discorrendo, ogniqualvolta si tratta di combattere pel vantaggio d'un solo, separato da quello della nazione, l'oggetto cambia.
La guerra di Agatocle, tiranno di Siracusa contro i Cartaginesi, avvegnacchè fosse la sua persona da tutti i sudditi odiatissima, era con tutto ciò, tanto rispettivamente alla difesa interna come all'invasione del territorio di Cartagine, nazionale; poichè tutti i Siracusani assai più l'occupazione straniera, della tirannia d'un paesano per cattivo, perfido, e violento che fosse, temevano, siccome d'assai minore nocumento, obbrobrio, primieramente, perchè meno all'onore nazionale ripugna, che il danno per opera d'uno dello stesso paese, e non per violenza esterna provenga, e cresca. E certamente sempre un gran male la tirannide, qualunquesiasi, ma la straniera seco maggior vergogna apporta, ed è insopportabile il suo peso; secondariamente, perchè, il prodotto delle rapine, sempre sotto il tiranno abbondevoli, se avviene, che sia quegli della stessa nazione, nel proprio stato consumerà, ma se straniero, tutti i tesori, alla sua capitale, vorrà senza dubbio spedire. Di ciò, un recente esempio ci viene in acconcio dall'Italia offerto; quando Buonaparte, alla testa dell'esercito francese, venne a spartitamente, in republica costituirla, e che poscia ad una metà della nazione di credersi francese, e per imperatore riconoscerlo, comandò, ed all'altra permise di essere Italiana, purchè come a suo re di sottoporle si consentisse; a Parigi, l'intero prodotto dei saccheggi, e devastazioni, dei tempj di ricchissime suppellettili in grandissima copia doviziosi, spediva; e dallo spoglio dei palazzi, e pubblici musei, i capi d'opera delle belle arti, che attestano il genio italiano, ben futili ma soli monumenti della sua gloria presente, mandava ad ornare le gallerie di quella capitale. In terzo luogo, debbe avvertirsi che un tiranno della propria nazione, circondato da gente del paese, e non come lo straniero da stranieri, esser potrà più agevolmente cacciato dal mondo, perchè sarà cosa assai più probabile, che quei schiavi da lui beneficati, che gli servono di braccio, d'essere oppressori secondarj de loro connazionali vadano un giorno vergognosi, e diano luogo nel loro cuore a sentimenti più giusti e più umani, di quanto si possa da stranieri sperare, che l'amor della loro patria, a far del male alla nostra, di continuo sospigne; epperciò i primi potrebbero un giorno alla nazione contro il tiranno accostarsi, ed in punto lo stato delle cose cambiare; ma gli stranieri mai, perchè difendendo la persona del tiranno, pure la lor propria causa sostengono. Finalmente, almeno gli schiavi beneficati, essendo del proprio paese, il prodotto dei benefizj si spande ai loro parenti, ed amici, e tuttavolta alcun poco, ai buoni toccare ne può; ma per lo contrario, sebbene lo straniero alcuni natii, in posti secondarj, impieghi, avrà sempre gran cura, che i principali e la maggior parte sieno da' suoi ligj paesani, occupati. Ed è per questa cagione, che i Siracusani ancorchè cordialmente il tiranno Agatocle avessero in abborrimento, non pertanto contro i Cartaginesi lo seguirono, ed ajutarono. Altri esempi di guerra nazionale sotto il tiranno, offertici dalla storia moderna, quelli sono della Russia, della Prussia e dell'Alamagna contro l'impero francese, che qual colosso sopra loro piombando di annichilarle minacciava; e benchè fosse a tutti ben noto, le leggi, ed il modo illuminato di governare di quell'invasore, essere di gran lunga migliore di quello dei tiranni antichi, pur nondimeno, l'offeso amor proprio nazionale, il timore dell'annichilamento dello stato d'independenza, e dell'insopportabile, e vituperevole dominio straniero, portò tutte le unità isolate, ad unirsi al loro tiranno, per combattere l'aggressore.
Le stravaganti imprese di Alessandro, (detto il grande) le sue spedizioni in Persia, e nelle Indie, la sua pazzia, di attraversare le arenose pianure della Libia, per quindi con grande spesa il titolo di figlio di Giove Ammone portarsi a comprare, ed esporre in quel modo il suo esercito al rischio di perire di sete, e di fatica, ed al suo nemico dar tempo di radunare nuove truppe, non furono certamente in nessun modo nazionali, come neppure lo furono le conquiste di Carlo XII, re di Svezia, grande suo imitatore, che per saziare la smisurata sua ambizione, onde rapire i regni altrui, ostinatamente arrabattavasi, senza delle migliori sue provincie, e del vantaggio di suoi sudditi curarsi, che iniquamente tiranneggiò, quando avrebbe potuto con gloria immortale nel godimento di quella libertà rimetterli da Carlo XI conculcata, alla quale, nemmen dopo la famosa giornata di Pultava, nella deserta provincia dell'Ucraina, dove lo Czar Pietro, quel pazzo conquistatore sconfisse, ma dopo la sua morte, alla successione al regno della principessa Ulrica, non fù dato di risorgere. E parlando di quell'epoca per la Svezia, sì avventurosa; saranno sempre da coloro, che hanno in pregio la libertà, con venerazione ed amore, gl'illustri nomi dei Bibing, Horn, Ferfch e Creutz, rammentati, che colsero alla morte di Carlo la favorevole occasione di richiamare in vigore la calpestata libertà del loro paese. Tutte le guerre, che dai governi costituzionali s'imprendano, sono per l'ordinario, od almeno esser dovrebbero giuste, e nazionali, perchè siccome nei rappresentanti del popolo la facoltà di accordare, o negare il danaro necessario per intraprenderle, risiede; non pare possibile, a chi da onest'uomo la pensa, che quelli esser possano così sciocchi, vili, o malvagi di poter a sangue freddo la vita, e le sostanze dei loro committenti, ad un mero capriccio, od al solo vantaggio di famiglia del re, che siede in trono, sagrificare. Eppure, come che cosa da non credersi apparir possa, viddimo non dimanco la Francia, nel 1825, muovere una guerra ingiusta; sacrilega, vergognosa, e contraria al ben essere del popolo francese, contro l'infelice Spagna, che nessun motivo le avea dato, di nessun danno la minacciava, e che di potersene stare tranquilla, e quel sistema che doveva renderla un giorno prospera, e fortunata, raffermare si contentava. Pertanto onde sul trono di Francia, la famiglia Borbone assodare, creò in quella guerra, un esercito per sostenerla contro l'odio del popolo, che minaccioso giustamente la detesta. Offensive o difensive le guerre dalle republiche, mosse, sono sempre nazionali, per le stesse ragioni rispetto a governi costituzionali addotte, e non correndosi in quei governi il pericolo, che possa il re col raggiro, e la seduzione, una parte maggiore dei rappresentanti corrompere, ed i fondi necessarj ottenere, onde una guerra opposta all'utilità della patria muovere, e sostenere, poca differenza passa fra la guerra per capricci d'un tiranno, e quella per vantaggio della nazione, intrapresa dagli eserciti regolari, nella maniera di menarla, perciocchè solo nella cagione, ma non nei mezzi differisce; salvochè nel secondo caso, ciascun individuo di agire pel proprio vantaggio essendo conscio, spiega una maggior energia, il generale trova più risorse alla sua disposizione, e più facile la vittoria. Avendo cosa s'intenda per guerra nazionale, accennato, e come possa puranche sotto il tiranno accadere; passeremo a quella d'insurrezione che l'oggetto principale forma del nostro trattato.
Gli uomini fino ad un tal punto, solamente sono docili, il quale non puossi, senza rovinare, da chi gli domina trascorrere. Cedono, ma d'essere avviliti non comportano, nè che alla lunga della loro condiscendenza si abusi, consentono; possono bensì i popoli avvolti tra le caligini degli errori, essere per qualche tempo, dalle fraudi dei raggiratori, ingannati, ma non mai potransi del tutto abbacinare; tostocchè del laccio che tengono al collo, pervengono ad accorgersi, se ne sdegnano, desiderano un cambiamento, ed aspettano, che senza scossa, o grave incommodo la fortuna glielo porti; ma colma finalmente la misura della loro pazienza, viene, dall'oppressione il cieco furore ingenerato, scoppia in allora ferocemente l'insurrezione, la forza s'oppone alla forza e riceve la tirannica violenza il meritato castigo; abbenchè un popolo insorgente, si trovi al primo tratto della riotta, di stretti, e scarsi mezzi d'aggressione, nulladimeno lo spirito, il cuore, l'anima energica, e pertinace possede, se da nobili sentimenti è infervorato, forza capace, al mondo, di sottometterlo non esiste; non andrà da rovesci parziali esente, ma gli stessi trionfi, e vittorie de' suoi nemici gl'insegneranno la disciplina, e gl'infonderanno un tale spirito cittadino, una tale virtuosa alacrità, che alla perfine il trabocco sarà de' suoi oppressori. Un popolo dalla speranza di formarsi in nazione unita, dall'independenza, e dalla libertà esaltato, che alla ferma volontà di acquistarle, unisca una risoluta costanza nella presa determinazione, è certo della vittoria, egli è invincibile. La difesa della Grecia contro l'invasione di Serse, la salvazione del Campidoglio quasi distrutto dai Galli, la rovina delle possenti arme d'Annibale, ci danno a divedere, che sebbene sia molte volte la vittoria dono della fortuna, tardi o tosto è poi sempre il certo guiderdone della costanza.
L'indole di questa guerra, è terribile, perchè ordinariamente in conseguenza della disperazione s'intraprende, a che, o da un occupatore straniero o dalla tirannia domestica, trovasi un popolo duramente astretto. Epperciò debbono tutte le forze individuali in qualunque siasi modo, affine di annichilare il nemico, essere messe vigorosamente in azione, e tutte le così dette leggi della guerra, cessano all'istante, che scoppia l'insurrezione. Ottenere lo scopo, ecco la sola sua legge; tutti sacrosanti saranno i mezzi a ciò adoperati, purchè sieno solamente a quello diretti; e precisamente i procedimenti come barbari, nelle guerre regolari, riprovati, debbono per atterrire, spaventare, distruggere il nemico, e liberare la patria, essere di preferenza messi in uso. Questa guerra fu quella, che l'esercito di Crasso, distrusse; che fece sotto Augusto le romane legioni comandate da Varo, tutte in Germania perire; che anticamente la Spagna liberò dall'occupazione dei Mori; e che nell'invasione di Buonaparte, seppellì, al dir del signor Lemiere de Corvey, otto cento mila Francesi, padroni di quasi tutte le piazze forti, città, e territorio spagnuolo, e di quelle agguerrite legioni vincitrici di poco meno, che dell'intera Europa, la rese vittoriosa! Questa gli Svizzeri dal mai sempre odioso, ed insopportabile giogo della casa d'Austria, sottrasse; le Fiandre dal gravoso dominio del possente Filippo secondo, servì a digiogare, e finalmente rese gli Americani dalla schiavitù britannica liberi, ed independenti. Non ebbero per lo più questi popoli a fare che con lo straniero; ma l'Italia nella sua situazione d'oggidì, convien pure che faccia una guerra complicata contro lo straniero, che l'opprime, in parte colla presenza, ed in parte coll'influenza; è d'uopo farla ben anche contro i tiranni, che sotto la sua malefica direzione agiscono, ed altro che satrapi dell'Austria in realtà non sono; e siccome quelli, coi danari, impieghi, ed il prestigio de' titoli, che sebbene di poco valore, non cessano però di agire sulla mente dei deboli, e degli sciocchi, hanno un partito devoto al sostegno della loro tirannia, (ai minimi termini però in Italia ridotto) d'uopo a questa sarà di quale straniero esterminarlo; poichè solo con la intiera, ed immediata distruzione dei Tedeschi, e dei principi che le varie parti separate d'Italia tiranneggiano, e del loro partito, potrà con ragione sperare di stabilmente, l'unione di tutte quelle in un corpo solo operare, ed avere independenza, e libertà.
Guerra complicatissima e piena di pericoli, e difficoltà, questa si è certamente; esige per conseguenza da chi l'imprenda, una costanza alla prova, ma da un assai maggiore compenso di gloria, e di stabile felicità, sarà il cittadino vincitore, guiderdonato; epperciò solamente da malvagi, effeminati, ed imbecilli verrà la vergogna, e l'avvilimento, alla gloria, e ben essere che da quella ne ridondano preferito. La massa dunque di quegl'Italiani, che non sono malvagi, nè effeminati, nè imbecilli, che noi portiamo opinione sia la più forte (se non in numero, certamente in qualità energiche, e sublimi), in questa santissima guerra concorrerà, e non solo renderà certa la vittoria, che quando fermamente si voglia, non può mancare, ma di molto ne abbrevierà la durata; poichè dal concorso di tutti, s'aumenta l'energia, e la forza, e quando questa ben diretta, sebbene sparsa, maggiore di quella del nemico diventi, non v'ha dubbio, non sia quegli per essere, ad irrevocabilmente soggiacere, costretto.
L'amor di patria, l'attività, e l'ostinazione, sono qualità essenziali, non meno della guerra d'insurrezione per bande, sostenitrici, che il certo veicolo della vittoria.
Ed infatti, tante sono le difficoltà, e contrarietà, che in questa guerra s'incontrano, tanti sono i generi di seduzioni praticati; tanto belle, lusinghiere e vantaggiose sono le segrete proposizioni fatte dal nemico; che se il più ardente, e purissimo amor di patria non n'è il solo, e principale motore, qualunque altro potesse essere, farebbe l'umana fragilità, il cuore de' guerrieri, che combattono, vacillare, e perdere di vista lo scopo. Se l'amor di patria, mancasse, oppure si trovasse debole, caderebbe per necessaria conseguenza, l'attività, che da quello riceve l'impulso, e quindi eziandio la sempre incommoda ostinazione, che un animo forte, ed una mente ferma esige, alle dolcezze offerte, e facilitate dal nemico, calcitrante, per dar la preferenza ai disagi, e patimenti, che senza interruzione si succedono, ma cui dal lungo sopportamento, solo può derivar la vittoria. L'attività, e l'ostinazione sono i due principali mortiferi veleni, che debbono gradatamente l'avversario spossare, il suo corpo colossale, di giorno, in giorno estenuando, in una compiuta astenia portare, onde poterlo, quando indebolito, non possa più far resistenza, facilmente annientare; l'antidoto di questo veleno, sarebbe per parte nostra il riposo, con la pessima aggiunta, che quella morte da noi destinatagli, ci cagionerebbe. L'attività dev'essere ben regolata, in modo, che non sia mai inutile, ed in uno sregolato furore non degeneri, perciocchè quegli è il principale agente distruttivo della pertinacia, che a qualsivoglia sinistro, o favorevole avvenimento imperturbabile, al riposo del pari, ed alla disperazione, opposta, alle fraudolenti concessioni del nemico, incontentabile, non ha essa in mira che l'intera, e perfetta distruzione sua, e nè il terrore, nè le lusinghe, nè le sofferenze possono di giungere al fine, che si è proposta, porre impedimento, dal quale nulla è capace, che la sola morte di farla traviare.
Derivazioni delle sopra espresse qualità, non meno necessarie alla guerra d'insurrezione, sono senza dubbio la prudenza, il vigore, e la previdenza, che aprono la via, e nel retto sentiero, il cittadino insorto per la liberazione della sua patria, guidano, e fangli scorta.
La prudenza lo induce al calcolo delle sue forze, di quelle del nemico, del tempo opportuno ad un attacco, e dei mezzi atti ad assicurare la vittoria. Il vigore lo sostiene nell'incalzare il nemico, e tanto molestarlo, che debba la parte avversa per forza cadere, la previdenza gli mette anticipatamente sott'occhio, le operazioni future del nemico istesso, i mezzi di profittarne, o almeno renderle nulle, di mettersi al sicuro, di evitare un'azione in che possa esservi il dubbio di non essergli superiore, non meno, che di torcere la felice opportunità, di far temporeggiare l'avversario in suo prò, onde condurlo alla lunga ad un breve e debole combattimento.