Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia Trattato dedicato ai buoni Italiani da un amico del Paese

Part 12

Chapter 123,393 wordsPublic domain

Mezzi d'ogni sorta, generali capaci, popolo disposto, combattenti valorosi onde poter combattere, e schiacciare, gli abborriti nemici, non sono in Italia certamente mancanti; ma la situazione politica delle varie parti della penisola; le poche truppe regolari capaci di entrar in guerra pe' paesi disseminate, la divisione di quella in tanti stati; sono tutti alla riunione immediata d'un esercito regolare, gravi impedimenti. Dal calcolo approssimativo delle truppe nazionali d'Italia attualmente al servizio de' tiranni, puossi facilmente dedurre, che lasciate le guarnigioni necessarie nei proprj paesi, le rimanenti atte ad uscir per riunirsi ed in un determinato punto, formare un esercito, ad un numero maggiore di cinquanta cinque, o sessanta mila uomini non ascenderebbero; supponendo, che il Piemonte possa mandare trentacinque mila combattenti, quindici mila Napoli, e che tra la Toscana, Parma, Lucca, Modena ed i Papalini, si possano dieci mila uomini riunire; ecco sessanta mila il numero disponibile delle truppe che si potrebbero muovere; ma è pure da osservarsi, esser queste in oggi mal commandate, senza spirito nazionale (parliamo in massa perchè, ben sappiamo che individui sonvi, e molti, i quali rodono in silenzio il ferro che gl'incatena, e gemono in segreto sul vilipeso onore italiano, e sui mali della patria;) tal che nel loro attuale ordinamento lor sarebbe non che difficile, anzi impossibile per ispontanea volontà, e simultaneo movimento in un punto determinato la loro riunione operare; senza essere, nella distanza, che avrebbero a percorrere per congiungersi, dallo straniero, o partito tedesco interno impedite, e separatamente battute. Neppure crediamo essere un movimento simultaneo generale da sperarsi, perchè tante sono le difficoltà particolari a ciascheduno stato, città, luogo, dove di fare si tenta una rivoluzione, tanti gli avvenimenti che possono il meglio combinato movimento, non solo ritardare ma ben anche sventare; tante le contrarietà inaspettate fra gli stessi speziali elementi d'azione, facili a sorgere, che uno scoppio simultaneo in uno stato, provincia, o distretto non solo, ma in una stessa città può dirsi difficile, anzi quasi impossibile. E parimenti in uno così esteso spazio come la penisola italiana, in dieci stati differenti divisa, che dieci centri sono di governo, di polizie, di carabinieri, di spie, etc., tutti a render nulli gli sforzi di quegli eroi, che una rivoluzione intraprendessero, intenti, tal cosa non è da sperarsi, e non potrassi mandar ad effetto. Ammirabile, da desiderarsi, e degno in vero di un popolo energico, e di gran mente un vespro italiano, contro i Tedeschi e partigiani loro, certamente sarebbe; da quelle macchie, che fanci vergognare ci sbruttarebbe; in un istante avremmo delle grandi ingiurie, finora per la nostra dappocaggine sofferte, giusta, e memorabile vendetta, e per la gloria di tal fatto, verrebbeci aperto il cammino a ben fondata, e durevole felicità. Ma quei grandi avvenimenti degni d'un popolo d'eroi, difficilmente si ripetono, ai quali pure l'estesa superficie del nostro paese si oppone. Quei sessanta mila uomini dunque, che riuniti, ordinati, e ben comandati, e coll'andar del tempo aumentati, sarebbero di battere, vincere, e distruggere i nemici d'Italia, capaci; non potendo per un simultaneo movimento riunirsi, sono in oggi, attesa la loro posizione, di poco, o niun conto in massa, per una guerra regolare, da considerarsi; altro con fondamento a sperar non rimanci, se non che venga da uno, o più stati, la bandiera della patria, inalberata, e che successivamente da un paese ad altro estendendosi, la rivoluzione si renda generale; ma prima di lasciarla a quel felice punto arrivare, i nemici del paese, le loro forze tosto riuniranno, loro agevol cosa sarà di poter di cento mila combattenti disporre, la confusione, e debolezza di tutti i principj dei cambiamenti politici inevitabili, sarà da loro ben calcolata, e messa a profitto, ed acciocchè non prenda il nuovo sistema incremento, e non si consolidi, sopra lo stato insorto, con tutte le loro forze piomberanno. Eccolo allora in procinto di soggiacere, dovrà in tutta fretta alla poca truppa ordinata, che mantiene, un numero grande di ardenti cittadini aggregare, amanti cordialissimi della patria certamente, ma non usi alle armi, nè per anco alle veglie, alle fatiche, ed al formidabile aspetto d'una battaglia campale assuefatti, inevitabile, se il nemico la vuole, come la vorrà, e da non potersi nella guerra regolare, a piacimento schermire, senza mettere in pericolo la capitale dello stato, che deve in quell'epoca la base delle operazioni militari, formare; ed ecco l'onor nazionale, e la libertà della patria, con probabilità della vittoria in favore del nemico nelle mani della cieca fortuna commessi, che come ognun sa ben sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i degnissimi. Ora, perchè al momentaneo, incerto, e probabilmente sfavorevole successo delle armi, quanto di più sacro, di più stimabile, di più caro havvi agli uomini, in battaglia avventurare, quando mettendoci in guerra per bande, il successo non è più dubbio e possiamo con certezza, con minori rischj, sebbene con maggior tempo, soffrimenti, ed attività continua, ottenerlo? Ma non è il tempo, quando viene per il bene publico impiegato, punto da valutarsi, le fatiche, le pene, e la stessa morte quando sono per la patria, sofferte, dolcissime al cittadino dabbene riescono; ed è l'attività sommamente agl'Italiani necessaria, per poterli dall'ozio ed effeminatezze in che marciscono snighittire. E siccome altra riputazione, se non quella di buoni pittori, scultori, e di saper ben trillare in una arietta, in Europa non godono; non dobbiamo per un calcolo inconsiderato, per una fretta inopportuna, la somma delle cose avventurare, quando, in altro modo, la certezza abbiamo della vittoria; la independenza, e libertà acquistate con sudori, assai più durevoli riescono, di quella, per favorevol circostanza, senza pena, e senza sangue fondata. Se gli Spartani di combattere soventi con gli stessi vicini, per timore d'insegnar loro la maniera di far la guerra, evitavano, la contraria massima dobbiam noi abbracciare. Una guerra lunga e continua ci converrà muovere, contro i nostri nemici, finattantochè, per trarci dall'abbiezione in che siamo, le virtù degl'avi nostri, abbiaci il lungo combattere, a riacquistare, portati.

La forza reale, regolare italiana, non potrà dunque essere tutta in un momento riunita, perchè anderebbe soggetta, prima di poter agire, ad essere dal nemico attaccata, e separatamente distrutta, ed in qualunque altro modo per separate frazioni insorga l'Italia, non le converrà mai d'immediatamente, a campo aperto quei vecchi battaglioni di Goti sfidare; coi quali non è mai permesso di venire a patti, ma debbonsi distruggere. Egli è ben vero, che come sudditi di un despota, di mente opaca, inattivi, e contenuti da irresistibile forza d'inerzia, solo della loro fisica esistenza occupati, (vizio naturale dei servi, i quali altro non hanno, che la cieca obbedienza per legge, e l'oppressione per regola) trovandosi a fronte di combattenti animati dal fuoco della libertà, e dallo stimolo della vendetta di tante vecchie e gravi ingiurie che rende attiva tutta la loro energia, debbono per certo a tali infervorati competitori resi per l'accanimento insuperabili, le mille volte quelle carnose macchine, inferiori trovarsi; epperciò non parrebbe dover dubbiosa riescire la lotta. Eppure, quante volte non abbiam noi veduto popoli insorti, cittadini da purissimo amor di patria stimolati, che, per mancanza di tempo ad ordinarsi o perchè non vollero, o non seppero mettersi a campo in bande, soggiacquero, e l'ordine e freddezza di vilissimi servi, l'entusiasmo, e l'ardore vinsero di valorosissimi campioni della patria! Percorrendo l'istoria della rivoluzione di Francia, che tutta unita, con un solo centro, si trovava in una situazione politica assai dalla nostra differente, e che al primo scoppio quando le fù notificato il trattato di Pilnitz, tre milioni di cittadini armati, ed equipaggiati contava, per la difesa della patria iscritti, noi vediamo chiaramente che con mezzi eziandio così formidabili, con un entusiasmo così manifesto, e generale, la prima colonna di truppe sotto gli ordini del generale Biron, uscita contro la colonna tedesca comandata dal generale Beaulieu, quando al campo di Boussie si trovò per la prima volta in faccia al nemico, senza venir alle mani, ma sul semplice dubbio di essere attaccata, si diede ad una precipitosa fuga, perdette tutti i cannoni, lasciò moltissimi prigionieri, ed una parte della truppa non si fermò fino a Valenciennes, e l'altra al campo di Famars alla sfilata si rifuggì. E nello stesso tempo, il maresciallo Teobaldo Dillon, uscito di Lilla con dieci squadroni, sei battaglioni, ed i competenti cannoni, dirigendosi verso Taurnay, sulle alture di Marquin, s'incontrò col generale austriaco d'Happoncourt alla testa di soli tre mila uomini. Dillon in vece di attaccarlo sebbene fosse di molto superiore in forza, misesi in ritirata, ma pur non dimeno sorpresa la truppa francese da un subitaneo terror panico si sbandò, e fra urli, e grida, se ne fuggì a Baisien, dove impiccò il colonello del genio Berthois, e mise il maresciallo Dillon con le bajonette in brani, ambedue sospetti di tradimento. Il generale Gouvion, attaccato all'improvviso a Glisuelles dal generale Clairfait, avrebbe avuta la stessa sorte, se non fosse giunto a tempo in suo rinforzo, il generale Lafayette, che ristabilì il combattimento. Chiaro dunque appare, che se una rivoluzione in una delle varie capitali d'Italia succedesse, e fosse quella ad intraprendere una guerra regolare costretta, le truppe di fresco raccolte, ed ordinate, comecchè ben disposte, e coraggiose, correrebbero rischio di venire sbaragliate al primo fuoco di quelle fredde masse di flemma già use, da molti anni a veder le sconfitte più grandi, (quantunque nelle ultime guerre, in fronte agl'Italiani che servivano la Francia, non abbiano mai di avvicinarsegli troppo, avuto l'ardimento e siano soventi volte da quelli state rotte e del tutto dissipate) attesochè proprio è delle truppe vecchie, per cattive che siano, d'agire con maggior freddezza, prudenza, e ben considerata condotta delle nuove, e sono per lo contrario l'impazienza, e la precipitazione, le qualità d'una truppa regolare, quantunque formata de' migliori soldati; ai combattimenti non avvezza, ma che per la prima volta trovasi al fuoco. Sono di questi difetti, principali cagioni, primieramente quel bollore particolare, di chi pieno di santo entusiasmo alla difesa di quanto più apprezza al mondo, generosamente si slancia, furore santissimo, germe delle grandi azioni, e sempre che sia ben diretto, produttore degli eroi, ma quasi sempre alle insidie della fredda prudenza soggiacente, secondariamente, quella mancanza di confidenza relativa sì nei superiori, che nei compagni, la quale, se non col lungo guerreggiare assieme, col trovarsi le molte volte nei pericoli reciprocamente a sostenersi obbligati, non s'acquista; la qual mancanza in un esercito nuovo immediatamente al fuoco nemico esposto, genera immancabilmente titubanza, soprattutto poi, quando in un momento di rivoluzione si forma, in che generalmente il sospetto esiste che non sieno tutte le componenti unità guidate da quei puri sentimenti, che per la difesa della patria si esigono. Infine, la poca subordinazione, la trascuranza degli ordini tattici, i soli a render formidabile una moltitudine d'uomini uniti, capaci, il rilassamento della disciplina, e la mancanza di quel freddo calcolo, che per la conoscenza del passato, pondera il presente, e l'avvenire prevede; sono generali, e comuni difetti, ma di sì gran momento, che possono in un istante, mandar tutto quanto in rovina, ed al nemico, sebbene inferiore in numero, in entusiasmo, e coraggio, la vittoria assicurare; onde di quanto ci siamo intrattenuti ad esporre, maggiormente convincerci, diasi un'occhiata alla disfatta di Rieti, e di Novara, e si vedranno quei guerrieri, che in Ispagna e Russia tanto si distinsero, ed i Piemontesi soprattutto, dal miglior generale del secolo notoriamente predistinti, da un pugno di pecoroni austriaci del tutto debellati. E sebbene a produrre questa deplorabile disfatta, che ci coprì di vergogna e ci rese agli occhi dell'Europa intiera dispregiabili, abbiano assai più i maneggi interni, e le gherminelle dei nostri compagni che alla testa del governo rivoluzionario si trovavano, contribuito, non è però men vero ch'ebbero i succenati difetti, non poca parte alla generale rovina. Memorabile esempio di quanto danno possano essere dappersesoli cagione, quegl'inevitabili difetti d'una truppa regolare, di fresco ordinata, lo possiamo nella storia di quella tanto maltrattata nazione rinvenire, la quale come chè governata da un'oppressiva aristocrazia, e da uno spirito cavalleresco guidata, se non insensato, almeno per la libertà della patria inutile, nondimeno quelle robuste virtù possedeva, che ognuno de' suoi cittadini degno di vivere in uno stato libero qualificavano, vogliam dire, della Polonia, che nel 1794 si levò in massa, e per otto intieri mesi, contro la forza colossale delle tre potenze alleate, Russia, Prussia, ed Austria, che al loro solito conculcando quei dritti, che sempre per loro invocano, e non mai negli altri rispettano, l'avevano invasa, divisa, e con mano ferrea l'opprimevano, fece maravigliosa resistenza. Avrebbe certamente questa opposizione di tutto il popolo concorde, avuta una favorevole riescita, se contentandosi di andar per le lunghe, si fosse in tante bande separate messa in campo, le quali cogliendo tutte le occasioni di danneggiare il nemico al sicuro, ajutate dalla cooperazione degli abitanti della città, avessero i nemici ridotti a non essere padroni che del terreno dalle proprie persone occupato, senza all'esito di una battaglia, la somma delle cose avventurare. Ma per lo contrario, dal mai sempre illustre e celebrato Kosciutzcko capitanati, vollero a Macieiovice, (ove valorosamente con rabbia e furore combatterono), il tutto mettere all'incerta sorte di un combattimento decisivo; e compiutamente sconfitti, Kosciutzcko ferito e prigioniero, dovettero per tale imprudente determinazione, piegare il collo a quel triplice giogo, contro il quale, erasi tutta la nazione con mirabile entusiasmo levata in armi; sconfitta, che ancora in oggi amaramente piange la Polonia, e ne prova giornalmente le funeste conseguenze. E se poi alla guerra della independenza spagnuola volgiamo l'occhio, con tanta energia da quel popolo infiammato dall'amore di patria sostenuta, noi vedremo i suoi generali, sebbene vecchi ed esperimentati militari, alla testa di soldati che individualmente già con molto onore, si erano varie volte in guerra trovati, ardenti per la difesa del paese e dell'onore nazionale insultato, aver non dimeno nel corso di sei anni di guerra la disgrazia di essere in dieci battaglie campali sconfitti, le quali rotte avrebbero interamente dato all'invasore il libero possesso della Spagna, se quel popolo generoso, e forte, i mali della sempre vergognosa, e nocevole occupazione straniera, come le inevitabili conseguenze della guerra, avesse vilmente considerati, e si fosse come certe altre nazioni, e con ispezialità alcune parti dell'Italia, a quelle sottomesso; anzicchè, come fece, animato dall'odio, ed irritazione costante, insorgere, e mettersi in campo per bande valorosamente decisamente: dopo aver in olocausto alla libertà del paese, molti di quei generali offerto, che o per paura, o per ignoranza, o per tradimento all'orlo del precipizio condotto lo avevano. Per la qualcosa appena fuvvi una grande città in Ispagna nella quale non sia stato un qualche vecchio generale tagliato a pezzi, o strascinato per le contrade dal popolo arrabbiato; un Cevallos in Vagliadolid, un Saavedra in Valenza, etc.; furono fors'anche innocenti, ma necessarie vittime del furor nazionale. Egli è doloroso il dirlo, ma quelle azioni atroci le prime cagioni furono della determinazione del popolo a mettersi in bande, poichè lo misero quelle stesse in una pericolosa posizione, e quel sentimento di rabbiosa pertinacia gl'infusero, che unita all'energia, ed alla simulazione, creò ed alimentò i mezzi onde venire del gran progetto di sottrarsi al vergognoso dominio de' suoi vicini gloriosamente a capo. Finalmente una valevole riprova, di quanto agli eserciti di fresco riuniti, sia difficile, a quelli, che da lungo tempo militano assieme, far testa; deve per noi essere quella famosa battaglia di Waterloo, che in un istante della sorte della Francia decise. Noi in quella vediamo le stesse truppe francesi, comandate dagli stessi valorosi generali, che avevano in quasi ogni parte d'Europa a portato il terrore, o si potevano con giustizia, come eccellenti maestri di guerra riputare, in quella tattica da loro perfezionata, sotto il fuoco del nemico profondamente periti, al quale furono sempre superiori, ogniqualvolta con quella sola, senza il soccorso degli elementi, o dei popoli insorti a loro danno, Buonaparte di batterli pretendeva. Noi vediamo dunque siffatte truppe, sotto tale comando, mettersi nondimanco precipitosamente in fuga, quando sorprese da un timor panico, credettero che i quattro battaglioni i quali attaccarono la posizione vicina al villaggio di Mont-St-Jean fossero rotti, ciò che per verità ne aveva tutta l'apparenza, atteso il numero considerevole di feriti, che per farsi medicare al retroguardo, le loro file abbandonavano; alla qual vista tutta la truppa sbandatasi, aprì in quel modo le porte della capitale della Francia, allo straniero che essa abborriva, e alla dura legge che a lui piacque dettarle, con estraordinaria quietudine si sottomise. Molti scrittori militari, e politici si perdono in congetture sulle vere cagioni, che possono quel funesto avvenimento aver prodotto, gli uni al tradimento dei generali, altri a sbagli, e mala direzione di Napoleone lo attribuirono; noi ben crediamo, che abbia in qualche modo il tradimento influito, ma non però all'intiera dissoluzione dell'esercito; massimamente che il tradimento tuttavia non è interamente provato, poichè in un paese dove la stampa è libera, e dove l'onore militare in prima così puro, e brillante, ebbe una tanta sozza macchia, si sarebbe certamente chi montasse in bigoncia rinvenuto, e la prava condotta di quell'infame, che per una sua vile particolare utilità, sacrificò la nazione, al mondo intero palesasse, onde lo scorno di quella disfatta in tal modo, se non togliere, almeno scemare. Ma nessuno finora, fece quel gran segreto abbastanza chiaramente palese; molti lo lasciano travedere, ma scorgonsi da considerazioni personali trattenuti, epperciò, che il tradimento la principale cagione sia della rotta non puossi in coscienza conchiudere; perciocchè attribuire al tradimento una catastrofe così importante pell'Europa, e quello non bene spiegare, e chiaramente provare, lo stesso sarebbe, come se il destino si calunniasse; male si appongono coloro, che alla cattiva direzione di Napoleone l'attribuiscono, perchè tutti i migliori tattici vanno nell'asserire d'accordo, che meglio di quello che fù non poteva essere stata diretta, e che le male disposizioni erano realmente quelle date dal generale inglese, che fù quindi egli stesso abbastanza giusto, per commendare il talento dimostrato dal capitano avversario non meno, che la precisione dei movimenti, e la giustezza delle operazioni, a che dunque dovrassi questa terribile disfatta principalmente attribuire, se non a quel difetto inerente a tutti gli eserciti, quantunque composti di truppe vecchie ed agguerrite, in fretta riunite ed ordinate? A quell'oscillazione propria dei battaglioni, composti di soldati, che ancor bene non si conoscono? a quella mancanza, come già abbiam detto, di reciproca confidenza, frà le unità componenti le masse, e di queste fra di loro, qualità bastevole da se sola per dar la vittoria, e che da altro se non da una lunga abitudine di trovarsi assieme nei pericoli, nelle sofferenze e nei piaceri, non puossi acquistare? Se la Francia avesse seguito quel consiglio datole in un proclama da Napoleone stesso, cioè di seguir l'esempio degli Spagnuoli, che a lei per modello proponeva non meno, che a tutti quei popoli, che dell'independenza, e libertà del loro paese fossero desiderosi, e se si fosse levata in massa, per bande, non avrebbe dovuto al pagamento di quell'esorbitante multa soggiacere, ed all'abborrito dominio de' Borboni, portati sulla punta delle bajonette straniere, che per due volte, a suo malgrado, fu costretta di ricevere e quai padroni obbedire, non avrebbe certamente dovuto con pazienza sottomettersi.

A noi pare di aver con sufficiente evidenza provato, non doversi immediatamente dopo l'insurrezione, una battaglia commettere; e che quandanche porre si volessero gli esposti pericoli in non cale, non sarebbe in Italia per la sua situazione politica, di riunire un esercito regolare, per far testa a quello già esistente dei nemici, possibile; ed esser perciò cosa necessaria, che gl'Italiani abbiano a quella guerra leggiera ricorso, che la Spagna dall'invasione francese di già liberò, ed il risultamento della quale non può essere dubbio, quando tutta, o gran parte della nazione sia a quella santissima impresa concorrente, contando venti milioni d'abitanti, sopra un territorio fertile, circondati da mari e monti, e da quest'ultimi pure attraversata; la nazione in generale pensi non solamente bene, ed in favore della guerra, ma sia fermamente, ed ostinatamente, a voler venire ai fatti disposta, (solo modo di lavare le sue onte col sangue di quei vili che da tanto tempo la malmenano), inoltre non cessi di costantemente, con un sistema fisso, ed invariabile operare, ed allora qualsivoglia nemico l'assalisca, mai non potrà essere quella nazione superata. Quando per mezzo di quel sistema delle bande, che debbonsi progressivamente estendere, ed aumentare, renderassi generale il fuoco, allora, tutte le nazionali energie si spiegheranno; tutte le opinioni saranno allo stesso scopo dirette; tutte le azioni al gran progetto concorreranno, ed a quell'insensato nemico, che di trionfare si lusingasse, altra sorte non rimarrebbe, che di perir con vergogna.