Della architettura gotica

Part 6

Chapter 63,487 wordsPublic domain

Queste ultime parole d'Otfrido attestano, che ignote a lui furono molte Scritture dell'idioma de' Franchi, le quali soglionsi attribuire all'ottavo secolo. Elle perciò sembrano appartenere alla seconda metà del secolo nono, e di non aver l'antichità della Parafrasi d'Otfrido. Tali sarebbero state le Versioni d'un Libro di Santo Isidoro di Siviglia, e della _Regola_ del Patriarca San Benedetto; il _Pater Noster_ Germanico; poche _Formole_ Catechistiche del Concilio di Leptines (del 743, tradotte forse più tardi); la pugna d'Ildebrando e d'Altubrando ne' Ritmi di Cassel; una preghiera di Weissemburgo della Baviera[111].

In tal guisa Otfrido, che amava il suo linguaggio Teotisco e provavasi a dirozzarlo con le sue sacre rime, non potè dissimularne i difetti e la rusticità. Non trovo per verità, che Amalasunta in Italia e Brunechilde in Ispagna fosser dotate di sì stridenti gole. Questa pochezza e barbarie regnò parimente appo i Franchi, quando essi non parlavano in Latino. Coloro, i quali confondono la razza de' Germani di Tacito con quella de' _Geti_ o Goti si condannano a dover concludere, che un solo furono l'idioma d'Otfrido e de' Visigoti così di Spagna come della _Gallia Gotica_. In simil modo avranno essi a dire, che le fabbriche imprese dopo San Bonifazio nella Germania di Tacito, dalla seconda metà dell'ottavo secolo fino alla prima del nono ed all'età d'Otfrido, uguagliarono in magnificenza ed in _elevazione_ i Tempj Toledani di Santa Eulalia e di Santa Leocadia, e que' d'Alfonso il Casto in Oviedo e tutti gli altri magnifici Monumenti dell'_Architettura Gotica_, de' quali s'è fin qui ragionato.

XXVI.

Un altro popolo intanto, a' giorni d'Alvaro di Cordova e del Diacono Leovigildo e d'Otfrido, minacciava le spiagge dell'Europa Occidentale sull'Oceano, recando con le sue marittime correrie i più gravi danni e le più spietate stragi alla Spagna ed al Regno dei Franchi. Erano i Normanni, a' quali ho detto, che Ulmaro nell'875 diè il nome di _Geti_[112]: nome, che loro s'appartenea, sì come ho narrato nel Libro Trigesimo Settimo della Storia. Qui solo dirò, che nel 912 Rollone il Normanno ebbe dal Re Carlo il Semplice quella parte, la quale chiamossi Normandia, del Regno de' Franchi di Neustria, col titolo di Duca: e che il nuovo Duca pose la sua sede in Roano. Fu padre di Guglielmo I. detto _Lungaspada_, il quale dalla nobilissima Sprota generò il Duca Riccardo I. Sprota, rimasta vedova, da un secondo marito ebbe Rodolfo, Conte così d'Ivry come di Baieux, e però fratello uterino d'esso Riccardo I.[113]. Sulle relazioni di questi due fratelli, Dudone di San Quintino compose l'enfatiche sue ma fedeli Storie de' Normanni[114]; dalle quali apparisce, che quel Rollone fu veramente _Dacigena_[115], ovvero della Dacia, e che parlava la _Lingua Dacica_. Nacque, raccontavano l'uno e l'altro fratello, il loro avo Rollone in Dacia; non nella Danimarca od in altra delle regioni poste sul Baltico, alle quali si dava il nome generale di Dacia, per la conquista fattane da' Goti o Daci dopo la morte d'Ermanarico il Grande: ma sì nella Dacia confinante con l'Alania. L'Alania in varj tempi ebbe varj confini, più o meno vasti: nondimeno ella non si distese giammai oltre gli spazj, che interpongonsi fra il Mar Nero e la Vistola. Rollone fu prole d'un Re, che possedè pressochè interi questi Regni d'Alania e di Dacia: »DACIAE regnum _pene universum possidens_, AFFINES DACIAE ET ALANIAE terras sibi vindicavit[116]». Dell'Alania parlarono i messi di Teodosio Imperatore, dicendo: »DACIA et ALANIA finiuntur _ab Oriente_, desertis SARMATIAE: _ab Occidente_, flumine VISTULA: _a Septemtrione_, OCEANO: _a Meridie_, flumine HISTRO[117]».

Fuggito Rollone da quest'_Alanica Dacia_, navigò verso la Scandinavia e giunse in Meora di Norvegia; donde poi venne a saccheggiar l'Europa Occidentale co' suoi compagni, e, fatto Cristiano, dette i principj al Ducato di Normandia, dal quale indi uscirono i conquistatori d'Inghilterra e delle due Sicilie.

La prima cura di Rollone fu di far ricondurre nel Tempio _Gotico_ di Clotario I. il Corpo di Sant'Oveno, donando non poche terre a' Monaci, rimpatriatisi. Altre ne donò a Santa Maria di Baieux, a Santa Maria d'Evreux ed alla Chiesa del Monte di San Michele, denominato _In pericolo di mare_; nobile scoglio, d'accesso difficile in mezzo all'Oceano. Su quello scoglio surse la Badia, che oggi anche da lungi ostenta le forme dell'_Architettura Gotica_. Ivi Rollone parlava la sua _Dacica Lingua_, ignota del tutto anche a' discendenti di quei Sassoni, che Gregorio Turonense[118] narra essersi dalla Germania di Tacito tramutati, dopo varie guerre, in Baieux. Il Duca Guglielmo I. _Lungaspada_, trovandosi nel 941 a parlamento con Arrigo nella vera Germania di là dal Reno, udivvi Ermanno, Duca de' Sassoni, favellare nell'idioma _Dacico_: »DUX SAXONUM, narra Dudone di San Quintino[119], coepit affari DACICA LINGUA WILLELMUM, DUCEM NORTHMANNORUM». Domandogli, maravigliando, in che modo avesse appreso un idioma non conosciuto in Sassonia, ed Ermanno rispose d'essergli occorso ciò, a suo malgrado, avendolo i valorosi Daci travagliato con assidua guerra e poi fatto prigioniero: »Quis te, continua Dudone, DACISCAM LINGUAM, INEXPERTEM SAXONIBUS, docuit? BELLICOSUM, respondit, TUAE PROGENIEI DECUS, quae innumerabilia proelia in me exercuit, meque proelio captum ad sua detrusit, et, _me nolente_, LINGUAM DACISCAM docuit». Di qui s'impara, che la Dacica patria di Rollone stava situata tra l'Alania e la Sassonia della Germania di Tacito, e che nel Novecento niuna infusione della lingua de' Daco-Geti, ossia dell'_Ulfilana_ erasi fatta nell'idioma di que' Sassoni, sebbene in più antica età dalle medesime dimore Germaniche fossero usciti una porzione degli Anglo-Sassoni, conquistatori dell'Inghilterra nel 449.

La _Lingua Dacica_ di suo padre Rollone fu cara cotanto al Duca Guglielmo _Lungaspada_, che volle mandar in Baieux un suo tenero figlioletto per esservi educato allegramente alla Normanna, e nel nativo idioma de' _Daci_. Disse, che in questa città v'era un maggior numero di Normanni, e che in Roano udivasi più volentieri parlare il Latino, in danno del _Dacico_ linguaggio, »Quoniam (quegli che parla, è sempre Dudone, buon testimone di que' fatti), ROTHOMAGENSIS civitas ROMANA potius quam DACISCA utitur ELOQUENTIA, et BAIOACENSIS frequentius. FRUITUR DACISCA quam ROMANA, volo ut puer ad BAIOACENSEM deferatur ut EDUCETUR, FERVENS LOQUACITATE DACISCA[120]».

Con tali cure s'ingegnavano i popoli del sangue Daco-Getico di tenere svegliata la patria lingua, e con tale predilezione l'antiponevano essi al Latino, quantunque i loro Pubblici Atti si scrivessero Latinamente per farli capire dall'universalità degli abitanti di Normandia. Ben questo _Dacico_ era lo stesso linguaggio della _Gallia Gotica_ e di Spagna; diverso affatto da quello de' Franchi, de' Sassoni e dell'altre genti della Germania di Tacito. I Normanni di Rollone, il Daco, erano idolatri, e quando passarono al Cristianesimo, non aveano la Liturgia Ecclesiastica de' Visigoti: ma, in quanto all'_Architettura Gotica_, ciascuno può di leggieri comprendere con quanto diletto avesse dovuto Rollone veder la _Mano Gotica_ di Clotario I. in Sant'Oveno di Roano, e con quale facilità largheggiar de' suoi doni verso quel Monastero.

Il fanciullo, che coltivò la _Lingua Dacica_ in Baieux, fu Riccardo I.; e' succedette al padre Guglielmo _Lungaspada_ nel Ducato di Normandia. Non credo, che la sua _Lingua Dacica_ di Baieux somigliasse in tutto a quella de' Visigoti dopo la separazione di molti e molti secoli fra i Geti passati nell'Occidente d'Europa, ed i Daco-Geti di Rollone. Ma intelligibile certamente riusciva la favella di Rollone a que' Visigoti; ciò che non avveniva punto ai Sassoni avveniticci di Baieux, nè a' Sassoni rimasti nella Germania. Più ignoto sonava l'idioma _Dacico_ di Rollone a' Romani di Normandia, suoi nuovi sudditi; nè Rollone, o Guglielmo _Lungaspada_ cercarono di propagarne l'insegnamento. La contraria sentenza piacque a Teodorico e ad Amalasunta in Italia, i quali godevano del vedere i fanciulli Romani addottrinarsi nella lor lingua Gotica. Tra questi s'annoverarono i figliuoli del Patrizio Cipriano[121]: e tali studj piacquero tanto più ad Amalasunta quanto più ella, dotta così nel Latino come nel Greco, era vaga di mostrar a tutti le ricchezze del patrio linguaggio. Del che lodavala Cassiodoro, scrivendo al Senato di Roma: »NATIVI SERMONIS UBERTATE GLORIATUR[122]».

XXVII.

Qui è necessario sdebitarmi della mia promessa[123], dicendo una qualche parola intorno al linguaggio arcano e però a' fatti dei _Culdei_ o _Colidei_, onde favellarono dottamente lo Spelmanno ed il Ducange ne' loro Glossarj. Ebbero per vero, seguitando l'autorità degli Storici Ettore Boezio e Giorgio Bucanano, che sì fatti _Culdei_ furono antichi Monaci o Canonici Regolari di Scozia, i quali non del tutto ubbidivano, salvo la fede, a' precetti disciplinari del Pontificato Romano. Ciò bastò ad alcuni recenti Scrittori per crederli o Eretici, o seguaci dello Scisma de' Greci[124]; ed in tal qualità s'odono i _Culdei_ predicare oggidì per inventori dell'_Architettura Gotica_ e dell'_ogiva_ od _arco acuto_, in odio dell'_arco rotondo_ dei Romani Pontefici ed in dispregio di tutta la _Romanese_ Architettura. Dell'_ogiva_ parlerò più innanzi: ma priva di qualunque fondamento è l'opinione, che attribuisce ai _Culdei_ di Scozia d'aver creato un'Architettura inimica della Cattolica; la medesima, cioè, che si sparse tosto in tutta l'Europa Cattolica e divenne cara per molti secoli ad infinite generazioni di Vescovi, di Sacerdoti e di Monaci, ossequiosissimi a' Pontefici Romani. E poi che aveano di comune co' Pontefici le mura di Merida o di Toledo e dell'altre Città de' Visigoti; che aveano di comune co' Pontefici di Roma i loro Castelli e Palagj con tutto il resto degli edifizj militari e civili di ogni sorta?

Io non nego, che San Colombano, uscito dall'Ibernia, scritto non avesse alcune acerbe parole contro la _Catedra di San Pietro_, da me non taciute nel Codice Diplomatico Longobardo[125]. Ma e' le scrisse per Cattolico zelo, ignorando nella sua qualità di straniero i fatti; e la Romana Chiesa onora nel numero de' suoi Santi questo insigne fondatore de' Monasteri di Lussovio (oggi Luxeu) nel Regno de' Borgognoni, e di Bobbio nel Regno d'Italia; di Bobbio, che tosto divenne l'asilo d'un gran numero di virtuosi e dotti uomini dell'Ibernia. San Gallo, San Deicolo, San Romarico, Autori di famose Badie, furono Monaci, non _Culdei_, di Lussovio, ed ebbero gran numero d'imitatori nel settimo secolo, i quali tra' soli Monti Vogesi verso l'Alsazia, in uno spazio non maggiore di quarantacinque leghe, costruirono, afferma lo Schoepflin[126], un circa settanta Monasteri di Canonici Regolari e di Religiosi dell'uno e dell'altro sesso. I loro edificj si giudicarono _ammirabili opere_ dallo stesso Autore, _per l'ampiezza delle loro moli e per la bellezza delle lor forme_; donde poi sursero, nè ciò increbbe a' Pontefici di Roma, _un numero infinito di Ville, di Rocche, di Vici, di Castelli e di Terre_[127].

Più singolare può credersi l'altra opinione[128], la quale confonde gl'intendimenti de' _Culdei_ con le dottrine Architettoniche d'alcune Consorterie di Laici, Operatori ed Architetti, che usarono un linguaggio arcano fra loro, ed ebbero una particolar Gerarchia col divieto di svelare a' profani la regola dell'arte loro e de' lor computi Matematici. Lunghe fatiche si son tollerate in Germania e' non ha guari per persuaderci, che la Gran Carta di sì fatte Consorterie Laicali si compilò in Inghilterra, e propriamente nell'anno 926, al tempo di Guglielmo _Lungaspada_ e di Riccardo I. Soggiungesi, che un cotal Documento Anglo-Sassonico, disteso nell'Eboracense città, ovvero in York, si conserva tuttora in Londra[129]. Che che sia di sì fatta Scrittura, che io non lessi e della quale non posso dar giudizio, ella non distrugge certamente le Storie dell'Architettura Gotica Oltredanubiana, da Zamolxi fino a Deceneo e ad Ulfila; non distrugge le Storie dell'Architettura in Ispagna e nella _Gallia Gotica_. La compilazione, vera o falsa, del 926 non potè dunque non esser l'erede necessaria d'un qualche precedente Sodalizio, dal quale in più remota età si lavorò un qualche Trattato d'Architettura: e, se congregaronsi Consorterie Architettoniche nel decimo secolo di GESÙ CRISTO, elle non furono più antiche sì de' Collegj dei Fabbri presso i primitivi Romani e sì degli altri de' _Maestri Comacini_ presso i Longobardi. Simili Sodalizj formavansi non solo per le ragioni di ciascun'arte, ma eziandio per soccorrersi a vicenda nelle varie occorrenze della vita; e soprattutto nelle spese de' funerali, come il Mommsen[130] a' nostri dì vien dimostrando in quanto a' Romani. Anche oggi pei medesimi fini d'aiutarsi reciprocamente con carità religiosa vi sono le così dette _Congregazioni Spirituali dell'Arti_ nel Reame delle due Sicilie. Gli stessi modi, credo, si tennero da' Collegj degli Architetti Visigoti di Spagna prima della venuta degli Arabi nel 711, e fino al duodecimo secolo nella _Gallia Gotica_.

Non veggo perciò come si debba creder nuovo nel 926 l'essersi formate o no alcune Consorterie non solo di _Culdei_ Ecclesiastici, ma d'Architetti Laici; e come gli uni e gli altri avessero potuto essere trovatori d'un'Architettura, non mai più veduta dianzi, per contrapporla con insolito ardire a quella tenuta in pregio dai Pontefici Romani. E poi, qual maraviglia, che parecchie Consorterie giurassero di non comunicare a niuno il magistero dell'arte loro? Che altro essi faceano se non quello che sempre s'è fatto e si fa e si farà in tutte l'Officine dell'arti e de' mestieri, anche oggi che in molti paesi d'Europa s'abolirono per Legge i Collegj d'arti e mestieri? Non v'ha più giuramento del segreto, è vero; ma il privato interesse in ogni Bottega di vini o di zolfi o di ferri sa custodire assai bene a' nostri giorni le tradizioni e le pratiche della sua industria, per nascondersi agli emuli e difendersi contro gl'imitatori. Del rimanente, io non ignoro, che i costumi erano assai più feroci nel Medio-Evo, e che allora un segreto violato aprir potea più agevolmente le vie alle stragi ed al sangue, come si narra essere avvenuto nel 1099 a Corrado, Vescovo d'Utrect, il quale rubò al giovine Pleber le sue _formole_ intorno al gittar le fondamenta d'una Chiesa (_arcanum magisterium_), e fu per vendetta ucciso dal padre del giovine. Tralascio i paurosi racconti, che si fanno sopra Erwino di Steimbach, autore d'una delle Torri di Strasburgo nel secolo decimo quarto.

L'arcano linguaggio degli Operatori d'un'Architettura, che pretendesi allora nata verso il 926, è un gran fenomeno agli occhi di chi giudica essersi, mercè un segreto inespugnabile, propagata in tutta l'Europa Cattolica l'arte da noi detta oggi _Gotica_. Quella, che noi chiamiamo così, non vuole attribuirsi a' Visigoti; gente barbara ed ignorante, la quale non edificò giammai se non alla Romana, e, sto per dire, secondo i precetti di Vitruvio! A questo modo ragionano i presenti Storici dell'Architettura, ignorando tutta la Storia Oltredanubiana de' Visigoti da un lato, e dall'altro affannandosi per rintracciar nelle Consorterie de' _Culdei_ o degli Architetti Laici tutto ciò che si trova in quella Storia molti secoli prima del 926. Somigliano tal sorta di Storici a chi con grande smania vada cercando gli occhiali, ch'egli avea già sulla fronte.

Quel gran fenomeno del linguaggio arcano è un fatto non molto dissimile all'altro d'essersi Riccardo I condotto da Roano in Baieux per parlarvi la _Lingua Dacica_. Perciò i Visigoti di Spagna e della _Gallia Gotica_, sebbene scrivessero in Latino, aveano pe' loro usi particolari[131] la Visigotica od _Ulfilana Lingua_ in serbo; istromento ed arcano del Regno loro sì per tener desta la patria favella in mezzo a popoli di sangue diverso, e sì per non esser talvolta compresi da' Romani, sudditi non sempre fedeli. Negli eserciti d'Alessandro il Grande, composti di molte nazioni, la sua Macedonica favella era divenuta il privilegio del minor numero; ed egli stesso il Re non l'adoperava che in alcune rare occorrenze, avendo sempre il Greco illustre fra le labbra. E però, volendo ammazzar Clito, gridò contro lui all'armi nel dialetto dei Macedoni, chiamando a sè i _Portatori di targhe_; l'uso del quale dialetto, nella sua bocca era divenuto, scrive Plutarco, il segno e quasi un simbolo di qualche gran turbazione. I discendenti di quei Bulgari d'Aleczone, i quali furono dal Re Longobardo Grimoaldo collocati verso l'anno 667 nelle vicinanze d'Isernia e nel tratto, che oggi chiamasi Provincia di Molise nel Reame di Napoli, vivono ancora negli stessi luoghi, ove sopravvennero alcuni stuoli di Schiavoni o Slavi al tempo del Re Ferdinando I d'Aragona. Son tutte popolazioni bilingui, ed ora si veggono pubblicati dal Professor De Rubertis, nato nella Provincia di Molise, alquanti brani delle popolari canzoni, solite a cantarsi nel primo di Maggio presso i nipoti e pronipoti degli Slavi[132]. Ma chi, senza una tradizione, potrebbe percepirne il significato?

L'Architettura e le Matematiche nel Medio-Evo non s'insegnavano dalle Cattedre, come oggi fra noi ma o ne' Monasteri o nelle Consorterie Laicali degli Architetti. Non solevano in quel tempo disgiungersi la scienza e la speculazione dall'operare. Nè si disgiunsero così ne' Collegj de' _Comacini_ come in quelli de' Fabbri di Roma; non si disgiunsero in più antica età presso i Visigoti, quando essi edificavano di là dal Danubio, e quando poi edificarono in Ispagna e nella _Gallia Gotica_. Sì agli uni e sì agli altri Visigoti dovè tornar necessario un qualche Sodalizio d'arti e di mestieri, e soprattutto d'Architetti e muratori. Da qualcuna di sì fatte Consorterie uscirono per aventura gli Operatori della _Mano Gotica_, chiamati nel 534 da Clotario I in Roano; e non saranno stat'i soli, che vennero nel Regno de' Franchi di Neustria. Dopo la predicazione di San Bonifazio nella Germania di Tacito, poterono alcuni di sì fatti Visigoti esservi chiamati a costruir le Città e le Chiese, come certamente chiamati vi furono i più vicini _Comacini_ d'Italia e come i Monaci Cattolici, di qualunque nazione si fossero, v'andarono, sì per propagarvi la fede Cristiana e sì per farvi costruire le Badie di Fulda e di Corbeia e tante altre splendidissime. Il linguaggio di tutti costoro in principio non si comprendea dai Germani di Tacito; semplicissimo fatto, sul quale di poi s'inventarono tante favole intorno a' _Culdei_ ed agli Architetti Laici del Medio-Evo, non che all'arcano lor favellare.

XXVIII.

La Dacia confinante con l'Alania, donde si partì Rollone, Duca di Normandia, ebbe o no alcuni di sì fatti Collegj? Sembra, che avesse dovuto averli; ma chi può dirlo con certezza? Se gli ebbe, i primieri costumi della piraterìa di Rollone fan credere, ch'egli non si fosse curato di portar Architetti sulle sue velocissime navi e la brevità del suo Ducato dopo la sua conversione al Cristianesimo non gli permise forse di chiamarne dalla sua Dacia nativa e dal Danubio. Ma volendo Rollone fabbricare una qualche Chiesa od un qualche Palagio, non vedeva egli la _Mano Gotica_ di Sant'Oveno in Roano? E non dovea egli esser tentato di chiamar Visigotici anzichè _Romanesi_ Architetti?

Riccardo I. non solamente volle, che la Storia de' suoi Daco-Geti Normanni, al tempo della loro idolatria, si scrivesse da Dudone di San Quintino; ma vivi serbò nella sua mente i concetti dell'Architettura Oltredanubiana di que' Daco-Geti. Gli piacquero innanzi ogni cosa ne' Tempj l'_elevazione_, che chiamerò Visigotica, ed il pensiero di circondarli con le _Torri_. Stando egli un giorno sulle soglie del suo Normannico Palazzo di Fecampo, vide in qual maniera questo vincesse nell'altezza l'opposta Chiesa della Trinità; e tosto mandò per un Architetto, al quale impose d'alzar la nuova Chiesa cotanto, ch'ella superasse le mura sì del Palazzo e sì della città. Il nuovo Tempio, ricco di _Torri_ come quello di Santa Eulalia in Merida, non tardò a levarsi maestoso nell'aria, con due file d'archi: »Delubrum MIRAE AMPLITUDINIS, hinc inde TURRIBUS PRAEBALTEATUM, DUPLICITER ARCUATUM et de CONCATENATIS ARTIFICIOSE LATERIBUS DECORAE ALTITUDINIS CULMINE... Intrinsecus depinxit _historialiter_[133]». La Casa di Dio, disse Riccardo I., dee superare tutte le sommità d'ogni altra fabbrica.

Notgero, Vescovo di Liegi, a' giorni di Riccardo I., riedificò nella sua città la Basilica di San Lamberto, della quale si conserva l'immagine nelle _Lamine_, descritte dopo il Dittico Liegese dal Wiltheim[134], ove tutti possono scorgere il Gotico artificio delle _Torri_ e de' _molti angoli_, compagni di que' della Chiesa di S. Tirso d'Asturia. _Non è questa_, esclama il Wiltheim, _non è questa l'Architettura da noi chiamata Gotica?_ »Vidisti in singulis tabellis _tria_ FASTIGIA ACUMINATA, et sub unoquoque horum singulos ARCUS ACUTE ANGULOSOS, genus structurae a VITRUVIANA SEU ROMANA GRAECAVE veteri longe diversum: vulgo _Gothicum_ hodie appellant». In tal guisa, gli esempj della _Mano Gotica_ di Roano si veggono passati dalla Normandia in Liegi, appartenente al Regno de' Franchi d'Austrasia. Un esempio più illustre diessi nella stessa Normandia da Riccardo I. quando egli cominciò nel 966 a costruire un Monastero sul Monte S. Michele. Ottenne dal Pontefice Romano Giovanni XIII. e da Lotario, Re de' Franchi, grandi privilegj pel grandioso edificio, collocato su quella marina rupe[135], ma le fiamme lo consumarono, ed il nuovo Duca Riccardo II. lo ricostruì nel 1022: della quale ricostruzione il Mabillon[136] pubblicò le figure. Ivi si ravvisano agevolmente le forme dell'_Architettura Gotica_, e l'_elevazione_ aerea delle mura, che n'era il principal distintivo. Non leggo in niun Documento, che Riccardo I. e Riccardo II. avessero chiamato sul Monte San Michele a lavorare alcuno de' _Culdei_ o degli Architetti Laici di Scozia e di Inghilterra; ma la Cronica del Monte San Michele[137] ci assicura che nel 966 e nel 1022 gli Abati di quel Monastero, Mainardo e poscia Ildeberto, ne furono gli autori: Monaci entrambi, ed entrambi Cattolici.

Orderico Vitale, il quale nacque nel 1065 e fu Monaco di Santo Ebrulfo in Normandia, dove mori nel 1141, parla d'un celebre Architetto delle Gallie a' giorni di Riccardo I e del suo uterino fratello Rodolfo, Conte d'Ivry e di Baieux. Chiamavasi Lanfredo; ed Albereda, moglie d'esso Rodolfo, pregollo di fabbricare in Baieux una _Torre_. Questa riuscì famosa nelle guerre di Normandia (_Turris famosa, ingens, munitissima_[138]): un sinistro romore intanto si divolgò, che Albereda fatto avesse mozzare il capo a Lanfredo, acciocchè mai più egli non costruisse di simiglianti lavori per alcuno[139]. Lo stesso lagrimevole fine attribuiscasi all'Architetto della Meclenburghese Badia di Dobberano, e ad altri; atroci fatti, pe' quali gli Architetti e simili Operatori dell'arti si teneano più stretti ne' loro particolari Collegj, e si circondavano di misterj, occultando la pratica dell'arte loro, ed ogni procedimento Matematico.

XXIX.