Della architettura gotica

Part 5

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Or Visogoto era quel Duca Salla, e Visigotica la burbanza o l'adulazione, con le quali si pretendeva nel Ritmo d'aver colui vinto i _mirabili_ concetti del primo autore. Da tal burbanza o da tale adulazione si scorge vie meglio come la loro _Architettura Gotica_ si tenesse da' Visigoti dappiù della Romana, e come coloro giudicassero di questa, o si sforzassero di giudicarne, in un modo affatto diverso dal nostro. Egli è un singolar piglio dell'età presente il credere, che i Visigoti (non parlo già degli Ostrogoti) avesser dovuto inclinarsi, come noi facciamo, alla bellezza dei Monumenti di Architettura Greca e Latina, e deporre a tal vista ogni lor vanità cittadinesca. I Visigoti di Spagna, quantunque scrivessero in Latino e si chiamassero Flavii (per non esser da meno de' Re Longobardi) e fossero vaghi d'imitar la pompa del Palazzo Imperiale di Bizanzio, pur tuttavolta si vantavano d'essere più antichi e più civili assai de' lor sudditi Romani. Con questo animo, Vamba dirizzava le _Gotiche Rose_ in Toledo e Sisebuto scrivea le sue Lettere a Teodolinda. Ne' secoli seguenti vinse l'intelletto Latino in tutta Europa, massimamente nell'Italia Longobarda: e là nella Spagna, quando ella fu liberata dal giogo degli Arabi, la voce _Ladino_, cioè Latino, divenne da capo, e si mantiene anche oggidì, una voce dinotante un titolo d'onore.

XXI.

Maometto era morto nel 632; nè ancora settanta nove anni eran trascorsi, quando i suoi Arabi giunsero in Ispagna nel 711, dopo aver soggiogata una parte non dispregevole così dell'Asia come dell'Affrica. Il passaggio di quegl'Ismaeliti dal loro _Scenitico_ vivere sotto le tende al vivere nelle più popolose Città fe' sentir loro il bisogno dell'Architettura, e soprattutto della Sacra per la costruzione delle loro Moschee: bisogno, che costituì un novello senso nella natura lor trasformata. Edificarono dunque Moschee in ogni luogo, fin da' primi giorni delle loro vittorie: ma riuscirono da per ogni dove in Architettura i discepoli non i Maestri dei popoli vinti, e massimamente de' Visigoti di Spagna. Non tardarono a prorompere nella _Gallia Gotica_, unita con la Spagna; nel 719 s'impadronirono di Narbona, poscia si sospinsero fino a Magalona. Penetrarono anche in Marsiglia, ch'era de' Franchi, e però Carlo Martello, Principe di costoro, mosse l'armi sue contro gli assalitori. Carlo Martello ritolse nel 737 a' Saracini Agde e Béziers, notabili Città Visigotiche da essi occupate, ma le saccheggiò ed arse; indi barbaricamente bruciò in Nimes l'Anfiteatro Romano[83]. Fe' rovesciar da' fondamenti Magalona, vicina dell'odierna Monpellieri e d'Aniana, oggi Saint Aignan, sul Mar di Provenza: ma i Saracini lasciarono a quella spiaggia il lor nome, che anche ora s'ascolta, di _Port Sarrasin_.

Più crudele s'accese allora la guerra. Carlo Martello domandò gli aiuti di Liutprando, Re de' Longobardi, che rapido accorse in Provenza nel 739. Finalmente i Saracini furono in quell'anno disfatti, e fuggirono verso i Pirenei e si rinchiusero dentro Narbona. Liutprando, ritornato in Italia, pubblicò nel 741 le sue famose Leggi sui _Maestri Comacini_, da me riferite nel Codice Diplomatico Longobardo[84], nelle quali si nota la diversità, che passava fra l'Architettura _Romanese_ o Romana, e l'Architettura _Gallica_ o _Visigotica_; la _Gallica_, cioè, veduta dal Longobardo in Provenza, non la _Druidica_ di Vercingetoringe, nè la _Moresca_ degli Arabi, nè quella de' Germani di Tacito, de' quali ricordavasi tuttora la rozzezza nel Concilio Romano, tenuto da Papa Zaccaria nel 744[85]. Ampie Note io soggiunsi alle Leggi Liutprandee su' _Comacini_: e però in questo luogo non mi rimane se non il debito di tacere.

Non meno sensibile che al Re Liutprando riuscì a Stefano II., Pontefice Romano, la diversità degli usi Architettonici d'Oltre l'Alpi e degli usi Romani. Al suo ritorno da Parigi verso la fine del 754 volle quel Pontefice mostrar alla sua Città di Roma gli stranieri costumi, e comandò s'edificasse ivi nella Regione Flaminia una Chiesa di San Dionigi, la quale somigliasse a quella da lui veduta in Francia, e desse una festa di nuova sorte sul Tevere. Lui morto nel 759, Paolo I., suo fratello e successore, compì l'edificio, che sussistea tuttora nel Mille, sì come scrisse Benedetto del Monte Soratte, del quale ho recitato le parole[86]; testimonio tanto più certo di quella diversità, quanto più ignorante d'ogni letteraria disciplina.

L'anno, in cui mancò Stefano II., fu quello nel quale il Re Pipino, figliuolo di Carlo Martello, giunse a scacciar di Narbona i Saracini. Con solenne Trattato d'_Accomandigia_, e' concedè ai Visigoti di Narbona il pieno godimento della lor _Legge Visigotica_[87]: e però la conservazione de' lor Magistrati, de' loro Duchi, dei loro Conti, de' loro SAIONI e GARDINGI e TIUFADI. Con altro suo Diploma dello stesso anno 759, Pipino donò all'Arcivescovo le _Mura_ e le _Torri_ di quella città ed anche i balzelli, soliti a riscuotersi da' Visigoti su' commercj delle navi _discorrenti pel mare_[88]. Sì fatti commercj de' Visigoti di Spagna, di Narbona, di Magalona e d'altri Porti della _Gallia Gotica_ ne' Porti di Genova e ne' rimanenti del Regno Longobardo venivano tuttogiorno allargando in Italia e ne' paesi bagnati dal Mediterraneo la cognizione dell'_Architettura Gotica_. Ma i Visigoti, che riparavansi nell'Italia e nel Regno de' Franchi, fuggendo l'impeto dell'armi Saracine, meglio di qualunque altro propagavano in estranee contrade il concetto dell'Architettura loro nazionale. Fra tanti fuggiaschi primeggiò il Conte Visigoto di Magalona, che poscia ottenne i favori del Re Pipino. Smaragdo, Scrittore contemporaneo, lo dice uscito di _Getica_ stirpe (_Ex GETICA STIRPE oriundus, natus in GOTHIA[89]_), ma senza tramandarcene il nome. Da questo _Piloforo_ Visigoto nacque Vitizza[90], il quale videsi accolto nelle Reggie di Pipino e di Carlomagno, e nel 774 venne in Italia contro il Re Desiderio, sotto le mura di Pavia. Mutò poscia i pensieri, e si condusse vicino alla sua patria Magalonese nella solitudine d'Aniana: ivi cominciò a fabbricar con le sue mani le povere celle, che tosto divennero l'Anianese Badia, una delle più illustri d'Europa. Vitizza mutò anche il nome suo, e chiamossi Benedetto, come or noi l'appelliamo col titolo di Santo, congiunto con l'altro d'Anianese. Questo insigne Ottimate Visigoto fondò nelle Gallie un gran numero di Monasteri, le forme dei quali s'imitarono poscia nella Germania di Tacito: ma, innanzi di parlarne, giova dare un rapido sguardo a ciò che avvenuto era in Ispagna dopo l'arrivo degli Arabi.

XXII.

Avendo i Romani perduto il lor nome nella Spagna Visigotica e nella _Gallia Gotica_, dovè loro sembrar odiosa ed insopportabile questa condizione; ma i rancori cessarono, e le due razze si confusero daddovero insieme in un comune servaggio, quando sopraggiunsero gli Arabi. Allora i Visigoti alla lor volta perdettero il nome loro: e così essi come i Romani vinti da' Saracini si chiamarono _Muzarabi_ nelle Provincie Spagnuole occupate dal nuovo nemico: allora i desiderj di scuotere il giogo abborrito divampò ugualmente ne' petti dell'uno e dell'altro popolo Cristiano. I loro studj e le lor discipline si confusero altresì presso i _Muzarabi_, e crebbe massimamente l'amore per la _Liturgia Gotica_, imposta dal Terzo Concilio di Toledo anche a' Romani. Questa da indi in qua chiamossi e chiamasi tuttora _Muzarabica_. Io ne riparlerò in poco d'ora, ma la breve Storia, che ne farò, ci verrà dimostrando la sua continua durata in Ispagna, e però il tenace proposito, con cui ella fu ivi custodita dalle genti di sangue Romano. Santo Ildefonso pregò secondo quella _Gotica Liturgia_, e soprattutto Santo Isidoro di Siviglia, l'amico del Re Sisebuto, al quale aveva egli dedicato il suo Libro _Della natura delle cose_. La conservazione della _Liturgia Gotica_ non potè disgiungersi dall'esercizio dell'_Architettura Gotica Sacra_ in ogni luogo di Spagna, dove i Saracini permisero a' _Muzarabi_ d'edificare o di conservare le loro Chiese.

Ma si lascino i _Muzarabi_ nella loro sventura, e si volga il pensiero alle felici montagne dell'Austurie, donde a capo d'un qualche secolo dovea discendere il liberatore aspettato. Don Pelagio con una mano di Visigoti riparossi ne' luoghi, dove ben presto sorse la città d'Oviedo, e v'inalberò la Croce di GESÙ CRISTO. Con questo segno tutelare alla mano mosse agli Arabi la guerra, e s'illustrò con la perseveranza della sua nobile resistenza contro gl'infedeli. Carlo Martello intanto saccheggiava e metteva in fondo la _Gallia Gotica_: orrido fatto, che spingea con immenso ardore i cuori de' _Muzarabi_ da un lato e dall'altro quello de' Visigoti, oppressi dal Principe Franco, a desiderare il trionfo del cittadino loro nell'Asturia. Don Pelagio morì nel 737: Alfonso il Cattolico gli succedette, che non lasciò di ristorar con felici armi le speranze de' suoi. Sì lieti principj si turbarono per l'ignavia del Re Mauregato, ch'ebbe la mala voce d'aver promesso a' Mori l'infame tributo di cento donzelle Cristiane alla fine d'ogni anno. Froila, figliuolo d'Alfonso il Cattolico, riportò la lode d'avere in mezzo a tante sciagure fondata Oviedo, ed il Re Silo d'avervi costruito un Tempio al Salvatore: costruzioni, che niuno dirà non essere state d'_Architettura Gotica_. Nondimeno questi Principi furono superati da un edificatore assai più fortunato e grande, che pose in più splendido aspetto il Tempio di Silo, ed arricchillo con aurei doni. Lo chiamarono Alfonso il Casto, nome temuto dagli Arabi. Al tempo di lui giunse Carlomagno in Ispagna, verso l'anno 778. Fu fama, che Bernardo del Carpio, nipote del Re Alfonso il Casto, fosse stato l'autor principale della disfatta di Carlomagno in Roncisvalle, non che della morte d'Orlando. Larga sorgente d'eroiche geste, cantate ne' Romanzi e nelle favole della Cavalleria del Medio-Evo; ma le rimembranze Visigotiche intorno a Bernardo del Carpio accrebbero fin da quel tempo il numero de' Romanzi, che piacquero tanto al popolo di Don Pelagio dopo il Waltario d'Aquitania e l'Ildegonda di Borgogna.

I fatti di Roncisvalle perciò riempirono di Visigotiche Canzoni e di magnifici Tempj l'Asturia. Vinceano di nuovo i Goti ed edificavano. Alfonso il Casto fe' con celebre pompa consacrar da sette Vescovi nell'802 il Tempio d'Oviedo, quando avea già conseguito molte vittorie sugl'Infedeli; poscia edificonne un altro alla Vergine Santa, ed un terzo a San Giuliano: ma più elegante di tutti parve quel di San Tirso, che la Cronica d'Albelda nella Rioia (scrittura dell'883) ammirava per le sue marmoree colonne, pei suoi archi e pe' suoi molti angoli (_Miro aedificio CUM MULTIS ANGULIS_[91]). Veggano gli Architetti se quest'opera cotanto angolosa d'un Re Visigoto possa giudicarsi non Visigotica, ma _Romanese_. Più caro a que' Goti riuscì Alfonso il Casto, quando egli ridusse la nascente città d'Oviedo alle prette sembianze della perduta loro Toledo. Chi fra essi non sospirava per questa cara Toledo? Chi non dolorava di non poter più innalzar gli occhi verso l'alte cime di Santa Eulalia e di Santa Leocadia? Il Casto adunque tutto compose in Oviedo, tanto le Chiese quanto il novello Palagio dei Re, come sera fatto in Toledo; e però la Cronaca d'Albelda ebbe a dire: »OMNEM GOTHORUM ORDINEM, SICUT TOLETI FUERAT, TAM IN ECCLESIIS QUAM IN PALATIO, OVETI CUNCTA CONSTITUIT[92]». Chi non rammenta nell'atto di leggere questa Cronica, la nuova Troia, fondata in Epiro per opera di quelli, che fuggivano dall'antica? Chi non si riduce alla memoria i versi, ove si canta il giubilo, col quale i Troiani del figliuolo d'Anchise approdarono alla riva del _falso Simoenta_ in Epiro, e corsero ad abbracciare i limitari della Porta Scea?

In tal modo Alfonso il Casto riproponeva le sembianze amate di Toledo a' suoi Visigoti d'Oviedo, e vi ponea le tombe de' Re. A quella stagione, il Visigoto Vitizza, figliuolo del Conte di Magalona, col nuovo suo nome di Benedetto Anianense, già era venuto da per ogni dove in fama pel gran numero di Monasteri da lui edificati dopo il suo proprio d'Aniana. Smaragdo, suo discepolo, afferma, che assai grande fu la Chiesa d'Aniana, e che i Chiostri, cospicui pe' suoi Portici e per le sue marmoree colonne, fabbricaronsi con _nuova opera_[93]. Furono essi _Romanesi_ o Visigotici sì fatti Portici, voltati da uno de' _Pilofori Visigoti_? Dovè questo _Piloforo_ ignorare ciò che Alfonso il Casto faceva in Oviedo? Con qual dritto e con quale ragione si può egli presupporre, come pur troppo si fa, che gli Ottimati Visigoti dell'ottavo e del nono secolo abbiano antiposta la _Romanese_ alla nativa loro _Architettura Gotica_? E chi può negar, che di questa fossero andati superbi non dico i soli Re Vamba ed Ervigio, ma gli ultimi tra' Visigoti?

XXIII.

Emulo d'Alfonso il Casto nell'edificare, ma oh! quanto di lui più possente, fu Carlomagno, che tentò di far fiorire le Romane arti dell'Architettura e della Musica Ecclesiastica. Molti credono tuttavolta, ch'egli avesse fatto costruire alla foggia Visigotica la splendida sua _Rotonda_ d'Aquisgrana. Io non ripeterò in questo luogo ciò che altrove scrissi di sì fatta _Rotonda_[94], non veduta da me: non posso nondimeno temperarmi dal riferir nuovamente le gravi parole del Cav. Giulio Cordero di San Quintino: »_Chi non direbbe oggi d'essere tal_ Rotonda _un edifizio d_'Architettura Gotica _in Aquisgrana_[95]?» E per l'appunto, io soggiungo, in Aquisgrana, dove regnato avea la Gota Brunechilde.

Anche opera Visigotica può sembrare la magnifica Chiesa ed il Regal Monastero di Centula o di San Richerio in Piccardia. Quella Chiesa non fu priva della sua doppia _Torre_; una terza ne surse nel Chiostro; e tutte veggonsi effigiate nell'antica immagine presso il Mabillon[96], donde apparisce un andamento _non Romanese_ nella costruzione, sebbene un Franco ne fosse stato l'autore: Angilberto, cioè, genero di Carlomagno, al quale Angilberto potè la _Mano Gotica_ piacere quanto ella piacque a Clotario I. in Roano.

Angilberto morì pochi giorni dopo Carlomagno nell'814. Allora il nuovo Imperatore Ludovico Pio chiamò nella sua Reggia d'Aquisgrana il Visigoto Vitizza, ossia San Benedetto d'Aniana. Questi fabbricò poco discosto il Monastero d'Inda, sul fiume dello stesso nome: ultimo forse de' tanti Chiostri da lui edificati nella _Gallia Gotica_, ed in molte Provincie di Francia. Racconta Smaragdo, che Ludovico Pio prepose quel Visigoto al governo di tutt'i Monasteri dell'Aquitania e della Gozia, sperando che l'esempio giovasse al Regno de' Franchi: »_Praefecit cunctis Coenobiis per AQUITANIAM et GOTHIAM, ut FRANCIAM imbueret exemplo_[97]» La qual Francia di Ludovico Pio non avea certamente penuria degli esempj di _Romanese Architettura_.

Una delle più rinomate Badie di San Benedetto dopo la principale d'Aniana fu l'altra di San Piero in Cauna, della quale tosto riparlerò; situata fra le Visigotiche Città, di Narbona e di Carcassona. Ma la Badia d'Aniana fu il perpetuo modello d'ogni altra della Congregazione Anianese: perciò Smaragdo scrisse: »Hoc ANIANENSE CAPUT esse Coenobiorum, quae in GOTHORUM partibus constructa esse VIDENTUR; verum etiam et illorum quae _in aliis regionibus_ ea tempestate et DEINCEPS PER HUIUS EXEMPLA aedificata sunt[98]». Or quante Badie Anianesi non si fabbricarono dopo quella d'Aniana, che fu il primo concetto d'un Visigoto nella _Gallia Gotica_? A tal concetto accostossi dunque l'idea del Monastero d'Inda in Aquisgrana, e massimamente se di stile _Gotico_ fu la _Rotonda_ fattavi costruire da Carlomagno.

XXIV.

Contemporaneo di Vitizza o S. Benedetto Anianese, che morì nell'821, fu Walafrido Strabone, Monaco di Reichenau sul Lago di Costanza. Verso quel medesimo anno egli scrisse il suo Libro delle _Cose Ecclesiastiche_, ove chiamossi uomo _Teotisco_, affermando, che il suo _Teotisco_ linguaggio parlavasi da' _Geti_, ossia da' _Goti_, e massimamente dalle Scitiche genti di Tomi (quivi era stato rilegato Ovidio); sì come appreso avea da' racconti d'alcuni Monaci, fedeli suoi confratelli. Nè seppe tacere, che a' suoi concittadini _Teotisci_ s'erano insegnate _molte utili cose_ da essi _Geti_, sebbene Ariani.

»MULTA nostros (THEOTISCOS) UTILIA DIDICISSE, PRAECIPUE A GETIS, QUI ET GOTHI, cum eo tempore quo ARIANI effecti sunt (licet a vera fide aberraverint), in GRAECORUM Provinciis commorantes, NOSTRUM, idest THEOTISCUM, sermonem habuerunt.

»Et, ut historiae testantur illius gentis (GETICAE), divinos libros transtulerunt, quorum ADHUC MONUMENTA APUD NONNULLOS HABENTUR.

»Et fidelium fratrum nostrorum relatione didicimus, apud quasdam SCYTHARUM GENTES et maxime apud TOMITANOS eadem locutione ADHUC DIVINA CELEBRANTUR OFFICIA[99]».

Qui tutti veggono, che si tocca della Traduzione d'Ulfila, e che di questa v'erano alcune Copie ancora nell'820 sulle spiagge del Lago di Costanza, sebbene i Teotisci di quelle contrade fossero divenuti Cattolici. Ma quali furono i _Geti Ariani_, ammaestratori dei _Teotisci_? Non essendo a noi noto, che i _Geti_ della _Gallia Gotica_ e di Spagna, cioè i Visigoti, avessero spedito alcuno a predicar l'Arianesimo nelle vicinanze di Reichenau, può credersi, che quegli ammaestratori de' Teotisci non fossero stati altri se non gli Sciti Iutungi ed i Borgognoni, dell'Arianesimo e della lingua _Ulfilana_ de' quali s'è più volte ragionato[100]. Senza l'Arianesimo, direi, che Walafrido Strabone accennò al _Geta_ o Visigoto Vitizza ed a' suoi Monaci della Congregazione Anianese. Si noti frattanto in qual modo i Monaci, compagni di Walafrido Strabone, dal paese, ove abitarono lungamente gli Sciti Iutungi d'Aureliano, conduceansi volentieri nelle regioni degli Sciti d'intorno alle bocche del Danubio; e come il linguaggio Tedesco d'oggidì potè divenir cotanto ricco, quanto egli divenne, di vocaboli prettamente _Gotico-Ulfilani_. Questo linguaggio _Ulfilano_ stringeva ed aumentava i commercj fra le regioni circostanti al Lago di Costanza ed i vicini paesi, aiutati nelle Gallie da' Borgognoni: linguaggio, che propagossi di tratto in tratto nella Meridionale Germania, e che però si distendea dalle rive del Reno sino alle Colonne d'Ercole in Ispagna, nell'età di Walafrido Strabone.

Ma già si veniva formando il linguaggio _Teotisco_, e già la dominazione dei Franchi sì nella Germania di Tacito e sì ne' paesi Burgundici, senza parlar della mutata Religione, andava ristringendo i limiti, fra' quali s'udiva l'idioma _Ulfilano_. La _Gallia Gotica_, la Spagna Visigotica dell'Asturia ed il rimanente della Spagna, mutata in _Muzarabica_, serbarono sotto gl'ismaeliti l'antico affetto per la lingua d'Ulfila; sì come faceano per la _Legge_, per la _Liturgia_ e per l'_Architettura Gotica_: le quali cose non possono mai, chi ben le considera, separarsi tra loro. Nell'853 Udalrico, Marchese di Gozia, tenne un _Placito_ in Crespiano del Narbonese, per giudicar la causa di Godescalco, Abate dell'Anianense Badia di San Piero in Cauna, contro il Visigoto Odilone, che aveva usurpato alcune terre del Monistero. Intervennero al giudizio molti nobili personaggi, sei Giudici ed un _Saione_. Ivi s'allegarono le Leggi del Codice Visigoto, qual'egli era divenuto dopo l'abolizione del Dritto Romano comandata dal Re Cindasvindo[101], e quale il Re Pipino l'avea conceduto a' Visigoti col Trattato d'_Accomandigia_ del 759[102]. Secondo sì fatte Leggi, che poi per un'antica Versione Castigliana si dissero del _Fuero-Juezo_, diessi vinta la lite all'Abate Caunense[103].

Nè solo i Visigoti, ma eziandio, sì come ho già detto, i Romani _Muzarabi_ deploravano amaramente la caduta e la soggezione della Gotica stirpe in Ispagna. Santo Eulogio, Romano di Senatoria famiglia, che nell'858 lasciò la vita per la fede Cristiana, deplorava nel suo Libro del _Memoriale de' Santi_ le sorti della Penisola Ispana. _Cadde_, scrivea, _cadde il Regno de' Goti, fiorente per la dignità de' suoi Sacerdoti, e splendido per l'ammirabile costruzione delle sue Basiliche_. »Post excidium regni GOTHORUM, quod Venerabilium Sacerdotum dignitate florebat, et ADMIRABILI BASILICARUM CONSTRUCTIONE FULGEBAT[104]». Fu Santo Eulogio discepolo d'Alvaro; famoso Goto di Cordova. Ma quanto più i Saraceni mettevano alle prove la pazienza così de' Visigoti come de' Romani _Muzarabi_ di Spagna, tanto più qualche volta prorompeva della Gotica stirpe il rigoglio. Non dubitò quell'Alvaro di scrivere ad un suo detrattore, che rammentasse chi mai si fossero i Geti, ovvero i Daci, dond'egli procedeva: _usi a spregiar la morte, usi a lodar le loro ferite_. »Ut me, qui sim ipse, cognoscas et amplius me tacendo devites, audi,

»Mortem contemnunt, laudato vulnere, GETAE........, .... »Hinc DACUS premat, inde GETES occurrat[105]».

In mezzo alla vasta oppressione de' _Muzarabi_, Alvaro coltivò l'amicizia del Diacono Leovigildo, il quale ancor egli nacque Visigoto e possedeva in Cordova una ricca Biblioteca. Fu questa celebrata da esso Alvaro, ed il suo possessore s'ascoltò insignire d'una gran lode; _ch'egli_, cioè, _splendeva di Getica luce_: »GETICA QUI LUCE FULGET[106]». In tal guisa i Visigoti serbavano in cuore la memoria della loro passata grandezza, e però sempre, quando Alvaro di Cordova scrivea, intendeano a conservare il più che poteano le tre cose, onde ho testè favellato, la _Legge_ del _Fuero-Juezo_, la _Liturgia_ e l'_Architettura Gotica_. Nell'878 tennesi un Concilio in Troia di Sciampagna, nel quale si fecero Sigebodo, Arcivescovo di Narbona ed altri Vescovi della _Gallia Gotica_ innanzi al Pontefice Romano Giovanni VIII, pregandolo di provvedere a punire i sacrilegj: materia, di cui non si faceva parola nel Codice Visigotico[107]. Poichè Goti eran que' Vescovi, egli è facile il comprendere, che la loro Ecclesiastica dignità non li distoglieva dall'esercizio, nè togliea loro il godimento delle patrie Leggi civili, nè dava loro il consiglio di mutare in _Romanese_ l'_Architettura Gotica_ delle Basiliche da essi costruite.

XXV.

Anche i Germani di Tacito a quella stagione cercavano d'ingentilire il loro idioma, venuti al Cristianesimo dopo la predicazione di San Bonifazio: già la loro agreste vita de' tugurj e delle capanne, senza tegole e senza calce[108], s'era mutata nella vita della città: già sorgeano da per ogni dove Cattedrali e Chiese, per la costruzione delle quali doveano chiamarsi gli Architetti o Romani o Visigoti. Ma la lingua Teotisca restò incolta e stridula per lunga stagione; del che abbiamo solenne testimonianza in Otfrido[109]: il quale, tra l'863 e l'879, si pose a parafrasar poeticamente i Santi Evangelj, e dedicò que' suoi lavori a Liutberto, Arcivescovo di Magonza. Nacque Otfrido non so se nel Regno dei Franchi o nella Germania di Tacito, posseduta da' Re Franchi. Afferma d'esser _Teotisco_, sì come Walafrido Strabone; ma il dialetto de' luoghi, ove Otfrido (nelle vicinanze forse di Magonza) dettava i suoi versi, era inferiore d'assai a quello de' paesi di Walafrido verso il Lago di Costanza, ove più larga e più profittevole si fece sentire l'infusione della vera lingua Gotica, od _Ulfilana_.

E però diceva Otfrido nella sua Prefazione a Liutberto, che _barbaro, inculto ed indisciplinabile dal freno della Grammatica era il suo linguaggio_ Teotisco, _e difficile a scriversi pel motivo della pronunzia Germanica, dello stridore de' denti e della sonorità delle fauci di que' popoli_. »Linguae THEOTISCAE BARBARIES, UT EST INCULTA ET INDISCIPLINABILIS, ATQUE INSUETA CAPI FROENO GRAMMATICAE..... DIFFICILIS SCRIPTU PROPTER LITTERARUM CONGERIEM AUT INCOGNITAM SONORITATEM... OB STRIDOREM DENTIUM, UT PUTO, UTUNTUR LITERA Z, ET LITERA K OB FAUCIUM SONORITATEM». E tosto soggiunse, _che sì fatta lingua riputavasi agreste tuttora, e non era nè pur anco ridotta in iscritto da' proprj suoi cittadini, nè polita con l'arte_. »LINGUA HAEC VELUT AGRESTIS HABETUR, DUM A PROPRIIS NEC SCRIPTURA NEQUE ARTE ALIQUA ULLIS TEMPORIBUS EXPOLITA[110]».