Part 4
L'età de' Re Atanagildo, Liuba I.º, Leovigildo, Recaredo, Liuba II.º, Vilterico, Gondemaro e Sisebuto, dal 548 al 622, è quella, in cui maggiormente fiori la civiltà de' Goti, e più mostrossi la lor natura Cavalleresca. Il Re Chilperico, fratello di Sigeberto sposò nel 568 Galsvinta, sorella di Brunechilde: alla quale Galsvinta esso Chilperico fece il _Dono Matuttino_ detto del _Morgicap_ da' Franchi, da' Longobardi e da' rimanenti popoli della Germania di Tacito. Lemos con altre Città _Gallo-Gotiche_ si videro comprese in tal _Dono_: e queste, quando il Re uccise la moglie nello stesso anno, furon cagione di guerra tra' figliuoli di Clotario I.º; poscia passarono tutte nel privato dominio di Brunechilde.
Qual non era la differenza tra un sì fatto _Morgincap_, e la _Morgengeba_ de' Visigoti nella Spagna? Una _Formola_ insigne in versi Latini del 615, scoperta e' non ha guari dal Signor di Roziere e da me riproposta in parte nel Codice Diplomatico Longobardo[58], c'insegna, essere stata la _Morgengeba_ il dono, che facevasi alle Visigotiche Vergini, quando elle non erano se non semplici fidanzate, come la Burgundica Ildegonda nel _Romanzo_ di Gualtieri o Waltario, prole del Re d'Aquilania. E si ravvisa in tal _Formola_ qual fosse la delicatezza de' sentimenti di chi la scrisse, ma col proposito di voler dipingere al vivo alcuni costumi del suo secolo, e lodarne l'antichità. Il _Getico Senato_ ci apparisce nel suo lustro primiero, come al tempo de' _Pilofori_, e però vie meglio si mostra l'Aristocratica natura Visigota:
»Insigni merito et GETICAE DE STIRPE SENATUS Illius _sponsae dilectae_.... ORDINIS ut GETICI est et MORGINGEMBA VETUSTI»
Qui nella _Formola_ del 615 comincia la descrizione de' doni a colei, che lo sposo vagheggia;
»TE DOMINAM in mediis cunctisque per omnia rebus. CONSTITUO, donoque tibi vel confero, VIRGO.
Quanta disformità tra il _Morgincap_ de' Franchi o de' Longobardi e la _Morgengeba_ de' Visigoti! La Vergine Visigota diveniva Signora di tutto fin dal momento del dono; la donna Longobarda era soggetta sempre al _Mundio Perpetuo_, anche de' suoi proprj figliuoli. Da questa sola diversità si misuri lo spazio, che dividea la vita civile de' Goti da quella de' popoli della Germania di Tacito; si vegga di qual altra tempra fosse in Ispagna e nella _Gallia Gotica_ il rispetto per la donna ed ogni sentimento generatore della Cavalleria. Si scorga in oltre quanto i Visigoti del Re Sisebuto si vantassero della _vetustà_ della _Morgengeba_, che racchiudea veramente in se tutt'i germi Cavallereschi della loro stirpe. In ciò l'Europa d'oggidì è Visigotica, non Longobarda. E di qui si può facilmente conchiudere quanto il Re Sisebuto col suo _Getico Senato_ dovesse aver cari gli usi ed i costumi primitivi del suo popolo; quanto gli fossero a cuore l'esercizio ed il progresso così della _Gotica liturgia_ come della loro antica e nazionale _Architettura Gotica_. Chi non conosce l'intima connessione dell'Architettura Sacra e della Liturgia? E come avrebbero potuto dimenticarsi gli usi della Patria Oltredanubiana e gli esempi recenti dati ti dal Re Alanagildo, quando il Re Sisebuto edificava in Toledo sul Tago il magnifico Tempio di Santa Leocadia (CULMINE ALTO, MIRO OPERE[59]), ove indi si tennero i famosi concili Toledani? Al Quarto de' quali presedè nel 633 Santo Isidoro di Siviglia, e vi si fecero più ampj ordinamenti per rifermare la autorità della _Liturgia Gotica_. Di questa Basilica era notabile principalmente l'_elevazione_, ammirata cotanto da Santo Eulogio di Cordova, e dalla Cronica d'Albelda; l'_elevazione_, che anche a' nostri sguardi nel secolo d'oggidì ci si rappresenta come una delle impronte primitive dell'_Architettura Gotica_, e soprattutto dell'Ecclesiastica. Sol nelle Leggi, negli Atti Pubblici, nelle _Formole_, nelle Monete i Visigoti amarono l'idioma Latino, riserbando il proprio, cioè l'_Ulfilano_, agli usi privati ed al commercio quotidiano fra Goti e Goti; del qual costume non tacerò quando farommi a ricordare i linguaggi arcani de' _Culdei_[60].
XVII.
Non so se la conversione de' Visigoti fosse stata sì generale nella _Gallia Gotica_, sì come fu in Ispagna. Parlo della _Gallia Gotica_ non conquistata da' Franchi, ove mi sembra, fosse rimasto un gran lievito Ariano, pel quale si continuò a desiderare di mettere sempre differenze fra l'Architettura Sacra degli Eretici e quella de' Cattolici. Nella _Gallia Gotica_ venuta in potestà dei Franchi, assai poco frequenti, anche per resistere a' nuovi dominatori, furono le conversioni de' Visigoti alla fede Romana, ed a pochi tra essi piacque d'imitar l'esempio Tolosano del Duca Launebode, rizzando Chiese alla guisa Cattolica. Le sette degli Albigesi e de' Valdesi, delle quali ne' secoli seguenti si vide travagliata Tolosa col resto della _Gallia Gotica_ de' Franchi, dimostrano, essere state ivi più che in ogni altra Provincia disposto di lunga mano il terreno a farle allignare. Sì fatta preparazione produsse non piccoli effetti sulla continuità dell'_Architettura Gotica_ degli Ariani, e sull'esplicamento successivo così della letteratura come della lingua de' Provenzali.
Ampio e ricco argomento, ma non è il mio in questo luogo: riparlo perciò del Re Sisebuto e dell'_elevazione Visigotica_, sì, ma non più Ariana della sua Chiesa di Santa Leocadia. Così fatta elevazione, che sembrava la sola degna ne' Sacri Templi ai Visigoti ed acconcia meglio ad innalzar gli animi verso Dio, dominava già in tutto il resto della natura di quel popolo fin dal tempo, in cui credettero all'immortalità dell'anima pei discorsi di Zamolxi; poscia s'accrebbe per le vittorie di Dromichete, di Berebisto e di Decebalo. Il nazionale orgoglio pigliò forme novelle dopo la conquista di Traiano, per effetto delle stesse sciagure dei Geti o Goti, e nuovo stimolo dettero alle lor cittadine superbie le vittorie de' Re Ostrogota ed Ermanarico, non che la presa di Roma nel 409. La grandezza dell'animo si congiungea ne' Visigoti con una salda ed adamantina tenacità del proposito, la quale apparisce in tutta la Storia di Spagna fino a' dì nostri; e con un alto, anzi superlativo, sentire di sè medesimi. Ne abbiamo una pruova in una Lettera di Sisebuto, ch'egli per mezzo del suo Legato Totìla mandò a Teodolinda, Regina de' Longobardi, verso l'anno 616, allorchè gli fu riferito di predicarsi fervorosamente in Italia l'Arianesimo dagli Ostrogoti, ritornativi col Re Alboino. _Quale sventura_, scrivea Sisebuto, _che popoli del nostro Gotico sangue siano macchiati dell'Ariano contagio?_ »AFFINITATEM SANGUINIS NOSTRI ARIANA CONTAGIONE NUNC POLLUI, et virulenta profusione canceris FRATERNA COGNATIONE DISJUNGI?». _Qual razza_, soggiungeva, _è più bella, più inclita, più naturalmente valorosa e prudente di quella de' Goti? Quale ha più eleganti costumi? Chi non ha in pregio i modi loro di vivere, la perspicua dignità e la gloria del loro nome?_ »GENUS INCLITUM ET INCLITA FORMA, INGENUA VIRTUS, ET NATURALIS PRUDENTIA ELEGANTIA MORUM, VITAE BONA CENSURA, PRESPICUA DIGNITAS, ET GLORIA DIGNITATIS EXIMIA[61]. La bellezza e le grazie di Brunechilde, Regina, delle quali concepirono sì gran maraviglia i Romani, ci fan sicurtà, che Sisebuto non esagerava col suo favellare l'eleganza de' costumi Visigotici: ma già Brunechilde, quando egli scrivea, era morta da circa tre anni. »_Puella_ elegans, _venusta aspectu, honesta moribus atque decora, prudens consilio et blanda colloquio_». In tale aspetto ella era venuta dalla Gozia, scrive Gregorio Turonese, al talamo del Re Sigeberto.
Un'antica tradizione ripeteva d'età in età, che Sisebuto avesse rafforzato la città d'Ebora con grandi propugnacoli[62]. Verso la fine del sesto decimo secolo sorgeano ancora in essa due saldissime Torri, che dallo Storico Mariana s'attribuiscono a quel Re. Santo Eulogio di Cordova ricorda la Chiesa di Santo Eufrasio, fatta costruire da Sisebuto in Iliturgi, oggi Martos, sul Guadalquivir[63]. Bastavano tali esempi ad inanimire i _Pilofori_ Visigotici Vescovi e Laici, ed a ricordar loro la patria consuetudine del Danubio così nell'Architettura sacra come nella civile e nella militare. Nè la memoria di Brunechilde Regina, e del suo edificare s'era perduta, quando il Re Sisebuto mancò nel 621. L'anno che seguì alla sua morte, fu il Primo dell'Egira di Maometto e però il primo, da cui si numerassero i pubblici fatti e le conquiste del fortunato legislatore di quegli Arabi, che viveano sotto le tende: indi essi nel corso delle loro vittorie, dopo aver perduto Maometto, edificarono in vari Regni un gran numero di Templi e di Moschee, chiamato in aiuto la scienza de' popoli vinti; dalle quali costruzioni nacque ne' secoli seguenti l'Architettura della _Moresca_. Di questa forse, ma nol prometto, farò un particolare Discorso: qui mi contento dell'osservazione, che gli Arabi di Maometto non insegnarono alcuna forma speciale d'architettare al Re Sisebuto ed al popolo, discendente dagli _Immortali_ di Zamolxi.
XVIII.
A' giorni di Sisebuto la Città di Lemosi nella _Gallia Gotica_ fioriva per l'eccellenza delle sue arti. Nè l'arti Romane sotto i Visigoti erano spente, quantunque non primeggiassero; ma sotto Eurico vi predominarono le Visigotiche dell'Architettura, e sopratutto di quella peculiare degli Ariani. Era in Lemosi una _Pubblica Officina della moneta fiscale_, afferma Sant'Oveno, che circa un quaranta anni dopo Sisebuto scrisse diffusamente la Vita del suo amico Santo Eligio[64]. Ecco una Zecca nella _Gallia Gotica_, dove presedeva un Orefice lodatissimo (_fabro aurifici probatissimo_), chiamato Abbone, il quale v'insegnava le pratiche ingegnose dell'arte sua, ed ebbe Santo Eligio a discepolo. Nasceva egli da' Visigoti questo Abbone? Un tal nome non è Romano, e pur tuttavolta egli non sembra Visigotico: ma Eligio, ed i suoi Genitori Eucherio e Terragia, si possono pei loro nomi credere usciti di sangue Romano. Che che sia della nazione di tutti costoro, Lemosi, retaggio di Brunechilde[65], ha le apparenze d'essersi mantenuta Visigotica sotto la dominazione particolare della Regina[66]; ma, dopo lei, si ripose in libertà. E ne godeva nel 620, se dee credersi al contemporaneo Sant'Oveno, il quale narra, che alcune cagioni sospinsero quel suo amatissimo Eligio a condursi nel Regno de' Franchi[67]. Sopra una gran parte di questi regnava Dagoberto; ed Eligio giunse fra essi per l'appunto verso il 620, negli ultimi giorni di Sisebuto. Dagoberto indi ottenne tutta la Monarchia de' Franchi e possedè il tratto di Lemosi, o per conquista, o per volontaria dedizione. L'aura Visigotica spirò per lunga stagione in quel tratto, dove di poi venne alla luce il Trovatore Gerardo di Berneuil, ricordato dall'Alighieri nel Purgatorio e nell'_Eloquio Volgare_.
L'Orefice di Lemosì diventò il Ministro e l'amico principale del Re Dagoberto. Tutti gli Ambasciatori, che dall'Italia e dalla _Gallia Gotica_ non conquistata da' Franchi arrivavano al Regio Palazzo, avevano a cuore, scrive Sant'Oveno[68], di rendersi benevolo Eligio: per opera del quale, se non vado errato, si dette Lemosì a Dagoberto. Grandi prove avea somministrato Eligio della sua eccellenza nel suo mestiere, ma egli divenne ancora un edificator grande così di Monasteri come di Chiese. Nel 631[69], si fe' donare dal Re un territorio in Lemosì, dove costruì un ampio e magnifico Monastero, che indi fu visitato con ammirazione da Sant'Oveno: poscia l'avventuroso Ministro fabbricò nella sua propria casa d'abitazione in Parigi un nobile Monastero per trecento Vergini (_dignum construxit Archisterium_). Nel 634, con _Visigotica elevazione_, fabbricò l'alta Basilica fuori le mura di Parigi, e coprì elegantemente di piombo quelli, che son chiamati dal medesimo Santo Oveno i _sublimi tetti di San Paolo_. Tralascio l'altre fabbriche innalzate da Eligio e quella di San Marziale della sua patria Lemosina, per domandare se fu _Gotica_ o _Romanese_ la natura di tali edifizi? Saranno stati dell'una e dell'altra sorta, rispondo, ma io l'ignoro. Certamente non furono _Romanesi_ le forme primiere della Badia di S. Dionigi, fatta edificare nel 637 da Dagoberto, e decorata con insigni opere d'Orificeria: lavori dell'egregio artefice, dell'operoso costruttore d'un Monastero nella sua propria casa e del possente Ministro della Monarchia. Eligio perciò ebbe la più gran parte nel disegnare o nell'approvare le sembianze Architettoniche di quella famosa Basilica, della quale il Pontefice Stefano II.º volle al suo ritorno da Parigi fabbricarne in Roma una simile, _secondo l'uso di Francia_, come a suo luogo dirò[70].
Donde si trae, che un nuovo spettacolo si vide sul Tevere quando ivi surse la Chiesa di San Dionigi »JUXTA FORMAS SPECIES DECORATA SICUT IN FRANCIA (Pontifex) VIDERAT». Son queste le parole di Benedetto del Monte Soratte: dalle quali apprendiamo, che l'Architettura primitiva del Tempio Parigino di San Dionigi non fu _Romana_ o _Romanese_ nè _Druidica_ nè _Francica_ (i Franchi non ebber giammai arte propria d'edificare), ma _Gallo-Visigotica_ e posta principalmente in atto da Santo Eligio della _Gallia Gotica_, posseduta da Brunechilde. Non è mio l'officio d'indagare quali mutamenti si recaron di poi all'Architettura di San Dionigi del 637.
XIX.
Mancato il Re Dagoberto, i due amici Oveno ed Eligio, nello stesso giorno 13 Maggio 640, salirono sulle Cattedre delle Chiese, quegli di Roano, e questi di Noion. In tal guisa, da' suoi paesi Visigotici Eligio si tramutò per sempre nelle Gallie Settentrionali, ove non cessò d'edificare Tempi e Chiostri. Un ampio Monastero di Vergini costruissi dal novello Prelato in Noion: lavoro, che potè non essere di stile _Romanese_. Morì nel 659. Allora S. Oveno dettonne la Vita. Erasi questi partito da Roano e dal suo Maggior Tempio di _Mano Gotica_ per predicare la vera fede Cristiana contro i Monoteliti, ed avea impreso lunghi viaggi a tale uopo. Approdò in Ispagna, ove non mancavano alcune reliquie dell'estinto Arianesimo, e dove al Re Recesvinto era succeduto Vamba. L'Arcivescovo Rotomagense fu ricevuto con grandi onori dai Goti secondo i racconti dell'Autore quasi contemporaneo d'una delle sue Vite (_Unde felix opinio GOTHORUM terras penetravit_[71]). Ivi sul Guiserga, in mezzo a' suoi gentilizj poderi di Donnia o Dogna, vicino a Valladolid, aveva Recesvindo edificato nel 661 un Tempio, ricco di marmi e d'iscrizioni, al Batista; i rimasugli del qual Tempio sussistevan tuttora nel secolo dello storico Mariana. Questi giudicolle di _Gotica struttura_ (_Vetusti operis atque adeo GOTTHICAE STRUCTURAE immaginem repraesentans_[72]).
Recesvindo, sì celebrato nelle Storie di Spagna, nacque da quel Re Cindasvindo, ch'ebbe a disdegno i Romani a lui soggetti, e con sua Legge solenne dichiarò di non dover più l'universalità de' suoi popoli _esser vessata dalle Leggi Romane_ (ROMANIS LEGIBUS nolum amplius CONVEXARI[73]). Laonde non ingannossi punto il Mariana, quando gli parvero appartenere all'_Architettura Gotica_ le rovine del Tempio di Dogna, opera del figliuolo di un Re che odiò tanto le discipline forensi de' Romani. Recesvindo adunque sarebbe stato colui, che ne' suoi privati poderi avrebbe preso a voler imitare la _Romanese Architettura?_ Ed a calcar sotto i piedi le tradizioni de' Gotici Monasteri delle Vergini Oltredanubiane? Recesvindo non si sarebbe curato di riproporre in Dogna le Visigotiche forme delle Chiese di Santa Eulalia e di Santa Leocadia in Toledo? Chi ardisse affermar ciò, nol crederebbe in suo cuore.
Al tempo di Recesvindo fu con sua Legge abolito il divieto delle nozze fra Romani e _Gentili_[74]: ma i Romani perdettero l'illustre lor nome nelle Leggi e negli Atti Pubblici, e tutti gli abitatori de' Regni di Recesvindo non si chiamarono se non Visigoti. Così recossi ad effetto in parte l'antico disegno del Re Ataulfo, che avrebbe voluto chiamar _Gozia_ l'Imperio Romano. Ciascuno di quegli abitatori sapea se Romana o Gotica fosse l'origine di sua famiglia: ma i Goti si teneano pe' veramente nobili, sebbene ignorassero l'uso del _guidrigildo_ stabilito da Clodoveo: e però nacque la voce _Hidalgo_, tuttora usata ne' nostri dì, cioè la voce, che con apocope doppia vuol dire _figliuolo di Goto._ Ella basta per dinotare un'antica nobiltà e maggiore d'ogni altra in Ispagna. Così non aveano fatto i Re Vandali d'Affrica, i quali ne' loro Editti, riferiti da Vittore Vitense[75], chiamaronsi _Re dei Vandali_, e _Re degli Alani_ ad un'ora. I Romani di Spagna e della _Gallia Gotica_ vidersi perciò ingloriosamente incorporati ne' Visigoti, e peggio che già non erano stati dal Re Ostrogota i Borgognoni. La stessa dignità degli Ecclesiastici non diè risalti d'alcuna specie a' Clerici di sangue Romano, sì per la mancanza del _guidrigildo_ fra' Visigoti, e si perchè appo essi la sacra Liturgia era Gotica ed Orientale, secondo i decreti dianzi accennati del Terzo Concilio di Toledo nel 589, i quali furono sempre più rifermati da' seguenti Concili e dalla diuturna possessione. In mezzo a sì grandi cure de' Visigoti per conservare la loro particolare Liturgia non Romana, e' divien sempre più agevole di conoscere se avesser coloro abbandonato il pensiero giammai della loro _Architettura Gotica_.
Tali erano quando Sant'Oveno giunse in Ispagna, le qualità civili della razza dominatrice de' Visigoti e della razza obbediente dei Romani. Se il Prelato Rotomagense non vide il Tempio di Recesvindo in Dogna, e' vide certamente in Toledo la Chiesa di Santa Eulalia, e l'altra di Santa Leocadia del Re Sisebuto, e forse conobbe San Fruttuoso, nato di _stirpe regia_: di stirpe, cioè, non Romana, e però Gotica[76], da un Duca Ispano d'alta possanza nell'esercito militante tra' Monti della Galizia e di Leone. Fruttuoso diè molte delle sue grandi ricchezze a' poveri, e con le rimanenti sollevò non piccoli stuoli dei suoi servi, a' quali egli soleva concedere la libertà. Sì fatte lodi gli si tributarono da un suo quasi contemporaneo, che ne scrisse la Vita: Valerio, Abate di San Pier in Monti nell'Asturie[77]. Andò Fruttuoso in Merida per venerare il Tempio di Santa Eulalia; costruì un gran numero di Monasteri; popolati da moltitudini di Monaci, e principalmente quello di Nono, posto nell'Isola di Cadice. Fu salutato Vescovo di Braga, ove fabbriconne un altro, nel quale di giorno e di notte, con le faci accese, lavorava egli con le sue braccia. Morì nel 670; Architetto e muratore ad un tempo, ma la sua _Mano_ era _Visigotica_.
Sant'Oveno, ritornato verso il 677 in Roano, portovvi le memorie degli Edifici e de' Tempi veduti da esso in Ispagna, ma soprattutto del culto e degli affetti verso Eulalia. E però Guaningo, uomo ricco e polente tra' Franchi, edificò in onor di quella Santa un Monastero di trecensessanta Vergini, alla costruzione del quale Sant'Oveno deputò Wandregisilo, detto San Vandrillo. Non avrebbe voluto forse l'Arcivescovo di Roano imitar le Gotiche forme della Chiesa Toledana di S. Eulalia, eziandio se gli fosser mancati gli esempi della _Mano Gotica_ di S. Pietro nella sua stessa città? Con questi domestici monumenti e con le Gotiche rimembranze di Spagna, S. Filiberto fabbricò i nobili Chiostri Gemmenticensi ossia di Jumieges, e San Vandrillo costruì gli altri di Fontanelle: operando entrambi col consiglio e sotto gli auspici di Sant'Oveno. Il quale cessò di vivere nel 684, e pose per tutto l'avvenire il suo nome al _Gotico_ Tempio di S. Pietro.
XX.
Il Re Vamba s'illustrò più de' suoi Predecessori per le sue splendide opere nell'_Architettura Gotica_. Ristorò nobilmente Toledo, allargandone le mura, ove rinchiuse i Sobborghi, e volle non si ignorasse il suo intendimento di propagar con tante magnificenze _la fama e l'onore della sua Gente_:
»Erexit fautore Deo Rei inclytus urbem »WAMBA, SUAE CELEBREM PRAETENDENS GENTIS HONOREM[78]».
Questi versi gli fece incidere sulle nuove mura della città, riferiti da Isidoro Pacense, che scrivea pochi anni dopo lui, nel 740; Isidoro, al quale sembrò maravigliosa quella costruzione. Vamba comandò, che brevi Torri si fabbricassero sulle Porte, ove collocò le statue marmoree d'alcuni martiri. Simili Torri fino all'ottavo secolo non si disgiunsero dal pensiero de' Visigoti nella costruzione delle loro Chiese: ornamento, già il dissi, e non difesa. Ne' secoli seguenti, dopo gli assalti degli Arabi e de' Normanni, tali Torri divennero altresì propugnacoli e speranze di salvezza contro la furia de' nemici tanto ne' Monasteri quanto nelle Chiese di tutta l'Europa Occidentale, senza parlare dell'uso che divenne generalissimo, di situarvi le Campane.
Le statue poste da Vamba sulle Torri delle Porte di Toledo furono rovesciate dal tempo: ma il Mariana racconta, che a' suoi proprj dì, Filippo II.º le restituì al loro luogo[79]. Soggiunge, che Vamba cercò pietre da per ogni dove, adoperando i marmi delle Romane fabbriche, ne' quali volle si scolpissero immagini a simiglianza d'una _Rota_ o a una _Rosa_[80]. Di così fatte _Rote_ o _Rose_ fu grande l'uso nell'_Architettura Gotica_ del duodecimo e tredicesimo secolo; ma Vamba ne avea dato gli esempi, che certo non furono i primi appo i Visigoti, e che Filippo II.º richiamò al lume del giorno. Vamba in oltre guerreggiò felicemente contro i Visigoti, che ribellaronsi a lui nella _Gallia Gotica_ non conquistata da' Franchi; e fondò vicino a Nimes la celebre Badia di Santo Egidio[81], mentre San Fruttuoso di Braga edificava i popolosi Monasteri, onde ho toccato, e soprattutto il Complutense, il Rufinianense, il Visumense. Nel costruire il suo Monastero di Santo Egidio, Vamba non pose mente al prossimo Anfiteatro Romano di Nimes: nè gli Anfiteatri erano cagione di grande amore a' popoli non Romani, e la memoria degli antichi spettacoli era odiosa principalmente a' popoli Gotici. La Nemausense Badia di Santo Egidio non ritrasse nulla in se di quelle forme anfiteatrali, ed in tutti gli altri edifizi la vanità de' Visigoti dava loro a credere volentieri, che la vetusta loro _Architettura Gotica_ vincesse di lunga mano i pregi della Greca e della Romana. Di qui nascea l'abbandono dei _pubblici_ edifici _Romanesi_ nelle Provincie sottoposte a' Visigoti, e l'uso, che costoro correano velocemente a fare dei marmi di quegli edifici. Ervigio, che succedette a Vamba nel 680, risarcì le mura di Merida; indi rifece il Ponte Romano di quella città, in parte crollato; impresa, ch'e' commise al Duca Salla. Compiuto il lavoro, Ervigio fe' collocare sul Ponte un'Iscrizione in versi, o piuttosto un Ritmo, che non ha guari tempo si pose in luce dal Florez[82]. Ivi ad Ervigio si dà il titolo di _Re de' Geti_ e s'afferma _ch'egli studiossi d'estendere il suo nome con magnanimi fatti, sì che dopo aver cinto Merida con esimie mura, operò quel_ miracolo _di ricostruzione:_
.... »_Potentis_ GETARUM ERVIGII Regis . . . . . . . »Studuit MAGNANIMIS FACTIS EXTENDERE NOMEN Veterum et titulis addidit SALLA suum, Nam postquam EXIMIIS _novavit_ moenibus urbem HOC MAGIS MIRACULUM patrare non distitit;
E però l'operatore di così fatto _miracolo_ non si rimase dal dire, _ch'egli aveva vinto, sebbene imitando, l'ammirabili opere del primo autore di quel Ponte; vittoria, che avrebbe dovuto far lieta Merida per molti secoli_;
»Contruxit ARCOS (_sic_), PENITUS FUNDAVIT IN UNDIS Et MIRUM Auctoris _Imitans_ VICIT OPUS. . . . . . . . »Urbs augusta, felix, mansura per saecula longa, _Novata_ studio Ducis.......».