Dell'Emancipazione civile degl'Israeliti

Part 3

Chapter 33,719 wordsPublic domain

Figuriamoci (chè alla fine bisogna internarsi nelle cose e venirne al concreto) lo squallore d'una delle povere famiglie di Ghetto, radunata in quell'oscura ed immonda tana, ove nasce, ove cresce e vegeta la sua povera vita, e sempre soffrendo si spegne ignorata nelle malattie e nella miseria. Ma, Dio buono! sotto que' cenci, in quel sudiciume, in quella privazione d'ogni bene morale e fisico, vi sono uomini come noi, uomini e non animali, non cose: uomini che la nostra legge, che le leggi più elementari dell'umanità ci comandano di avere in conto di fratelli; vi sono cuori che eran da Dio destinati a goder le ineffabili letizie dell'infanzia, le gioje della giovinezza, le forti passioni della virilità, e gli estremi e ​ placidi conforti della vecchiaja; vi sono cuori di figli, di mariti, di spose, di padri; qual diritto v'era di conculcare tanti affetti, di spegnere tante gioje, di deturpare tanti doni di Dio, calpestar tanti germi utili e generosi, di infrangere tante vite, di contristare tanti spiriti immortali?

Figuriamoci quel povero Israelita che è padre e sostegno di questa famiglia, che avrebbe avuto da Dio forza ed intelletto onde esercitare un'arte o un mestiere, divenire un buon operajo, veder la famigliuola crescere e fiorire nella competente agiatezza della povertà industre, partecipare a que' beni, a que' misurati spassi che la Dio grazia sono ottenibili anco dal povero, purchè non gli sia tolto il lavoro; vediamolo ritornare nella sua trista buca dopo un giorno speso a correr le vie della città pel suo lurido commercio di cenci, arrecando con sè o nullo o scarsissima frutto di sua fatica; entriamo in quel cuore, e pensiamo quale debba essere, mentre considera la crudele violenza che toglie dal sangue suo non gli agi, le delizie de' ricchi, ma il pane, ma l'aria, l'aria salubre, la luce, il sole, que' tesori tanto largamente profusi da Dio, onde sian comuni al debole come al forte, al ricco come al mendico! Qual ira, qual odio disperato non deve rodere il cuore di quell'infelice? Qual orrenda maledizione non deve egli scagliare contro coloro che sono cagione della sua miseria, del lento strazio della sua famigliuola, contro la Legge che seguono? Chè la disperazione rende ingiusto, nè rimane in potestà del disperato entrare in distinzioni, e dare la ragione od il torto con giusta misura.

Figuriamoci che, deposto appena il fastello di cenci che ha riportato dalla sua cerca, sia appunto il giorno in che è costretto andar sotto la scorta de' carabinieri in S. Angelo a sentir la sua predica; pensiamo qual animo ​ debb'essere il suo nell'avviarsi, nel sedere in Chiesa, nell'udire quella parola di Carità e di Pace, che per lui si volge in un tanto atroce dileggio! Quali disposizioni può avere per cavarne frutto? Non è forse connaturale alla struttura del cuore umano, ch'egli invece, a sfogo d'uno sdegno, d'un odio così forzatamente represso, e che non ha altre vie di soddisfarsi, dica in cuor suo: «Tu puoi bene costringermi ad udirti, ma il gusto di vedermi persuaso non l'avrai in eterno!»

E quest'uomo, preso all'opposto per le vie della giustizia, della carità, dell'amore, aveva forse un'anima generosa, un cuore accessibile a verità, a speranze auguste ed ineffabili; non avrebbe passata la vita nella maggiore tra le miserie del corpo, l'impossibilità del lavoro; e nella più amara tra le miserie dell'anima, la necessità dell'odiare. E come è stato spogliato di que' beni che eran suoi, perchè avuti da Dio? come è stato sepolto in un abisso di guai, ai quali non l'aveva Iddio condannato? chi ha spenta per esso l'ardente fiaccola della carità e della fede? chi l'ha respinto, rigettato dal Cristianesimo; da quella legge che anco i non credenti rispettano ed ammirano qual simbolo d'unione tra gli uomini, di concordia, di civiltà universale?

L'ha respinto la cieca intolleranza. V'è chi ardisca negarlo? v'è chi possa dire che non son vere le mie parole, non reali le cause, e conseguenti gli effetti che ne ho desunti?

Se la teoria dell'intolleranza è oramai esclusa dall'opinione delle classi colte, ha però ancora molti seguaci tra il popolo: ed è triste e doloroso spettacolo veder talora, cagione gli antichi pregiudizj, il popolano povero e condannato a molti stenti, a molte miserie, e che dovrebbe perciò aver viscere di compassione per chi gli cammina al fianco in questa dolorosa via, render invece ​ più duro ed acerbo il viaggio del suo compagno, perchè non professa la sua medesima legge!

Cerchino le classi colte, nel contatto che hanno colle inferiori e più rozze, di cancellare questi odj, questi pregiudizi, queste ruggini antiche, contrarie alla carità evangelica e ad ogni viver civile. La repulsione che ancora sussiste fra il popolo contro gli Israeliti, nasce principalmente dall'idea che la loro razza sia maledetta. Ma Gesù Cristo spirante in sulla Croce, non perdonava forse persino a coloro che ve l'avevano confitto? non pregava forse per loro? Si dovrà dunque cercare appello da una sentenza d'assoluzione, d'amore e d'oblio, pronunziata dal Redentore? Ma vi fosse anco, e fosse aperta ed esplicita una maledizione su quell'infelice popolo; chi potrà mostrarmi egualmente aperto ed esplicito il comando a noi d'esserne esecutori? Dove sta scritto che i Cristiani debbano farsi i carnefici degli Israeliti? Io vedo scolpita in ogni pagina del Vangelo l'idea d'una carità che non distingue nè individui, nè nazioni; che stringe nel suo abbraccio fraterno tutti i popoli della terra, e li chiama fratelli: ma non trovo una sola parola che ne dia autorità di respingere, d'aver in odio e disprezzare o tormentare nessuno.

VI.

Di un'accusa mi rimane ora a tener discorso; la quale creduta giusta e fondata da molti, è fonte di ripulsione e d'ostilità contro gl'Israeliti.

Molti stimano che la morale da essi professata li guidi e li freni soltanto nelle loro relazioni scambievoli, e si muti o si rallenti ove abbiano a trattare con uomini di diversa fede. Se ciò fosse vero, la loro Comunità sarebbe certo barbara, selvaggia, e da combattersi e distruggersi, ​ o almeno conculcarsi tanto che non potesse nuocere: ma ciò invece è assolutamente falso.

Che talvolta, ove il potessero a man salva (e certo fu raro), uno o più Israeliti si siano macchiati d'atti violenti o crudeli contro i Cristiani, non so se debba affermarsi; perchè questo, come ogni altro delitto, vuol prove ond'esser tenuto certo. Ma poniamo siano realmente accaduti cotali fatti. È forse maraviglia che uno sdegno, un odio generato da ingiuste ed atroci persecuzioni, e lungamente impotente d'ogni vendetta o difesa, si sia alla fine sfogato con atti anco scellerati? Di siffatti delitti la prima colpa ne sarebbe dovuta ai Cristiani ed alle loro persecuzioni; la seconda a quegli Israeliti, che, anco eccitati, avrebbero pur dovuto astenersi dal mal fare. Ma per darne la colpa alla morale ad essi insegnata da' loro maestri, converrebbe che di tale infamia si trovasse traccia ne' loro scritti, nelle tradizioni, nell'insegnamento orale; e niuno può dire che vi si trovi.

Arte vecchia della frode è dire altrui:—Tu pensi ed insegni e predichi la tale enormità;—e chiuder l'orecchio alle proteste contrarie; chiuder gli occhi alle prove, ai fatti che dimostran falsa l'accusa, onde aver diritto di sevire, odiare, perseguitare; e poter mostrar di farlo per zelo del vero e del giusto, per tante e virtuose cagioni.

In ogni età fu usata quest'arme contro coloro che si volean conculcare.

Fu usata contro i primi Cristiani, ed ognun sa come le loro Agape fosser tenute tenebrose assemblee ove si commettessero oscene ed atroci enormità, si scannassero fanciulli, si violasse ogni legge d'umanità e di natura. In tempi meno remoti, non la pratica soltanto d'alcuni Cattolici, ma l'insegnamento della Chiesa Cattolica, fu accusato d'idolatria, e non valse mostrare scritto, predicare, ​ dichiarare il contrario. L'accusa fu mantenuta, pretesa vera, innegabile dai più.

Il modo, invece, equo e razionale nel giudicar la fede, le opinioni, la morale d'un individuo o d'una società, è lo stare alle sue dichiarazioni, alla professione ch'esso od essa ne presenta e riconosce per sua. Se poi non vi corrisponde la pratica, questa s'accusi, si giudichi, si condanni; e si condannino gli uomini che la seguono, falsando le opinioni da essi dichiarate utili e vere: ma non si condanni, nè si tenga iniquo corruttore il precetto, mentre esso invece insegnerebbe il contrario.

Le accuse di atti crudeli, d'uccisioni di bambini, di stregonerie, mosse in tempi più rozzi contro gl'Israeliti, sono omai fole che non posson metter radice nella civiltà e nella coltura presente; e il doloroso fatto di Damasco nel 1840, del quale fu scoperta la verità ed ottenuta giustizia da Sir Moisè Montefiore e dal giurisperito Cremieux, mostra appunto che soltanto in una società rozza ed ignorante possono trovar fede somiglianti stravaganze.

Ma un'altra taccia, più conforme al costume ed all'uso del tempo, e perciò più credibile, s'appone agli Israeliti: quella d'una mala fede non solo sistematicamente praticata nelle loro contrattazioni co' Cristiani, ma permessa dalle loro leggi, e dalla loro morale.

Se la mala fede ne' traffici, se l'usure imbrattino più gli Israeliti o più i Cristiani nel consorzio civile della società moderna, è questione che non intendo sciogliere, e non importa al mio assunto. Ma la suppongo per un momento decisa in favor nostro: ammetto che l'usura, la frode nel traffico sia special pecca degli Israeliti. Ma viva Dio, essi non possono possedere, nè farsi perciò agricoltori; non possono studiare, esser avvocati, notai, medici, chirurgi; non possono occupare impieghi pubblici; respinti dalla Società, non ne ottengono amministrazioni private, ​ non possono esercitar arti o mestieri se non pochissimi, ed incontrano anche in questi ogni difficoltà per farvisi esperti: tutte le vie son chiuse per loro, tutti i modi negati onde campare onestamente la vita; ed a queste legali esclusive s'aggiunge, o almeno s'è aggiunta sin qui, l'altra più tremenda, dell'anatema del disprezzo, più o meno aperto ed esplicito, de' loro concittadini; contro il quale non è natura d'uomo o di popolo tanto ferrea, tanto intera ed ardita, che non ne fosse fiaccata, resa inerte, incapace d'ogni qual cosa richieda virtù, prontezza ed energia. E dopo che, per colpa nostra, sono gli Israeliti ridotti a queste tristi ed abbiette condizioni; dopo che, per non morir letteralmente di fame, una sola via vien loro lasciata, quella del commercio e del giro del denaro; ci vorremmo stupire che non fossero intemerati e scrupolosi fautori della più rigida onestà, che non avessero gelosa cura di non ledere i nostri interessi ne' contratti stretti coi loro persecutori?

Ma la verità del fatto che nelle contrattazioni sieno più sleali gli Israeliti dei Cristiani, è per lo meno molto dubbio. È certo ad ogni modo, ch'essi sono meno onesti ne' paesi ove essendo più tormentati, caddero necessariamente in una maggior degradazione morale: ne' luoghi invece ove ebbero più miti gli uomini e le leggi, d'altrettanto divennero migliori e più morali, trovandosi liberati dall'ingiustizia e dallo sprezzo, che corrompe ed invilisce; e sorretti invece dall'equità e dalla benevolenza, che guida alla virtù, rende l'uomo confidente e giusto estimatore di se stesso, e perciò capace di nobile ed onesto operare. ^[2]

Alla fine poi, qualunque fossero i loro modi coi non Israeliti, non se ne può incolpare le loro leggi e la loro morale.

Esaminando ambedue dai primi tempi fino ad oggi, io non trovo se non precetti che tendono alla carità ed all'amore del prossimo, senza distinzione di culto o di fede.

Eviterei al lettore il fastidio delle citazioni se non fosse egualmente giusto ed importante il chiarire la verità, e purgarla da pregiudizj tanto radicati.

Comincio dalla legge di Mosè, e scelgo pochi esempi tra moltissimi.

La Legge di Mosè condanna a morte il padrone che percuote lo schiavo anche Cananeo, sino ad ucciderlo (_Esodo_ XXI, 20).

Comanda di non abborrire gli Egizii, in grazia dell'ospitalità da essi accordata un tempo agli Ebrei (_Deut._ XXIII, 8).

Esprime una distinzione tra l'Israelita ed il non Israelita (_Nocri_, la quale voce significa uomini di nazione straniera, e non d'altra religione, che convivessero cogli Israeliti), non trattandosi di leggi d'onestà universale, ma solo trattandosi di speciali disposizioni di fraternità e benevolenza; verbigrazia:.

1° Di non domandar censo per denari prestati (_Deut._ XIII, 20, 21).

2° Di non esigere crediti anco recenti spirato l'anno sabatico (_Deut._ XV, 1. 3.); ec. ec.

Nella Storia Sacra, Giacobbe maledice l'ira di Simeone e Levi, e l'eccidio de' Sichemiti, il cui principe avea pure sforzata la loro sorella.

Giosuè rispetta il giuramento fatto ai Gabaoniti, benchè ​ dannati da Dio all'esterminio, e sebbene il giuramento fosse stato dolosamente carpito.

I Talmudisti danno il precetto _ama il prossimo tuo come te stesso_, quale epilogo di tutta la legge; e la voce ebraica Neang (prossimo) esprime ogni uomo, e non il solo Israelita, poichè trovasi ancora usata per esprimere Egiziano. Vietano di fare altrui illusione, anco al non Israelita. _Vœtitum fallere homines etiam gentiles._^[3] Verbigrazia, di presentarlo di cosa alcuna facendogliela credere di maggior valuta che non è in effetto (_Talm._ Bab. Chollin, fol. 94.)

Condannano alla restituzione chi ruba il _Goi_ (infedele); e tengono anzi maggior colpa derubarlo, che non l'Israelita, poichè ne rimane profanato il nome di Dio (_Josaftà_, _Kamà_, cap. 10.)

Maimonide, uno dei più autorevoli Talmudisti, vivente in Spagna nel secolo XV, dice espressamente: «Chi trafficando coll'Israelita, come coll'Idolatra, usasse falso peso o falsa misura, contravviene ad un divino precetto, ed è tenuto alla restituzione etc. . . . . _Calcolerai col tuo compratore_.—Il qual testo tratta di un non Israelita tuo suddito...: quanto più dovrai osservare tal legge con chi non è a te soggetto? D'altronde la Scrittura dice: È in abbominazione all'Eterno chi tali cose commette..., ognuno che commette ingiustizia. Proposizione assoluta e senza alcuna condizione.» _(Trattato Ghenevà, cap. 7.)_

Affermano che quando il Salmista (Sal. XV. 5) encomia chi presta il denaro senza interesse, intende quando si faccia anche col Goi (_Talmud bab. Maccoth. fog._ 24.)

Potrei aggiungere molti altri testi dello stesso tenore, ma lo stimo superfluo.

In opposizione a queste massime tendenti a stringer vieppiù fra gli uomini i vincoli sociali, ve ne sono, è vero, ne' codici Talmudici e nei libri Rabbinici alcune invece che spirano odio ed intolleranza: ma è da considerarsi essere i due codici Talmudici, tanto il Gerosolimitano che il Babilonese, stati compilati mentre ancora vigeva il Paganesimo, il quale si rendeva doppiamente odioso agli Israeliti col peccato d'idolatria, il più abborrito da essi, e colla crudeltà della persecuzione. I libri degli antichi Rabbini furono anch'essi scritti sotto l'impressione dell'odio e dello spavento che dovevan destare le orribili sevizie del medio evo: ma nessuna di queste autorità è accettata o riconosciuta dai Rabbini, o dagli Israeliti presenti;^[4] e tenerli capaci di porre in pratica massime unicamente derivate da passioni e da circostanze straordinarie, sarebbe lo stesso che creder capaci i Cristiani del secolo XIX di riaccendere i roghi dell'Inquisizione.

VII.

Ora dunque, riassumendo il mio discorso, mi sembra dimostrato che l'intolleranza e le persecuzioni che ne derivano, non solo sono ingiuste, contrarie alla ragione, ai comandamenti dell'Evangelo ed agli esempj di Gesù Cristo e degli Apostoli; non solo sono inefficaci ad ottenere lo scopo cui sembran dirette: ma gli sono contrarie, conducono all'effetto diametralmente opposto; e nel caso degli Israeliti, l'appoggiarle ad una maledizione che pesi sulla loro schiatta, o al desiderio della loro conversione, ​ o alla corruttela della loro morale, non è nè da Cristiano, nè da uomo retto e razionale. E mi sembra egualmente provato, che la tolleranza non è indifferenza per la fede e la religione; ma è anzi zelo pel suo trionfo, e il miglior modo di procurarlo.

Ma a questo punto ringrazio di cuore Iddio, che tutto il detto sin qui si riferisca oramai assai più al passato che al tempo presente. L'emancipazione civile degli Israeliti è stata incominciata, e sarà immancabilmente compiuta da quel Pontefice che ha saputo cogliere e riunire nella sua mano benedetta tutte le palme della virtù e della carità evangelica.

Ad istanza e per opera di Don Michele Caetani, Principe di Teano, fattosi virtuoso ed illuminato promotore della causa degli Israeliti, Pio IX ha confidato ad una Commissione l'esame de' loro giusti reclami, e la cura dei modi atti a render loro piena giustizia. Primi effetti di queste disposizioni sono stati la permissione d'allargarsi ne' Rioni adiacenti al Ghetto; con che ne verrà spazio ed agio maggiore a coloro che vi rimangono.

La vergognosa cerimonia del sabato di carnevale in Campidoglio, ed il tributo che v'era annesso, furono, come accennammo, l'una e l'altro aboliti. A questi primi passi terranno dietro certamente tutti gli altri, finchè sia completo questo grande atto di giustizia. Un nuovo passo sta intanto per muoversi; l'ammissione degli Israeliti nei ruoli della Guardia cittadina. Pio IX vi ha dato il suo consenso; onde si può tenere la cosa giudicata irrevocabilmente in principio. Quanto alla pratica, sembra s'incontri qualche difficoltà: sembra vi sia il timore, forse non interamente fuor di proposito, che nel Rione ove dovrebbero gli Israeliti concorrere al servizio cittadino, non siano del tutto spente le vecchie repulsioni, e potesse col contatto tra essi ed i Cristiani nascere qualche scandalo.

Se per una parte è prudente tener quelle vie che possono antivenirlo, per l'altra è giusto e conveniente cercar un ripiego, onde non sia loro tolto il poter partecipare agli effetti di quella onorata e leale fiducia che dimostrò il Pontefice al Popolo dello Stato e di Roma. Ripensando il lungo patire di quella sventurata nazione, respinta per tanto tempo da tutti i beni e i vantaggi del viver civile, del quale bensì dovea sostenere raddoppiato ogni peso; ripensando l'ingiusto disprezzo onde fu segno, le dolorose umiliazioni delle quali ebbe a bere il calice sino alla feccia; come non sentire il desiderio, il bisogno di una riparazione pronta ed aperta quanto è possibile?

Come non provare quel senso di rispetto e di premura sollecita che desta una sventura immeritata e sostenuta con longanimità e fortezza?

Qual gioja, qual soddisfazione può immaginarsi al mondo maggiore e più pura di quella di poter farsi istrumento di giustizia e di misericordia?

Chi mai potrebbe, ove fosse scelto al dolce ufficio di spalancare all'innocente prigioniero le porte del carcere, di restituire il suo a chi n'era stato violentemente spogliato, di ridonar l'onore a chi ha patita immeritata ignominia? chi potrebbe non sentire una fretta smaniosa d'adempiere l'augusto incarico? Certamente questi virtuosi sensi albergano in cuore di coloro che sono ordinatori e guida della Guardia cittadina; e sapranno trovar modo onde conciliare la prudenza colla giustizia, e col desiderio che provano senza dubbio di stender senza ritardi una mano amica a chi sinora non ebbe se non scherni e ripulse.

Per quanto non creda ufficio mio il dar consigli a cui compete l'ordinare il servizio della Guardia, stimo però mi sia lecito esporre modestamente un mio pensiero.

Se lo scrivere ne' Ruoli tutti gli Israeliti che a norma ​ della legge e dell'età vi sarebbero compresi, può esser origine di qualche inconveniente, non si potrebbe ristringersi ad un minor numero, e scegliere da una nota presentata dall'Università stessa degli Israeliti, quegli individui che pel loro stato, il loro costume, i modi, la coltura, fossero atti a conciliarsi gli animi, e rimuovere ogni idea scortese, ogni senso di repulsione?

E se ciò non fosse stimato bastevole, non si potrebbe provvisoriamente dividerli in modo che prestassero l'opera loro ne' varj Rioni separatamente; e si trovassero così frammisti a coloro che per idee più giuste, e per civile educazione, stimerebbero dovere e sentirebbero gioja d'accoglierli come amici e fratelli?

La Guardia cittadina di Roma presa nel suo insieme non potrebbe certamente aver altri sensi che questi. Formata con magica rapidità in un momento di pericolo, essa ha mostrato vigore, energia, prontezza e prudenza degna d'un corpo che contasse lunghi anni di esperienza e di vita. La vista di que' cittadini che pel passato, e sino a pochi mesi fa, attendevano soltanto ai diversi uffici della vita civile così disformi da ogni idea ed esercizio della milizia, posti ora in fila, ed esperti così presto dell'atteggiarsi, del muoversi militare, del maneggio delle armi, de' doveri del soldato, lo sa Iddio qual profondo senso di gioja mi abbia destato in cuore. Qual dote di nobili e generosi sentimenti non è accennata e sottintesa da questi fatti? Il solo pensare che uomini di così eletta natura potessero non dico ripugnare ad accogliere tra loro chi sinora fu così a torto proscritto, ma non sentir pienamente quanto sia degno ed onorato l'atto che li ritorna alla esistenza, all'onore di cittadini, sarebbe imperdonabile ingiuria; chè i più avversi ed ostinati detrattori del popolo Romano non osarono mai dargli taccia di basso e poco generoso sentire. Nè tempo, nè servitù, ​ nè traversie di fortuna, bastarono a cancellare quel suggello di generosità e di grandezza che gli fu impresso dall'antica sua virtù, ed è ancora allo straniero cagion di stupore e di meraviglia: tutto si può sperare da un tal popolo; e stare in dubbio, all'opposto, ch'egli non senta quanto sia bello il riparare l'ingiustizia e l'onorar la sventura, sarebbe, lo ripeto, fargli ingiuria, ch'egli è ben lungi dal meritare.

Questa giustizia che trova, come ogni atto virtuoso, il suo premio in se stessa, avrà poi altro prezioso guiderdone; la gratitudine, le benedizioni di chi n'è fatto segno. Quanto esse possano esser calde e vivaci, lo vediamo da ciò che accade in Toscana. I redattori del giornale di Pisa _L'Italia_, uomini eletti, di nobil cuore, onore di quello Studio e d'Italia, come sa ognuno, e come appare dal loro giornale, hanno presa a difendere la causa degli Israeliti. Quelli di Livorno hanno tosto pubblicata una lettera, nella quale è il passo seguente:

«Voi ci chiamate fratelli! Questa parola varrebbe essa sola a cancellare la ricordanza di tanti secoli di umiliazioni e di dolori. Questo dolce e santo nome noi lo accettiamo colla coscienza di meritarlo, perchè noi pure intendiamo di cooperare al bene d'Italia nostra, che fu sempre in cima de' nostri pensieri; perchè ci sentiamo nell'anima fratelli a quanti per essa patirono, a quanti s'allegrano all'idea del suo prossimo risorgimento, a quanti son pronti sagrificare per lei gli agi, le sostanze e la vita.»

Queste semplici parole, quando le lessi, mi penetrarono il cuore, mi commossero profondamente; tanto è l'affetto, tanta è l'effusione di sincerità che da esse traluce: e pensai fra me stesso, quali nobili e preziose soddisfazioni rifiutano e sprecano gli uomini coll'amara e superba pazzia dell'intolleranza e delle persecuzioni! ​ E qual fonte di gioje, di felicità, di profitti scambievoli, potrebbero all'opposto trovare nel rispetto de' diritti di tutti, nell'onorarsi ed amarsi gli uni cogli altri; come c'insegna quel Codice che più di tutti mostra la via per la quale abbia l'uomo a cercare la sua vera e stabile felicità!