Dell'arte dei giardini inglesi
Part 1
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DELL'ARTE DEI GIARDINI INGLESI
_Fortunatus et ille Deos quì novit agrestes,_ _Panaque, Sylvanumque senem, nymphasque sorores!_
GEORG. L. ii.
_Tav. I._
MILANO. DALLA STAMPERIA E FONDERIA AL GENIO TIPOGRAFICO casa Crivelli, presso il ponte di S. Marco, N.º 1997. ANNO IX.
_L'EDITORE A CHI LEGGE._
_La mancanza de' libri che trattino nel nostro idioma dell'arte de' giardini moderni, e l'eccessivo prezzo e la rarità di quelli altrove pubblicati, mi hanno indotto a procacciarmi la presente opera. Coloro, che conoscono quella del C. L. Hirchfeld assai voluminosa, approveranno tutto ciò ch'è stato tolto da essa, come pure le interessanti aggiunte, e le non poche variazioni eseguite dall'Italiano Autore. Ho l'onore di presentarla al colto pubblico tanto più di buon grado, quanto che un tal gusto è di già penetrato nel nostro paese, facendone prova i diversi disegni in rame, tratti da alcune ville dei contorni di Milano. Il paesaggio, antico come natura, e fisso siccome il bello, decantato mai sempre da' sommi poeti, e seguito da' valenti pittori, non è stato tuttavìa praticamente adottato in generale a tener luogo di giardino, che dagl'Inglesi verso la metà dello spirato secolo, per cui a ragione questo genere serba tale denominazione. Superbe praterìe, delle quali non furon mai viste nè più vaghe, nè più magiche, si addossarono nell'alto di lor dolci pendici abitazioni eleganti, che fecero sfoggio a vicenda dei doni della natura, e del raffinamento dell'arte. Il torrente ruinoso, ed il fiume inondatore frenarono la sterminatrice loro rapidità per non fare altra pompa che dello scorrevole, del vario, del pittoresco, del bello fecondatore. Il monte, il piano raccolsero i dispersi lor pregj, e li tributarono a gara al nascente genio, che guidato da amore, ed inspirato dalle muse, percorse la novella carriera, e invitò le scienze, le facoltà della mente, e tutt'i piaceri a fissarvisi per pascere lo spirito umano di voluttà squisitissima. La natura benefica così riprese i suoi diritti, e restò attonita di vedersi abbellita, e quasi sorpassata dall'arte, che non consistette più che nel saperla studiare con rispetto, e nel saperla far comparire con verità, e scelta. Per tal maniera la faccia della Inghilterra è divenuta più amena e più ridente; la botanica ha estesi i suoi confini; l'agricoltura ne ha ricavato un nuovo lustro; e tutte le belle arti, e le scienze, che formano il corredo del trionfante gusto, hanno penetrato in tutte le classi, e in tutti i siti. La stessa vita campestre, altronde sempre piacevole, si è resa per esso anche sentimentale. Quante ragioni da supporre che sempre più siffatto gusto verrà generalmente abbracciato, ed esclusivamente coltivato anche tra noi, e si diffonderà quindi sull'Italia intera, privilegiata culla delle belle arti, e delle scienze, dove troverà una disposizione d'arte, e di natura almeno eguale a quella del suo paese natale, onde si diramò! Quante ragioni ancora da presumere, che il primo trattato, che si produce in questo genere nella nostra favella, possa essere gentilmente accolto, e compatito. Esso ha il merito almeno di dare un'idea chiara e distinta della cosa, e potrà giovare per più titoli in aspettazione di una penna migliore ed originale, che tratti degnamente, e con maggior estensione questo interessante argomento. Solo aggiungerò in qualità d'uomo appoggiato all'indole della cosa, piucchè alle applicazioni parziali ed arbitrarie, che un tal genere non importa nè tutto quel travaglio, nè quel dispendio che si è immaginato fra noi. In realtà questa sorta di giardini è quanto di più fino e di meglio speculato è forse stato trovato finora nell'arte di unire l'utile al dolce, e di sapere tirar partito, abbellendo, e facendo valere ogni locale. Può essere egualmente applicato ad un grande che ad un piccolo spazio; in città, come in campagna, non ricerca grande movimento di terra, nè profusioni idrauliche, e neppure somme fabbriche, che non sono positivamente della sua essenza. Riesce oggetto di leggier dispendio da principio, e quasi di nessuno in appresso. Nel grembo della pace, e di uno stabil ordine di cose è da lusingarsi con fondamento che quest'arte, ancor novizia tra noi, vi sarà pure coltivata con onore, e resa in breve adulta e maestra. Per tal modo l'Italia verrà a gareggiare colle altre nazioni anche in questa parte, ed acquisterà forse in essa quella superiorità, che ci viene attribuita, e che sembra nostro dono di natura nelle arti geniali._
DELL'ARTE DE' GIARDINI INGLESI
ORIGINE DE' GIARDINI INGLESI.
Gl'Inglesi amano con passione il soggiorno della campagna, e v'impiegano nell'abbellirla quelle somme, che generalmente le altre nazioni dissipano nelle lor capitali. Non è in Londra, dove debbasi giudicare della ricchezza, della magnificenza, e del buon gusto di un Lord, ma bensì alla sua campagna, situata in provincia. Un clima temperato, un paese generalmente ridente, e fertile, l'abbondanza che regna ne' campi, una vita libera, ed agiata, la costumanza di reciproci uffizj di famiglia, e d'amicizia, quella generale di soggiornarvi nella più gran parte dell'anno, ne formano le principali attrattive. La situazione fisica dell'Inghilterra è un felice miscuglio di catene di monti, e di montagne isolate, dolcemente elevate, e comodamente praticabili, di valli, di fiumi, di cadute d'acqua, di boschi annosi, e di praterìe d'un'incomparabile verdura. Una vegetazione rigogliosa senza confronto altrove, le acque le più limpide, ed un non so che di vario, di aggradevole, di romanzesco, e di superbo, che ad ogni passo s'incontra, e si succede con tanto garbo, formano di molte provincie dell'Inghilterra il più seducente quadro, che scuote la mente, e le inspira idee poetiche, e pittoresche. Non è meraviglia quindi se il genio Inglese, rapito dalla bella natura campestre, che lo circonda, immaginò il primiero di staccarne le parti più belle, e comporne un tutto ideale, analogamente ornato, e reso più vago dai doni dell'arte, che colle reciproche relazioni acquistasse nuovo pregio, e valore, e presentasse una successione saggiamente calcolata di quadri, e di scene, ripiene di voluttà, di comodo, di capriccio, e di grandiosità: sostituì i tratti di paese campestre abbelliti, e scelti ai disegni artificiosi degli antichi giardini, e ne introdusse per tal maniera de' nuovi, e d'un tal genere, che divennero quasi altrettanti poemi, opera del poeta, del pittore, e del filosofo.
Mentre gli scrittori delle altre nazioni tacevano, oppure magnificavano l'antico stile, i Bretoni cominciavano a sviluppare a poco a poco ne' loro scritti l'essenza dell'arte de' giardini. Francesco Bacone, che sparse una nuova luce sulle scienze, fu il primo, che diffuse sopra i giardini ancora una luce, tuttavìa offuscata dalle antiche tenebre. Esigeva per un giardino trenta jugeri di terreno, e lo divideva in tre parti: uno spazio erboso all'entrata, un altro ripieno di cespuglj alla sortita, ed il giardino propriamente detto nel mezzo, con viali, e passeggi dalle due bande. Alla prima parte destinava quattro jugeri, sei alla seconda, quattro a ciascheduno de' viali laterali, e dodici al giardino di mezzo. Gli ornamenti, e gli arabeschi a diversi colori, disegnati in terra sotto le finestre della casa, non sono, che giuochi puerili, che si trovano pure, com'egli dice, su de' pasticci, e lo stesso giudizio porta sulle piante acconciate in differenti figure. Invece d una pianura esatta, vorrebbe che si elevasse nel mezzo del giardino un monticello aggradevole alla vista, sormontato da un vago padiglione, al quale si pervenisse per mezzo di due o quattro file di gradini. Bandisce gli stagni, ed i canali d'acqua dormente, che vuol che sia sempre in moto. L'invenzione capricciosa di slanciare le acque in alto, e di farle artificiosamente giuocare, non aumenta a suo giudizio nè la purità, nè la salubrità dell'aria, nè il piacere del giardino. Lo spazio occupato dalla boscaglia vorrebbe che assomigliasse a un sito piacevolmente incolto. In quà in là vi si potrebbero frammischiare degli arbusti differenti con fiori odorosi; ma il terreno lo vorrebbe coperto dappertutto di violette, di fragole, e di primevere, che esalano grato odore, e prosperano all'ombra. I boschi non dovrebbero offrire un ordine preciso, ma delle picciole eminenze d'intorno, sparse di fiori varj, e d'arbusti odoriferi. Raccomanda gli alberi da frutta, e de' sentieri comodi, ed asciutti, che si diramino in tutti i sensi. Nel fondo del giardino, continua l'autore, si potrebbero praticare da due lati de' piccioli ridossi, da dove l'occhio potesse liberamente percorrere le vicine campagne. Nello spazio, da lui chiamato giardino, i viali saranno larghi, e guarniti d'alberi fruttiferi, e vi vorrebbe pur collocati de' seminarj di consimili piante, e dei vaghi gabinetti artificiali di verdura, con sedili. Ma non bisognerebbe poi tanto, soggiugne egli, accumulare questi oggetti, dovendo il giardino, propriamente detto, rimaner libero, ed aperto alla maggior circolazione dell'aria; l'ombra è da cercarsi ne' viali laterali, non dovendo, a parer suo, servire il giardino che per le stagioni temperate di primavera, e d'autunno, e per le ore della sera, e del mattino d'estate. Delle passeggiate prolungate su' colli sarebbero avvantaggiose, se la natura le fornisse.
Per quanto sieno coerenti le osservazioni, ed opportune le domande di Bacone, sono tuttavìa frammischiate da alcune, direttamente opposte al buon gusto in fatto di giardini; tale è la forza della moda, che soggiogò pure questo grand'uomo. Approva la forma quadrata, le arcate di legno sormontate da picciole torri, che cattivi ritengano gli uccelli, ed ornate di figure dorate, e di strette lamine di vetro colorato; loda le colonne di legno, e le piramidi della stessa materia, le vasche regolari, ornate di figure, e di vasi. Finalmente determinando un modello stabile, ne limita lo stile, ciò che non si accorda punto colla varietà naturale degli spazj, e colla fertilità del genio creatore. Tuttavìa Bacone non si accontenta di passare per profeta d'una scienza non ancor nata; ei non solo predice, comincia a creare.
Questa medesima bellezza campestre, che avrebbe mai sempre dovuto regnare nei giardini, fu in seguito descritta da Milton nel suo paradiso, ossia giardino di Eden. «La natura aveva prodigate delle bellezze innumerevoli sulle montagne, e nelle valli. Le sue ricchezze erano sparse con profusione nelle campagne, che il sole liberamente riscalda co' suoi raggi, e nei verdi folti, che una impenetrabil ombra rende cotanto vaghi nell'ardore del giorno. Questa felice abitazion campestre era mirabilmente variata pel piacere degli occhj. Là voi trovavate de' boschi, i cui fronzuti alberi distillavano la mirra, ed i preziosi balsami: quì ne vedevate degli altri, che coi loro frutti lucenti, e saporiti incantavano l'occhio, ed il gusto. Tutte le meraviglie, che la favola attribuisce al giardino delle Esperidi, s'incontravano realmente in questo giardino di voluttà. Fra gli alberi sorgevano spazj ridenti, deliziose colline, ripiene d'armenti, che l'erbe tenere ne pascolavano. Quì una leggiera eminenza coperta di palme, e il seno fiorito d'una valle, irrigata da ruscelletti, offrivano mille bellezze, e colà cresceva la rosa senza spine. Le opache grotte disponevano freschi ricoveri, tappezzati di pampini, che s'affrettavano di sporgere i porporini grappoli, e che vi si avviticchiavano con una mirabile fecondità. I ruscelli con grato mormorìo cadendo al lungo delle colline, ramificavano al piano, ed andavano formando uno stagno, la cui superficie presentava il suo specchio cristallino alla verdura delle sponde d'intorno coronate di mirti. Gli augelli formavano un coro ripieno di melodìa, e gli zeffiri portando con essi i profumi de' campi, e de' boschi, mormoravano tra foglia e foglia soavemente agitata».
I poeti di tutte le età, e di tutte le nazioni hanno dovuto tenere un consimile linguaggio descrivendo de' giardini, giacchè qualsiasi altro, e quello sovratutto della moda vi si ricusava; ma la voce di questi araldi del buon gusto non potè per questo dissipare gl'inveterati pregiudizj del lor secolo.
Comparve Lord Temple. Assicura egli che in nessun altro tempo in Inghilterra vi fu maggior inclinazione pei giardini che nel suo; che giammai non vi si sono mantenuti meglio, e che in nessun altro paese potevano essere altrettanto belli che nella sua patria. Esige quattro cose per un giardino: frutta, fiori, ombra, ed acque. Vicino all'abitazione vuole un tappeto d'erba fregiato di fiori, ed in mancanza di fiori, dei getti d'acqua, de' vasi, delle statue; nello spazio che segue, la cinta dovrebbe essere tutta scoperta, e senz'altri alberi, da quelli infuori, che vi si dispongono in ispalliera, ma poco elevata. Supponendo che questo spazio occupasse due terzi del giardino, si potrebbe guarnire il resto di piante da frutta, a meno che non si preferisse, per procacciarsi dell'ombra, piantarvi un boschetto. Fin quì tutto è bene, o almeno sopportevole, atteso il gusto del secolo. Ma inoltre vuole il Lord un quadrato perfetto, perchè dice esser quella la forma più conveniente ad un giardino, ed esige un terreno piano, o leggiermente inclinato. Cita per modello il giardino di Moore, il più bello, che dice aver veduto in Inghilterra, ed altrove. Nel mezzo d'una vasta terrazza, tutta ricoperta di sabbia, e circondata d'allori, sorgeva un gran palazzo. Tre scalinate spaziose di pietra, l'una nel mezzo, e due laterali, conducevano ad un ampio spartimento. Le fontane, le statue, le arcate verdi, e di sasso, i padiglioni, le grotte con acque spruzzanti non vi mancavano. Ecco come pretende, che andassero formati i giardini, che se più fossero regolari, più riuscirebbero belli. Ciò non pertanto una debil luce traspariva attraverso di tanti pregiudizj. Vi puonno essere de' giardini irregolari, soggiungeva Temple, che non saranno per questo che più belli, e più aggradevoli; vi bisogna per tal effetto una vantaggiosa situazione, e quanto basti di arte, e di travaglio per dare alla loro irregolarità una forma atta a piacere. Rigettava altresì i muri nudi, de' quali per costumanza antica si circondavano i giardini; o li voleva rivestiti almeno di verde, perchè non producessero una dispiacevole sensazione. Fin quì arrivò Temple.
Addisson gli successe, e per la forza de' suoi maschj giudizj, e del suo gusto classico si avvicinò maggiormente ad una certa perfezione; ciò che Pope aveva cercato di ottenere quasi nello stesso tempo pel mezzo della satira, che sapeva così ben maneggiare.
Nacque in allora il principio della rivoluzione nell'arte de' giardini. Addisson si mosse a mostrare dove consistono i veri piaceri dell'immaginazione, e di là dedusse delle accurate osservazioni sulla cattiva maniera, che dominava tuttora ne' giardini. «Sosteneva che le opere dell'arte paragonate a quelle della natura non puonno mai avere quella vasta estensione, e quella immensità, che prestano un così delizioso trattenimento allo spirito dello spettatore. Può ben essere un oggetto dell'arte delicato, e pulito al paro d'un altro di natura, ma non sarà giammai altrettanto augusto, nè magnifico nel disegno. Ne' tratti grossolani, e negletti di natura vi ha sempre qualche cosa di più ardito, e che fa sentire di più la mano maestra, che ne' colpi di pennello più delicati, e negli abbellimenti più squisiti dell'arte. Le bellezze di giardino, o di palazzo il più superbo si trovano rinchiuse in un piccolo cerchio; l'immaginazione le percorre ben presto, e domanda qualche cosa di più per soddisfarsi; ma ne' vasti campi della natura l'occhio gira liberamente su tutte le parti, e si pascola d'una infinita varietà d'immagini, senza essere astretto ad un cert'ordine. Di vero noi non troviamo dilettevoli le opere dell'arte, che in quanto rassomigliano più a quelle di natura, ed in allora il piacer nostro è prodotto non solamente da questa rassomiglianza, ma altresì dal sentire che il modello è perfetto. In generale v'è nella natura qualche cosa di più grande, e di più augusto, che in tutto ciò, che si vede fra le curiosità dell'arte; così tutte le volte che noi la vediamo imitata in qualche modo, ciò ne dà un piacere più nobile, e più rilevato, che quello che possiamo trarre dalle opere dell'arte le più fine, ed esatte. Una vasta estensione di terreno coperta da un aggradevole miscuglio di boschi, di prati, e di cascate d'acqua, che rappresentino dappertutto un'artificiosa semplicità, c'incanta assai più che l'eleganza ordinaria del più sontuoso giardino. Perchè mai non si potrebbe fare di una possessione intera una specie di giardino, arricchito di frequenti piantagioni, che tornerebbe al profitto del proprietario, e al suo piacere? Una palude coperta di salici, o un monte coperto di quercie, formano un oggetto non solamente più piacevole alla vista, ma più utile all'interesse, che se si abbandonassero alla loro naturale sterilità. I campi coronati da spighe formano un vago prospetto, di maniera che se i viottoli, che si vedono tra un campo e l'altro, fossero un po' più elegantemente mantenuti, se lo smalto delle praterìe fosse ajutato da qualche leggiera addizione dell'arte, e se le siepi fossero ornate d'alberi, e di fiori con maggior cura, un uomo potrebbe fare un bel paesino del suo possesso».
All'appoggio di principj cotanto sani, Addisson compose in appresso un leggier quadro, ma vago, di un giardino conforme al suo genio, e alla natura. Eccolo. «All'intorno della mia picciola casa ho varj jugeri di terreno, che chiamo il mio giardino, e che un abile giardiniere non saprebbe come chiamare. È desso una confusione, un'intralciata mescolanza di ortaggio, di frutteto, e di giardino a fiori. I miei fiori vi crescono in diverse parti colla più lussuriosa abbondanza, e sono così lontano da preferirne alcuno, che quando ne rincontri ne' campi, e che mi piacciano, fisso a loro subito un posto nel mio giardino. Diversi pezzi di terra sono smaltati di mille differenti colori. Il sol metodo, che seguo, è di radunare nel medesimo sito il prodotto della medesima stagione, affinchè sbucciando tutti nello stesso tempo, compongano un quadro più variato, e ricco. Una consimile irregolarità regna nelle mie piantagioni, che crescono con tutta la selvaggia libertà della natura. È divertente per me di passeggiare in un labirinto, che ho piantato, e di non sapere se il primo albero, che incontrerò, sia un pomo, una quercia, un olmo, od un pero. Il mio verziere ancora ha il suo posto determinato, e sono di sentimento che un verziere è più aggradevole alla vista, che una citroniera, o una serra. Amo vedere ciascheduna cosa nella sua perfezione, e mi compiaccio di più della vista, e dell'odorato delle mie ajuole di cavoli, e di legumi, e d'una infinità d'erbe utili, che vengono a tutta maturità, che di vedere delle piante esotiche, delicate, sforzate da un calore artificiale, tisiche, e languenti in un clima, e in un terreno, che non sono il loro. Nell'alto del mio giardino sgorga un fonte, da cui deriva un ruscelletto, che serve al piacere, ed all'utilità del sito: l'ho talmente diretto, che serpeggia d'intorno a quasi tutte le mie piantagioni; scorre, come farebbe in piena campagna, fra rive coperte di primevere, di amaranti, e di rose, che sembra d'aver egli fatto nascere. Come il mio giardino attira gli uccelli delle campagne all'intorno, offrendo loro dell'acqua, dell'ombra, della solitudine, e de' ricoveri, così non permetto che sieno distrutti i loro nidi, o discacciati dai siti, che frequentano nel tempo della frutta. Amo ancor più avere il mio giardino pieno di merli, che di cerase, e dono volontieri della frutta per sentire il canto. Con questo mezzo godo sempre della musica la più perfetta della stagione; e son ben contento di vedere il capinero, ed il tordo saltellare ne' miei sentieri, e traversar volando i viottoli, ed i siti, ch'io stesso percorro. Tutte le mie opere sono rustiche, come natura, e non affettano punto la delicatezza dell'arte...».
Simili rischiarimenti d'un Addisson sulla disposizione de' giardini, gustati da tanti suoi lettori, eccitare dovevano la nazionale industria; e cominciossi di fatto a porre in opera simiglianti idee.
Il passo più considerabile, che si fece verso i miglioramenti, che ne vennero in seguito, fu d'abbattere i muri, che servivano di confine ai giardini, e di sostituirvi de' fossi vuoti. Questo tentativo sembrò in allora così sorprendente, che il popolo chiamò questi fossi AH! AH! per esprimere la sorpresa, che risentiva di vedersi bruscamente arrestato d'una maniera tanto inaspettata. La coltura, e il terreno d'intorno al di là del fosso dovette in appresso fondersi, per dir così, nello stesso quadro del giardino, e questo rimaner libero dall'angustia del luogo, e dalla soverchia sua regolarità, affine di accordarsi meglio col paese all'intorno.