Delitto ideale

Chapter 3

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--Che cosa ti eri immaginato?--le domandavo, canzonandola un po'.

--Qualcosa di grande, d'immenso... e non sono arrivata alla realtà. Ora più lo guardo, più lo contemplo, e più vi scorgo particolari che da prima mi erano sfuggiti. Tu dici:--Il mare è azzurro come il cielo che vi si riflette.--Non è vero. Il mare è di cento colori, qua azzurro, là turchino, più in là violetto, più in là verde chiaro, verde cupo, giallastro, grigio, bianco.... di cento colori. Se non lo avessi visto, non lo avrei creduto. Ed ora che ho preso un po' di confidenza con lui...--soggiunse finalmente una mattina.

--Ah! Ti sei decisa!

--Sì, mi sono informata dalla cameriera dell'albergo: potremmo andare in barca fino a Ògnina e tornare, in poche ore, dopo aver fatto colazione colà.

--E se sopraggiungesse una tempesta?

--Non ridere di me!

--E se la barca si capovolgesse?

--Annegheremmo, abbracciati stretti... e addio!

--Sei diventata coraggiosa tutt'a un tratto?

--Avevo paura... per te. Giacchè ora dici che non c'è pericolo....

La guardai maravigliato e con un vivissimo impeto di gioia; di sollievo, dovrei dire.

Io credo che il viaggio di nozze sia, spesso, la prima e la più irrimediabile delusione della vita matrimoniale. Il passaggio dall'ideale fantasticato alla realtà è così brusco e così inatteso, che lascia un'orma profonda nell'animo, qualche cosa che forma poi l'infelicità delle due fidenti creature unitesi, forse un po' sbadatamente, per sempre.

Appunto in quegli otto giorni di vita di albergo, io avevo ricevuto dal contegno di Paolina, se non una cattiva impressione, un senso confuso di... di... non so come esprimermi. Insomma, mi era sembrato ch'ella mancasse di tenerezza, di abbandono, e che il suo spirito fosse più superficiale, più fanciullesco ch'ella non avesse mai lasciato trasparire in un anno di fidanzamento e di quasi quotidiana intimità. In certi momenti, sorprendevo in fondo al mio cuore un sordo e allora inesplicabile rancore contro di lei; e me ne indignavo come di un'ingiustizia verso la bella creatura di diciotto anni che io pretendevo diversa da quella che il sesso e l'età dovevano farla.

Non ero io assai più fanciullo e più leggero di lei, sentendo una specie di gelosia del mare che la invasava con la sua immensità? Non ero ridicolo?--sì, ridicolo--specialmente in quegli ultimi giorni, nell'accompagnarla alla marina con aria annoiata, musona e nel compiacermi di punzecchiarla, di canzonarla, di non nasconderle che la sua insaziabilità cominciava a sembrarmi indegna di lei?

--Avevo paura, per te!

Queste parole intanto erano state un'improvvisa rivelazione, soprattutto per l'accento con cui ella le aveva dette e per l'affettuosissimo sguardo con cui le aveva accompagnate.

Le presi il braccio, e poco dopo eravamo alla Marina in cerca di una barca e di un barcaiuolo che ci portasse a Ògnina, come Paolina aveva progettato.

* * *

A farlo apposta, quella mattina non trovavamo barche nè barcaiuoli disponibili, forse perchè giornata di domenica, forse perchè il bel tempo aveva suggerito a parecchi altri la stessa idea, forse perchè la più parte dei marinai erano usciti per la pesca.

--Pare impossibile! Proprio oggi!--esclamò Paolina.

All'ultimo un vecchietto, dopo di essersi consultato con due altri vecchi che fumavano tranquillamente in un canto e non si erano neppur degnati di rispondere alla nostra richiesta, venne ad offrirci l'opera sua.

--Basterete a remare voi solo?--gli dissi.

--Montino!

E il gesto e la voce del vecchio rivelarono l'orgoglio offeso da quel dubbio da me espresso.

Il mare non poteva essere più tranquillo. La barca scivolava su la superficie con leggere scossettine. E la riva sfilava di fianco a noi a poca distanza, elevandosi sempre più con nere rocce di lava che già nascondevano la campagna. Grotte si aprivano qua e là; stormi di palombi selvatici sbucavano da esse, di tratto in tratto, involandosi verso terra, mentre gli alcioni ci accompagnavano sfiorando l'acqua con ali spiegate che non producevano nessun lieve fruscìo.

Paolina era in èstasi, ed io dovevo impedirle di chinarsi ogni volta ch'ella tentava di afferrare qualcuna delle meduse erranti a fior d'acqua, opaline, iridate, simili a funghi cristallini portati via dalla corrente.

Mi maravigliavo ch'ella non sentisse nessun sintomo di mal di mare.

--Sei contenta di questa gita?

--Che delizia!

--Ecco Ògnina,--disse il barcaiolo.

* * *

Eravamo appena a metà della nostra colazione, quando il vecchio, che era andato a trovare un suo conoscente, si presentava annunziandoci:

--Bisogna partire sùbito. Si è levato un po' di vento, il mare si guasta.

Infatti pareva che avesse dei brividi; si increspava, si sollevava con frequenti crestine spumanti.

--Facciamo presto--insisteva il vecchio.

--Ci sarà pericolo?--domandò Paolina.

--No, padrona mia; ma è meglio far presto. Col mare non si sa mai....

Partimmo un po' sballottati. Paolina mi guardava negli occhi quasi per scrutarmi, e poi guardava il barcaiuolo, che faceva forza coi remi per resistere agli urti crescenti delle ondate. Io cominciavo a impensierirmi per lei. Questa volta certamente il mal di mare l'avrebbe fatta soffrire.

La barca balzava, si avvallava, si rialzava. Sprazzi di spuma arrivavano agli orli di essa.

Tutt'a un colpo il mare diventò più agitato. Il barcaiuolo stentava a farci procedere; ansimava, sudava, guardava attorno, lontano, e scoteva la testa. Certi scogli a fior d'acqua, che io avevo notati nell'andare, non si scorgevano più, sommersi sotto le ondate che si succedevano fitte, accavallandosi, spumeggiando.

--Ah, Madonna Santa!... Ah, sant'Agata benedetta!--brontolava il barcaiuolo.

Non era incoraggiante; ma io mi sforzavo di sorridere a Paolina, e di farle animo con gli sguardi.

--Sangue di...! Corpo di...!--bestemmiava sotto voce il barcaiolo, come più il mare si faceva cattivo.

--Hai paura?--domandai a Paolina.

--No.

--Tienti forte al panchetto.

--Sta' tranquillo, non occorre.

--Sant'Agata benedetta!... Madonna delle Grazie!--tornava e brontolava il vecchio, che sosteneva male le spinte delle onde e non riusciva più a filar diritto.

--Badate!--urlai.

Al mio grido egli fece uno sforzo, accompagnato da due o tre energiche bestemmie, e così lo scoglio in cui stavamo per investire fu, fortunatamente, evitato. Io lo avevo scorto mentre le ondate, rovesciandosi dall'altra parte, lo avevan lasciato per un istante scoperto. Era uno di quelli a fior d'acqua, pericolosissimo.

--Che cosa è stato?--domandò Paolina.

--Niente. Appoggiate più a sinistra--soggiunsi, rivolto al barcaiuolo.

--Sarebbe peggio--rispose.--Aah! Aah! Aah!

E aiutava con la voce lo sforzo di tutta la persona.

Allora fui stupito di veder Paolina calma, sorridente, e di udirla, prima, canticchiare a mezza voce, poi cantare a voce spiegata, quasi gli sbalzi della barca fossero cosa aggradevole. Ora non ricordo più che cosa ella cantasse, ma ho ancora nell'animo l'impressione di quella voce limpida, ferma, che gettava in mezzo al rumore delle onde agitate una dolce melodia del Bellini, o forse piuttosto del Verdi.... Io dovevo farmi violenza per non farle capire che cominciavo a temere qualche pericolo con quel barcaiolo vecchio, mezzo sfinito, che alternava con maggior frequenza invocazioni alla Madonna e a sant'Agata e brutali bestemmie. Eravamo lontani mezzo chilometro dalla punta del Molo; e Paolina, terminata una melodia, aveva impreso a cantarne un'altra più allegra, più squillante, senza mostrar di curarsi della crescente violenza del mare.

La punta del Molo era affollata di gente che pareva seguisse ansiosa con gli occhi la nostra barca lottante contro le onde.

--Vira, vira più al largo!--udii gridare.--Forza! Coraggio!

E quando fummo vicini, un marinaio ci gittò una fune che il vecchio afferrò. Saltato il primo su la banchina si buttava ginocchioni, scoppiando in lagrime, e toccava con la fronte il terreno, ringraziando la Madonna e sant'Agata dell'averlo salvato!

Paolina, appena posto piede a terra, impallidiva improvvisamente e mi si sveniva tra le braccia.

* * *

--Hai potuto far questo? Tu!

Mi pareva incredibile.

Ella aveva compreso assai meglio di me il pericolo in cui ci eravamo trovati; e intanto, per non farmi perdere coraggio col mostrarsi atterrita, si era messa a cantare, stando ferma al suo posto.

--Mi sentivo morire dallo spavento di annegare! Come abbia avuto quella forza non lo so neppur io.... Ti volevo tanto bene in quel punto!

--E dopo, ora?--dissi abbracciandola e coprendola di baci.

Fece soltanto un gesto, un rapido indimenticabile gesto.

FORZE OCCULTE

A GUELFO CIVININI.

D'accordo, Aldo Sàmara e la sua fidanzata avevano rinunziato al loro viaggio di nozze.

Èlvia era stata lietissima di veder accettata la sua proposta. Le repugnava quell'andare a disperdere per gli alberghi, sotto gli sguardi importuni dei camerieri e dei viaggiatori, le prime dolci impressioni della loro vita di sposi.

Aldo Sàmara, che per una strana serie di circostanze non aveva fin allora potuto effettuare il suo sogno di visitare Venezia, si era proposto di associare il ricordo della fantastica città con quello del giorno in cui avrebbe raggiunto il più elevato scopo della sua esistenza; e per ciò aveva mostrato un po' di esitazione nell'acconsentire a una proposta che gli sembrava raffermasse quella specie di fatalità dalla quale gli era stata più volte impedita la sua partenza per Venezia quasi sul punto di chiudere le valige o di avviarsi per la stazione.

--Ti dispiace?--aveva detto Èlvia.

--Oh, no, se fa piacere a te!

--Venezia è sempre là, non ce la porta via nessuno--avea soggiunto Èlvia sorridendo.--Potremo andarvi dopo.

--Non sarà la stessa cosa.

--Sarà forse meglio. Saremo meno assorti, meno distratti nell'ammirarne le bellezze.

--Hai ragione.... Hai sempre ragione!... Però....

--Sentiamo!

--Può darsi che sia un pregiudizio alimentato dall'uso, o un'impressione mia personale, ma la luna di miele passata in città non mi sembra più luna di miele. Non potremo segregarci in casa, chiudere l'uscio di essa ai parenti, agli amici, alle tue amiche soprattutti. Quel primo mese del nostro matrimonio in che cosa differirà poi dagli altri, quando la vertigine della vita sociale, degli affari specialmente, riprenderà te e me, per quanto noi si abbia l'intenzione di menare vita modesta, come la nostra condizione richiede?

--E perchè mai dovrebbe differire?--replicò Èlvia.

--Hai ragione.... Hai sempre ragione!... Però....

--Un altro però?

--Ricordi? Un giorno, in una delle nostre passeggiate in gran comitiva per la campagna, lo scorso autunno, tu mi facesti osservare quella villa mezza nascosta tra gli alberi, in cima a una collinetta, e mi dicesti sottovoce:--Colà!--Il lampo degli occhi e il sorriso finirono di esprimere l'intimo significato di quella parola. Vi ho ripensato parecchie volte, e un giorno--mi pare di avertelo raccontato--ho commesso la fanciullaggine di andare a visitare la villa turrita che, vista dallo stradone sembrava un edifizio medioevale.

--Non me n'hai detto mai nulla.

--Probabilmente perchè mi pareva di aver commesso una fanciullaggine. È una villetta dei primi anni di questo secolo. I mezzadri abitano al pianterreno. I padroni non vanno mai a villeggiarvi e neppure a visitarla di tanto in tanto.--Perchè?--domandai--Chi lo sa?--rispose la mezzadra.--E sarebbero disposti ad affittarla?--Certamente. Abbiamo le chiavi noi, per dar aria alle stanze. Vuol vederle?--Sono cinque al primo piano e due al piano superiore, in quella che vorrebbe essere una torretta merlata; stanze ariose, pulite, con discreta mobilia un po' invecchiata, di trent'anni addietro o poco più. E un silenzio, una pace! Vista maravigliosa dal lato di levante, con tutti i colli laziali torno torno; da ponente, Roma con la cupola di San Pietro troneggiante nell'azzurro.... In una settimana, quella villetta potrebbe esser pronta a riceverci--concluse Aldo insinuante.

--Sì, sì--rispose Èlvia.--È una bella idea.

* * *

Aldo Sàmara aveva voluto lasciare a quelle stanze la impronta caratteristica del tempo in cui erano state mobiliate; ed eccettuata la camera degli sposi, esse erano rimaste quali egli le aveva trovate nella sua prima visita, senza spostar nulla, anche perchè i mezzadri avevano raccomandato, in nome dei padroni, di conservare, per quanto più era possibile, la disposizione degli oggetti che vi si trovavano.

Non erano punto preziosi i tavolini, i canterali, i divani, le seggiole, le poltrone, le litografie e le incisioni in cornici di ebano, i quattro o cinque quadri a olio, di soggetto sacro, mediocrissime copie di originali del Guercino e di Carlo Dolce, i due specchi ridotti quasi inservibili dall'umido che ne avea macchiato e corroso l'argentatura.

Eppure Èlvia ed Aldo si erano adattati sùbito a quell'aria di vecchiezza--di stanchezza, diceva Èlvia--quantunque si sentissero stranamente trasportati in un ambiente affatto diverso da quello delle loro case sorridenti di tutta la gaia freschezza dell'ammobiliamento moderno.

Le prime due giornate eran passate come in sogno. I due giovani sposi avevano avuto appena tempo di dare un'occhiata al paesaggio e di fare qualche breve passeggiata all'aperto. Ma, il terzo giorno, nelle ore pomeridiane, una pioggerella fina, insistente, li aveva confinati in casa. Si erano un po' svagati leggendo alcuni capitoli di uno dei tanti romanzi nuovi comprati per quell'occasione, e le ombre della sera li avevano sorpresi dietro i vetri della finestra del salotto, silenziosi, intenti a guardare la pioggia che veniva giù più fitta, velando e quasi sfumando la campagna attorno e i colli laziali lontani.

Aldo avea cinto col braccio la vita di Èlvia, ed ella si era abbandonata carezzevolmente col capo su la spalla di lui. Tutt'a un tratto, ella trasalì.

--Che cosa è stato?

--Niente.... Non so!

Intanto spalancava gli occhi spauriti, voltandosi a guardare nella stanza già invasa dall'oscurità.

--Insomma?...--fece Aldo.

--Un brivido per tutta la persona, come se qualcuno mi avesse posato una mano diaccia su la spalla.

--Chi sa che cosa fantasticavi!

--Non pensavo niente, guardavo fuori.

--Facciamo accendere i lumi.

Tutta la gran luce che due lumi diffusero poco dopo nel salotto non valse però a rassicurarla pienamente. Avevano ripreso la continuazione della lettura interrotta. Aldo leggeva ad alta voce, alzando, di tratto in tratto, gli occhi in viso a Èlvia, che coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino e col mento sul dorso delle mani congiunte, stava ad ascoltare. Evidentemente era un po' distratta. Due o tre volte, Aldo aveva notato che ella, pur restando immobile, girava le pupille attorno, con aria di diffidente paura; e credette opportuno di sgridarla con dolce severità.

--Non sei una bambina!... Eh, via!... O ti senti male?

--Sarei proprio imbarazzata--rispose Èlvia--se dovessi spiegarti quel che provo.... Ora voglio dirtelo--soggiunse:--Ho provato qualcosa di simile sin dalla prima sera che arrivammo qui, nell'intervallo che tu, sceso a parlare col mezzadro, dovesti lasciarmi sola per qualche istante.

--Che cosa provasti?

--Un senso di freddo, come al contatto di persona disaggradevole... invisibile.

--Oh!...

--Sarà una ridicolaggine... che vuoi che ti dica?... Anche tu?...--esclamò Èlvia, vedendo diventare serio serio il marito e prendere l'atteggiamento di chi sta in osservazione di qualcosa d'insolito.

Aldo tardò a rispondere.

--Anche tu?--ella replicò afferrandolo, atterrita, per una mano.

--Volevo spiegarmi--disse Aldo con qualche imbarazzo--che cosa può mai averti prodotto tale strana suggestione in questo salotto. La vecchia consolle? Lo specchio? Quei quadri anneriti e dai quali non si è potuto togliere la polvere resa aderente dal tempo e dall'umido? Il soffitto troppo alto? La tappezzeria nova delle pareti? I nervi di una giovine signora sono impressionabilissimi, la immaginazione troppo facile ad essere eccitata....

Ma, così parlando, Aldo nascondeva a stento che aveva in quell'istante anche lui un'indefinibile sensazione di malessere, precisamente come pel contatto di persona disaggradevole, invisibile. Chiuse il libro, si alzò da sedere, e sforzandosi di sorridere, disse a Èlvia:

--Non piove più!

E aperse la finestra. Il cielo era sereno. Le nuvole si addensavano sui monti in fondo all'orizzonte, e la luna inondava con la sua luce argentea la campagna, che esalava l'odore speciale dei terreni bagnati da pioggia recente.

Richiusa l'imposta, egli prese Èlvia sottobraccio, e la condusse nella sala da pranzo. La tavola era già apparecchiata per la cena.

--Com'è curiosa questa villa, di sera!--esclamò Nannina, la donna di servizio, portando in tavola.

--Perchè dite così?--domandò Èlvia.

--Mah!...--fece Nannina.

--Anche lei?--pensò Aldo.

* * *

Egli si era rammentato di un libro inglese letto anni addietro, col quale si pretendeva di dare una prova scientifica dell'immortalità dell'anima e dell'esistenza di Dio. L'autore, o gli autori--erano due, se mal non ricordava--credevano di aver dimostrato che fin i più impercettibili movimenti del nostro pensiero, non che gli atti e le parole, vengono registrati e fissati nell'universa materia cosmica come sur una lastra fotografica, anzi meglio che su una lastra fotografica. E da questa nozione rimastagli chiara nella mente, rannicchiato nel suo cantuccio di letto e fingendo di dormire, egli era venuto fantasticando, durante la nottata, una probabile spiegazione di quel fenomeno ormai innegabile perchè avvertito contemporaneamente da tre persone. Le pareti di quella casa dovevano essere certamente sàture di misteriosi fluidi, di pensieri e di atti là registrati, e con tale forza da produrre terrificanti sensazioni rivelatrici.

Gli erano rivenute alla memoria le notizie del mezzadro intorno all'abbandono in cui i padroni lasciavano quella villa da anni ed anni, senza mai venire a darvi una fuggevole occhiata. Ora gli sembrava di non aver notato allora certe esitanze nelle risposte del mezzadro e della sua moglie, e si proponeva di interrogarli quella mattina, prima che Èlvia si alzasse da letto.

E durante la lunga nottata insonne non gli era anche parso di sentire una specie di formicolìo dappertutto, nelle pareti, nella volta, dietro gli usci, nelle stanze accanto; un formicolìo sordo sordo, che l'orecchio non percepiva ma che intanto non gli sembrava meno reale, quantunque percepito dai nervi di tutto il suo organismo quasi per immediato contatto?

Egli s'interessava molto, da un anno in qua, di certi fenomeni di cui soltanto da poco tempo alcuni scienziati osavano spregiudicatamente di occuparsi, e cominciava a sospettare di trovarsi di fronte a qualcuno di tali fenomeni; giacchè non poteva credere di essersi lasciato vincere dalla nervosità di Èlvia e della donna di servizio per suggestione di seconda mano.

--Hai dormito bene?--gli domandò Èlvia vedendolo saltar giù dal letto.

--Ho fatto tutt'un sonno. E tu?

--Io non ho chiuso occhio. C'è mancato poco che non ti svegliassi.

--Perchè?

--Non sgridarmi; avevo paura.

--Ancora?--egli esclamò, fingendo di mostrarsi un po' in collera per questa debolezza femminile.--Intanto che tu ti vesti--poi soggiunse--scendo a fumar un sigaro all'aria aperta. Ti mando Nannina.

Non aveva potuto cavar nulla di bocca ai mezzadri. Quando essi avevano preso quella mezzadria, la villa stava chiusa e abbandonata da un pezzo.

--Giacchè i padroni non se ne curano, perchè non abitate le stanze superiori?

--Queste a terreno, capisce, sono più comode per noi.

--E dite, prima di me e della mia signora, nessun altro ha preso in affitto la villa?

--Sì, quattro anni addietro, due forestieri, un vecchio con la figlia, bellissima creatura, che volle andar via dopo una settimana.

--Perchè?

--Lo dissero forse; ma chi li capiva? Scapparono quasi, brontolando, facendo certi gesti! Già quel vecchio doveva essere mezzo matto. Andava attorno da mattina a sera, raccogliendo erbacce, riportandone a casa mazzi, fasci interi. La figlia dipingeva.

La giornata passò tranquilla. Èlvia ed egli avevano quasi dimenticato le tristi impressioni della sera avanti, perchè le stanze illuminate dal sole, assumevano durante il giorno aspetto gaio. Ma la sera, dopo il tramonto, sembrava si trasfigurassero; e non valeva l'accendere molti lumi. Qualcosa d'indefinibile, d'inesplicabile vibrava dalle pareti, dagli oggetti; si sarebbe detto anche dall'aria che vi circolava.

Èlvia, per vergogna di apparire bambinescamente paurosa, non osava di manifestare ad Aldo l'opprimente sensazione che la invadeva; ed Aldo si guardava bene dal confessarle la repugnanza che gli ispirava, di sera, tutta la casa, in qualunque stanza essi si intrattenessero fino all'ora di cenare e di andare a letto. Èlvia si stringeva a lui, voleva esser presa tra le braccia, quasi per trovarvi un rifugio; ed egli era contento di tenerla così, di accarezzarla, di baciarla, di mormorarle dolci parole a intervalli.... Giacchè, a mano a mano che la sera più s'inoltrava, essi si sentivano costretti a restare silenziosi; e avevano ancora--pensavano--tante dolci cose da dirsi in quelle ore di raccoglimento, in mezzo alla gran pace della vasta campagna!

Aldo non poteva più dubitare che si trattasse di sensazioni reali. Èlvia era un organismo solido, ricco di salute, come lui. Egli, è vero, si era occupato di fenomeni anormali, ma solamente leggendo quel che ne scrivevano, pro e contro, scienziati d'alto valore. Non si era mai provato a osservare direttamente, quantunque spesso invitato da persone che volevano iniziarlo ai misteri del magnetismo e dello spiritismo. Èlvia lo aveva qualche volta graziosamente punzecchiato per questi suoi studi, mostrandosi piuttosto incredula che no. Egli non poteva per ciò supporre che quel che essi e Nannina sentivano nella villa provenisse da eccessiva nervosità o da preconcetti capaci di alterare le ordinarie funzioni dei loro sensi.

* * *

Avevano trascorso la intera giornata vagando per la campagna. Fatto colazione in una vaccheria, si erano inoltrati per sentieri e sentieroli verso le colline, cogliendo bellissimi fiori selvatici, fermandosi, per riposarsi, nelle case dei contadini incontrate qua e là, prendendo istantanee coi loro Kodack, fotografando ognuno un punto di vista diverso per sfida di vedere chi di loro due avrebbe saputo scegliere il paesaggio più artistico; ed erano tornati tardi alla villa, un po' stanchi ma contentissimi della bella escursione, e leticando allegramente intorno ai resultati delle pellicole dei rispettivi Kodack. Peccato che bisognasse attendere il ritorno a Roma per svilupparle!

Intanto si erano seduti a tavola con grand'appetito, quantunque la cena non fosse ancora pronta.

--Hai sonno?--domandò Aldo, scorgendo che sua moglie stentava a tener aperte le pàlpebre.

--Èlvia!... Èlvia!...--egli gridò vedendole travolgere gli occhi fino al bianco.

Ella non rispondeva. Rigida, eretta sul busto, con gli occhi chiusi e le sopracciglia corrugate, sembrava guardasse attentamente e vedesse a occhi chiusi.

Aldo capì sùbito che si trattava d'un caso di catalessi spontanea e ne fu atterrito, non potendosi render conto della cagione da cui veniva prodotto, nè delle conseguenze che avrebbero potuto seguirne. E continuava a chiamare, scotendola pel braccio:--Èlvia! Èlvia!--osservando ansiosamente gli atteggiamenti ch'ella prendeva quasi assistesse a uno spettacolo che la faceva inorridire.

Poi le labbra di lei si agitarono; suoni inarticolati le uscirono di bocca. In piedi, con le mani sporte in avanti, ella indietreggiava, voltando il capo da una parte come per evitar di vedere. Diè un grido, cadde tra le braccia di Aldo che furon pronte a riceverla... E vi aperse gli occhi.

--Perchè?--domandò, stupita.