Del governo della peste e della maniera di guardarsene

Part 10

Chapter 103,085 wordsPublic domain

Tuttavia avvertano i saggi maestrati e i lettori che una tal vigilanza non degenerasse poi in superstizione e in timori ed in apprensioni spropositate, dalle quali potrebbono poi nascere altri non meno gravi disordini. Il punto è di particolare importanza, e però bisogna pesar bene e tenersi a mente anche le seguenti riflessioni: Egli è facilissimo, secondo me, che sia accaduto spesso ed accada spessissimo anche di nuovo ne’ tempi di peste ciò che veggiamo tante volte accadere nei mali straordinari o non molto usitati delle donne e de’ fanciulli del volgo, mentre con gran leggerezza s’attribuiscono quasi tutti a malie e stregherie e ad invasioni di spiriti cattivi, giungendosi anche talvolta non solo a sospettare, ma a credere streghe certe povere donne che altro delitto non hanno se non quello d’esser vecchie. Molto più senza paragone possono occorrere tali sospetti nell’inusitato ed orrendo spettacolo d’una pestilenza, al mirar tante morti, e tanti che, di sani che erano, restano all’improvviso estinti. Basta che un solo cominci a sparger voce, benchè dubbiosa e timida, che quella misera e non mai più veduta carnificina proceda da stregherie, unguenti, o polveri di veleno artefatto, affinchè tal voce prenda gambe e corpo, e diventi una indubitatissima verità in mente dei più del popolo. Il solo aver letto o inteso a dire che si danno e si sono date dilatazioni di peste per empia e crudel manifattura d’alcuni, è bastante a cagionare in molti una fiera apprensione dello stesso, e che l’apprensione gagliarda ad ogni picciol rumore od osservazione passi in ferma credenza. In que’ tempi sì calamitosi, nei quali, per attestato di chi n’ha veduta la prova, non si può dire quanto sia il terrore del popolo, passando esso insino a farne molti stolidi ed insensati, egli è troppo facile il concepir simili spaventi, e che alla fantasia sembri poi di trovar qua e là fattucchierie, e unti i martelli delle porte, o le panche o i vasi dell’acqua santa nelle chiese, e sparse polveri pestifere, e simili altre visioni.

Da questo stravolgimento di fantasmi nasce poi un’incredibil miseria di molti che temono la morte anche dove non l’hanno da temere; e alcuni si muoiono, anche senza peste, di pura apprensione e spavento. Anzi si giunge ad imprigionar delle persone, e per forza di tormenti a cavar loro di bocca la confessione di delitti ch’eglino forse non avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici patiboli. Questa malattia dell’immaginazione è vecchia in altri simili; ed è curioso quanto abbiamo dal famoso arcivescovo e scrittore Agobardo, il quale nel libro _de Grandine et tonitruis_ al cap. XVI narra che, insorta a’ suoi tempi, cioè nell’anno 810, la mortalità de’ buoi, quale ancor noi abbiamo provata, si ficcò nella mente a molti che tale disavventura procedesse da Grimoaldo duca di Benevento, il quale, per esser nemico di Carlo Magno imperadore, avesse mandato in Francia persone a spargere polveri micidiali pe’ campi, monti e prati. Furono presi non pochi su questo sospetto, ed alcuni ancora trucidati; e il mirabile era che taluno confessava questo delitto, senza mai porsi mente come potesse formarsi una polvere sì giudiziosa e discreta che desse morte ai soli buoi e non agli altri animali. Così Agobardo. Ma i tormenti (torno a dirlo) hanno il segreto di far confessare misfatti anche agl’innocenti. Ho trovato gente savia in Milano che avea buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi, i quali si dissero sparsi per quella città, e fecero tanto strepito nella peste del 1630. Anzi ho osservato esserne stato in dubbio lo stesso cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo allora di Milano, personaggio di santa ed immortale memoria e gran filosofo ancora, il quale fece insigni azioni durante quella pestilenza, e potè parlarne con fondamento. Fu anche più orrida la scena nella terribilissima peste del 1348, poichè, sparsa la voce che alcuni, e specialmente i Giudei, fossero quegli che con vari veleni e malie avessero introdotta e dilatata quella incredibile mortalità, furono trucidati molti Cristiani, e moltissime poi migliaia d’Ebrei per la Francia e per la Germania, di modo che lo stesso papa Clemente VI fu mosso dalla carità cristiana a soccorrere e proteggere con varie Bolle quella povera gente, al certo non rea di questo delitto. Bisogna dunque andar adagio in profferir sentenze e in avvalorar sospetti allorchè si spargono tali voci. Nel presente anno 1713 abbiamo co’ nostri occhi veduto nella nostra città che rumori, che paure e cavate di sangue abbia cagionato la voce disseminata che si mirasse di notte una fantasima per le contrade. Oh! molti la videro; ma loro la fece vedere la sola precedente apprensione e paura, la quale è un’industriosa dipintrice, massimamente in tempo di notte. Quel solo che si può credere senza veruna difficoltà essere avvenuto qualche volta e poter di nuovo avvenire, si è che qualche scellerato possa in tali occasioni valersi di veleni o d’unguenti pestiferi per incamminare all’altro mondo qualche particolare e determinata persona, la quale non avesse gran fretta o voglia d’andarvi, per isperanza di cogliere i loro danari, o saccheggiare le loro case: il che avrà anche dato motivo a più larghi e generali sospetti, e al che si dee ben por mente, invigilando specialmente alla condotta de’ beccamorti, gente ingordissima, e di chi volesse fare il medico e il cerusico allora senza le legittime licenze ed approvazioni della sua abilità e fedeltà. Per altro, che si dieno congiure di gente la quale con simili unti e veleni si metta a far morire il popolo alla rinfusa, io non m’indurrei a crederlo se non dopo una grande evidenza. La peste sola ha troppa possanza d’empiere una città di stragi, senza ricorrere ad altre incerte e straordinarie cagioni, lasciata la visibile e certa. Che se faransi ben eseguir le regole fin qui prescritte non sarà facile che alcun particolare insidj alla vita altrui, perchè tolta la comodità di poter rubare o trasportar le robe infette, sarà anche tolto il prurito di rubar prima la vita alle persone comode con falsi medicamenti e veri veleni. Dirò in fine ch’io concepisco per cosa possibile che infuriando la peste in una città, naturalmente compariscano talvolta i martelli delle porte ed altri corpi duri come unti, qualora sia umida o sciroccale l’aria, poichè la gran dissipazione e svolazzamento che allora si fa di spiriti e vapori sì da tanti infermi come da tanti cadaveri, può esser cagione che si fermi sulla superficie di alcuni corpi qualche untuosità, se pure il gran terrore non fa allora prendere per untumi la sola umettazione dell’aria e dello scirocco.

CAPO XI.

_Preparamento di lazzeretti per gl’infetti e pei sospetti. Regole per luoghi tali. Danni che provengono dai lazzeretti; sequestri ed altri rigori. Precauzioni necessarie. A chi si possa permettere il sequestro. Attenzione sopra i beccamorti._

Un’altra gran cura de’ maestrati della sanità in tempo di peste ha da esser quella de’ lazzeretti, per prepararli sul principio, se già sieno fatti, o pure per costruirli, se mancassero, con provvederli di tutto il bisognevole, cioè di ministri, letti, mobili, medicamenti, vettovaglie, ecc. Sieno questi separati, se si può, dal corpo della città, ma non molto lontani, in sito d’aria buona, ed abbiano le stanze che non comunichino l’una con l’altra, acciocchè sia diviso chi abita, e ricevano aria più tosto dalla tramontana che dal mezzogiorno, dovendosi tener chiuse le finestre allorchè spirano dalle parti meridionali venti caldi, sempre mal sani, ma specialmente in tempo di peste. Abbiano fosse e mura d’intorno che impediscano ai sani il commerciare e l’accostarsi, e agl’infermi il fuggire; con due sole porte ben custodite dalle guardie, per l’una delle quali entrino gl’infermi ed escano i cadaveri, e per l’altra passino gli uffiziali e le vettovaglie. Il cimitero sia per un gran tratto distante da essi, acciocchè i suoi vapori non arrivino ad accrescer l’infezione di chi sta ne’ lazzeretti. Le case o camere degli uffiziali sieno segregate anch’esse in buona forma dalle camere degl’infetti; anzi, se mai si può, la loro abitazione sia separata affatto dallo stesso spedale, poichè, per attestato de’ saggi, ciò ajuta di molto per conservar quelli che operano in servigio degli appestati. Si provvederà d’uno o più sacerdoti che ministrino i sacramenti e celebrino la messa nella cappellina aperta da tutti i lati, la quale sarà situata in mezzo al cortile, onde gl’infermi tutti dalle loro camere possano vedere il santo sacrifizio. S’abbia ivi, se si può, un medico; ed è indispensabile l’avervi uno o più cerusici, speziale, cuochi, vivandieri, o sia provveditori del vitto, beccamorti, oste, o sia dispensiere de’ cibi, con un direttore supremo ed altri uffiziali subalterni e serventi, tanto uomini quanto donne per servigio dell’uno e dell’altro sesso, che ivi ha da essere segregato. Tali basse persone sogliono allora non difficilmente trovarsi, avvertendo eziandio che ai disubbidienti del popolo si cambia talvolta la pena da loro meritata nell’aggravio di servire ai lazzeretti: nel che però si dee camminare con pesatezza, perchè la forza è un duro maestro al ben fare. Si tenga nota del nome, cognome e parrocchia di chi vi entra e della sua morte, occorrendo, per avvisarne poi il paroco o altri uffizi, cosa da ricordarsi anche pel resto della città. Si faccia anche provvisione di molte donne lattanti, avendole pronte pei fanciulli sani, ma rimasi orfani e abbandonati per la morte de’ suoi. E in difetto di nutrici, si procurino per tempo molte capre, le quali sono ottime balie in caso di necessità, come s’è tante volte provato. Alle donne che lattano bisogna levare, immediatamente che s’ha indizio del loro male, i fanciulli, con poscia provveder cagnoline che tirino il latte loro, quando ve ne sia bisogno. Si terranno rinchiuse tali bestie come se fossero persone sospette; e infettandosi esse (il che succede) debbono tosto ammazzarsi e prontamente seppellirsi in fosse profonde.

Due lazzeretti indispensabilmente convien costituire. Il primo per gl’infetti, ove debbono condursi senza dilazione coloro che si scoprono aver segni o infermità pestilenziale; e l’altro per gli sospetti, cioè per condurvi coloro che non sono già infetti, ma hanno praticato con infetti o robe infette. Egli è una crudeltà somma l’obbligare quest’ultima sorta di persone ai lazzeretti degli appestati, perchè potendo facilmente essere elle con tutto il sospetto ben sane, la carità e giustizia esige che non si espongano al gravissimo pericolo di divenir veramente infette nel coabitar con tanti altri appestati. Se in questo secondo lazzeretto alcuno si scoprirà ferito dalla peste, si trasferisca subito all’altro degl’infetti, acciocchè non si ammorbino gli altri; e si profumi la stanza sua per renderla abitabile ad altri che sopravvengano. Chi dei sospetti dopo 20 giorni resta sano, si licenzj; e può in questo lazzeretto tenersi unita cadauna famiglia, con che però, se venisse ad ammalarsi alcuno in essa con segni d’infezione, e perciò s’avesse immediatamente da trasferire all’altro lazzeretto, debba il resto della famiglia cominciar da capo la contumacia de’ sospetti. Ma avvertasi che prima di licenziare alcuno tanto da questo quanto dall’altro lazzeretto, s’hanno di nuovo da purgare le vesti e il corpo di lui. Cioè nel lazzeretto degl’infetti, risanato che uno sia ben bene, v’ha da essere una gran caldaia d’acqua bollente in cui si purgheranno le lenzuola, i panni e le vesti che servono o hanno servito a lui, purchè sieno robe che soffrano tal purga; e si useranno i profumi coll’altre robe incapaci di sofferir la caldaia. Intanto il guarito, trattenendosi nudo in una stanza per un quarto d’ora, si laverà o lascerà lavarsi il corpo con una buona lavanda d’aceto. A chi dovrà licenziarsi dal lazzeretto de’ sospetti, basterà fare sì a lui come a’ suoi panni un leggier profumo per lo spazio di mezz’ora. Consigliano alcuni che i liberati dal male e dal chiostro degl’infetti si facciano passare per alquanti giorni a quello dei sospetti. In tutti e due i lazzeretti si faranno giornalmente dei profumi. Veggasi che anche i poveri Ebrei costituiscano per lazzeretti della lor nazione alcune case del loro ghetto colle necessarie provvisioni, ed abbiano carretta a posta che in sito determinato fuori della città conduca i loro cadaveri ad essere seppelliti. In difetto di fabbriche di pietra pei lazzaretti, si sono talvolta fatte gran file di capanne alla campagna aperta con tavole e travicelli a guisa de’ lazzeretti formali, e tutto alle spese del pubblico. Dee anche avvertirsi che i condottieri degl’infetti, siccome gente sospetta, debbono regolarsi come tutti gli altri uffiziali e serventi de’ lazzeretti nell’abitare e vestire, acciocchè ognuno fugga il commercio loro; ed essendo costoro per lo più di genio ed impiego poco diversi da’ beccamorti, sarà necessario aver sopra di loro una somma attenzione, perchè nel trasporto degl’infermi non nascano que’ disordini, che non sono rari, di violenze, di ruberie o di strapazzi a quei miseri pazienti. Chi poi potesse costituire un terzo lazzeretto per i convalescenti a fine di condurvi i risanati dalla peste, per assicurarsi meglio, farebbe un’utilissima provvisione. Ciò si è praticato e si pratica dalle città doviziose. Ma le altre appena han forza da reggere agli altri più necessari lazzeretti. Almeno si noti ciò che scrive il P. Maurizio cappuccino colle seguenti parole: Gli ammalati attuali s’hanno a separare dai convalescenti, perchè questi sono molto più facili ad infettarsi dei primi, come in Genova, Marsiglia e Tolone ed altrove ho diligentemente notato.

Null’altro dirò io intorno al governo de’ lazzeretti per non ingrossar di troppo quest’opera. La prudenza de’ maestrati supplirà facilmente a ciò ch’io tralascio; e il volume del cardinale Gastaldi risparmierà loro la fatica di pensarvi molto. Più tosto mi preme di esporre qui alcuni dei mali effetti e disordini che nascono dall’introduzione ed uso tanto dei lazzeretti quanto dei sequestri degli infetti o sospetti nelle loro case, in difetto di lazzeretti. Certo la sperienza ha fatto vedere che tali ritrovamenti, utilissimi senza fallo, quando se ne fa buon uso, accrescono, non diminuiscono i malori della peste, se sono male usati. Il perchè presso alcuni scrittori è un punto disputato forte, se talvolta sia maggiore l’utilità o il danno dei lazzeretti, sequestri ed altri simili rigorosi rimedi politici. Se crediamo a Lorenzo Candio e ad altri, nel 1478, essendo fiera la peste, furono introdotti rigori inusitati, e cominciarono circa que’ tempi a dirizzarsi lazzeretti (forse prima si mandavano gl’infetti alle sole capanne, praticate anche dipoi in alcune città), e a mettersi pena la vita per ogni minima cosa. La misera plebe spaventata e dal male e dai rimedi del male, cadeva morta per tal timore impresso vivamente nella loro immaginazione, massimamente al mirar tante morti ogni giorno. Si facevano tutto dì ripari nuovi e consigli di medici, ma senza frutto e sempre peggio. Finalmente aperti gli occhi, fu risoluto generosamente di rallentare l’austerità; laonde cominciò a declinare il male, e in breve cessò. Perciò non par buon consiglio l’usar talvolta eccessivi rigori, sostenendo alcuni essere alle volte stati più quelli che in tempi tali sono morti d’inopia e terrore senza peste, che gli altri estinti di peste vera.

L’invenzione de’ lazzeretti e sequestri, soggiungono essi, apre l’adito a mille ingiustizie, oppressioni e rubamenti, mentre quando non si possa convenevolmente provvedere al bisogno degl’infermi e sequestrati, è cagione che molti periscano di fame, di fetore, di doglia di cuore e disperazione, essendo i lazzeretti d’ordinario mal tenuti e mal provvisionati, e bene spesso serviti da gente empia e ladra. Il solo timore d’essere condotto colà o di essere sequestrato, fa che molti ascondano il male e conversino con gli altri; e senza medicarsi, e, quel che è peggio, senza sacramenti, se ne muoiano e facciano morir altri che alla buona hanno praticato con esso loro. Certo è che la maggior parte naturalmente abborrisce l’essere strascinato sul carro e il venir consegnato a gente non conosciuta e inumana, fra i puzzori e le schifezze di tanti ammorbati. Che se vengono nelle lor case sequestrati, niuno talora ardisce di dar loro mangiare e di medicarli, morendo perciò alcuni abbandonati e disperati, anche per mali non pestilenti, perchè nè pure i parenti osano entrare in casa di que’ meschini, per non esser poi anch’eglino sequestrati o condotti al lazzeretto. E poi, chi è d’animo sì forte che non si atterrisse e non cadesse in qualche o disperazione o passione straordinaria d’animo al vedersi per ogni picciolo motivo di male, che talvolta nè pure è di peste, levato e rapito improvvisamente, e con rigori e violenze, dal proprio letto e casa, o dalle braccia de’ suoi più cari, con pericolo ancora o perdita di tutte le robe sue (come tuttavia succede in qualche paese d’Europa), e al mirarsi portato in massa con altri ammorbati in que’ lazzeretti, che pur sono come tante beccherie, e luoghi regolati e serviti per lo più da gente di poca o niuna carità, la quale non aiuta nè consola, e se pur si risolve a soccorrere, il fa colla punta d’una lunga picca, e con roba che non sollieva, ma accresce la miseria?

E per conto degli altri usi e rigori, egli è troppo facile l’avvilirsi e il morire di spavento al vedere o sentire i ministri de’ lazzeretti e i beccamorti andare attorno con facce orribili, abiti stravaganti e voci spaventevoli, e portar via infermi e sani, vivi e morti, purchè vi sia da rubacchiare. Nè si può dire che orrore spiri il frequente suono di que’ loro campanelli. Certo si sa per relazione di persone accreditate che molti da questi e simili spaventi oppressi, senza essere appestati, vi lasciarono la vita. Perciò anche Livio narra essersi in una peste mossi i Romani a rallentar tanti rigori; il che fe’ in breve cessare la mortalità. Narrano parimente che ne’ contagi di Firenze del 1325 e 1340 fu provveduto che si levassero via certi segni funebri, certi suoni di campanelli per le strade, i quali aumentavano la mestizia e il terrore ai poveri infermi, e che si rammentassero loro i vivi e non mai i morti, con assicurarli di non muoverli dalle loro case. In Bologna nella peste del 1527 fu ritrovato in fine per miglior rimedio il levare i sequestri, e, lasciata la libertà e rimesso il commercio, permettere che tutti comprassero e vendessero: con che, tolta la strettezza, slargossi il cuore al popolo, e molti camparono che sarebbono morti. Così in Venezia una volta e in alcune terre grosse di Lombardia nel 1630 e 1631, dove moriva in quantità la povera gente, nè si sapeva più che rimedio prendere, ho letto che furono levati i sequestri, e subito que’ miseri tanto si rallegrarono, che uscendo tutti all’aria libera e andando a procacciarsi le cose necessarie, cominciarono a risanarsi la maggior parte, e cessò la mortalità.