Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 9

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Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi, all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata, e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia, e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: --Animo, Stella, chè siam quasi a casa.

Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori, vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie, di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere umano, persone _comme il faut_, per dirla con una loro favorita espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè il pensare per essi è un di più.

--Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire che tu metti da banda il buon genere.

Ed era veramente un tipo del _bon ton_ d'allora colui che parlava; dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a' guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte d'ingannare

«....... questi nojosi e lenti «Giorni di vita, cui sì lungo tedio «E fastidio insoffribile accompagna;

e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.

--Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè: quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.

--E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della quaresima, e cerchi una distrazione....

--Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore....

--E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.

--Una persona?... Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!

--Ma non che mi graffii!

--Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di ballerina.

--Ehi! come parli?

--Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in grazia devi andar giù chino, e non contarli... Va pure, che con le tue pretensioni, fai la bella figura!

--Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?

--Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e stare col servitor bisunto sulla predella del legno?...

--Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di' su, di codesta meschina che ne facciamo?

--Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto. Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei bottoni di rosa....

--Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui, non ne volli sapere.

--Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio.... Non sai che mio padre....

--Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?

--Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.

--È vero: che ha dunque il reo genitore?...

--Vuol darmi moglie.

--Vecchio pedante!... E la prendi?

--Che fare? finora non dissi nè _sì_, nè _no_: perchè, lo sai bene, i vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono, e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.

--Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!... Bravo lui! stasera, al caffè, vo' far ridere gli amici.

--Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio sul serio.

--Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri benedetti....

--Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia, colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?

--Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie....

--Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in confidenza che sto per far contento il vecchio.

--Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo delle sartorelle e delle piccole crestaie?

--Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?

--Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?

--La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina, capisci.... ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.

--Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi, t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo rigato.

--Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di questa....

--Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia smacchiar facilmente.

--È il mio genere, la mia passione!

--Buona riuscita!

Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera Stella!

Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che, prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla. Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio, perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era, non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi; ed entrarono nella loro porta.

I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale. Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento una scommessa fra loro.

D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito, nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira, e:--Che fai, villano? gridò.

--E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi qui?

--Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.

--Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!...

Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce tremante ma cupa:--Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!...

Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.

--È matto colui! diceva il contino.

--Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura. Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi terrai parola.

I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.

Capitolo Decimoterzo

Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.

Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja, quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva? Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mondo più non era per lui, come prima, un'immensa e misteriosa ingiustizia; ogni cosa gli pareva mutata; tutto prendeva agli occhi suoi un significato, una ragione; e per la prima volta, nella coscienza di sè medesimo, sentiva la pienezza della vita. Ora, egli non avrebbe dato, per qualunque tesoro al mondo, quell'affetto che gli scaldava il cuore.

Povero e onesto Damiano! Ciò che tanti altri, a vent'anni come lui, provano per forza di una prima passione d'amore, Damiano lo sentiva allora per un sentimento più alto e più puro, che acceso da gran tempo nell'anima sua, aveva alla fine trovato, dopo i lunghi sogni della fantasia, una espressione di bellezza, una forma viva e vera. Era un amore solitario e forte, una ispirazione di fiamma, che a lui dava per la prima volta il senso dell'infinito.

Camminava con passo leggiero; le vie, le case vedute tutti i giorni, che prima gli sembraron monotone, uggiose, che già gli stillarono l'angustia ne' pensieri, avevano agli occhi suoi in quella mattina quasi una novella apparenza, le trovava belle, ariose, allegre; tanto è vero che i luoghi vestono sempre il colore de' nostri pensieri. Vedeva un amico in ognuno che incontrasse; e sentivasi in cuore come una volontà di stringer la mano e raccontar la sua gioja a tutti i manovali e artigiani che passavangli a fianco, camminando alla fabbrica o alla bottega. Pensava che quella buona gente era, per la maggior parte, più povera di lui; eppure tutti erano come lui allegri e sereni, tutti suoi fratelli.

Salito al quinto piano della casa del pittore, lo trovò già in piedi, vestito del suo camiciotto di tela, e col fedele berretto di carta azzurrina sulla calva nuca, ritto presso la spalancata finestra, tutto inteso a macinare colori, a preparar la tavolozza. Dalla finestra, che rispondeva sur una lunga fila di tetti, si vedevano i comignoli di mezza la città; e fra quella moltitudine di altane, d'abbajni, di torricelle e campanili che somigliavano in lontananza una mano di soldati dispersi in un terreno selvatico e ineguale, dardeggiavano con singolare riflesso di luce gli obbliqui e vivissimi raggi del sole sorto appena sull'orizzonte. Un'aria freschetta, sottile, aveva cacciato da ogni parte del cielo i vapori della notte; e il primo sorriso del sole era per lo studio del povero pittore.

Quel buon Costanzo, al comparir del giovine, si fece più sereno in viso, e stringendogli con amorevolezza la destra:--Eccoti qui, gli disse, in compagnia del sole che mi saluta in questo momento. Bravo giovinotto! tu hai cuore e volontà, sai che tesoro sia il tempo, e nol getti, perdio! Così riuscirai a qualche cosa, e farai la tua via meglio che non abbia fatto io.... Vieni, vieni; la tua gran tela ti aspetta.

--Io ti voglio bene, come ti voleva bene il tuo povero figliuolo, o Costanzo: rispose il giovine. Tu solo sei stato il mio maestro; il poco ch'io so, è cosa tua.--E mettendosi sul cuore la mano di lui, con tenerezza profonda lo riguardava; poi, dopo una pausa:--Credi tu, soggiunse, credi tu.... che io....

--Per l'anima mia! son certo, com'è vero che vivo, che tu hai qui, e qui--e portava la destra prima al cuore, poi alla fronte--una cosa ch'io non so... ma che viene di lassù; in me l'ho cercata sempre e non l'ho trovata mai!... Perchè, io son sincero, vedi! non mi stimo più del giusto; i miei cinquantanove anni, se non altro, m'hanno insegnata questa verità.

--Non dir così, buon Costanzo; la fortuna ti fece sempre la smorfia; e per questo....

--E per questo, sto al pian de' gatti, più vicino al paradiso: sorridendo l'interruppe il pittore.

--Ma sei onesto e generoso; sei un buon artista; e i pochi che ti conoscono, ti amano, che più non si potrebbe.

--Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di che campare.... e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso, posso morir contento.... Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e l'amore.

--Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è inutile!

--Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire, perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano, ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!

--Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici. Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la speranza, e che ho voluto anch'io!...

--Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.--E il buon uomo volle, quasi per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi ripigliò:--Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e gli anni. Su dunque! al lavoro.

--Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.

E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra, innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato, Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello a' suoi piedi.

Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante diede il primo tocco di pennello al suo quadro.

Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette una volta, non si partono dal cuore:

«Raccogli tu l'anima mia seguace, Drizzala tu dove la tua sen gìo: Così parla gemendo e si disface Quasi per gli occhi, e par conversa in rio. Rivenne quegli a quell'umor vivace, E le languide labbra alquanto aprio; Aprì le labbra e con le luci chiuse Un suo sospir con que' di lei confuse.»

«Sente la donna il cavalier che geme: E forza è pur che si conforti alquanto. Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto: Riguarda me che vo' venirne insieme La lunga strada, e vo' morirti accanto; Riguarda me, non ten fuggir sì presto: L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»

«Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassa Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna. Dice Vafrino a lei: Questi non passa; Curisi dunque prima, e poi si piagna. Egli il disarma; ella tremante e lassa Porge la mano all'opere compagna. Mira e tratta le piaghe; e di ferute Giudice esperta, spera indi salute.»

«Vede che il mal dalla fiacchezza nasce, E dagli umori in troppa copia sparti. Ma non ha fuor che un velo onde gli fasce Le sue ferite, in sì solinghe parti. Amor le trova inusitate fasce, E di pietà le insegna insolite arti. Le asciugò con le chiome e rilegolle Pur con le chiome che troncar si volle.»

Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico concorso del premio di pittura.

Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte sublime.

Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri, nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista, l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa traduce, per così dire, la verità.

Capitolo Decimoquarto

Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive, non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita, può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine, sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava, per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser meno infelice, e nulla più.