Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 8
E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma; poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più aspra e severa:--Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!
Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva a sè medesimo:--Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana? Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai fatto nulla, nulla per noi?... No! no! io vedo, che sebben m'abbia a costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni. Che importa?... se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso, scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli. Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra. L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?... Se fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire! nessuno piangerebbe. Ma così... oh no no! almeno un po' d'amore, alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene dalla soffitta alla bottega.... Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon fratello!...
Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo; pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa; coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che, vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa abitata in pace.... Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
--È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza. Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo, la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì della povera stanzetta.
Capitolo Undecimo
Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e' fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al delitto.
Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera stessa del festino.
Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.
--Chi è?
--Amici.
--Cioè, chi?
--Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.
--Ho capito: vengo,
E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria, si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là bucherato di feritoje, come una casamatta.
Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco, stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi, sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese, domandò a mezza voce:--E così?...
La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio, poi:--Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio, compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a quel che m'avete detto....
--Sicuro, sicuro, a suo tempo.... brontolò l'Omobono.
--Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io sono una donna onesta.... E se non fosse per fin di bene....
--Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme, siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?
--Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione, ma c'è pur qualche intoppo.... gente onestissima però; e la fanciulla non sa proprio niente di questo mondo.
--Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.
--La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in casa mia, ne potete giudicar meglio di me.
--Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe farmi qualche mal giuoco.
--È però un buon ragazzo, mi dicono.
--È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?... Oh, verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.
--Ma, intendiamoci: non vedo come mai... se avete delle buone intenzioni, a quel che dite....
--Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla, io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia; mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani... ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio m'abbia detto:--Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere.... il come, il dove, il perchè.... e se mai bisogna, disponete pure, anche in anticipazione, di qualche centinajo di lire....
A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.
--Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?
--Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga, quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno d'aver conoscenza di me.
--Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò vedere.
--No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì non trovarmi; passerò io da voi.
--Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.
--A rivederci, signora Emerenziana.
E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:--Va pur là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi grosso come gli altri.... Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella che ci voleva.... essa deve fare in un modo o nell'altro la mia fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo.... e alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a pagar lui per me anche questa volta.... Pensate un po', s'io son uomo da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni.... Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone.... se il diavolo non ci mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo.... poveri barbagianni!--
E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche, sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in que' sogni di Mida.
Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.
Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare, parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata. Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.
Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo, l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita. Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto; e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi bigi sopraccigli.
Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo, risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.
Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina, rileggeva per la ventesima volta la _Storia di Carlo XII_, lasciando scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita, un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar via l'onesta vicina.
Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra famiglia e per lui una gran consolazione.
E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva, non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto anche con la vedova del suo amico.
Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que' giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco infinita di _ohi!_ di _ahi!_ di _Signor'Iddio!_ alla litania di guai che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza. Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una illustre damina.
La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto, girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate creature.
Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a' ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore, quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per quell'uomo.
Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de' galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.
Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già incontrato al festino del mercoledì grasso.
Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale, preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni, non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta; pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.
Capitolo Duodecimo
Era venuto il giovedì santo.
In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese, accompagnando nel consueto giro per la città la processione de' popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri; avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti, implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.