Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 7

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Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto. La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando, ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.

Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso, il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato, venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.

La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato, era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari, amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine, rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano, a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse. Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente, adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta; cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine, in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.

Capitolo Decimo

Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori, tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che, per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini, rubando a questo o a quello la sua silfide.

Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti, ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani, facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della cena fosse venuto.

I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto, vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di tutti.

In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici particolari della madre Pelagia.

Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità; parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante; pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile indovinarlo.

Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare, Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola, giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso, perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che battendogli su d'una spalla:--So, gli disse, che anche tu hai una bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?... Vedi mo, la Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un cantone come un fungo.... Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è un bel fiore, che manca al mazzo.

A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava non voler conoscere e forse gli premeva.

Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che, messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di fischi accompagnava il notturno visitatore.

Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il malanno.

Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini. D'ogni parte si cominciava a gridare:--Madre Pelagia, siamo a tempo?--Signora Emerenziana, è mezzanotte!--Oh che fame, madre Pelagia!--Per carità!--All'assalto, alle padelle!---Viva noi! dalli! dalli!--E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso, attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona, rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.

Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa, l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva, fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una parola all'orecchio; ed egli rispose con un _Viva_ rimbombante, che passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi, scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.

In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi: rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano, volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!

La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie, sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto: s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a' discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta, un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose: ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa, bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.

Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale, agli amici, a sè stesso.

Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a brontolare all'orecchio:--E voi, caro giovinotto, non ballate? non mangiate?

--No, rispose Damiano.

--Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato...

Damiano tacque.

--Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella.... cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano... Mi sembrate un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose....

--Ma, signore.... cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a una, in tuono d'affettata compassione.

--Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.

--Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava; il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.

Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava, vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i compagni:--A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene, rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando con gioja, fino a casa sua.

Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore, cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado, alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato, aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente, quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore inspirazione.

Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte, l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito. Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere. Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto, l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto a poco a poco il mistero dell'arte.

Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una voce che diceva:--Anche tu puoi essere artista!--Ma questo misterioso ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia. Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.

Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice, sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il dolore che inspira e crea.

--O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di me questa voce che mi grida sempre:--Povero pazzo, che ti credi qualche cosa e sei nulla!