Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 6

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Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario. Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo stomaco ne' talloni.

Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:--Don Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora; vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il benefizio è già impegnato per un altro.... Capperi, lei lo sa, il figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno.... Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don Aquilino.

Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte, dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro che un sospiroso--Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che furono per lui come una stilettata:--Caro don Aquilino, non faccia il dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.

Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì fuori di là.

Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni, andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora, giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:--Proprio voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa d'importanza a dirvi, signor Omobono.

Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato, chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli altri.

Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa, come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore, che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza; richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia, tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta; e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda, oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale, stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi morire.

Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e ficcando il capo dentro la porta invetriata:--Dov'è, disse, con voce stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?

--Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.

--Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare, come aspettano tanti.

--Oh mio Dio! proruppe la Teresa.

--Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così.... benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.

Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a confortarla, con serietà solenne:--Non ci pensate voi; sua signoria vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!--essa trovò il cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter piangere quanto n'aveva bisogno.

Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre, l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:

--Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere compita la mia vocazione.

Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo sconforto della Teresa e del suo beniamino.

Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi, il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.

Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo; rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare; tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso; solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse tornato a visitarli.

Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua, alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del padre Apollinare.

Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire. Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal pensiero di separarsi dal loro Celso.

Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza, abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria. La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della futura contentezza.

Capitolo Nono

Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo. Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole, parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I pensieri di tutte e due eran però gli stessi.

Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello, per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.

Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne' solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini, note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la quale non ha la coscienza della propria forza.

Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi, sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!--

Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne' telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj della lieta stagione cittadina.

A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo, teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo, nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il loro carnevale.

Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo, che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo, e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:--Sei tu, Damiano? dove vai?

--A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di tutta la scolaresca.

--Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de' polli? Siamo in carnevale, per diana!

--Son già le undici, e mia madre....

--Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a dormire, e tu vieni con me.

--Non potrei.... piove, non vedi?

--Andremo a tetto.

--Dove?

--Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora. E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi...

--T'accerto che io....

--Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna, che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.

E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.

Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore l'inaspettato incontro.

Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile; Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori, e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri, su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva, si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.

Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata, più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni senza paura degli arghi del liceo.

In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito, quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i due campioni della serata.

--Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana affumicata.

--Viva! risposero in coro tutti.

E l'un d'essi, levando il pugno:--Finalmente! si credeva che il vino t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!

--Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non abbiam per noi tutta la notte?

--Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.

--Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le parole con questa carezza.... E Bernardone levò in alto la destra, che parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.

--Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.

E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio de' panni rincantucciati, vociarono insieme:--Alla festa, alla festa!

--Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.--E sopra il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle schiene del primo che uscisse.

--A noi, Tita, gli ultimi colpi.

--Quindici alle bianche, venti alle nere.

--Marco non è a tiro di partita.

--Taci là, non parlarmi sul colpo!

--Bravo, bel raddoppio!

--Giù, alla maledetta: e diecinove.

--Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.

--Vada, per Tita!

--Dalli, Tita!

--Tre punti, e fan ventitre.

--T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa, mi scappi il naso.

--È un demonio il Marchino.

--Diecinove e sei.... la partita è mia.

Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e trovarsi fra sua madre e sua sorella.

Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo, guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte: l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.

Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era la festa.