Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 5

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A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo, avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta, composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato, studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della vocazione di Celso.

Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza, ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete, vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze, continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il collar da prete, non entrarono più in tale argomento.

Capitolo settimo.

--L'Illustrissimo è alzato?

--Non si sa.

--Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?

--Non si sa.

--Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la colezione dell'Illustrissimo?

--Non si sa.

Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.

Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto, sbocconcellava sbadatamente in disparte.

La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale, tirò il cordone di seta.

Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone; e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il Mefistofele dell'Illustrissimo.

Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore. Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e borbottava al servo:--Quando finirà, briccone, questa tua maledetta bottiglia?

--L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!

--Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non finisce presto!

Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro. Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel gabinetto vicino.

Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso, il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze, boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso, con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.

Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:--Son di là? dimandò.

--Chi, Illustrissimo?

--Quelli che ci debbono essere.--

E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.

Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.

Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome, anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano, non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi, credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale. Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel gran signore che non intralasciava il costume degli antenati, ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che cosa diranno.

Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita, aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne; perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia fatta dal 96 nella sua ricchezza.

Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento separato da quello del marito, non per altra ragione che per consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste; l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta, nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè, strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.

Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera, l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in viso un:--Infame!

Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua volta.

Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera, sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:--Segretario: disse l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le schiene dalla curva presa.

--Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa; ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io, quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?... Risponderete poi alla lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e pio... notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso. Avete dunque capito, segretario?

--Illustrissimo, è come fosse fatto.--E s'incurvò di nuovo, fino a toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.

--Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:--A voi, maggiordomo.

--Ma... ma... se vossignoria permette, arrischiò il segretario, coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe... mi pare... il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale il reverendo subeconomo.... mi pare.... ebbe a farle parola.

--Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?....

--Non io... non io.... ma la bontà, il cuore di vossignoria che, trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora....

--Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?

Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e facendo un'altra riverenza, aggiunse:--Quando non sia troppo ardire il mio, vorrei chiedere.... mi pare... che una persona, la quale gode il favore dell'illustrissima padrona.... il padre Apollinare, mi pare.... dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di famiglia onesta, bisognosa.

--Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario: ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se.... se vi piace l'aria di casa mia.

--Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!... ma fu perchè....

--Ma, ma, ma.... non voglio nè i vostri _ma_, nè i vostri _perchè_; le buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti.... o qualche regalo, o qualc'altro interesse.... carità pelosa!

--Oh! prendo il cielo in testimonio....

--Lasciate in pace il cielo!

--Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto d'udienza.... e le sue carte sono qui, in mia mano.

--Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo di che si tratta.

Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:--Sapete voi qualche cosa di questa gente?

--Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena d'anni....

--E di catarro: non voglio vederla.

--Tre figliuoli; due maschi....

--Son pochi.

--E una fanciulla....

--Bella?

--Oh! oh! Illustrissimo.... io non so niente.

--Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh! se l'ho detto subito, carità pelosa!

Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte _tutto caracca_ che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un ministeriale _Vedremo_, di quel suo insperato protettore. Così stava la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone accusar di carità pelosa.

A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo, il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano; ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella avanzavasi, imboccò la porta e disparve.

Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola, d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.

Capitolo Ottavo

--A voi, maggiordomo: che novità?--Così l'Illustrissimo: e intanto il parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di vincere ancora.

--Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini....

--La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza: intanto riceverò qualcuno fino alle tre.

--Benissimo. E il pranzo?....

--Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?

--Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici coperti...

--È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo, e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero, non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?

--Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor coadiutore della parrocchia.

--Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?

--Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di riverire vossignoria.

--Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!....

--Eh! eh! eh!--fece eco, con un cotal riso di rispetto, il maggiordomo.

--Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati tutti?

--Tutti, Illustrissimo.

--Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella del marchesino Alfonso.... A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!... somiglia un pochino a quell'antica mia.... a quella Rosalbina; ten ricordi, Rosso?

Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel tinello.

--E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.

--Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria....

--Bene.

--Il signor cavaliere Lavinio....

--Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel signor visconte francese....

--Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.

--Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di Champagne, una di....

--Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo darete le polizze all'amministrazione di casa.

Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.

Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più d'accompagnarne le frasi con qualche _oh! ah! eh!_ ovvero con mezzi sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.