Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 4
Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo, nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità. E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via. Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva alla vista di chi venisse.
Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro destino.
Capitolo Sesto
Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.
Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che, disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via; tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore, per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la vita.
Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore; e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà ben presto un alto e onorato fine.
È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni, non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose, irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele; vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.
Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune, leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare; ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano, piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo, l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de' momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!
Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto, appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era povero.
Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile, non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de' nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi, riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni, la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia prediletta del cielo italiano.
Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma, avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista, non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia; risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri, si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti, come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre, aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli, fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi; indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire, d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli, quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio, mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!... Alla svolta della via di Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato, qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo, ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre, la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita. Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova, l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro, Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere; allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte. L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora, gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi; da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè medesimo:--Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio; e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna, si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non sapeva rinunziare a quella cara tentazione.--Finirò questi due anni di studio, diceva fra sè, e poi... O l'arte ch'io amo, o qualunque altro più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere.... E poi, siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si vuole--finiva--ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa, costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche: bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora, s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza, che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi, non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale, smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto, l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si sentiva più forte e migliore.
Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio; anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare, senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui; ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:--Non sa, signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del Signore!
Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir nulla.
Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:--In quanto al vostro figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.--E si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.
Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo, quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere d'una madre.