Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 32
Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò, dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon prete, e baciandola disse:--Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non ho sentito dire che da lei.
Capitolo Ventesimoterzo
Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a' monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera: non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente, tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva, trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi; finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore, poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle salutava la primavera.
Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna; dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto, prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza, ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.
Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese, distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli del piano.
In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime, dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre, quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro. Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua famiglia.
In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de' figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno, provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a quella prova di confidenza, accettò.
La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda, guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro stramazzo nella stanza del suo amico.
Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago, talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore, del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione; comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo, sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero volume.
Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a' suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso, più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza; passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna; egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:--Io non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.
Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava segretamente?
Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie, s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.
--A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin adesso?--pensava.--Quella magia della bellezza che m'aveva fatto animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice lei pure, certo più felice di me.... Essa un giorno riusciva a leggermi nel cuore dubbj e speranze.... Ora, tutto è mutato. Quello che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita.... Ne ho veduti tanti con me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella disgrazia!... E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è Dio che me l'ha dato questo affetto?... Ma perchè l'odio, l'ambizione, la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere l'amore?.... La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!.... Oh quando potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi fa aver compassione di me stesso?.... No, io non voglio morir così.
Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi, più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti, dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè stesso.
Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura, uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare gli fuggivano di bocca, che queste:--Almeno non sarà inutile la mia morte, come la mia vita!--In quella, intese venire alcuno alla sua volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.
--Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta, quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a cercarti.... perchè tu sei mio fratello.... e io, sai? ho qualcosa a dirti... qualcosa che non posso più tener nel cuore....
--So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la fosse tua....
--Come?... Tu dunque lo sai?
--Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso.... E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai detto nulla di te, nè della onesta tua speranza....
--Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto piuttosto che parlare, vedi.... Ma una parola, una sola parola....
--Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo....
--Oh se tu sapessi!.... Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo, e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia, e disse così, proprio così:--Non lo sgridare, mamma; io gli voglio bene--e divenne un po' rossa, e poi subito--quasi come a mio fratello... Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via....
--Andar via? ma perchè?
--Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita dire..... che mi vuol bene.... quasi come a te?
--Ma non sei tu mio fratello?
--Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare....
--Bene, adesso....
--Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza pensare....
--Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore. Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.
--No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso... Cosa vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto, storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?
--Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?.... Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e....
--Non dico che questo sia vero.... Ma come tu sei il mio amico, ti voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi bollono in capo!... Via, è inutile, tutto è già come finito.... No, no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca il cuore di dirtelo....
--Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è giusto....
--Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare.... e se tu, sentito che mi avrai, non mi dici di no.... Basta, sarà quel che sarà.
--Cosa vuoi fare? dillo....
--Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre, che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia più come un figliuolo di nessuno... Forse, a questo mondo, un po' di giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto.... Sì, Damiano, dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che io.... che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.
Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico, di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine marito e moglie.
Capitolo Ventesimoquarto
Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò, rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un rivoletto, sul principio della valle.
Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte, là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si sentiva capace di fare un passo di più.
Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una parola.
--Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?... rispondimi, fatti cuore. Non sei più tu?.... non sei il mio fratello?
--Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata: ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!
E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale, avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de' suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che jeri fosse stato. Pure--pensava--l'uomo non è destinato al male, e non può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando così.
Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano, svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse per lo meglio, aveva voluto così.
Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi, insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.
Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque, egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva sapere; poi disse forte:--Sia benedetto il Signore perchè la mia povera madre mi ha amato!
Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui ebbe la vita e il dolore.