Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 31
--Il mio nome? Per il cielo! io non ci entro per nulla in questi fatti. Ora capisco che l'hanno ingannata--E si sforzò di pigliare un tuono burlevole, e indifferente;--Se, per ajutare una giovine a fare un po' di fortuna.... per via lecita, mi spiego, per esempio, avviandola sul teatro, dove, se prometta bene, se sia bella, può far tesori al tempo che corre; se per far questo, dico, ho a tirarmi adosso le rappresaglie di tutta l'inquisizione, io posso anche riderne, mi pare.... Non s'adonti dunque, e mi compatisca! Ella mi vede inchiodato su questa seggiola; son castigato abbastanza, dacchè vennero a trovarmi, in una mattina, i due uccelli del malaugurio, il medico e il prete.
--Ella fa uno sforzo, o signore, per mentire a sè stesso, e scherzare. Ma non è questo il momento. A me bisogna ritrovar la giovine.... ritrovarla, prima di sera.
--Io non so nulla, le ripeto. Se c'è persona che abusi del mio nome, per qualche fine, per qualche vendetta....
--Come? ella dunque assente?...
--Che assentire? suppongo: e forse indovino.
--Cosa sento?... dunque è vero... E lei poteva?... Ma saremo a tempo?
--Le ripeto che non so nulla. Capisco che tutto questo è opera d'un cattivo soggetto, il quale, lo conosco abbastanza, si prese giuoco anche di me. In quanto all'essere a tempo, non so che dirle.
--Oh! sarebbe mai....--E levossi con impeto.
--Io me ne lavo le mani, io.... di tutto quel ch'è successo e che può succedere.
--Signore! proruppe don Teodoro; ella dovrà render conto di tutto a Colui che si ride delle violenze degli uomini! Le lagrime fatte spargere dall'umana prepotenza sono adesso quel che fu un tempo il sangue versato dai martiri.... Batterà l'ora della morte anche per lei; e in quel punto....
Ma l'Illustrissimo adirato levossi, e disse:
--Finite, tacete, e lasciatemi in pace una volta!
--Or bene, che vi giudichi il Signore!... Il mio dovere mi chiama altrove, e non ho un minuto da perdere. Ricordatevi che un'ora sola, in cui pensiamo seriamente a noi stessi può mutar tutta la vita!
Così detto, se n'andò, lasciando l'Illustrissimo in un mar d'incertezze e di terrori, sdegnato in una e confuso. E partito lui, il patrizio, sentendo crescersi il male, non ebbe coraggio di maledire il prete che osò parlargli come nessuno aveva osato mai, che non temè di minacciargli la giustizia del cielo.
Capitolo Ventesimoprimo
L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa conseguenza.
Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore, non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.
Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e latte e un po' di pane.
La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente, per accompagnarla presso alla sua mamma.
--Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola; dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla.... Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.
La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più vicina e giacque come svenuta.
Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse, e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel portone.
Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi sopra, colle vicine, nessuna ciancia.
I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.
Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto. Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.
Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi, tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda, sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito, rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e severo, in attitudine di comando.
La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto, giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli, divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche guglie del Duomo.
Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico, quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre, con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la fanciulla.
In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore, la povera Stella.
Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e, coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de' suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e sperava ancora.
Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto, l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè. Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco lontano i rintocchi lenti d'una campana.
In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale, riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere, origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.
Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.
L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.
--Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico, non temete di nulla, povera giovine!
--No, no! è un inganno.... Non è vero! Io sono stata tradita! Oh Signore, Signore, ajutatemi voi!
--Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi....
--No, non è vero.... È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son qui?.... Perchè viene lei?....
--Vi compatisco.... dopo uno spavento come quello che dovete aver provato.... Ma fatevi cuore.... sentite....
--No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho nessuno.... e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche cosa.... ho perduta la mente.... Cos'è stato di me, lo sa il Signore.
--Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi toccherà un capello...
--Io voglio andar da mia madre, io!....
--È giusto.
--Lasciatemi andare, lasciatemi andare!... Oh! tutto questo mi toglie la mente.
--Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della premura per vostra madre e per voi.... e posso far molto io....
--Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile l'avete fatto... E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi... lo so, lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!
--Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene....
--Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!
Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.
--Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia perduta, sagrificata per sempre?.... Cosa le abbiam fatto noi?... Sono stata divisa dalla mia mamma.... quando mi cercava, quando non aveva più nessuno.... Ho voluto tornare a casa mia.... Oh! se lei non è cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui.... m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera mamma.... Vede, che io piango.... Bacierò le sue mani, pregherò il Signore per lei!
--Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte.... Vostra madre la tornerete a vedere....
--Oh! torni a dirlo.... mi consoli, non mi lasci pensare che voglia prendersi spasso di me!--E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece per uscire.
--Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso no! prima di domani mattina non sarà possibile.... Ora siete qui, siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa ancora quel ch'è stato.
--Oh mio Dio!
--Fidatevi; ci penso io....
--No! no! voglio uscir di qui.
--Siate ragionevole.... Non m'obbligate....
Oh! lasciatemi andar via!...--E come disperata, di nuovo si precipitò verso la porta.
Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:--Aspettate, disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi movete, siete morta!
Capitolo Ventesimosecondo
A queste parole, a questa cupa, frenetica minaccia, Stella non ebbe più nessun dubbio, nessuna speranza. Ella si vedeva sola, indifesa, perduta; per fuggir dalle mani di quel mostro, non le rimaneva più che morire, precipitandosi dall'alta finestra. Questo disperato pensiero le attraversò la mente; ma tornando a fissar nel suo persecutore gli occhi smarriti, e scorgendo il maledetto riso che stavagli sulle labbra, sentì a un tratto tornarsi in cuore forza e coraggio.
Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo parve dire:--Io non ti temo, io ti disprezzo!
In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e aggrottando le ciglia:--Chi può essere?... susurrò fra i denti. All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso, come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con violenza e romor di persone accorrenti.
Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande, l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore. Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui, tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.
--Perchè preghi adesso?... disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato, cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre.... E io, io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre.... Questa muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione.... E tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare... Puoi pregar finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!...
Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una voce gridare:--Stella! Stella!
Era la voce di Damiano.
La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava, come impietrito, lo scellerato Omobono.
In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame, pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore, precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.
Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.
In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco, basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia, pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno. Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli scricchiolavan sotto.... quando a un tratto gli viene all'orecchio un tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.
La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò, come una voce celeste, al capezzale del traviato.
Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.
Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi giorni passati.
Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra, quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio, ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e spregiudicato, quando
»Co' festivi racconti intorno gira »L'elegante licenza......
costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire, che non parlarono più di lui.
Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza, in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica.... poi, dopo un rapido sogno, desiderarono il pane di prima.... quel pane bagnato di lagrime innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò facile il delitto!--Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.