Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 30

Chapter 303,833 wordsPublic domain

Due altre comari del vicinato, messo il capo dentro della porta, domandarono la signora Emerenziana: esse forse non erano al bujo dell'avvenuto. La pegnataria, persuasa della necessità di tenersele buone, andò loro incontro con gioviale premura, e le fece venire innanzi; poi disse loro che non voleva proprio lasciarle andar via, prima di fare, alla buona e tra amiche, un po' di merenda. Detto fatto, ne spacciò una dal vendarrosti, che di fresco aveva aperto bottega sull'angolo della via; essa intanto, coll'altre, si mise ad apparecchiare, a cavar fuori da uno stracantone posate e tondi e bicchieri; quelli fessi, scompagnati questi, e venuti d'ogni parte per trovarsi insieme nella credenza della pegnataria. In breve una fumante cavolata, in cui nuotavano resti di salsiccia e d'altro carname, poi uno spicchio di vitella col ripieno di noci e un fiasco di vin vecchio, furon pronti sul desco; e le quattro femmine a sedervi d'attorno. Cominciò un coro, da disgradarne quello delle streghe del Macbetto; voci acute e roche, insulso e disonesto parlare, risa villane, e sbatter di bocche sdentate; qualche strilli di quando in quando, somiglianti al guair del gatto selvatico; ma sopra l'altre la voce chioccia della pegnataria che, a fine di rallegrar le comari, pigliava a raccontare a suo modo l'avventura di Stella.

Questa intanto, nella sua prigione, risensando a poco a poco, s'era sollevata sul duro giaciglio; e come si trovò sola, disperata d'ogni soccorso, balzò in terra, e fuor di sè cominciò a girar per l'angusta cameretta, cercando intorno un'uscita. Tutto a un tratto sostava, tendeva l'orecchio, figurandosi che tutto fosse un orribile sogno e che fra poco si sarebbe trovata nelle braccia di sua madre....

Ecco che, dall'altre stanze, penetrano fino a lei le stridule voci delle quattro vecchiarde e lo strepito delle stoviglie percosse; e, fra il gridare e il ridere, udì chiaro il proprio nome.

Lasciò cader le braccia lungo l'affralita persona, e intrecciando le mani, levò al cielo i begli occhi gonfi di lagrime: chiunque l'avesse veduta in tal'atto si sarebbe impietosito. Un misterioso sgomento assalì in quell'istante l'anima della giovinetta: non era terrore, non era ribrezzo; ricordavasi del giorno in cui, per la prima volta, indovinò a che insidie, a che pericoli vada incontro una poveretta, la quale non abbia altro bene al mondo che la sua onestà e la sua bellezza. Pensava alla madre, a Damiano ch'essa credeva tuttavia in prigione: egli solo, se fosse stato libero, come la salvò un'altra volta, avrebbe potuto salvarla in quell'ora. Poi s'inginocchiava, per raccomandarsi alla Madonna; ma la sua anima era troppo agitata e confusa, e a stento potè dire le prime parole dell'Ave Maria.

Poco prima di mezzanotte, udì stridere il catenaccio; e la signora Emerenziana, in atto di studiata compassione, venne per domandarle come si sentisse, se avesse riposato, se volesse bere o mangiare; si tenesse proprio come in casa sua.

Ciò parve alla fanciulla ancora più atroce di ogni tormento: era lo scherno aggiunto alla vendetta. Disse che non voleva nulla, che non voleva nessuno, e che, venuta appena la mattina, sarebbe partita da quella casa.

--E dove vuoi andare, povera figliuola?... rispondeva la vecchia, fra sè ruminando intanto che le sarebbe tornato acconcio di non trovarsi così sulle braccia, quella piagnolosa martirella.

La fanciulla sarebbe morta nel durar di quella notte, se l'angoscia e il delirare della mente in mezzo alle larve che la circondavano non l'avessero prostrata così che le convenne gittarsi di nuovo sul letto; dove il sonno, breve conforto, scese a prepararla a nuovo dolore.

Ma Damiano, in questo mezzo, certo appena della sparizione di sua sorella, non aveva perduto un momento. Dopo ch'ebbe lasciato il fratello abate presso al letto di sua madre, facendosi promettere che avrebbe per allora taciuto a lei, comechè troppo debole e oppressa, la recente disgrazia la quale poteva troncarle d'un colpo gli ultimi giorni, egli corse quasi disperato verso il palazzo dell'Illustrissimo; sapeva che là soltanto sarebbegli stato possibile trovar qualche traccia di colui che aveva preparato, o forse consumato quel vituperio. Com'uom fuor di sè, egli si sentiva capace di tutto.

Ma, giunto a pochi passi dal palazzo, vide venire a quella parte don Teodoro. Il coadiutore, scorgendo il giovine così mutato, così travolto in viso, lo trattenne, con piglio severo domandando che avesse. Alle prime parole di lui, argomentò che trattavasi di grave cosa; nè volendo avere a testimonii gl'indifferenti passeggieri, don Teodoro s'appartò con esso in una deserta via a fianco del palazzo, e fecesi contar su minutamente ogni cosa. Non appena ebbe udito i dubbj che fremevano nel cuor di Damiano, l'assicurò, quanto a sè, non credere che quella persona d'alto affare di cui sospettava, volesse intrigarsi in una impresa così scellerata, così pericolosa; si quietasse, chè avrebb'egli medesimo cercato di fargli saper prima di sera il luogo ove fosse la giovine; lasciasse in somma fare a lui, chè non gli somigliava difficile veder dentro in quella trama: nè gli tacque come, appunto allora, dovesse recarsi a parlare all'Illustrissimo, per un'altra ragione di non piccol momento.

Ma Damiano non voleva chetarsi; onde il prete si fe' da capo a consigliar tanto lui, quanto Rocco che si dessero attorno senza perder tempo, per cercare in altro modo qualche traccia della fuggitiva; senza però destar romore, affine di non mettere a rischio il buon nome della fanciulla: disse poi a Damiano ove l'avrebbe trovato dopo mezzodì, e lasciollo con queste parole:--Fatevi cuore, figliuolo: c'è lassù Quello che veglia sempre.

Noi seguiremo i passi dell'abate Teodoro, che tornava pensieroso, ma sicuro di sè stesso, verso il palazzo, colla coscienza di chi cammina per fare una buona azione.

Capitolo Ventesimo

Don Teodoro conosceva quella superba dimora, e quel vecchio erede d'un gran nome. S'era trovato alla presenza di lui, in una circostanza che il lettore non avrà forse dimenticata: quando, appena morta l'infelice Marianna, madre di quel perduto fanciullo di cui non aveva saputo in tanti anni raccogliere alcun preciso indizio, egli s'era presentato al fastoso signore, per adempiere l'ultima volontà della moribonda donna. Ma era passato tanto tempo, e temeva non poco che mal sortisse la prova, per la quale s'era fatto animo a tentar di nuovo il cuore di quell'uomo. Il saggio prete usava più spesso nelle case de' poveri che in quelle de' ricchi; egli pensava d'esser chiamato a spender la vita per sollevare gli oppressi, per umiliare i superbi: ond'è che la sua parola riusciva, di solito, poco accetta all'orecchio de' grandi; ma, sebbene avesse per ciò appunto di molti nemici, non osavan dichiararsegli tali apertamente, colla tema fors'anche d'ajutar per questa via il maggiore suo trionfo.

Al suo entrare nell'anticamera del palazzo, i servitori si guardarono tra loro in faccia, con non so qual maraviglia: pensando forse che il modesto prete fosse qualche nuova premura della padrona, e che avesse preso in fallo lo scalone degli appartamenti dell'Illustrissimo, un d'essi, alzando il gomito con atto villano:--Ha fallato, signor abate; dall'altro scalone.

--Non ho fallato; ho bisogno di parlare al vostro signore.

--Non si hanno ancora gli ordini dell'Illustrissimo, questa mattina.

--Andate a domandarglieli.

--Non si usa, signor curato, o quel ch'ell'è: ripigliò quel zotico, senza pur muoversi dallo scanno su cui stava a cavalcione.

--Se non volete annunziarmi, bisognerà che mi faccia innanzi io stesso.--E ciò disse, con tale dignità seria e sdegnosa, che l'insolente servo, credendolo qualcosa di più che non pareva, e dubitando delle conseguenze d'un granchio che avesse pigliato, stimò bene di domandare a un de' compagni, che cercasse del Rosso, per sapere se il padrone desse udienza.

--Dite ch'è l'abate Teodoro, e che viene per cosa di certa importanza: soggiunse il prete.

Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria, pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua incertezza e il tedio dell'aspettare.

Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli appresso.

Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia. Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.

Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo che facesse entrare il prete.

Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze, aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva tendere a lui.--E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già in conto l'usufrutto del fatto mio.

L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter rompere il silenzio pel primo.

--Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei, signore.

--La conosco, signor abate... di nome almeno: freddo freddo rispose il patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non so che pastiglie gommose.

--È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo... confido che non m'avrà dimenticato...

--In coscienza, non mi ricordo affatto.

--Son vent'anni... Io era venuto qui, in nome... in nome d'una infelice, morta a quel tempo...

Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:--A nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione... che...

--Che? che?... favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han sempre pronte di simiglianti storie...--E ciò gli disse con voce un poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.

--Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome, ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che s'abbia facilmente a dimenticare... Perdoni, dunque, signore!... Questa lettera mi farà conoscere.

E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna, dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo; il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la tracotanza dell'importuno visitatore.

--Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta. La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse nol sarà mai, al vitello d'oro... I pochi che stanno in alto, di rado abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine, costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.

--Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di predica sulla vanità delle ricchezze.--E frenandosi a stento, sorrideva ironicamente; poi:--So bene che molti di lor signori usano disprezzare ciò che non ponno avere per sè.

--Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere. La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete, se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni per dirle.

--Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.

--Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che, giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo, condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue.... ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza, come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia. Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a quest'ora si è raddoppiato...

--Potrà esser vero ciò ch'ella dice, ma è cosa che non mi tocca così da vicino, perchè ci sia necessità ch'io mi tenga in mente tutti questi particolari....

--Come?

--Se ho creduto mandarle qualche denaro per fare un po' di bene, non voglio averne merito, nè immischiarmi di più in questa faccenda: della somma, ella può farne ciò che vuole; non potrebb'essere in mani più sante.

Il prete scosse il capo, e seguitò:

--Quel fanciullo, o signore, vive. Dopo lunghe ricerche, dopo anni e anni d'incertezza, il caso mi poneva sulle sue traccie; io credo d'averlo ritrovato. Ora il fanciullo è un uomo; esso ignora del tutto la storia della sua prima età; perduto in mezzo alla campagna, non conobbe nè padre nè madre; nessuno gl'insegnò una parola d'amore, egli crebbe insensato, nudo, selvaggio; per mesi e per anni, non fece che piangere solitario e deriso da tutti, perchè la sua piccola mente a grado a grado svaniva; lo chiamavano per soprannome il povero pazzo. Ma c'è sopra di noi Chi si ricorda di tutti! Quel Dio che benedice il dolore degli oppressi fu la guida invisibile dell'errante fanciullo; e d'uno in altro villaggio, di casa in casa, il tapino si ridusse a vivere in questa città. Io non voglio stancare, o signore, la sua indulgenza, raccontando tutto ciò ch'esso fece e sofferse....

--Pare un romanzetto, caro signor abate, questa sua cantafera: lo interruppe con alterigia l'Illustrissimo. Sta poi che tutto sia vero, e più di tutto.... (questo il disse a voce più sommessa, e dopo una pausa) c'è qualche prova dell'identità del fanciullo?....

--Non mancan prove, illustre signore! rispose il prete. Ma io, quanto a me, non intendo farle valere; non intendo far parlare la legge, prima che parli la coscienza....

--Questa è una minaccia, cred'io. Se la piglia su questo tuono, non ne faremo nulla.--E sorrise, in modo da toglier quasi al prete quella pazienza, onde aveva sostenuto senza sdegno la noncuranza e il sarcasmo dell'Illustrissimo.

--Io son venuto, riprese don Teodoro con mite e tranquillo accento, a supplicarla nel nome di Chi tutto sa, e per la memoria di quello ch'è stato! Assecondi, ella n'ha tempo ancora, l'ultima preghiera d'una infelice ch'è morta: io per me non ho nè il dovere, nè l'intenzione, di propalare una trista avventura della quale conosco ogni particolare; anzi, da me, quel povero giovine non saprà altro se non che la Provvidenza l'ha destinato a espiare quaggiù il fallo di sua madre. Ma se, per altra via, egli venisse a conoscere il vero; se potesse mettere innanzi qualche ragione, qualche pretensione; se il mondo un dì o l'altro echeggiasse d'un processo lungo e scandaloso, d'un processo che non dovrebbe riuscire indifferente all'erede d'una gran casa....

--È cosa inaudita! nessuno ha osato mai parlarmi in cosiffatta maniera.... Buono, che per me ci vogliono altri spauracchi.... E io le giuro, per dio!

--Non giuri per nessuno, signore! si degni darmi orecchio, mi lasci finire. Il giovine di cui io parlo, nella sua semplicità e ignoranza, ha potuto conservare un'anima generosa e grande; poche di simili n'ha il mondo. Egli aveva trovata un'umile, onesta famiglia, che non gli rifiutò ciò che di più gli bisognava, affetto e compassione; aveva trovato un amico, e per quest'amico seppe fare il sagrificio della propria libertà, offrir la vita. Grandi e polenti persone condussero alla rovina quella buona gente; una vecchia madre all'ospedale, un figliuolo uscito a malapena innocente da un processo criminale, conseguenza d'un'insidia peggio che d'assassini; una fanciulla perseguitata, e a quest'ora forse.... perduta!

Così dicendo, il prete fissava gli occhi ardenti nel volto dell'Illustrissimo; il quale, compreso da un tremito che non poteva nascondere, impallidendo balbettò con infinta sbadataggine:

--Che storia è questa?

--È presso a poco la storia di tutti i giorni: seguì il prete, con voce mutata a un tratto in umile e dolorosa. Coloro che, al par di noi, di noi dico che portiam quest'abito, penetrano ne' nascondigli de' poveri, sanno quanto sia facile toglier loro l'unico, ultimo bene, la pace dell'onestà; sanno che lacrime costi a tante avvilite creature l'illusione d'un po' di fortuna; vedono nelle squallide case del popolo le traccie dell'oro de' ricchi, seminato dalla seduzione e dal capriccio. Così passa l'infamia d'una in altra generazione. Ben so che i buoni non mancano; che molti de' ricchi fanno il bene; e molti che il fanno, voglion che si sappia; le caritatevoli istituzioni, il danaro largito a sollievo dell'umanità sono un vanto giusto dell'età nostra, un pregio singolare di questa città; ma le beneficenze orgogliose non son quelle che migliorano il mondo; e la carità vera è nella giustizia, e nell'amore!...

L'Illustrissimo, piegata la testa sul petto, cupo nel pensiero, nulla rispose a queste gravi parole, che certamente non era uso a sentire. E gli pensava allo strano sviluppo di quest'avventura, dimenticata, soffocata da tanti anni, che gli faceva ritrovare un figlio in quella casa stessa ove, poco tempo prima, egli andò a cercare un'altra vittima. Il turbamento che stavagli in cuore era forse compassione, fors'anche rimorso; a questa voce interiore s'aggiunse un senso di mala disposizione in tutta la persona. Egli parve veramente sentirsi cader le forze, fluttuar più rapido il sangue, un freddo nelle membra, una nebbia ne' pensieri; insieme a tutto questo, l'incertezza del domani, e una paura; la paura della morte.

Ma il prete non aveva perduto nessun moto dell'uomo che gli stava dinanzi; e leggendogli in viso il terrore dell'anima, pensò che, forse per la prima volta, ciò che v'ha di più arcano nella natura percoteva l'opulento e corrotto patrizio. E satisfatto abbastanza ch'egli provasse quel terrore, anche senza confessarlo, ripigliò con voce più riverente:

--M'accorgo, signore, ch'io forse tratto con soverchio calore una giusta causa; ma ella mi perdonerà, se è vero ch'io leggo nel suo cuore una buona ispirazione. Ella può far del bene, e molto, alla famiglia per la quale io venni a parlarle; è pietà; è giustizia!...

--Oh! ascolti adesso anche me: disse l'Illustrissimo, rinfrancato dall'orgoglio. Io non so con che diritto ella sia qui venuto a farmi segno delle sue censure, a serrarmi i panni addosso con tante vane supposizioni. Rispetto lor signori; ma son avvezzo a pigliare il mondo com'è; ho fatto anch'io la mia parte di bene e di male, come tutti i figli d'Adamo; però non ne do conto a nessuno; e in quanto a lei, non la scelsi ancora per mio direttore di spirito..... Mi risparmi dunque altri consigli; e, in cambio de' suoi, io ne darò uno a lei; pensi bene un'altra volta a quello che fa, e a chi parla; l'abito che veste non le faccia creder lecito di trattare un par mio, come il primo mascalzone che si getti al piede del suo confessionale.

--Signore! ripigliò don Teodoro addolorato: non rinneghi la voce del cuore, non mi rimandi così. Ella deve sapere dove si trovi quella povera figliuola; deve sapere che un uomo perduto, malvagio, la sottrasse con un'insidia alla casa ov'era stata ricoverata; deve sapere che si mette innanzi il suo nome....