Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 3

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Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto un uomo.

Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care, attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto, il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano sull'anima di Damiano.

Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco, la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.

Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.

Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel cuore, e proruppe:--Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui morire!

Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e quando s'è poveri.

Capitolo Quarto

Venne il signor Lorenzo la seguente mattina; nè senza perchè, come n'aveva fatto promessa a Damiano. E quando furono riuniti nella saletta superiore, lui e il giovine cominciarono a guardarsi con cert'aria significativa, come se ciascuno volesse che l'altro per il primo pigliasse la parola.

La madre, essendosi accorta alla fine di quel muto scambio d'occhiate:--Via, disse, signor Lorenzo; già so che l'è venuto il dì della disgrazia, e per me son preparata a tutto. Parli pure, dica su lei; poichè Damiano non ne ha il cuore.

Allora l'antico tenente, cercando un resto del coraggio di quel tempo che alla testa de' valorosi correva all'assalto d'una casamatta là nella Spagna, o teneva fronte all'urto d'una colonna di Cosacchi a Smolensko o a Borodino, si fregò gli occhi e disse:--Amici miei, vecchio come sono, starei più volontieri innanzi la bocca d'un cannone, collo schioppo al braccio e lo zaino ai piedi, che non qui, adesso, in faccia a voi, che siete l'anima, e il sangue del mio fratello. Ma poichè tocca a me, a me che n'ho vedute già tante, l'ajutarvi in questa trista ora, abbiate pazienza, se vi parlo senza complimenti, ma da galantuomo. Già con Damiano abbiam fatto de' discorsi, anche di troppo; è un peccato che non sia il tempo buono per lui.... Ma, tant'è! quell'uomo che teneva stretto come un balocco, tutto il mondo nel suo pugno, quello là, è caduto. E cosa potete far voi, poveri figliuoli, che non l'avete visto neppure!

--Chi ha cuore e braccio, è sempre padrone della sua parte a questo mondo: rispose con voce animosa Damiano.

--E chi ha amore per i suoi, trova sempre un po' di bene a fare: soggiunse con una ingenuità d'angiolo la Stella.

--Cari tutti e due! e avete ben ragione. In quanto a me, io l'aveva detto cento volte a quel brav'uomo che ora andò a tener compagnia ai nostri vecchi fratelli di guerra, gliel'aveva detto che pensasse a dare un mestiero a' figliuoli, un buon mestiero per cui non può mai mancar da vivere: chè, alla fin del conto, chi lavora è sempre padrone della sua fatica, come e forse più che il ricco del fatto suo; e il pane della fatica è il pane più saporito, più onorato che sia. Ma lui, non ne volle sentire: lo so bene, quella sua croce d'onore gli aveva un po' ingarbugliate le idee, e non voleva che i figli d'un cavaliere dovessero imparare a maneggiar la mestola o la pialla; lo compatisco. Ma l'ho anch'io la croce, l'ho avuta nello stesso dì che lui, e ne fo quel conto che si deve: essa è là nel fondo della mia vecchia valigia, e non la porto all'occhiello che una volta all'anno, quel giorno che sapete. Del resto poi, che cosa importa? Non voglion dir più niente adesso le decorazioni, sono un balocco di stagno dorato e niente di più: chi ci bada ormai?... Ma non è di questo che dobbiam parlare.

--Oh! signor Lorenzo, non mi tenga nell'angustia; dica pure quello che bisogna fare: soggiunse quasi piangendo la Teresa.

--Volevo dire che bisogna pensare ai fatti nostri, ripigliò. Voi siete una brava donna; ma di certe cose le donne non s'intendono nè si debbono intendere. Ora vel posso dir io, io che le ho raccolte e lette le poche carte di vostro marito, jer mattina insieme a Damiano, prima di consegnarle a quella ciera d'ospedale del signor impiegato venuto qui a frugar dappertutto, che mi faceva una stizza da non dire. Or bene, io supponeva.... io sperava che.... badate bene.... in coscienza, non avete più nulla. Già quel Vittore ha sempre avuto il suo cuor largo di soldato; ha creduto troppo alla probità degli uomini, all'onore, tutte belle cose, ma...

--Pover'uomo! disse la Teresa. Oh! se tutti fossero come lui....

--Come lui non ne troverete; ma è vero, per altro, ch'egli pensò poco al domani. Nelle sue carte che, per il meglio, ho voluto mostrare anche a un dottor di legge, mia vecchia conoscenza, abbiam trovato, in mezzo ad alcuni bollettini di guerre passate che non si vedranno mai più, certi conti, certe logore ricevute di foraggi e d'altri servigi al militare, ne' momenti che nei nostri paesi cominciò a far caldo: le son vecchie carte del 96 ch'egli ebbe dal vostro nonno, buon'anima, il quale, a quei dì, aveva anche lui terra al sole. Ed io l'ho conosciuto, sapete, vostro nonno, che potevo avere allora l'età vostra.... Ma! chi l'avrebbe detto che si doveva finir così?...

Contro il suo costume, il vecchio tenente cercava con le molte parole di far men doloroso agli amici suoi l'annunzio della povertà; e abbandonavasi così alle memorie del passato.

--Via, vada innanzi, signor Lorenzo, diceva con qualche impazienza Damiano.

--Sì, sì! Allora, o giovine, aveva anch'io il fuoco nelle vene come voi; allora s'è fatto qualcosa... Dunque vostro padre, a quel che pare, non pensò mai a far valere quelle carte che forse gli potevan dare un migliaio di lire; adesso temo sieno buone per la pipa. E non può star che così; vorreste che costoro pagassero le spese di quegli altri?... Onde, per di qui, nulla a sperare. Qualche debituccio del resto, che salderò io; è il meno che possa fare per l'amico mio. Vi confesso che mi piange il cuore: son povero anch'io e non ci ho pensato mai; pure adesso, vedete, ne sento dolore e quasi vergogna. Oh! se avessi lo scrigno di quei musi matricolati che ho pur conosciuto e che ora non mi conoscono più, di que' volponi che gridavano più forte degli altri e fecero poi, come si dice, il san Giovanni dalle quattro faccie.... Ma io no! io e Vittore no! piuttosto mangiar pane con la muffa!... Non abbiam forse rosicchiato noi unghie di cavallo, là, in quella maledetta terra?

--La virtù costa lagrime e sangue: esclamò, come parlando fra sè, Damiano.

--Povero padre mio! sospirava la Stella.

--Anche la vostra pensione, tornò a dire Lorenzo, anche quelle poche trecento lire all'anno, per la croce d'onore di vostro padre, son rasciutte; morto lui, non vi tocca più nulla. Che cosa fare dunque? Nessuno di voi ha pratica avviata, un'arte per le mani; voi, Teresa, e quest'angiolo della vostra tosa, lo so bene, cercaste finora di far gruzzolo col vostro lavorar di segreto; ma nell'ultima malattia di Vittore, tra medico, speziale e prete, v'han nette d'ogni cosa. Damiano sa il fatto suo e ha volontà; Celso è giovine, è un po' miserello, ma vuol studiare, e si farà; la buona gente non è tutta morta, e alcuno che vi soccorra, per Dio! lo troveremo. Ditemi un po', signora Teresa, non avete più nessun parente, nè vicino, nè lontano?

--Ho un vecchio cugino, figlio d'un fratello di mia madre, che tiene un grosso fondaco di drogherie, là dalla parte di piazza Fontana.... Ha fatto una fortuna, a quel che mi dicono, ed ha anche casa sua, qui in Milano. Non ha più moglie, ma sibbene un figliuolo.

--Benissimo! disse il vecchio soldato, se non hanno il cuore di stoppa....

--Ma sono anni e anni che non li vedo io, questi parenti. Loro son ricchi e non si sono mai dati a cercare di noi; il mio Vittore era povero, ma non usò mai piegar la testa a chi si sia, e non ha cercato di loro. Quel benedetto uomo non volle mai aver bisogno di nessuno.

--Lo dite a me? aggiunse Lorenzo. Credete non lo sappia io? E perchè restammo semplici soldati, lui ed io, fin quasi all'ultim'anno del grand'uomo? Perchè non avemmo mai bisogno di nessuno. E poi, era un tempo che il generale stringeva la mano all'ultimo soldato, come a un fratello... Ma pensiamo a voi adesso: sì, convien tentare qualche cosa presso a quel vostro parente....

--Signore Iddio! esclamò la vedova: non vorrà vedermi; se sapeste che uomo è!...

--Andremo insieme, mamma, soggiunse affettuosa la Stella; sento che avrò il cuor di parlargli io.

--Potete provare, disse Damiano; ma non basterà. Uno che per tanto tempo non volle sapere se fossimo vivi, potrà sentire a un tratto il consiglio della compassione, il bisogno di far del bene?... E poi, umiliarsi, pregare, sentirsi a dire delle parole che vi fanno guardar per terra, col rossore sul viso e pensieri d'inferno nel cuore!... Io per me.... Ma no, non date ascolto a me; noi dobbiamo fare, come tutti fanno, quando son poveri: abbassare il capo e tacere! Forse Dio ci terrà conto di questa difficile virtù!

--Non parlare così, Damiano, mio buon Damiano! lo interruppe la sorella: pensa che nostro padre ci ascolta ancora; e se tu non ne dai un po' di coraggio, che cosa faremo senza di te?

--Hai ragione, ripigliò il giovine, a cui d'improvviso balenò l'anima negli occhi. Noi staremo sempre uniti: ciascuno farà per tutti; la tua semplice e amorosa fede sarà quella che a me darà la virtù che mi manca. La risoluzione che bisogna pigliare dunque, la si pigli al più presto. Non abbiam più di che pagare la pigione di questa casa, per la quale ci voleva intera la pensione di nostro padre: cercheremo altro asilo; due camere sono bastanti per noi; la pace e la pazienza ce le faranno amare.

--Sentite, figliuoli, ripigliò, poichè stette alquanto sopra di sè, il buon tenente: se volete, possiamo far casa insieme; o venite voi a star con me o io con voi. Già sono alla stretta anch'io; fuor de la grama pensione della mia croce, e di un altro centinaio di lire che busco da un vitalizio fatto dieci anni fa, non ho niente al mondo. Io non posso lavorare, chè son troppo vecchio, ma quel ch'è mio è anche vostro.

--No, no, mai! disse con fermezza Damiano. Se verrà l'ora della necessità, voi sarete il nostro secondo padre; ma vivono tant'altri più poveri di noi; e noi, giovani e robusti, non volete che troviamo da vivere?

--Figliuolo animoso! lasciati abbracciare dal tuo vecchio amico.--Così, avvicinandosi a lui, Lorenzo lo serrò con grande affetto sul proprio cuore.

--Cercheremo casa, seguì Damiano, verso il centro della città: le pigioni sono un po' più care, è vero, ma s'è più alla portata per trovar lavoro. Io per me ho quasi compito gli studi del liceo, e alla fine dell'anno venturo, potrò mettermi a un impiego, a un'arte, a un mestiero qualunque. Intanto mi son già fatto raccomandare ad una brava persona che mi darà da fare come scritturale in un negozio. Voi vedete, signor Lorenzo, che non ho perduto tempo.

--E noi pure lavoreremo; non è vero, mamma? continuò la Stella, esprimendo col suo candido sorriso la verità che le parlava dal cuore. Io so ricamare, e quando saremo là, nella nuova casa, starò tutto il dì contenta al telajo; Damiano mi cercherà avventori, e avviato che sia il lavoro, non avremo più a domandar la carità di nessuno. A noi basta così poco....

--E io, disse alla sua volta la vedova, non conosco forse fior di persone, che ci potranno ajutare? Il signor rettore di San Celso, e il signor curato di San Calimero, per loro bontà, mi compatiscono, e si sono degnati di parlarmi le tante volte. Quelli son uomini, e hanno aderenza coi primi signori di Milano; e chi sa....

--Sì, sì, quel che volete, mamma; pure facciam di tutto per ajutarci da noi, come possiamo, che sarà ben meglio.

Così l'interruppe Damiano; il quale sapeva il debole della mamma, una gran riverenza ai preti e ai signori.

--Bravo! esclamò Lorenzo; così avrebbe parlato tuo padre.

Damiano crollò il capo; e di lì a poco, levandosi in piedi, si mosse per uscire.

--Ricordatevi sopra tutto del vostro compare, figliuoli: non è più che un vecchio ronzone condannato a tirar la barca; ma finchè avrà fiato, sarà sempre il vostro compare.

Ciò detto, il vecchio soldato si calcò il cappello sulle ciglia, prese la sua canna e borbottando fra sè, per nascondere un segreto accoramento di cui sentiva dispetto, se n'andò. Non aveva pianto l'altra volta ch'era uscito di quella casa, dopo aver veduto morire il suo ultimo fratello d'armi; ma allora, appena fu nella via, guardandosi indietro, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, e disse: È finita! non son più quello.--

Capitolo Quinto

Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico, antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de' libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli facevan muro da ogni parte.

Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne, l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti, domandavano il favore di parlargli.

--Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro. E quando ne intese il nome:--Non ho parenti di questo nome, brontolò; non mi seccate.

--Pure.... arrischiò lo scrivano.

--Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.

Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora Teresa:--Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di venire così; ma spero che tra parenti....

--Chi è?... disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri mastri.

--Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore.... Non si ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era sorella del suo signor padre.

--Um!... grugnì il vecchio.

La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co' suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.

Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra, seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E conchiuse:--Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?

--Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che.... a quel che m'è stato detto.... io non so niente.... fu sempre una testa matta e pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?...

E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui, pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso, sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti; nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.

Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova, quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di _ma_, di _che_, di _siccome_, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza, s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:--Aspettino: ho appunto il caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno. Ehi, signor Dazio?...

Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò a far capolino dall'uscio dello studio.

--Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io.... Servitore umilissimo.

La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno, benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.

Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano, che amavano tanto.