Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 28
--E se mai non lo sapesse ciò che pensan di fare coloro, io glielo dirò! Un di que' signori, che si crede buono a qualcosa, perchè si tira dietro una frotta di mangiapani e di leccazampe, un di que' tali che paga il male che fa fare, e colle cartapecore de' suoi vecchi si copre dalle mani della giustizia di questo mondo, s'è messo in capo di riuscire a qualunque costo a perdere una povera giovine.... Ce n'è tante che, senza cercar altro, si vendono per un po' d'oro, tante che invidiano forse questa fortuna!... Or bene, quel tale, io lo so! non s'è dimenticato di questa che, tra di loro, usan chiamare... una fantasia! Intanto che il fratello di quella poveretta è là, che marcisce in una prigione, innocente anche lui!.... e intanto ch'essi han la madre che muore all'ospedale.... egli avrà detto: Il momento buono è questo!.... Così si costuma di fare; quel che vogliono, vogliono; e poi tutto s'accomoda con mille, duemila lire.... è una bella dote, e bastante perchè si trovi chi le dia un nome, nome di galantuomo, e non cerchi conto del passato!.... Non è così?... E lei, senza scrupoli, vestito come è di que' panni, sarebbe capace di tener mano a un negozio di questa sorte?....
--Oh Signore! cosa mi tocca mai di sentire? mormorò don Aquilino, giungendo le mani, e turbato in cuore, un po' per la compassione sincera che cominciava a provare, un po' per non so qual razzolìo nella coscienza.
--Mi conosce adesso?.... Sa chi son io?..... Io sono il fratello di quella giovine, e so quel che si vuol fare della mia povera sorella. In questo momento, essa è là in un ritiro, e ve l'han trascinata per forza, nell'ora ch'essa doveva stare al letto di sua madre.... Anche questo lo so! dica dunque, forse non è vero?
Don Aquilino non tremava più: nel suo gramo cuore, egli era già vinto.
--Ma i muri di quella casa, ripigliò Damiano, non sono quelli che la salvano, lo vede anche lei! Or bene, io son quì... e ci penso io.
--E lei, signor canonico, si mise dentro Rocco, che fino allora aveva creduto bene di lasciar parlare l'amico, lei, deve fare tutto all'opposto di quanto le è stato detto; e ajutarci a dare il contrappelo a que' due galeotti, che son carne e ugna tra loro.
--Bontà del cielo! ora ho capito!... disse finalmente don Aquilino, che al suo solito finiva a darsi sempre, mani e piedi legato, all'ultimo che gli parlasse. Pensino un po', se io avrei voluto nemmen saperla cento miglia lontano una iniquità di questa fatta!.. L'ho ben sempre detto io: _Anima ejus in bonis demorabitur_, come c'è sul breviario... Loro, forse, non sanno il latino; e vuol dire che io ho bisogno di star sempre colle brave persone... come son loro due, per esempio.
Fatti dunque dentro di sè, in fretta, i suoi conti, il cappellano si decise, prima di tutto, di salvar sè medesimo, e poi di far servigio anche a due giovani, raccontando, non tutto quel che volevan sapere, ma quel poco ch'egli sapeva o aveva potuto argomentare. Damiano e Rocco, come volle, gli promisero di tener segreto il tutto, per non esporre a nessun risico, qualunque cosa avesse a succedere, il suo carattere e la sua convenienza. Così, poichè ebbe scarico il cuore di quel gran peso, a don Aquilino parve di tornare in vita; e nel suo segreto fece voto di non lasciarsi tirar mai più in nessuna briga, nemmeno colla più santa delle intenzioni; perchè--pensava--io non posso far mai niente di bene; e non ho mai da trovarlo il santo che mi aiuti.
Damiano, innanzi lasciarlo partire, gli prescrisse appuntino ciò che dovesse fare il giorno appresso: e Rocco, al momento di separarsi da don Aquilino, facendo crocchiar le dita, si volse a lui e:--Non le ho detto io, signor canonico, che saremmo andati via di qui buoni amici?...
Il cappellano sorrise, come meglio seppe. Ma, uscito appena della botteguccia, vedendo che i due giovani volgevano a dritta, egli prese subito la via a manca; e, camminando senza pur lasciar fuggire indietro un'occhiata, andò a rintanarsi prestamente in casa, intanto che Damiano e Rocco tornavano al misero bugigattolo, ove s'eran ricoverati la notte innanzi.
Capitolo Decimosettimo
Era passato un altro giorno. In una piccola sala, tappezzata di un bel damasco verde, ornata all'ingiro di ricchissima suppellettile forestiera e di quegli ampii e diversi seggioloni inventati così a proposito dalla moda per i lunghi ozj degli annojati del nostro tempo, un vecchio servitore in livrea s'affaccendava a ravvivare il fuoco sul camminetto, quantunque non fosse ancor finito l'autunno, e il bel sole d'ottobre cercasse di penetrare da due balconi, attraverso le doppie tende cadenti fino al suolo. Appena si destò la fiamma sul camminetto, dalla porta opposta a quella, per la quale usciva il servitore, videsi entrar la contessa Cunegonda.
Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero per raccomandarsi a lei.
Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio, quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale che ha in pugno la vittoria.
Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era scritto.
--Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran pure le mie lettere al loro destino.--E suonò un campanello che teneva sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:--Siete il Venanzio?... domandò al servo ch'entrava.
--Eccellenza sì.
--Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate. Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi siete fatto servire da un altro servitore.
--Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.
--Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi per via a.... capite cosa intendo dire?...
Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il cenno della contessa sua padrona.
La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le braccia, e disse:--Ho regnato, e regno ancora!
Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben tornito collo, e _i molli ignudi avorii_, come forse un dì aveva cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se volesse nascondere o svelare la sua bellezza.
Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.
Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi, gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:--Non è più quel tempo!... diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella: amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il mondo.--Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto necessaria nel mondo, come in quel giorno.
S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta voce:--La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la contessa Cleofe cominciò:--Mia buona amica, sa ella qualche cosa del grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo...?
--L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa: e nel dir questo divenne radiante e solenne.
--Dice da vero? dunque....
--La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta la matassa, che non è facile a strigarsi!
--In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia. Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i germogli del buon grano.
--Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto, a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii assoluti, inconcussi, inespugnabili.... noi, noi dobbiamo, mi lasci continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.
--E crede ella?...
--Così nelle grandi, come nelle piccole cose, io credo, non si deve mai transigere.
--Ma.... se.... poi.... calcando le parole ripigliò l'altra contessa: se poi ne dovesse venire, per un'ipotesi, qualche danno al credito, all'opinione, alle persone; se c'entrassero mai certe pubblicità scandalose....
--Che mi viene a far di tali meschini dubbj adesso? ho altri pensieri per il capo io....--Poi stette a guardar un poco la sua potente alleata, e soggiunse:--Ma ella, non m'inganno, parla con seconda intenzione; sì, ella deve saper qualche cosa che stima di dovermi tacere.--E a tal sospetto, si fece torbida nello sguardo e corrugò la fronte.
--Ella ha qualche riservata notizia, ripeto; e senza timor di fallare, dico che si tratta di cosa la quale può in qualche modo ferirmi: se non fosse, non mi guarderebbe come fa adesso. Ci conosciamo da un pezzo; e se per me ha dell'amicizia, deve parlare, dire quel ch'è vero, senza reticenze, senza riguardi.
--Ella mi scongiura in un modo, contessa.... Basta.... non vorrei dar corpo alle ombre. Si tratta d'una cosa che mi fu partecipata con gran riserbo; che non voglio credere, che non credo anzi.
--Or via, dica, contessa; ella mi fa morire d'impazienza.
--Pensandoci su, per altro, capisco anch'io che è affar da nulla; in un giorno di trionfo, com'è questo per noi, non val la pena di sturbarci per tali inezie. Ci sono interessi molto più gravi che ne tengono occupate.
--Se posso comandare, in nome dell'amicizia lo comando; parli, se non vuole che tutto sia finito tra noi, parli una volta.--E la vecchia impallidiva, commossa in ogni fibra da un tremito visibile, convulsivo.
--No, no; mi preme troppo la sua amicizia, perch'io vi rinunci per così piccola ragione. Via, si ricomponga, mi fa paura. Ecco la cosa qual'è. Si ricorda, contessa, di quella giovine, per nome Stella, la quale, saranno forse due mesi, abbiam fatto ricoverare, affinchè racquistasse colla pratica della pietà e della mortificazione una virtù, ch'è veramente, come esprimevasi quel nostro reverendo nel suo famoso panegirico di santa Filomena, _la perla dell'innocenza nella conchiglia dell'onestà_?
--Sì, sì, dice benissimo; ma non parliam del panegirico adesso....
--E bene, contessa, dico ch'ella non può essersi dimenticata di quella giovine; ne abbiam tenuto discorso più d'una volta; e deve pure aver presente che la superiora della casa ne aveva riferito come la figliuola, da principio rassegnata e ben disposta in ogni cosa, si fosse poi messe in testa certe idee ricalcitranti al bene, non facesse che piangere, e trascurata al lavoro, alle pratiche divote, cominciasse a mostrarsi restia, caparbia, non senza danno della disciplina e scandalo della comunità.
--Questo lo so; e fu per questo appunto che, non ha molto, facendo l'ordinaria visita al Ritiro, dissi alla madre Eleuteria che, in caso di recidiva, poteva aggravar la mano sulla sediziosa insolente, all'effetto di presto ravviarla al bene.
--Bisogna dire che ciò abbia fatto peggio; lo creda pure, mia buona amica; spesso il rigore non giova. O mal sofferente de' castighi, poca cosa del resto, un giorno a pane e acqua, qualche ora di silenzio; o fors'anche, come par più vero, soggiogata da maligne suggestioni, delle quali non si è potuto ancora trovare il filo, la giovine, jeri prima di sera, è sparita.
--Cosa sento?.... ma è proprio certo?
--Pensi! vengo io stessa dal Ritiro, ove la cosa produsse, pur troppo, un pessimo senso. E poi, è uno scandalo che, divulgato, potrebbe non poco pregiudicare la nostra appena fiorente istituzione.... E non è qui tutto....
--La cosa è grave e seria, contessa; e non voleva parlare?...
--Non voleva? mi fa torto. Ho le più sode ragioni, per non precipitare. In sè stessa, la sparizione di quella ricoverata non sarebbe tal cosa da temerne dispiacevoli conseguenze: ma ci sono de' sospetti.... delle circostanze... de' fatti che l'accompagnano, da' quali si deve argomentare....
--Ma ella parla in modo così incerto, così enigmatico, ch'io non so proprio entrare nelle circostanze che mi tace.
--Le assicuro che m'è difficile e doloroso al sommo il parlare.... Ma lo devo, e lo farò. Ecco dunque ciò che dalle prime indagini si può indovinare.... sospettare, dico. C'è nel Ritiro chi notò, da parecchi dì, una figura equivoca la quale pareva spiare intorno alla casa, dalla parte del giardino. Jeri mattina poi, una donna d'età, sconosciuta anche quella, si presentò per parlar colla figliuola, e si trattenne con essa lungamente; a tale che quando questa ritornò fra le compagne, fu veduta asciugarsi le lagrime, quantunque non dicesse parola. Di lì a tre ore, la fanciulla non c'era più.
--Ma che s'ha da inferirne?...
--Perdoni, buona amica. I primi sospetti mi posero facilmente in cammino. Ho interrogato, confrontato, pesato.... e alla fine, devo proprio dirlo?... Temo troppo che in questa trista avventura non entri una persona....
--Una persona?... Contessa!
--Desidero essermi ingannata. Ma, in confidenza, ella sa tutto quel ch'è successo, alcuni mesi sono, allorchè si è voluto salvar dal pericolo quella povera insidiata. Ella sa.... che una persona.... in una parola, il suo signor fratello....
A tal punto, la contessa Cleofe s'accorse che la nobile amica, sbalordita sulle prime da codesta rivelazione inaspettata, ripigliato, per così dire, l'equilibrio della sua difficile posizione, levando il capo in atto d'offesa dignità, s'accingeva a ribattere i suoi arditi supposti. E in effetto, prima di lasciarsi dir dall'amica ciò ch'ella sapeva, la contessa Cunegonda, l'interruppe:
--Io so, io vedo ciò che l'invidia e la calunnia osano farneticare, lavorando addosso ai grandi e ai potenti.... Conosco per prova che basta operar la beneficenza per vedersi sorgere in faccia, come un fantasma, l'ingratitudine. Cosa voglio dir con questo?... Nient'altro, contessa, se non che le cose da lei presunte, o rapportate.... sono perfidie.... invenzioni.... assurdi.....
--Cose rapportate?... perfidie?... È troppo, contessa, è troppo!
Le due vecchie dame si raddrizzarono accigliate, ombrose; dalle rughe de' loro volti appassiti pareva quasi trasparir l'odio, che covavano nel segreto; e per la prima volta dopo molt'anni, un'ira astiosa, sottile faceva traboccar da' loro cuori, muti ad ogni altro affetto, il veleno della gelosia e dell'orgoglio.
--Tant'è: riprese la contessa Cunegonda, non isgomentita dal torbido e sprezzante sguardo della rivale: da un pezzo io mi sono avvista come si tenti, per via di sotterfugi, d'intrighi, di calunnie, di provocazioni, suscitarmi intorno tanti raggruppi, tante difficoltà che mi sforzino ad abdicare quella primazia, la quale, indegnamente sì, ma pur tengo, nell'opinione e nel fatto. E ora, il dì che ho, posso dirlo, la vittoria in pugno, ora appunto mi si vorrebbe rapire il frutto delle infinite mie cure.... Ma sì, è ben chiaro; altri adesso agogna a far la parte mia.... e per questo, si creano mali esempi e scandali.... e si tira partito per sino dai vincoli del sangue....
--Basta così! io voleva lasciarla dire a suo talento; ma il decoro non regge a così incredibili assalti.... Io sospettata di menzogna, d'intrigo? io vogliosa d'autorità, di potenza?.... Io tacciata con ingiustizia così nera, e da chi?.... da quella che mi chiamava col nome d'amica, da quella a cui ho ceduto sempre e in tutto, colla massima condiscendenza, anzi con vero rispetto!...
--Peccato, se non altro, ch'io non me ne sia avvista mai!
--Ma già è finita... un'ombra, una parola, un niente può guastar l'amicizia la più salda, la più antica....
--Colpa del suo subdolo contegno....
--Dica del suo dispotismo!
--Oh! ripeta, se lo può!
--Sì... dispotismo, e il più assoluto. Non mi faccia parlare, non mi faccia recriminare; credo proprio che non sempre la divozione e la mansuetudine vanno di conserva....
--Anche questo!
--E forse possono aver ragione coloro i quali van dicendo che noi vogliam dominare, invadere, inquisire.... Ma di chi è la colpa?... chi è che adopera la religione per i fini mondani?
La più vecchia delle due contesse tremava per l'ira in ogni fibra visibilmente; ma i suoi occhi piccoli, acuti, parevano fulminar l'incauta rivale. Nondimeno fu abbastanza padrona di sè, per non trascorrere di più colle parole; e sorgendo dal seggiolone, con tutta la dignità del grado offeso:--Non rispondo a chi viene a insultarmi in casa mia... Sopporto l'ingiuria come una prova che mi viene di lassù; ma, offesa, compiango e perdono a chi m'offende.... a chi, offendendo, pensa d'aver ragione, crede di vincere!...
Ciò detto, a lei volse le spalle, e rientrò lentamente nelle più interne stanze.
--Ipocrita! ambiziosa!... le susurrò dietro l'altra contessa: Fa l'atto d'amor del prossimo, e vorrebbe vedermi sprofondare dinanzi a lei... ma io sì, l'ho fatta sprofondare!... Sono anni e anni che non gustai un quarto d'ora come questo!
Capitolo Decimottavo
Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè all'amore.
Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii, tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte, senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a' tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia, il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino. Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore tradito?
Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta contro la sventurata famiglia della Teresa.
Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.
Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando le ciglia, cominciò a pensare.