Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 26
Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse, contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo come se volesse premere qualche cosa che non trovava.
Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere prima di morire, del suo Damiano.
Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto, pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto, era lui.
Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo, verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo. Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto quello che aveva passato.
Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a quella voce si guardò indietro.... e Damiamo vide Rocco che correva a lui.
I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti, tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non avrebbero saputo dirselo.
--Ascolta, mio Rocco!... Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?
--Oh! Damiano..... lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te.... di loro.
--Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì....
--Cosa avrai pensato di me?... Oh se tu sapessi!... Io era là tutti i giorni.... due o tre ore di fazione, là nel cortile... sotto a quella tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me.... Anche stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là sotto a quella porta.
--Buon Rocco! e io ti feci torto!...
--L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?...
--Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio.... Son fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.
--Aspetta un poco.... dammi ascolto....
--Come? mi tiri indietro?... Non si va per di là...
--Capisco; ma sai bene che t'ho detto....
--Cosa?... Io non so nulla.
--Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa.... aveva dovuto cambiar casa?
--Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così presto?...
--Senti, Damiano.... la tua povera mamma ha patito tanto dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque....
--Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è.... andiamo insieme da lei.
E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissava Rocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.
--Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me.... andiamo prima....
--No! no! no!.... Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere quello che non è.... Rocco, di' su, di' su! la mia mamma.... la mia mamma... Dio benedetto!
L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare, comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli mancava l'animo, gli mancava la parola.
--Io lo so.... ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è.... malata?
--Sì, un poco, ma....
--Malata, dunque? malata, non è vero?.... Torna a dirlo.
--Sì, malata.
--Quand'è così, andiamo!
--Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà.... e vederti, così all'improvviso....
--Non importa! andiamo, ti dico.
--Ma io, vedi, in coscienza, non posso....
--Come? non puoi?... In nome di Dio, ov'è la mamma?
--Povero Damiano!... Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono riusciti a condur via la Stella... Dicono che l'è andata a star bene, che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa, quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a sentirsi male.... e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo anima che facesse per lei, si è rassegnata.... e si è fatta portare all'ospedale.
--All'Ospedale!...
A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.
Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due, bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio; usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero, fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.
Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione; com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa, a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come, arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la porta in faccia, dicendogli nient'altro che:--Questa è casa mia; qui non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è ancora, la troverete!...
Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato. Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando disse all'amico:--O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi partire allora!..... Forse io non avrei condotto così, come ho fatto, la mia povera madre a morire all'ospedale.
Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro, s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.
Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che l'avrebbe forse benedetto anche lui.
L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per lei un colpo mortale.
Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel punto:--Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?.... la richiamò alla verità.
--O santi del paradiso!... Sei proprio tu, Damiano?
--Sì, mamma.
--Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?
--Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro, furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono quì, sono quì con te, mamma.... Oh perdona al tuo figliuolo!
E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna mano materna.
--E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che, venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del letto.
--E la Stella, dite, mamma, dov'è?.... Perchè, lei almeno, non la trovo vicina a questo letto?....
--Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è in una casa del Signore.
--Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?... non potè starsi dal dire il giovine.
--L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un sagrifizio di più al Signore!
--No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi.... Ma verrà il momento... perchè un po' di giustizia la faremo anche noi! Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare.... E una le paga tutte.
Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.
Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso momento, medico e confessore.
Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso, s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione. Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò, vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.
A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete. Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera, uscirono dell'Ospedale.
Capitolo Decimoquinto
Quando, la mattina appresso, Damiano e Rocco vennero alla porta della crociera dell'Annunziata, aspettando l'ora che fosse riaperta, il Ghezzo, che aveva scorti salire, fece le viste di non por mente a loro, e tirò dritto. Gli era stata fatta, poco prima, una seria ripassata da uno de' medici ispettori, appunto per la licenza che il dì innanzi aveva pigliata; e come Damiano gli corse incontro, parve non lo conoscesse più. Ma, veduta una lagrima negli occhi del giovine, non potè proprio fare l'indiano, e prevenendo la sua domanda:--State di buon cuore: gli disse: la vostra mamma vuol guarire; l'avervi veduto è stata una medicina che le ha fatto un gran bene.--Con tutto ciò, non si lasciò smuovere da scongiuri, perchè potessero entrare innanzi l'ora.
I due giovani, trovandolo irremovibile, domandarono d'andar frattanto a riverire quel buon sacerdote col quale s'erano già incontrati; e l'infermiere indicò loro la via per salire alle sue stanze.
Entrarono timidamente; don Teodoro, che se ne stava leggendo, li riconobbe subito, e volle che sedessero: poi, date loro più consolanti nuove dell'inferma ch'era stato a rivedere la stessa mattina, li animò a metterlo a parte di quel poco che credessero potergli raccontare delle loro disgrazie.
--La famiglia de' poveri è la mia famiglia: diceva: apritemi il vostro cuore, e se non mi sarà concesso di giovarvi, potrò almeno dirvi qualche buona parola, in nome di Colui che mitiga tutti i dolori.
A Damiano quasi non pareva vero di trovare un uomo che loro parlasse come a fratelli suoi; e fu vinto da quell'espressione di serietà mista d'affetto, ch'era in ogni accento del prete. Si fece animo e gli raccontò, come seppe, la breve storia della sua vita, e le disgrazie che avevan condotto a quell'estremo la sua famiglia.
Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare, come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma, egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.
Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que' poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del povero soldato.
Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano, tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse restituito il figliuolo.
Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.
Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore, l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini, tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo. Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse; certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente, di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.
Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia nell'antica osteria del _Biscione_. Due di loro, a prima vista l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole, alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in sicuro.
--Oggi tratto io!--esclamò quel primo; e all'aria e al contegno l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle, cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere, nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.
--Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.
--Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.
Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso, cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don Aquilino.
--Mi dica dunque lei, ripigliò colui, nel quale non è difficile conoscere lo stesso signor Omobono: mi dica lei, che gode il favore di tali che lo posson sapere.... Si racconta che, sotto apparenza di bene, alcun tempo fa, certa persona, che non voglio nominare.... siasi intrusa in certa famiglia.... per dar mano a certo intrigo.... non so se mi spieghi; pare che si trattasse nientemeno che di tirar per forza una giovine in convento.
--Oh, oh, oh! scrollando il capo, l'interruppe il prete; e fra sè pensava: Ohimè! dove sono incappato!
--Lei si maraviglia; ma, se io le dicessi che c'è chi fruga dentro in quella storia.... e ci si potrebbe trovare, gliene do parola io, abbastanza da metter lì un buon processo in regola.
--Ohibò! ohibò! tornò a dire il cappellano: e poi... scommetterei ch'è male informato, anzi.... son certo che falla.
--E se facessi il nome alla persona?...
--Il nome?... Io non ne so niente.
--Oh bella! chi dice che debba saperne qualcosa lei?
--Io non c'entro, dico.
Il povero cappellano era caduto nel tranello, per la paura; l'altro con un risolino muto, maligno, a fior di labbra, guardava di sottecchi il compare; il quale pareva dar mente più alla bottiglia che a tutto il resto, ma intanto non perdeva nè una parola nè un gesto de' due vicini.